Johnny Lo Zingaro, ergastolano in semilibertà evade: Potrebbe essere già fuggito in Francia

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Da ieri mattina, ovvero da quando ha lasciato il carcere piemontese di Fossano in provincia di Cuneo, non si hanno più notizie di Giuseppe Mastini Vergassola, ergastolano cinquantasettenne conosciuto come Johnny lo zingaro.

L’uomo si trovava in semilibertà e pare non si sia presentato al lavoro a Cairo Montenotte in provincia di Savona e le forze dell’ordine hanno cominciato a cercarlo, perché il reato di evasione scattasse formalmente soltanto dalle 19:30 di ieri sera. Mastini, ergastolano cinquantasettenne, dunque, ha fatto perdere le sue tracce nella mattinata di ieri dopo aver lasciato il carcere di Fossano; a carico dell’uomo, finito anche nell’inchiesta per la morte di Pasolini,  pare ci siano numerosi reati, a cominciare da una lunga serie di rapine e morti ammazzati.

Johnny Lo Zingaro pare fosse molto amico di Giuseppe Pelosi, amicizia che gli è valso anche il sospetto di essere stato il complice nell’omicidio di Pier Paolo Pasolini e secondo gli investigatori Pelosi, non ha agito da solo nell’omicidio del massacro all’Idroscalo di Ostia, nella notte tra l’uno e il 2 novembre del 1975 ma  Mastini ha sempre negato di aver aver avuto un ruolo in questa vicenda.

Il primo omicidio di Johnny risale a quando lo stesso aveva 14 anni e la vittima era Vittorio Bigi, manovale dell’Atac che gli diede un passaggio e morì con un colpo di pistola in testa; in quell’occasione Mastini finì in carcere ancora giovane per aver ucciso un tranviere e dal penitenziario pare sia evaso due volte prima da quello di Casal del Marmo e poi da quello dell’ isola di Pianosa. Nel 1983 venne arrestato di nuovo dopo una sparatoria con la polizia e 4 anni più tardi ottenne una licenza premio per una buona condotta e fu proprio durante questa licenza, ovvero nel febbraio del 1987, che diventò protagonista di sanguinose scorribande e si conclusero con la cattura anche della sua compagna Zaira Pochetti, la donna morta qualche anno dopo a causa di una lunga malattia.

Nel giorno della resa, Martini rubò diverse auto, rapinò benzinai, sequestrò una giovane ragazza di nome Silvia Leonardi, sparò contro una pattuglia di agenti uccidendo una guardia ovvero Michele Giraldi e ferì un brigadiere dei carabinieri Bruno Nolfi, poi si è arreso nelle campagne di Mentana circondato da gente carabinieri. Sulla vicenda si è espresso Leo Beneduci, segretario generale dell’Osapp, organizzazione sindacale autonomo polizia penitenziaria, il quale ha dichiarato che certi fatti dimostrano il degrado a cui sono giunte le istituzioni penitenziarie soprattutto laddove il buonismo fuori luogo applicato ad oltranza nei confronti dei detenuti, quale che ne sia la pericolosità arreca danno dal primo ai poliziotti penitenziari del tutto abbandonati a se stessi e poi agli inermi cittadini costretti a subire le conseguenze delle disfunzioni penitenziaria.

È evaso ancora, per la quarta volta. E il terrore è che torni a uccide e sparare come ha sempre fatto ogni volta che è fuggito. Giuseppe Mastini detto Johnny lo Zingaro – condannato all’ergastolo nel 1989 e rinchiuso nel carcere di Fossano – da ieri alle 19.30 (orario in cui sarebbe dovuto rientrare in cella) è ufficialmente evaso, non essendosi presentato (in mattinata) alla scuola di polizia penitenziaria di Cairo Monte- notte, in provincia di Savona, dove era stato assegnato dal tribunale di sorveglianza per svolgere un periodo di lavoro esterno. E così si apre una nuova, inquietante, pagina legata al criminale, 57 anni, nato a Bergamo da una famiglia di giostrai di etnia sinti, protagonista della cronaca nera negli anni ’70 e ’80 per una lunga serie discuccisioni e per essere stato indagato per la morte di Pier Paolo Pasolini in seguito alla sua amicizia con Giuseppe Pelosi, l’uomo condannato per l’omicidio.

Johnny lo Zingaro ha iniziato a delinquere molto presto. Trasferitosi a Roma con i genitori a 10 anni – risiedeva in una roulotte e si occupava della gestione delle giostre – ha frequentato la criminalità giovanile del Tiburtino distinguendosi a 11 anni per un furto e una sparatoria – che l’ha lasciato claudicante – con la Polizia. Il primo omicidio a 15 anni. Il baby Mastini, con un amico, ha rapinato (un orologio e 10mila lire) un autista di tram, ma nel caos sono partiti due colpi di pistola che hanno ucciso l’uomo. Dopo una settimana l’arresto e il trasferimento nel carcere di Casal del Marmo.

Dove Johnny è evaso. Ripreso, è stato portato nel carcere di Pianosa. Dove è fuggito nuovamente. Latitante fino al 1983, lo Zingaro è stato arrestato dopo una sparatoria con la polizia, portato dietro le sbarre, processato e condannato a 15 anni. Già, ma lui non è cambiato anche se qualcuno ci aveva creduto. Perché nel febbraio del 1987, dopo aver ricevuto una licenzia premio per buona condotta, Mastini è sparito. Tanto per cambiare. E nella sua latitanza ha scatenato il finimondo.

In 24 ore Johnny ha impegnato le forze di polizia in una clamorosa caccia all’uomo: ha rubato diverse auto, rapinato benzinai, sequestrato una ragazza (Silvia Leonardi), sparato contro una pattuglia di agenti uccidendo la guardia Michele Giraldi, e ferito un brigadiere dei carabinieri (Bruno Nolfi). Si è arreso nelle campagne di Mentana («Non ricordo un gran che di quella sera – ha spiegato in un’intervista – Ero completamente fatto di whisky, tavor e cocaina. Dicevo tra me: “Qui mi sparano tutti addosso!”»), circondato da agenti e carabinieri. Condannato all’ergastolo, stava scontando la pena nel carcere di Fossano. Fino alla fuga di ieri che ha creato non poche (e giuste) polemiche. Come quella di Leo Beneduci, segretario generale dell’Osap (sindacato di polizia penitenziaria): «Certi fatti dimostrano il degrado a cui sono giunte le istituzioni penitenziarie soprattutto laddove il buonismo fuori luogo applicato ad oltranza nei confronti dei detenuti quale che ne sia la pericolosità arreca danno dapprima ai poliziotti penitenziari del tutto abbandonati a loro stessi e poi agli inermi cittadini costretti a subire le conseguenze delle disfunzioni penitenziarie».

Genova, andiamo alla stazione. Quella di Brignole», dice al tassista stranito. Siamo a Fossano (sempre alla stazione), ma vicino a Cuneo. Da qui a Brignole sono 144 chilometri. Un’ora e 41 minuti di strada.

Niente d’impossible, ci mancherebbe. Se non fosse però che l’uomo seduto dietro, camicia bianco- blu a quadri grossi e pantaloni scuri, viene dalla galera vicina. Casa di reclusione di Fossano, via San Giovanni Bosco 48. Il tizio in questione avrebbe dovuto prendere il treno e andare a lavorare alla scuola di polizia penitenziaria di Cairo Monte- notte, per poi rientrare in cella entro le 21. Come vuole il permesso firmato dal magistrato di sorveglianza. Lui invece ha in testa di scappare. Non rientrerà. L’uomo accomodatosi sul taxi è, da quel momento, un evaso. Per giunta non qualunque.

Il suo nome vero, Giuseppe Mazzini, lo consocono in pochi. Quasi tutti però sanno chi è Johnny lo Zingaro:ergastolano, rapinatore, sequestratore, pluriomicida, plurievaso. Un pedigree banditesco e malavitoso rimbalzato, insieme con le sue mille imprese sanguinarie, nelle cronache degli anni Ottante. Dal tranviere assassinato quando aveva 15 anni, al poliziotto freddato a 35, fino ai sospetti di un coinvolgimento nell’omicidio Pasolini, Johnny lo zingaro è per chi lo conosce da vicino un «analfabeta e disadattato dall’indole feroce, uno capace di mostrare pietà per le sue vittime soltanto quando è tardi. Feddo e spietato, se gli si dà la possibilità, è sempre il primo asparare».

Nel 2014 (12 marzo), prima di uscire in permesso premio e andare a un concerto rock a Roma, dice al compagno di cella: «Una volta fuori vorrei vendicarmi di questa società che mi ha maltrattato!».

Il tassista che lo ha portato a Genova lo ha riconosciuto. ed è andato alla polizia. Tremando al pensiero di quei 150 chilometri condivisi col bandito in fuga, muto e pronto a tutto.
Ora è un fantasma come lo era stato tante altre volte. Quattro evasioni riuscite, una decina quelle tentate nella lunga- carriera criminale. «Spero rientri e spieghi perché lo ha fatto» dice l’avvocato difensore Enrico Ugolini, che assicura fosse un detenuto dalla condotta da «encomio».

Voleva cambiare vita, Jhonny lo Zingaro e, aggiunge il legale, «era convinto di avere pagato a sufficienza per i reati commessi». Le sue tracce si perdono davanti alla stazione di Genova Brignole, dopo avere salutato i tre compagni di cella lasciati a Fossano. Loro sono andati a Cairo Montenotte. Rientrati in prigione la sera, hanno giurato di non essersi accorti che Johnny non era salito sul treno con loro, per andare a lavorare insieme.

Le telecamere lo riprendono alla stazione genovese, cammina senza fretta, prima di sparire dal raggio. Per la polizia penitenziaria di Fossano, agli ordini del comandante Eraclio Seda, potrebbe avere preso un treno per Roma dove la sua famiglia di giostrai sinti si era trasferita da Bergamo, quando lui aveva dieci anni. O forse è già arrivato in Francia, dove qualcuno può averlo aspettato. Magari una donna, o chissà se un vecchio amico o un ex detenuto conosciuto in una delle tante prigioni (da Pianosa a Badu ‘e Carros passando per Voghera) in cui è ha fatto tappa negli anni. Certo di Johnny, più fuggitivo che Zingaro, si sa che è uno «sregolato disposto a tutto», come dicono gli investigatori che hanno avuto a che fare con lui, «e va catturato, prima che possa fare male».

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