Busto Arsizio shock, badante uccisa accoltellata dal marito: arrestato convivente reo confesso

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Non sono ancora chiare le motivazioni che hanno spinto Muhamed Vapri, 62 anni, di origine albanese ad uccidere la moglie Diana, 52 anni, connazionale, con la quale viveva n una palazzina di via Goito, a Busto Arsizio (Varese). I due, residenti in Italia da diversi anni tanto che avevano ottenuto la cittadinanza italiana, hanno due figlie maggiorenni. La donna sarebbe stata trovata dal personale del 118 riversa sul pavimento con una profonda ferita da arma da taglio e in arresto cardiaco.

Il medico legale, su disposizione del pm Cristina Ria, ha rilevato 15 coltellate sul corpo della donna. Dai primi accertamenti della Procura di Busto Arsizio non sono emerse denunce nel tempo da parte della vittima nei confronti del marito.

Un altro delitto è avvenuto nella giornata di ieri a Busto Arsizio dove purtroppo è morta una donna albanese di 50 anni. Il responsabile dell’omicidio sarebbe il compagno, un connazionale il quale avrebbe inferto sul corpo della convivente diversi colpì con un coltello fino ad ucciderla. Dunque, un altro femminicidio è avvenuto nel pomeriggio di ieri in provincia di Varese, dove la donna di nome Diana 52enne di origine albanese è stata uccisa a coltellate in via Goito, intorno alle ore 16:30 e pare che ad uccidere la donna sia stato il marito Mohamed Vapri di 62 anni, anche lui albanese, il quale è stato immediatamente arrestato dai carabinieri.

Pare sia stato lo stesso omicida a dare l’allarme ed a chiamare intorno alle ore 16:30 le forze dell’ordine, che si sono riversate immediatamente sul posto insieme ai sanitari del 118, i quali non hanno potuto fare altro che appurare le gravi condizioni della donna che era già in arresto cardiaco ed aveva perso molto sangue, tanto che è deceduta subito dopo dissanguata.

Il marito non ha esitato a raccontare quanto accaduto ed ha subito ammesso di averla colpita con un coltello a lama lunga, trovato ancora sul corpo della vittima. Il medico legale, su disposizione del pm Cristina,  pare abbia rilevato 15 coltellate sul corpo della donna; il marito è stato interrogato a lungo nel corso della giornata di ieri ed ha continuato ad ammettere di aver ucciso la donna, ma i carabinieri stanno continuando ad analizzare la sua posizione per capire come mai sia scattata da furia omicida.

I coniugi, di origine albanese, vivevano in Italia ed avevano acquisito la cittadinanza già da tempo e non erano noti alle forze dell’ordine;si erano trasferiti a Busto Arsizio dove vivevano insieme ai loro tre figli maggiorenni che vivono tutti fuori dall’abitazione del nucleo familiare originario.

Sembra che le cose tra i coniugi andassero male già da tempo e questo aspetto è stato confermato da uno dei figli, il quale avrebbe raccontato agli inquirenti di aver consigliato alla madre di stare lontana da quella casa, dunque, questo farebbe pensare che già i figli avevano intuito che il padre potesse un giorno l’altro, commettere qualcosa di grave. Dalle prime informazioni, pare comunque che i due coniugi fossero una coppia molto affiatata fino a qualche tempo fa, ma poi qualcosa pare abbia cominciato a incrinare il loro rapporto tanto che lei se ne era andata da casa per qualche giorno, andando da uno dei figli, ma il marito le avrebbe chiesto di incontrarla e per questo motivo Diana avrebbe fatto ritorno a casa. Saranno comunque gli inquirenti a ricostruire le dinamiche che hanno portato l’uomo ad uccidere la donna con la quale aveva condiviso capita fino alla giornata di ieri.

L’ ho vista agonizzante che chiedeva aiuto» Via Goito è sotto choc

«L’ho vista agonizzante a terra e chiedeva aiuto. Lui era in piedi». È la scena scioccante alla quale avrebbe assistito una donna che conosceva la coppia e che ieri pomeriggio intorno alle 16.30 sarebbe accorsa in via Goito a Busto Arsizio richiamata dalle urla di Diana Koni, la donna di 52 anni uccisa a coltellate dal marito Muhamed Vrapi.

La signora avrebbe suonato al campanello dell’abitazione nella quale viveva la coppia, genitori di tre figli già maggiorenni e tutti fuori casa, e avrebbe visto la vittima in fin di vita. Un’immagine davvero agghiacciante il cui racconto ha fatto il giro della zona, sconvolgendo vicini e conoscenti che in questi anni avevano avuto modo di conoscere ed apprezzare la coppia. L’efferato omicidio ha lasciato tutti senza parole. «Quello che si dice – racconta una vicina – è che da qualche giorno non andavano molto d’accordo.

Almeno da una settimana in tanti li hanno sentiti litigare, urlare. C’era qualcosa che non andava». La storia della vittima ancora agonizzante ha fatto il giro del vicinato: «Ho sentito indirettamente questa storia anch’io – ha raccontato la signora – davvero terribile. Quando senti certe cose accadere in televisione sembrano così lontane e impossibili. Dei fatti inimmaginabili. Poi però capitano vicino a casa tua o vicino al posto del tuo lavoro e allora resti scioccato».

La vittima dell’ennesimo femminicidio era conosciuta e apprezzata da queste parti: «Conoscevo Diana – ha sotto- « Da una settimana c’era qualcosa che non andava Ma erano una coppia ben voluta da tutti ha sottolineato la signora, che preferisce mantenere l’anonimato – da almeno otto anni. Conoscevo meno il marito, ma lei ho avuto modo di conoscerla abbastanza e devo dire che era davvero una brava donna.

Una persona molto cordiale, gentile, molto aperta e socievole. Non posso dire nulla di male. A livello familiare non so come stessero le cose anche se in tanti qui ripetono che da diversi giorni li si sentiva urlare. Lui lo conoscevo meno, ma per quello che ne so era un gran lavoratore, si vedeva di meno in giro». In tanti hanno visto l’uomo raggiunto dai carabinieri e trasferito in caserma a Busto Arsizio prima del trasferimento definitivo in carcere. Il corpo senza vita della donna è ora a disposizione dell’autorità giudiziaria che nelle prossime ore disporrà l’autopsia. Solo dopo tutti gli accertamenti di rito, verranno fissati i funerali della signora.

Donne uccise da uomini, perché sono donne. Questo è il femminicidio. Un massacro, a vedere i numeri. Circa 150 casi all’anno in Italia [157 nel 2012, 179 nel 2013, 152
nel 2014, 141 nel 2015, 145 nel 2016], un totale di circa 600 omicidi negli ultimi quattro anni. Significa che in Italia ogni due giorni (circa) viene uccisa una donna. Omicidi di donne in Italia Se ne contano migliaia nel mondo. Numeri da genocidio. Abbiamo pensato che fosse corretto saperne di più e così abbiamo raccolto il maggior numero possibile di sentenze, relative a tutti gli omicidi di donne avvenuti nel nostro Paese a partire dal 2010.

Cos’è il “femminicidio”

Il femminicidio rappresenta una parte preponderante degli omicidi di donne, con la caratteristica della maturazione in ambito familiare o all’interno di relazioni sentimentali poco stabili. E’ noto che il termine femminicidio, nell’accezione comunemente intesa, è un neologismo che può essere fatto risalire agli anni 90, per qualificare gli omicidi basati sul genere, che vedono come vittima la donna “in quanto donna”. In un momento in cui non erano ancora conosciuti dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – che indicano come la prima causa di uccisione nel mondo delle donne tra 16 e i 44 anni sia ad opera di persone conosciute – si ritenne importante dare un nome a questa tipologia di omicidio al fine di rendere “visibile” il fenomeno.

L’ordinamento italiano non prevede l’ipotesi di femminicidio come ipotesi di reato autonoma ma solo come circostanza aggravante. La recente normativa (decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93 convertito in legge 15 ottobre 2013, n. 119: c.d “legge contro il femminicidio”), che anche porta tra le sue motivazioni quella di rispondere al “susseguirsi di eventi di gravissima efferatezza in danno di donne e il conseguente allarme sociale che ne è derivato”, non definisce la fattispecie di femminicidio, ma disciplina e rafforza l’azione rivolta a contrastare e prevenire la violenza di genere che racchiude al suo interno varie categorie di condotte criminose (oltre all’omicidio i maltrattamenti, lo stalking, le percosse, le lesioni, …) accomunati dal contesto e dal soggetto passivo cui sono diretti. Quanto al femminicidio, che fa proprio (o contiene in sé) il concetto culturale di violenza di genere, è un’espressione che descrive il fenomeno con riferimento alle sue basi empirico-criminologiche, ponendo in risalto la posizione o il ruolo dell’autore.

L’inchiesta statistica

Questa inchiesta raccoglie le evidenze statistiche (e le storie) raccolte dalla lettura di oltre 400 sentenze di omicidio di donne emesse tra il 2012 e il 2016, qualunque sia stato l’esito e il rito processuale seguito dagli uffici giudiziari che hanno inviato la documentazione. In ragione della possibile differenza temporale tra il momento in cui è stato commesso l’omicidio e il dibattimento, i fatti raccontati risalgono al periodo 2010-2015.

Istintivamente si può pensare che i femminicidi siano una quota significativa ma non prevalente degli omicidi di donne. I dati offrono un quadro sconvolgente. Su 417 sentenze esaminate, 355 sono classificabili come femminicidio, che rappresenta l’85% dei casi.

Gli “altri omicidi di donne” rientrano per lo più nella casistica delle rapine finite male e nelle
esecuzioni della criminalità organizzata. La distribuzione geografica risulta sostanzialmente omogenea nelle diverse zone del paese. Dall’analisi delle sentenze si evince che nell’87,9% dei casi il rapporto tra autore e vittima è di uno a uno. Il 9,1% dei casi ha evidenziato un autore con più vittime (molto spesso sono i figli minori), mentre il 12,1% delle sentenze riguarda episodi con più autori a danno di una o più vittime.

Sono quasi sempre gli uomini a uccidere le donne. Nell’ 88,5% dei casi l’autore del reato è un
uomo e la vittima è una donna. In una piccola percentuale dei casi, due su cento, è successo che una donna fosse uccisa da un’altra donna. Emerge poi che nel 9,2% dei casi gli autori fossero in complicità uomini e donne a danno di altre donne. Infine, nel 9,5% dei casi, a fronte di uno o più autori del reato, le vittime sono più di una, inclusi uomini (il che include anche la categoria dei figli maschi della vittima). Nel complesso, gli uomini si ritrovano tra gli autori nel 98% dei casi.

La nazionalità dell’autore, pur confermando la prevalenza di soggetti italiani, evidenzia una
marcata incidenza del fenomeno tra gli stranieri presenti nel nostro paese. Non molto dissimile il dato sulla nazionalità della vittima anche in ragione del contesto familiare in
cui prevalentemente avvengono questi omicidi e che tipicamente riguarda connazionali.
Nel 55,8% dei casi tra autore e vittima esiste una relazione sentimentale, in atto al momento dell’omicidio o pregressa. Se a questi si aggiungono i casi in cui tra autore e vittima esisteva una relazione di parentela si scopre che in circa il 75% dei casi le donne muoiono nell’ambito familiare, all’interno cioè di quell’ambiente che teoricamente dovrebbe proteggerle di più.

All’interno della classe di omicidi avvenuti tra partner il 63,8% dei casi evidenzia che la vittima e l’autore sono coniugi o conviventi, il 12% fidanzati, il 24% aveva intrattenuto una relazione sentimentale (matrimonio, convivenza o fidanzamento) terminata per vari motivi qualche tempo prima dell’omicidio. Come già osservato, nel 17,5% autore e vittima sono legati da una relazione di parentela (più della metà delle volte, si tratta di un legame tra figlio e madre), nel 15,1% sono conoscenti o amici, in solo il 2,2% dei casi autore e vittima sono colleghi o datori di lavoro mentre nel 9,4% dei casi la vittima e l’autore non si conoscono tra loro (casi di prostitute, oppure signore anziane che vivono da sole).

La percentuale di casi in cui esiste una relazione sentimentale o di parentela tra autore e vittima, sale se si considerano i solo casi classificati come “femminicidi” in senso stretto.
Gli omicidi che avvengono all’interno di un’abitazione sono nel 35.2% dei casi nell’abitazione della vittima, nel 34,1% nella casa coniugale e solo nel 2,9% dei casi in casa dell’autore. Il 15,8% degli omicidi è avvenuto in strada, in genere luoghi appartati, parchi, campi agricoli oppure davanti al portone delle vittime. Solo nel 4% dei casi l’omicidio è avvenuto in un esercizio commerciale o in locali pubblici (ospedale, chiesa, ufficio postale). Gli altri omicidi, pari al 8% dei casi, sono stati compiuti all’interno di automobili, furgoni o in stanze di hotel.

Dall’analisi emerge, soprattutto con riferimento al femminicidio, un profilo “primitivo” circa le
modalità dell’omicidio. Non siamo solo in presenza di esecuzioni rapide con arma da fuoco, ma di veri e propri ammazzamenti a seguito di colluttazioni corpo-a-corpo in cui l’uomo sfoga una rabbia inaudita. L’arma prevalentemente utilizzata è il coltello, che richiama all’ambito domestico, all’uso del mezzo che si trova più a portata di mano nel momento del raptus. Nel 40,2% dei casi le donne vengono colpite ripetutamente e comunque quasi mai con soli uno o due colpi mortali, con arma da punta e taglio (coltelli da cucina, pugnali) per poi essere spesso anche soffocate con le mani o il braccio. Nel 9% dei casi la vittima è aggredita e uccisa senza uso di armi, con pugni, calci e testate e poi strangolata o soffocata.

Nel 12,8% delle volte l’arma utilizzata è un’arma da fuoco, pistola o fucile. Ma ciò che colpisce che anche in questo caso, quando cioè il tipo di arma è di quelli con cui presumibilmente un colpo sarebbe sufficiente a centrare il truce obiettivo dell’autore, le sentenze raccontano che vengono sparati più colpi.

Nel 18% dei casi la vittima è stata sorpresa e strangolata per mezzo di cavi elettrici, fil di ferro, cinture, sciarpe, lacci o mani; a volte il soffocamento è avvenuto tramite cuscini o sacchetti di plastica. Nel 3,3% degli episodi di omicidio è stato constatato l’utilizzo di liquido infiammabile e accendino utilizzati per occultare il corpo della vittima già deceduta oppure impiegati direttamente sulla vittima ancora in vita.

In tanti casi, l’autore ha cercato di occultare il cadavere. Tra le tecniche utilizzate anche quella dell’incendio del corpo della donna uccisa. In altri casi le vittime vengono prima chiuse in bauli o valige e poi gettate in mare, nel fiume o in pozzi siti in luoghi isolati o, ancora, gettate tra le sterpaglie.

In un paio di casi le vittime sono state sezionate e riposte in sacchetti di plastica, nascoste in
frigorifero o nel terreno dell’abitazione dell’imputato. In quasi la metà dei casi esaminati, è lo stesso autore del femminicidio a dare l’allarme e avvisare le forze dell’ordine. In un caso, quasi grottesco, l’autore si è presentato dalle forze dell’ordine.

Non è stato possibile stilare una statistica precisa dei moventi, poiché molti sono “tortuosi” e
difficilmente classificabili. I casi più frequenti sono sicuramente quelli legati alla sfera del rapporto sentimentale: gelosia, amore possessivo e morboso, intento di porre la compagna a sottomissione. Talvolta, alla base dei dissidi ci sono motivi economici. Molto interessanti alcuni casi in cui l’uomo uccide una donna perché preferisce la sua morte alle conseguenze del mantenimento della relazione oppure perché teme la scoperta o di relazioni extra-coniugali, o ancora, perché teme l’emersione di seri problemi economici cui lo stesso non riesce a fare fronte.

Numerosi anche i casi di figli che uccidono le madri per i più svariati motivi, ma principalmente per ragioni economiche. Infine da non trascurare il numero di casi avvenuti per mano di soggetti dichiarati incapaci di intendere e di volere (oltre la metà delle assoluzioni come di seguito indicato).

L’analisi dell’esito processuale rivela una mano dei giudici molto pesante sulla pena comminata e un numero di condanne superiori alla media del settore penale generico. Infatti, come dimostra la tabella, all’86,4% delle condanne, prevalentemente superiori ai 20 anni di reclusione, va sommata più della metà delle assoluzioni in quanto a carico di soggetti teoricamente colpevoli ma incapaci di intendere e volere o non imputabili al momento del fatto

Sulla violenza domestica

A livello mondiale la violenza domestica è la causa principale di morte o lesioni nelle donne tra i 16 e i 44 anni. Nel mondo una donna su 3 è stata picchiata o è stata vittima di abusi da parte del partner. In Italia, nella fascia di età tra i 16 e i 50 anni, le donne muoiono più per violenza domestica e sessuale che per malattia o incidenti stradali. Dal 2002 al 2012 sono state uccise 2061 donne. Il 10% delle donne in Europa è vittima di stupro o di tentato stupro. Centoventisette femminicidi nel 2012 di cui il 70, 8% perpetrato in ambito familiare o affettivo. A maggio del 2013 si rilevano 27 femminicidi.

Morti annunciate, nella maggior parte dei casi l’assassino era stato denunciato per violenze, atti persecutori, maltrattamenti. Non mancano le polemiche sui dati, ma al di là dei numeri ci troviamo qui ad affrontare un tema spesso mal-trattato e sfruttato dai media. Oggi abbiamo l’opportunità di offrire una possibile lettura di questo fenomeno che non è altro che la punta di un iceberg, la cui parte sommersa fatta di soprusi, maltrattamenti, violenze ogni giorno si consuma avvolta dal silenzio. Silenzio assordante. Il 25 giugno 2012 la relatrice speciale delle Nazioni Unite Rashida Manjoo afferma: “A livello mondiale la diffusione degli omicidi basati sul genere ha assunto proporzioni allarmanti, culturalmente e socialmente radicati, questi fenomeni continuano a essere accettati, tollerati e giustificati, e l’impunità costituisce la norma… Le donne è come se vivessero sempre “nel braccio della morte”.

La violenza non è più un problema privato ma politico. Dunque quelle morti annunciate sono a carico delle Istituzioni che non si adoperano per far fronte al fenomeno. E’ arrivato il tempo di parlare, di gridare NO MORE.

Ma che cosa è il femminicidio? Neologismo cacofonico introdotto da Marcela Lagarde, antropologa messicana. Il femminicidio è la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotta dalla violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine. Per dirla con Pierre Bourdier “la forma suprema, perché la più sottile, la più invisibile”9 di dominio dell’uomo sulla donna. Ma c’è un al di là da mettere in luce, al di là che si apre a partire dalla pratica clinica.

Dunque una politica orientata dall’inconscio, dalla logica del caso per caso. Se da un lato il mandato sociale è aiutare le donne, dunque promuovere una serie di servizi per il bene e la salute delle donne, dall’altra l’orientamento psicoanalitico introduce una dimensione etica che mira alla singolarità e che oltrepassa la logica universale vittima-carnefice. La pratica clinica ci mostra che c’è una certa regolarità nella vita del soggetto, qualcosa si ripete nel modo di soddisfarsi, nel modo di godere, nel modo di stare al mondo, nella scelta del partner. La scienza dal canto suo tenta di rendere conto della relazione tra i sessi, della relazione con l’Altro. I laboratori scientifici vogliono scrivere le condizioni soggettive dell’amore, della felicità, dell’attaccamento affettivo genitoriale o amoroso. In uno studio recente, pubblicato su diversi giornali scientifici, Inna Schneidermann lo ha osservato che più l’ossitocina è presente nel cervello degli individui più la relazione amorosa sembra forte e duratura. Da quando si può prevedere il potenziale di una relazione amorosa con il dosaggio dell’ossitocina? Da quando si può rivitalizzare una coppia con l’aiuto periodico dell’ossitocina? E l’odio? Un interrogativo si palesa. L’odio è legato a un difetto di ossitocina o all’azione di un altro ormone?

Con Freud e Lacan invece possiamo dire che l’amore e l’odio hanno a che vedere con il godimento. Dunque è necessario riprendere il cammino tracciato da Freud, cammino che si è interrotto sulla “roccia basilare”, “il rifiuto della femminilità”, ostacolo per uomini e donne, “quell’inspiegabile intreccio di Eros e Thanatos, l’odio che nasce ogni volta dall’amore, nella vita personale come nella sfera pubblica”. Lacan nel 1971 afferma: “È buffo che tutto questo abbia preso la forma di una idealizzazione di una razza, ossia della cosa che in quella faccenda c’entrava di meno.(…) Ma intanto occorre dire che non c’è nessun bisogno di una tale ideologia perché si costituisca un razzismo basta un plusgodere che si riconosca come tale”. Lacan dunque sovverte la prospettiva, non si tratta di ideologia ma di godimento. In Televisione profetizza l’ascesa del razzismo, specificando che si tratta dell’odio del godimento dell’Altro.

Jacques-Alain Miller riprende la questione e seguendo la pista tracciata da Lacan afferma: l’uomo e la donna sono due razze non dal punto di vista biologico ma per quanto riguarda il godimento. A partire da questa sovversione si può aggiungere che il rapporto tra i sessi per gli esseri parlanti non è dato dalla biologia, non è scritto, non si può misurare. Altro accade tra gli animali dove tutto è scritto nell’ordine della specie. Con Freud e Lacan possiamo dire che per gli esseri parlanti l’incontro con l’Altro sesso è sempre problematico. Il malinteso strutturale dei sessi nasce proprio dal linguaggio. C’è una differenza costitutiva fondamentale, differenza spesso impossibile da sopportare. “Questo significa che, invece di usare la squisita cortesia animale, agli uomini capita di stuprare una donna, o viceversa”. Freud termina la sua ricerca su un interrogativo: che cosa vuole una donna? E definisce la donna “un continente nero”, un enigma per l’uomo, ma anche per la donna stessa. Poco prima di morire ci ricorda che le analisi si arrestano per uomini e donne su un punto cieco: “il rifiuto della femminilità”. Lacan a partire dalla strada tracciata da Freud va oltre, afferma che la donna non esiste, ma esistono le donne.

Violenza sulle donne: il nemico in casa

Guardarsi le spalle, sentirsi braccati. È come essere la preda di un cacciatore in agguato. Questo significa stalking: deriva da braccare, nel suo significato letterale, quello di riferimento “venatorio”. Un inglesismo utilizzato per la prima volta una decina di anni fa, ormai entrato nel linguaggio comune che indica le molestie ossessive e patologiche, ma anche la violenza di genere. È di uso quotidiano, anche se il legislatore italiano
parla di reato per “atti persecutori”.

Dallo stalking al criminal harassment In realtà la definizione dovrebbe comprendere una casistica ben più complessa. Anche in questo caso l’inglese aiuta a dare un quadro più chiaro e più ampio del reato di stalking: si tratta di “criminal harassment”, che in italiano declina i verbi tormentare e opprimere, per definire le molestie ossessive. Crimine che in Italia
colpisce per lo più le donne, secondo i dati sulla sicurezza del ministero dell’Interno, solo nel periodo 1 agosto 2012 – 31 luglio 2013 sono state presentate 38.142 denunce per stalking; nel 73% dei casi la parte lesa è rappresentata da donne.

I persecutori sono molto spesso ex partner che non accettano la fine e la chiusura del rapporto di coppia. Sempre secondo il Dipartimento della pubblica sicurezza, con riferimento a dati forniti dalla Direzione centrale della polizia criminale, il numero di maltrattamenti in famiglia è cresciuto costantemente, fino ad arrivare a 9.899 casi nel 2012, registrando l’81% di vittime di sesso femminile.

Una violenza dunque che spesso si manifesta nell’ambito delle relazioni affettive, e che rende quindi necessario un piano di azione ampio, che coinvolga la polizia ma anche una presa di coscienza della società civile, visto che di vera e propria emergenza sociale si tratta.
Succede che cessata la relazione spesso iniziano gli atti persecutori, con minacce e molestie quotidiane, sia dirette che indirette. Nel primo caso si registrano appostamenti, pedinamenti, tentativi di parlare con la vittima, nel secondo avvengono attraverso il telefono, gli sms, la posta elettronica, i social network.

La nuova legge contro il femminicidio

Lo Stato italiano dopo l’introduzione nel 2009 della legge antistalking, un’ottima normativa di base per punire gli autori di molestie e persecuzioni, ha appena varato una nuova legge sulla violenza di genere (legge 15 ottobre 2013, n. 119) con l’obiettivo di rendere penalmente più incisivi i reati di maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e di atti persecutori.
Per il ministro dell’Interno Angelino Alfano sono stati centrati tre obiettivi: “Prevenire i reati, punire i colpevoli, proteggere le vittime”. E sottolinea che “Da oggi le vittime di violenze non sono più sole”.

Anche Isabella Rauti, consigliere per le politiche di contrasto della violenza di genere e del femminicidio del ministro dell’Interno Angelino Alfano, sottolinea come il decreto del Governo ora divenuto legge sia veramente importante per il nostro Paese: “Le norme introdotte dal pacchetto di misure approvato dal Cdm interpretano infatti lo spirito della convenzione di Istanbul, e sono volte a prevenire il fenomeno, punire con pene certe gli autori di violenza e proteggere le vittime”.

In particolare le pene vengono inasprite nel caso sussista relazione affettiva, ovvero rilevante sotto il profilo penale sarà la relazione che esiste tra due persone, a prescindere dalla convivenza o dal vincolo matrimoniale. Inoltre la querela di chi subisce violenza sarà irrevocabile nel caso di gravi minacce ripetute da parte dello stalker.  Una malattia sociale
Le disposizioni, quindi, rafforzano la legge contro la violenza di genere e favoriscono le vittime nella consapevolezza che questi reati perpetrati sulle donne sono una malattia sociale da affrontare come responsabilità condivisa.

Il pacchetto di norme non è teso solo alla repressione dei reati ma anche a interventi di prevenzione della catena persecutoria che può culminare nell’atto estremo dell’omicidio.
Non solo. Si offrono alle vittime strumenti di protezione e di tutela anticipata e preventiva che daranno loro forza nel percorso di denuncia e di assistenza necessaria.

Perché gli atti persecutori rappresentano una violenza non solo fisica, che spesso è di difficile comprensione per chi è un semplice osservatore esterno. Vittime di violenza: che fare
Viceversa la vittima deve trovare nelle forze dell’odine un interlocutore forte, preparato, capace di fornire informazioni esaustive e corrette. La polizia spesso interviene mettendo la donna in contatto con il più vicino centro antiviolenza o invitandola a contattare il numero verde 1522 attivo 24 ore su 24. Con il centro odirettamente con il commissariato viene poi redatta la querela o si procede con la richiesta dell’ammonimento nei casi di stalking, che con gli strumenti forniti dall’attuale legge potrà anche culminare nell’arresto dello stalker.

Ad esempio sul sito del Cesvis (Centro studi vittime Sara), che da tempo collabora con il Dipartimento della pubblica sicurezza del ministero dell’Interno, è disponibile online un questionario anonimo in cui la vittima potrà fare un’autovalutazione del rischio. È il questionario Isa (Increasing Self Awareness) che aiuta a stilare un “profilo di rischio” con l’individuazione di fattori la cui presenza aumenta la probabilità che la violenza si
reiteri.

Una volta valutato il livello attraverso il metodo Sara (Spousal assault risk assessment), attualmente utilizzato dalla Polizia di Stato in Italia, si procede con la gestione del rischio che implica il coinvolgimento di vari soggetti, per provvedimenti penali, o amministrativi o civili, per il monitoraggio del caso e la protezione della vittima.

La Polizia di Stato ci fornisce anche altri strumenti semplici, alla portata di tutti: ad esempio dalla questura di Milano ci arriva il manuale per difendersi dagli stalker, redatto da una poliziotta e che rappresenta un protocollo per gli agenti per sapere come comportarsi con le vittime, ma anche un vademecum per uscire dall’incubo. Sono consultabili e scaricabili, dal sito della questura di Milano.

Altre iniziative della Polizia di Stato Da segnalare anche altre iniziative importanti della Polizia di Stato per combattere il fenomeno femminicidio: dal camper antiviolenza a L’Aquila, al recente congresso “Great network” tenutosi alla Scuola superiore di polizia, con le interviste al direttore Roberto Sgalla e a Maria Carla Bocchino del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato. Inoltre segnaliamo l’approfondimento di Poliziamoderna (vedi articoli collegati) – la rivista ufficiale della nostra istituzione – sul tema violenza alle donne e l’intervista di Chiara Giacomantonio, anche lei del Servizio centrale operativo del Dipartimento della pubblica sicurezza.

Secondo l’ONU la violenza di genere (che nella maggior parte dei casi è quella contro le donne) è un qualunque atto di violenza, o la minaccia di tali atti, in base al sesso, che produca, o possa produrre, danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche, coercizione o privazione a priori della libertà, sia nella vita pubblica sia privata. É un fenomeno che resiste nel tempo e in tutte le culture e le cifre oggi sono veramente impressionanti.

Il presente lavoro fa parte di una ricerca più ampia sulla complessità del fenomeno del fem- minicidio, ancora in corso di elaborazione, ed in questo contesto il fenomeno del femminicidio viene affrontato nella prospettiva indicata dalla definizione originaria di Diana Russell (1992): «violenze estreme da parte dell’uomo contro la donna in quanto donna». Il femminicidio, infatti, si compie quando all’interno di una coppia, la partner o compagna viene considerata “colpevole” di aver trasgredito ad un ruolo sociale docile e remissivo in cui è l’uomo a dover decidere per entrambi, mentre lei subisce passivamente.

L’omicidio è espressione massima dell’intenzione di possedere un altro essere umano.
Premesso ciò, va evidenziato, però, come molti dati statistici sul femminicidio siano riferiti, per la maggior parte, all’uccisione delle donne, anche se è ampiamente noto e condiviso, dalla letteratura specializzata e dall’opinione pubblica, come le forme di violenza di genere siano declinate in manifestazioni e comportamenti assai più diffusi e diversificati rispetto al consueto omicidio (violenza sessuale e fisica, violenza psicologica e verbale, violenza economica, obbligo a relazioni umilianti e deprivanti, isolamento..).

È necessario ancora sottolineare come le statistiche non sempre siano esaurienti e complete e siano fondate su standard e parametri differenti, così che il confronto fra di esse diventa difficile, soprattutto se poi si confrontano dati relativi ad aree geografiche assai diverse.
Nell’ambito della geografia sociale e nella geografia di genere è una tematica, un fenomeno ancora poco studiato proprio per la difficoltà a reperire dati: solo recentemente sono stati pubblicati i primi report a livello internazionale come quelli recenti attribuibili all’OMS, alla Commissione europea per i diritti umani e, a livello nazionale, il rapporto delle Ricerche economiche e sociali (EURES): “Archivio degli omicidi volontari in Italia” del 2015.

Il quadro di riferimento globale Secondo i dati forniti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nei primi mesi del 2016 la violenza sulle donne è “globalizzata”: mediamente il 35% della popolazione femminile mondiale ha infatti dichiarato di aver subìto abusi psicologici o fisici1. Il picco massimo si registra nei Paesi del Sud Est asiatico, dove ben il 37,7% è stata vittima del partner. Ma anche nei Paesi ad alto reddito il 25% delle donne (una su quattro) ha subito la violenza del proprio compagno. Si tratta di una notevole percentuale di popolazione femminile del cosiddetto mondo industrializzato: Israele, Stati Uniti, Australia, Corea del Sud e la maggior parte degli Stati dell’Europa occidentale, come Germania, Svizzera, Svezia, Norvegia, Francia e Italia.

Le statistiche dell’OMS, non lasciano dubbi: quando si parla di femminicidio e di violenze le differenze di sviluppo socio-economico sembrano non avere peso, nemmeno all’interno dei confini europei, come si vedrà in seguito.

26 diversi database e che assembla 185 studi relativi a 86 Paesi, talvolta difficilmente confrontabili tra loro. Si tratta del primo rapporto che sintetizza diversi studi sugli abusi sulle donne realizzati nel mondo, mettendo insieme le informazioni relative ai maltrattamenti da parte del partner (intimate partner violence) con i casi di violenza sessuale. L’indagine è stata elaborata insieme con la Scuola londinese di igiene e malattie tropicali e con il Consiglio di ricerca medica del Sudafrica. Si è proceduto selezionando dati raccolti in anni diversi e armonizzando ricerche che prendevano in esame una popolazione femminile di età variabile.

Dalla ricerca emerge che negli ultimi 10 anni la violenza all’interno della coppia è aumentata pericolosamente. A livello globale, infatti, il 38% dei femminicidi è commesso dal partner. il dato è elevatissimo nel Sud Est asiatico (55%), benché anche in questa area del mondo povertà e ricchezza non servano a spiegare il fenomeno, dato che tale fenomeno è diffuso anche tra le nazioni più ricche dell’area, dove il 41% delle vittime muore per mano del proprio compagno.

Su 86 Paesi analizzati, lo Stato con il maggiore tasso di violenza è il Congo: qui il 56,9% delle donne ha subito una qualche “offesa fisica”. Seguono il Bangladesh con il 48,7%, lo Zambia con il 39,6%, l’India con il 35,1% e la Colombia con il 33,4%. Sembra inoltre non esserci una cultura mediterranea a influenzare la violenza di genere.

Claudia Garcia-Moreno, ricercatrice dell’OMS a capo del dipartimento sulla Salute sessuale e di genere sostiene che il tasso di violenza non dipende dal reddito, ma la variabile da cui dipende maggiormente è l’educazione.

Unione Europea: emergenza e norme
La violenza di genere è un’emergenza anche per l’Europa, al punto che la Commissione europea per i diritti umani ha avviato per la prima volta un’indagine comparata in tutti gli Stati dell’Unione Europea. La ricerca, pubblicata nel 2014, prende il nome di Violence against women: an EU-wide survey ed ha coinvolto 42 mila cittadine europee dei 28 Paesi membri. Da quanto emerge, il 33% delle donne intervistate ha subito una qualsiasi forma di violenza dal proprio partner o da qualcun altro a partire dall’età di 15 anni. Il dato più forte viene dalla Danimarca, dove il 52% delle donne danesi intervistate sostiene di aver subito una qualsiasi forma di violenza. Lo stesso vale per le finlandesi, che raggiungono il 47%, seguite dalle svedesi (46%), dalle olandesi (45%), dalle francesi (44%).

L’Italia si colloca al di sotto della media europea, con un 27%. Secondo l’annuale ricerca di EURES (2015) le regioni italiane con più casi di violenza sono la Lombardia ed il Lazio, stabilendo che questi sono in aumento al Nord. La principale forma di violenza risulta essere quella della minaccia di essere colpita fisicamente (12,3%).

I risultati europei hanno spinto la European Union Agency for foundamental Rights (FRA) a riunirsi a Bruxelles per discutere della possibilità di istituire un Osservatorio Europeo sul Femminici- dio, vedendolo come un’opportunità per studiare meglio il fenomeno e per intervenire in modo più efficace contro di esso.

Nel “civilissimo” Vecchio Continente inoltre quattro donne su cinque non si sono rivolte ad alcun servizio sanitario, sociale o di sicurezza dopo aver subito abusi da parte del partner3; tre su quattro pensano che la violenza sia comune nel proprio Paese.

Le misure che possono servire ad affrontare la violenza contro le donne si riferiscono a: la direttiva UE sulle vittime (2012/29/UE) e la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul). La direttiva UE sulle vittime, adottata nel 2012, stabilisce norme minime in materia di diritti, protezione e assistenza delle vittime di reati nell’UE (nello specifico alle vittime di violenza di genere, violenza sessuale e violenza in una relazione stretta).

La Convenzione di Istanbul, adottata dal Consiglio d’Europa nel 2011, è il primo
strumento regionale giuridicamente vincolante ad affrontare in maniera globale diverse forme di violenza contro le donne, da quella psicologica agli atti persecutori, dalla violenza fisica e molestie alla violenza sessuale. La Convenzione è entrata in vigore con la ratifica di 10 Stati inclusi 8 Stati membri dell’Unione Europea.

La misura del fenomeno in Italia
Il Rapporto EURES del 2015 sul femminicidio in Italia è fondato sull’analisi dei casi relativi a tutti gli omicidi volontari con vittime donne censiti nel nostro Paese, senza alcuna esclusione su base anagrafica, per genere dell’autore, per ambito o movente noto. Partendo quindi da un universo di riferimento così definito, il Rapporto si snoda attraverso successivi livelli di approfondimento dedicati ai più significativi sottoinsiemi del fenomeno (il femminicidio nel contesto familiare e nei rapporti di coppia).

Il Rapporto si concentra sui casi censiti negli ultimi 5 anni (2010-2014), per evidenziare le caratteristiche e le tendenze più attuali del fenomeno, disponendo tuttavia di una casistica sufficiente a realizzare analisi approfondite sui suoi più rilevanti segmenti. Si rileva un’impressionante “regolarità” nel numero dei femminicidi: dagli anni Novanta gli omicidi, consumati in ambito familiare e nelle relazioni affettive, sono sostanzialmente invariati, mentre sono diminuiti in modo costante gli omicidi nel loro complesso.

Il record negativo dell’ultimo quinquennio si registra nel 2013 (179 donne uccise, pari al 35,7% del totale), seguito dal 31,9% delle vittime totali nel 2014, anno in cui il numero di casi (152) risulta tuttavia inferiore sia alla media dell’intero periodo sia ai singoli intervalli annuali considerati (rispetto al numero record del 2013 la flessione risulta pari a -15,1%).
Se viene considerato il solo contesto familiare, sono le donne a registrare un rischio significativamente superiore, con 3,7 vittime per milione di donne residenti rispetto a 2,4 rilevato tra gli uomini; il 77% delle donne vittime di omicidio risulta infatti uccisa per mano di un familiare/partner/ ex partner, mentre tale incidenza scende ad un ben più contenuto 21,9% tra le vittime maschili; conseguentemente, l’indice di rischio vittimogeno in contesti diversi da quello familiare (in particolare criminalità comune, criminalità organizzata, rapporti amicali, di lavoro o di vicinato), in cui matura il 78,1% degli omicidi vittime maschili ed appena il 23% di quelle femminili.

Come precedentemente accennato, disaggregando i dati in base all’area geografica negli ultimi 5 anni sono state le regioni del Nord a registrare il maggior numero di femminicidi (363, pari a 44,3% del totale italiano), seguite da quelle del Sud (291, pari al 35,5%) e del Centro (265 vittime, pari al 20,1%). In termini relativi è tuttavia il Sud (con 5,5 donne uccise per milione di residenti) a registrare il rischio più elevato, seguito dal Centro (5,4) e dal Nord (5,1).

Osservando tuttavia i dati disaggregati per singolo anno, emerge per le regioni del Centro un progressivo incremento del numero e dell’incidenza dei femminicidi (passati dal 19,1% del totale italiano nel 2010 al valore massimo del 28,9% nel 2014), mentre le regioni del Nord e del Sud hanno subito cambiamenti significativi nel corso degli anni, con un trend altalenante.
È interessante notare come negli ultimi due anni (2013 e 2014) la flessione dei femminicidi in Italia (-15,1% tra il 2013 e il 2014) si concentri solo al Sud, mentre aumentano al Nord e sono stabili al Centro. Per la prima volta il Centro ha più vittime del Sud. In termini relativi il 2014 rivela che il Centro Italia è l’area più interessata dal fenomeno, con un indice pari a 7 donne vittime di omicidio per milione di residenti, a fronte di 4,5 nel Nord e di 4 nelle regioni del Sud.

A livello regionale, nell’ultimo biennio appare interessante sottolineare la forte crescita del fenomeno in Lombardia, dove il numero di femminicidi è passato da 19 a 30. Questi sono aumentati inoltre anche in Toscana, Veneto, Basilicata, Sicilia e Liguria. In Piemonte, Val d’Aosta, Marche, Lazio e Sardegna invece rimangono sostanzialmente invariati; mentre nel resto del territorio italiano sono diminuiti.

Confrontando, infine, i valori del solo 2014 con quelli degli anni precedenti, si nota come le regioni che hanno avuto le diminuzioni più significative del fenomeno siano la Puglia, Calabria e Basilicata; mentre gli omicidi sono aumentati in Lombardia, Lazio, Toscana e Sicilia. Un rischio di incorrere in tale violenza è praticamente nullo in Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige e Molise, dove nel 2014 non c’è stato alcun omicidio di tale natura.

Il caso emblematico del Messico

Uno studio di caso a sé è quello del fenomeno del femminicidio in Messico. Negli anni ’90 una antropologa messicana di nome Marcela La- garde5 ha analizzato le violenze perpetuate sulle donne messicane individuando le cause della loro marginalizzazione in una cultura machista6 e in una società che non dà tutele dal punto di vista giuridico, con indagini lasciate pendere e con lo stupro coniugale non considerato come reato. La- garde è la teorica del termine femminicidio. In esso, oltre all’omicidio, racchiude anche tutte le discriminazioni e pressioni psicologiche di cui una donna può essere vittima.

Lo definisce così: “La forma estrema di violenza di genere contro le donne – scrive Lagarde – prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa”.

Secondo le Nazioni Unite il 39% delle donne messicane hanno subito, in tutto l’arco della loro vita, violenza sessuale e solo poche di loro hanno ricevuto l’attenzione e la giustizia che meriterebbero. Secondo quanto dichiarato dalle Nazioni Unite, il Messico risulta uno dei Paesi latinoamericani con il maggior numero di casi di violenza sessuale a carattere machista. Sulla base di queste fonti, la popolazione femminile del Paese soffre o si trova costantemente esposta a questo tipo di violenza.

Secondo l’Osservatorio nazionale sul femminicidio solo il 24% dei 3.892 casi avvenuti tra il 2012 e al 2013 sono stati oggetto di indagine. I genitori delle vittime propongono di raccogliere tutte le informazioni per monitorare il fenomeno e spingere le autorità a combatterlo, anche se un’iniziativa del genere è già fallita nel 2007.

La violenza di genere non può essere identificata come una componente nuova nella storia dell’uomo, ma può essere riconosciuta tale se considerata in qualità di oggetto di studio e di ricerca sociologica e la lotta per il suo contrasto socialmente legittimata. La violenza di genere si esprime con forme diverse, in contesti geografici, culturali ed economici anche molto differenti, ma risulta essere sempre animata dal medesimo scopo. Come sottolinea Sheila Henderson1 :

“La violenza maschile contro donne e bambine serve a mantenere il controllo ed è legata allo squilibrio di potere tra i generi nella nostra società” 1.1 Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne, ONU 1993 La Dichiarazione sull’ eliminazione della violenza contro le donne adottata senza voto da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 dicembre 1993, contiene la definizione maggiormente utilizzata di violenza contro le donne. 1 Rapporto presentato al Comitato per l’ eguaglianza tra donne e uomini, Consiglio d’Europa. Sheila Henderson, 1997.

L’ articolo 1 identifica la violenza contro le donne come: ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata In questo primo approccio al problema, vengono messe in evidenza le sfere principali appartenenti alla vita della donna che vengono violate : la sfera fisica, quella psicologica e quella sessuale. L’ articolo 2 si preoccupa di individuare i contesti entro i quali matura la violenza di genere: a) La violenza fisica, sessuale e psicologica che avviene in famiglia, incluse le percosse, l’ abuso sessuale delle bambine nel luogo domestico, la violenza legata alla dote, lo stupro da parte del marito, le mutilazioni genitali femminili e altre pratiche tradizionali dannose per le donne, la violenza non maritale e la violenza legata allo sfruttamento; b) .

La violenza fisica, sessuale e psicologica che avviene all’interno della comunità nel suo complesso, incluso lo stupro, l’ abuso sessuale, la molestia sessuale e l’intimidazione sul posto di lavoro, negli istituti educativi e altrove, il traffico delle donne e la prostituzione forzata; 21 c) La violenza fisica, sessuale e psicologica perpetrata o condotta dallo Stato, ovunque essa accada L’ articolo 2 definisce quindi i tre ambienti entro i quali la violenza contro le donne si consuma. Il primo è quello più intimo che vede nelle mura domestiche lo scenario d’ azione; la famiglia, come vedremo più avanti, non sempre rappresenta il nido sicuro entro il quale la donna può sentirsi protetta. Citando Patrizia Romito: “Per violenza domestica si intende una serie continua di azioni diverse ma caratterizzate da uno scopo comune: il dominio, attraverso violenze psicologiche, economiche, fisiche e sessuali, di un partner sull’ altro” 2 Nonostante alcune polemiche al riguardo, la violenza domestica riguarda nella quasi totalità dei casi la violenza operata dall’uomo ai danni della donna. Facendo un piccolo passo in avanti nell’indagine è possibile riconoscere anche nelle strutture sociali forme di violenza più o meno legittimate e condivise. Si parla di traffici di donne, di schiave del sesso ma anche di molestie sul luogo di lavoro. Nell’ultima parte del secondo articolo, l’ONU si preoccupa 2 Romito P., 2005, Un silenzio assordante. La violenza occultata su donne e minori, pp. 23 22 di condannare anche tutte quelle forme di violenza di genere legittimate dagli Stati, ovunque essi si trovino.

Oggi si celebra la giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. In Italia, nei primi dieci mesi del 2016, ogni due giorni una donna viene uccisa. Sono infatti 116 i femminicidi registrati dal 1° gennaio al 31 ottobre 2016, solo 4 in meno rispetto ai 120 dello stesso periodo dell’anno passato ( -3,3%). Lo racconta l’indagine “Caratteristiche, dinamiche e profili di rischio del femminicidio in Italia. Le tendenze 2016” realizzato dall’Istituto EURES Ricerche economiche e sociali.

Metà dei femminicidi è avvenuta nel nord del Paese, con la Lombardia a conquistare il triste primato con 20 omicidi, pari al 17,2% del totale, seguita da Veneto (13), Campania (12), Emila-Romagna (12) e Toscana (11). Nessuno, invece, registrato in Basilicata, Marche e Molise. In generale rispetto al 2015, si legge nell’indagine EURES, l’aumento più pronunciato si è registrato al Centro, dove si è passati da 15 a 23 femminicidi (variazione del 53,3%) e al Nord, con una variazione del 26,5%. Al Sud, invece, la maggiore variazione negativa: -44,6%.

Le cause principali del femminicidio vanno ricercate nei rapporti burrascosi e violenti. La lite e i dissapori nella coppia sono quindi i primi moventi, seguiti da quello passionale. Ma a colpire è la statistiche indica in 14 le donne uccise perché disabili o malate. In questo numero rientrano anche i cosiddetti omicidi compassionevoli, “in cui è tuttavia l’incapacità dell’uomo di prendersi cura della propria compagna, più che il sollievo dal male, ad armare la mano dell’omicida”, si può leggere nel documento.

Anche nel 2016 la famiglia (con 88 donne uccise, pari al 75,9% del totale), si conferma principale contesto omicidiario, in linea con quanto rilevato da tutte le precedenti analisi. Decisamente meno frequenti risultano i femminicidi tra conoscenti/infragruppo (6%), quelli consumati nell’ambito della criminalità comune (4,3%), quelli scaturiti da conflitti di vicinato (2,6%), all’interno di rapporti economici o di lavoro (1,7%). Un unico caso – quello di una prostituta di 47 anni seviziata e uccisa in provincia di Bologna – è ascrivibile a un serial killer. Tra gli 88 femminicidi familiari consumati tra gennaio ed ottobre, ben il 69,7% è avvenuto all’interno di un rapporto di coppia: 43 donne sono state uccise dal coniuge/convivente; 15 da un ex coniuge/ex partner e 2 da un partner/amante non convivente. Tra le altre figure familiari, quelle più “a rischio” sono le madri, con 14 vittime, pari al 16,3% del totale, nel 2016, seguite, con ampi scarti, dalle figlie (5 vittime).

 “I dati confermano purtroppo che il trend continua ad essere costante e che, ciò nonostante, è calata l’attenzione da parte della politica, che tende a privilegiare tematiche referendarie da mesi, senza curarsi di mettere in cantiere misure di contrasto a questo triste primato – afferma l’avvocato Lorenzo Puglisi, Presidente e fondatore dell’associazione SOS Stalking – È importante che le donne imparino a riconoscere le situazioni a rischio: anche piccole avvisaglie fatte di minacce, insulti o comportamenti sopra le righe, devono costituire spie di allarme. Per questo è necessario coltivare un’imponente opera di prevenzione istruendo i giovani all’empatia e all’educazione sentimentale già dai primi anni di scuola. Solo così si può alimentare la speranza che in futuro i numeri calino sensibilmente”.

Donne che vedono la propria vita sconvolta o insidiata da minacce, percosse, molestie, stalking, ricatti, mutilazioni, lesioni permanenti. I motivi sono i più disparati, persino religiosi, come nel caso dell’infibulazione, fino ad arrivare alla morte, per mano del proprio fidanzato, amante, compagno, o marito per quello che ancora viene definito un “delitto d’amore”, un “raptus”, un “atto di gelosia”, mal celando una gigantesca mistificazione che considera una sfumatura, seppur estrema, dell’amore un atto violento, consumato spesso proprio dove ci si dovrebbe sentire più protette, in famiglia. Mistificazione che uccide spesso la donna per la seconda volta, raccontandone la storia in maniera distorta, in cui gli assassini vengono descritti come “gelosi”, “innamorati”, e dunque in preda ad un raptus, mentre delle donne viene data una rappresentazione stereotipata, che sottintende sempre una responsabilità delle stesse, quasi se la fossero cercata la morte, per aver tradito, respinto o esasperato l’uomo o, più banalmente, per aver ostentato troppa indipendenza, troppa autonomia, troppa bellezza ….troppo qualcosa.

La domanda però è: troppo rispetto a cosa? Rispetto all’idea di una donna che deve stare al suo posto. Ma qual è il posto della donna? Oggi lo chiediamo a Susanna Camusso, Eleonora Andreatta, Benedetta Tobagi, a Luisa Betti, a Rita Del Prete, a Lunetta Savino, donne impegnate, ognuna per il proprio ruolo, nella costruzione di una società e di una cultura che sappia riconoscere dove si annidano le discriminazioni, dove il sopruso fa il suo ingresso prima che diventi violenza. E lo chiediamo anche a Gad Lerner, giornalista e uomo di cultura, da qualche mese componente del comitato editoriale Laeffe, un canale del digitale terrestre che vuole distinguersi per la qualità dei suoi prodotti culturali. Insieme a loro vogliamo parlare dei luoghi comuni e degli stereotipi, che rappresentano la prima violenza sulle donne, che vengono veicolati quotidianamente e capillarmente, segnali che omologano e diffondono idee e comportamenti discriminatori e sessisti. Se un uomo uccide allora è per troppo amore, perché disperato per aver perso il lavoro e quindi fragile al punto di compiere un atto folle, salvo poi scoprire che ad esempio, citando il Rapporto Ombra presentato dalla Piattaforma Cedaw a New York nel 2011: «I media spesso presentano gli autori di femmicidio come vittime di raptus e follia omicida, ingenerando nell’opinione pubblica la falsa idea che i femmicidi vengano perlopiù commessi da persone portatrici di disagi psicologici o preda di attacchi di aggressività improvvisa.

Al contrario, negli ultimi 5 anni meno del 10% di femmicidi è stato commesso a causa di patologie psichiatriche o altre forme di malattie e meno del 10% è stato commesso per liti legate a problemi economici o lavorativi». La violenza nasce infatti in ogni contesto sociale. Anche l’avvocato picchia, sfregia con l’acido o uccide la propria compagna esattamente come l’operaio o il disoccupato. La violenza maschile contro le donne non è un fenomeno né nuovo né solo italiano. Secondo quanto riportato dall’Onu 7 donne su 10 subiscono nel mondo violenza nel corso della vita, ma cosa ancor più grave è che 600 milioni di donne vivono in nazioni che non considerano questa violenza un reato. E’ un’emergenza sociale per tutto il pianeta, motivo per cui organi internazionali come le Nazioni Unite e il Consiglio d’Europa hanno sentito il bisogno di delineare chiaramente sia i termini in cui questa violenza si manifesta, sia le forme di contrasto. La ratifica nel nostro Paese della Convenzione di Istanbul rappresenta in tal senso un passaggio importante, perché sebbene sia necessario arrivare a 10 ratifiche in altrettanti Paesi europei per renderla vincolante, rappresenta già la più straordinaria piattaforma sugli stereotipi mai scritta, contenente indicazioni su che fare a partire dalla prevenzione.

Una piattaforma che finalmente lancia segnali giusti e nella giusta direzione, che definisce la violenza sulle donne come “violazione dei diritti umani” e come “una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano, o sono suscettibili di provocare, danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata». Il cambiamento potrà essere reale solo quando si riconoscerà e si ricercherà l’uguaglianza quale elemento chiave per prevenire la violenza. Sempre la Convenzione dice: “Le Parti incoraggiano il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità.” Un ruolo e una responsabilità precisa vengono dunque riconosciuti, per la prima volta con questa chiarezza, al sistema mediatico nel suo insieme. E, aggiungiamo noi, al servizio pubblico in particolare.

Si è responsabili dei segnali che si mandano, si è responsabili delle parole che si usano, si è responsabili delle immagini che si scelgono. Le donne devono essere rappresentate così come sono realmente, ciascuna con le sue caratteristiche di individuo non riassumibili semplicemente nell’essere madri, mogli, compagne, single, giovani o anziane, più o meno belle, con le rughe o qualche chilo in più. Donne forti o fragili, impegnate o frivole, dottoresse, direttrici, impiegate, commesse, casalinghe, operaie…donne normali appunto, per correggere quella distorsione che vede in una certa rappresentazione femminile, fatta di vallette e veline pressoché mute o di spot pubblicitari imbarazzanti, un continuo riferimento a ruoli definiti e stereotipati, che sono l’humus su cui proliferano la discriminazione e la violenza di genere. I mass media raggiungono tutti. Spesso rappresentano, per chi ha scarse capacità o possibilità relazionali, l’unica finestra sul mondo. Se pensiamo poi a quanto tv e web influenzino la formazione delle coscienze, soprattutto dei più giovani, comprendiamo quanto sia indispensabile inviare segnali che spingano al rispetto e vadano nella direzione dell’affermarsi di un equilibrio di genere, in ogni ambito della nostra vita.

E’ indispensabile chiudere dunque con l’epoca delle donne oggetto, proposte come tali più o meno subdolamente, che insinuano ed alimentano l’idea che anche nel privato, come nello schermo la donna possa essere una “cosa” di cui disporre, una proprietà – inconcepibile dunque che possa immaginare di allontanarsi! Anche come l’informazione, troppo spesso, racconta la violenza sulle donne, rafforza questa idea. Se è evidente ormai che il problema della violenza è strutturale, il modo di dare l’informazione e la narrazione mediatica di questa violenza, può rappresentare uno dei fattori principali per il cambiamento. Nelle ultime settimane, tutti i giornali e i telegiornali, hanno parlato del cosiddetto caso delle “Baby prostitute”. Baby prostitute, baby escort, ragazze doccia, sono solo alcune delle definizioni usate, parole che si fissano nella mente, che sottintendono e ci abituano all’idea che fin da piccole, queste giovani donne, hanno manifestato forse la loro vera indole. Ma io mi chiedo, se è normale parlare di “baby squillo”, perché allora non si dice, uso una provocazione forte, “maxi pervertiti” in riferimento agli uomini, spesso padri di famiglia, che con quelle bambine andavano?! Perché è considerato normale usare una terminologia sessuata per riferirsi a queste ragazzine, poco più che bambine? E dove sono i padri in questa vicenda? Sappiamo tutto di queste ragazzine, perché la morbosità del racconto ha vinto su tutto, sono stati intervistati gli amici, i vicini, la madre di spalle, sono state fatte le riprese fuori dalla loro scuola.

Quale privacy è stata rispettata? E di questi uomini, i clienti, quale familiare è stato intervistato? Quale collega? Quale ufficio è stato ripreso dall’esterno? Nessuno. Perché ancora una volta lo stereotipo ha vinto sulla notizia vera: che uomini, evidentemente disturbati, utilizzavano come prostitute delle ragazzine. Questo è solo un esempio tra tanti, ma serve per dire che se vogliono e devono contribuire al necessario avanzamento culturale del Paese, i mass media, e la Rai in particolare, devono contribuire ad orientare e formare l’opinione pubblica per migliorare e non aggravare l’immagine che si ha delle donne. Devono lanciare segnali che combattano la discriminazione e la violenza. La cultura non è una cosa astratta, la cultura siamo e la facciamo noi, ognuno per il suo ruolo. Per questo abbiamo immaginato l’appuntamento di oggi, per condividere e alimentare l’idea che la cultura è una leva potente per cambiare. Ma che cambiare la cultura, significa prima di tutto cambiare il modo di pensare.

L’obiettivo che ci poniamo è quello di raggiungere l’uguaglianza quale elemento chiave per prevenire la violenza, ma questa uguaglianza allora dobbiamo provare a rappresentarla, con esempi concreti che propongano una idea alternativa a quella cui siamo nocivamente assuefatti. In questa direzione si è mossa la RAI, con scelte editoriali che abbiamo particolarmente apprezzato. Scegliere di non riproporre Miss Italia e contemporaneamente dare il via ad una serie di fiction che puntano alla rappresentazione di donne forti, impegnate è un segnale importante. Mi preme evidenziare che entrambe le iniziative nascono su input di due donne: la Presidente Anna Maria Tarantola e la direttrice di Rai Fiction Eleonora Andreatta.

E lo dico per sottolineare il fatto che la partecipazione delle donne a tutti i livelli rappresenta la precondizione essenziale per determinare il cambiamento culturale della società. Contemporaneamente, però, devo registrare il fatto che nel testo in discussione del nuovo contratto di servizio 2013 – 2015, in controtendenza con gli impegni assunti dalla Rai, la questione di genere risulta eccessivamente semplificata e diluita con tante altre, il che appiattisce l’impegno del servizio pubblico nei confronti della lotta alla discriminazione e alla violenza di genere dentro più generiche buone intenzioni. Ecco, forse nell’epoca in cui gli episodi di femminicidio sono presenti nelle cronache nazionali quasi quotidianamente, sarebbe più giusto optare per una “puntualizzazione” più che per una semplificazione, articolando meglio le azioni che la concessionaria del servizio pubblico dovrà adottare, a partire dagli strumenti messi a disposizione per realizzare concretamente quanto enunciato come principi generali. Noi siamo il sindacato, abbiamo l’obbligo di occuparci della coerenza dei comportamenti, propri e delle controparti nei luoghi di lavoro.

La Rai in questo senso rappresenta per noi un’impresa dentro la quale vivono relazioni di lavoro, relazioni sindacali. Anche al suo interno, così come in tutte le altre aziende, è necessario lavorare insieme per rafforzare quella necessaria inscindibilità tra il “dire” e il “fare” che rimane forse il criterio principale col quale si misurano le nostre rispettive credibilità. Le donne della CGIL l’anno scorso hanno fatto un lungo percorso che abbiamo chiamato “le donne cambiano…” percorso dentro il quale la Slc si è posta un obiettivo preciso, quello di “chiedere alle istituzioni, alle aziende e agli organi dei giornalisti di intervenire con misure più stringenti e persuasive per il rispetto della dignità della persona –e in particolare della donna- nell’esercizio dell’attività giornalistica, nell’ambito della comunicazione pubblicitaria e nella programmazione televisiva”, perché “se metà del mondo è considerata come corpo, come soggetto possedibile e non come soggetto di cittadinanza” il nostro Paese, ma purtroppo non da solo, ha un gravissimo vuoto di democrazia che non possiamo considerare completamente sanato dalla legge contro il femminicidio recentemente approvata.

La nostra organizzazione ha chiesto, all’indomani della sua approvazione, che si affrontasse il tema della violenza contro le donne in modo più organico e strutturale; dunque con il pieno coinvolgimento di tutti gli attori interessati comprese le parti sociali e il mondo dell’associazionismo civile, prevedendo un’adeguata copertura finanziaria senza la quale si rischia di non mettere in condizione di operare davvero, e con certezza, i centri antiviolenza, le case-lavoro, e tutte le strutture che accompagnano le donne a ritrovare la propria autonomia. Le donne che subiscono violenza, quando rompono quel muro di indifferenza e silenzio, devono avere la certezza di essere adeguatamente protette. (Nel 2012 più di un milione di donne ha subito atti di violenza, ma solo il 7,2% delle vittime ha denunciato l’accaduto.) Però dobbiamo dirci con franchezza che affrontare il tema dal punto di vista repressivo, sebbene sia necessario, non è sufficiente. Per questo motivo, oggi, vogliamo interrogarci su quale è il contributo che noi possiamo dare per fermare questa spirale di violenza lavorando sulla prevenzione. Nominare un fenomeno è attestare la sua esistenza, è il primo passo verso la consapevolezza che quando parliamo di femminicidio indichiamo una realtà precisa e differente dagli altri fenomeni violenti.

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