Caffè come viagra, evita di fare cilecca al letto: tre tazzine contro la disfunzione erettile

Il caffè migliora la vita sessuale degli uomini: fino a tre tazzine al giorno si contrasta la disfunzione erettile. Ma non solo. Ecco i consigli alimentari degli esperti. Dieta mediterranea, tanta attività fisica e almeno tre tazzine al giorno della bevanda calda più amata: è questo che suggeriscono i portavoce della Società Italiana di Andrologia SIA

I ricercatori spiegano che responsabile di questo ‘effetto viagra naturale’ è la caffeina che agisce da inibitore aspecifico della fosfodiesterasi, proprio come fa il viagra: così facendo favorisce l’afflusso del sangue nei corpi cavernosi del pene inducendo così l’erezione. La caffeina aumenta la concentrazione del Gmp ciclico messaggero del segnale di vasodilatazione e di rilassamento del tessuto erettile.

Lunga vita al caffè allora, capace sì di mantenerci attenti, ma a quanto pare anche di svegliarci la passione! Questo meccanismo, secondo l’esperto, “comporta la riduzione fino a un terzo del rischio di disfunzione erettile in chi consuma fino a tre tazzine di caffè al giorno rispetto a chi non beve caffè o ne beve una quantità superiore”. Oltre a seguire una dieta sana, chi vuole scongiurare il ‘flop’ in camera da letto non deve trascurare l’esercizio fisico, perché “la sedentarietà è una minaccia per la salute sessuale maschile”. Secondo Andrea Salonia, consigliere Sia nonché docente associato di Urologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, a giocare un ruolo attivo nel consentire una più agevole paternità sarebbe anche un’attività fisica regolare. Si tratta di un’app scaricabile gratuitamente su tutti gli smartphone, per aiutare gli uomini a monitorare la quantità di moto giornaliera attraverso la conta dei passi. Non solo caffè.

La caffeina non è l’unica sostanza che ingeriamo che fa bene alla salute sessuale. Ebbene, il test della disfunzione erettile eseguito prima e dopo l’incremento dell’attività motoria ha mostrato che dopo tre mesi uno su due è riuscito a muoversi di più e a migliorare la propria disfunzione erettile, il 16% è tornato addirittura a un’erezione normale. Un contributo importante allo stile di vita sano viene anche dalla dieta mediterranea: i cibi alleati sono agrumi, pomodori, carote e verdure a foglia verde, che contengono antiossidanti e vitamine, ma anche uova, fagioli, latticini scremati, frutta secca e pesce, in grado di migliorare la qualità del seme e ridurre i danni al dna degli spermatozoi. Chi beve caffè è più felice: studi hanno suggerito che coloro che bevono caffè sono più felici di quelli che non lo bevono.il caffè effettivamente stimola le ghiandole che scatenano la felicità e avere un partner sessuale felice migliora sicuramente la prestazione. Si può arricchire la dieta mediterranea con “l’avocado, che favorisce l’equilibrio ormonale, o con le ostriche, che grazie allo zinco promuovono la produzione di testosterone”, conclude Scroppo.

Cos’è la caffeina? La caffeina è un composto chimico naturalmente presente in parti di piante come chicchi di caffè e cacao, foglie di tè, bacche di guaranà e noce di cola, e viene consumata dall’uomo da lungo tempo. Viene aggiunta normalmente a tutta una serie di alimenti come pasticceria al forno, gelati, dolci e bevande a base di cola. La caffeina è presente anche nelle cosiddette bevande energetiche insieme ad altri ingredienti come la taurina e il glucuronolattone. È inoltre presente assieme alla sinefrina anche in alcuni integratori alimentari venduti come dimagranti e miglioratori della prestazione sportiva. Anche alcuni farmaci e cosmetici contengono caffeina.

Nell’uomo il consumo di caffeina stimola il sistema nervoso centrale e, a dosi moderate, aumenta la lucidità mentale riducendo la sonnolenza.

Come metabolizza la caffeina il corpo umano? Se assunta oralmente, la caffeina viene assorbita rapidamente e completamente dall’organismo. Gli effetti stimolanti possono insorgere da 15 a 30 minuti dopo l’ingestione e permangono per alcune ore. Negli adulti l’emivita della caffeina, ovvero il tempo che l’organismo impiega a eliminare il 50% della caffeina, varia ampiamente a seconda di fattori quali l’età, il peso corporeo, la gravidanza, l’assunzione di farmaci e lo stato di salute del fegato. Negli adulti sani in media l’emivita è di circa quattro ore, con oscillazioni dalle due alle otto ore.

Che rischi si corrono? Tra gli effetti nocivi di breve termine su adulti e bambini possono verificarsi disturbi del sistema nervoso centrale come sonno interrotto, ansia e variazioni del comportamento. A lungo termine il consumo eccessivo di caffeina è stato associato a problemi cardiovascolari e, in donne gravide, a un ridotto sviluppo del feto.

Perché l’EFSA ha condotto questa valutazione del rischio? Alcuni Stati membri dell’UE hanno espresso riserve circa la sicurezza del consumo di caffeina da parte della popolazione in genere ma anche di gruppi particolari come adulti che svolgano attività fisica e individui che consumino caffeina insieme ad alcol o sostanze presenti nelle bevande energetiche. La Commissione europea ha reagito chiedendo all’EFSA di valutare la sicurezza della caffeina.

Su cosa verte la valutazione? Il parere scientifico dell’EFSA esamina i possibili effetti nocivi sulla salute derivanti dal consumo di caffeina assunta da qualsiasi fonte alimentare, integratori compresi:

▶ nella popolazione sana in genere e in sottogruppi come bambini, adolescenti, adulti, anziani, donne in gravidanza e donne che allattano nonché individui che praticano attività fisica;

▶ in associazione con altre sostanze presenti nelle bevande energetiche (glucuronolattone e taurina), alcol o sinefrina. Non esamina gli eventuali effetti nocivi della caffeina:

▶ in gruppi della popolazione che presentano patologie;

▶ in associazione a farmaci e/o abuso di droghe;

▶ in associazione a dosi di alcol che di per se rappresentano un rischio per la salute (per esempio in caso di gravidanza o abuso di alcolici consumati in un breve lasso di tempo).

Quanta caffeina consumiamo? Le assunzioni quotidiane medie, pur variando a seconda degli Stati membri, sono comprese nelle seguenti fasce: Molto anziani (75 anni e più): 22-417 mg Anziani (65-75 anni): 23-362 mg Adulti (18-65 anni): 37-319 mg Adolescenti (10-18 anni): 0,4-1,4 mg/kg pc Bambini (3-10 anni): 0,2-2,0 mg/kg pc Bambini piccoli (12-36 mesi): 0-2,1 mg/kg pc Nella maggior parte delle indagini i cui dati sono confluiti nella banca dati EFSA sui consumi di alimenti (vedi tabella pagina seguente), la fonte predominante di caffeina per gli adulti era il caffè, rappresentando tra il 40% e il 94% dell’assunzione totale. In Irlanda e Regno Unito la fonte principale è risultata il tè, che rappresentava rispettivamente il 59% dell’assunzione totale di caffeina nel primo Paese e il 57% nel secondo. Ci sono grosse differenze tra i Paesi per quanto riguarda il contributo delle diverse fonti alimentari al totale della caffeina assunta dagli adolescenti. Il cioccolato è risultato essere la fonte numero uno in sei sondaggi, il caffè in quattro sondaggi, le bevande a base di cola in tre, e il tè in due. Nella maggior parte dei Paesi il cioccolato (che comprende anche le bevande a base di cacao) è stata la fonte principale di caffeina per i bambini dai 3 ai 10 anni, seguito da tè e bevande alla cola. Un motivo delle differenze nei livelli di consumo – a parte le abitudini culturali – è la concentrazione variabile di caffeina riscontrata in alcuni prodotti alimentari. Le concentrazioni nelle bevande a base di caffè dipendono dal processo produttivo, dalla varietà di chicchi di caffè usati e dalle modalità di preparazione (per es. caffè americano, espresso). I livelli riscontrati nelle bevande a base di cacao variano a seconda della quantità e del tipo di cacao usato dalle varie marche.

Quanta caffeina possiamo consumare senza correre rischi? Sulla base dei dati disponibili il gruppo di esperti scientifici dell’EFSA sui prodotti dietetici, la nutrizione e le allergie (NDA) è pervenuto alle seguenti conclusioni: Adulti

▶ Dosi singole di caffeina fino a 200 mg, circa 3 mg per kilogrammo di peso corporeo (mg/kg pc) da ogni fonte non destano preoccupazioni in termini di sicurezza per la popolazione adulta e sana in generale. Lo stesso quantitativo di caffeina non desta preoccupazioni neanche se consumato meno di due ore prima di intenso esercizio fisico in normali condizioni ambientali. Non sono disponibili studi su donne in gravidanza o soggetti di mezza età/anziani che svolgano esercizio fisico intenso.

▶ Dosi singole di 100 mg (circa 1,4 mg/kg pc) di caffeina possono influire sulla durata e sulla qualità del sonno in alcuni adulti, soprattutto se consumate poco prima di andare a dormire.

▶ L’assunzione di caffeina fino a 400 mg al giorno (circa 5,7 mg/kg pc al giorno), consumata nel corso della giornata, non pone problemi di sicurezza per gli adulti sani della popolazione in genere, fatta eccezione per le donne in gravidanza. Donne in gravidanza/che allattano Un quantitativo di caffeina sino a 200 mg al giorno, da ogni fonte, consumato nel corso della giornata, non desta preoccupazioni per la salute del feto. Bambini e adolescenti Le dosi singole di caffeina considerate non preoccupanti per gli adulti (3mg/kg pc al giorno) possono essere applicate anche ai bambini, in quanto la velocità alla quale bambini e adolescenti metabolizzano la caffeina è per lo meno pari a quella degli adulti, e gli studi disponibili sugli effetti acuti della caffeina su ansia e comportamento in bambini e adolescenti confermano tale livello. Per il consumo abituale di caffeina da parte di bambini e adolescenti viene proposto un livello di sicurezza di 3 mg/kg pc al giorno.

La caffeina provoca un effetto nocivo se consumata assieme ad altri componenti delle
“bevande energetiche” e/o con alcol?

▶ Il consumo di altri componenti delle “bevande energetiche” a concentrazioni normalmente presenti in tali bevande non influirebbe sulla sicurezza di dosi singole di caffeina sino a 200 mg.

 ▶ Un consumo di alcol a dosi sino a circa 0,65 g/kg pc, che porta ad avere un tenore di alcol nel sangue dello 0,08% circa (livello al quale in molti Paesi è interdetta la guida di autoveicoli) non influirebbe sulla sicurezza di dosi singole d i caffeina fino a 200 mg. Sino a tali livelli di assunzione è improbabile che la caffeina mascheri la percezione soggettiva di ebbrezza da alcol.

L’EFSA come ha calcolato i livelli di consumo? In primo luogo l’EFSA ha utilizzato un sondaggio condotto nel Regno Unito per calcolare i livelli di caffeina nei diversi prodotti alimentari. Questa indagine conteneva informazioni sulle concentrazioni di caffeina rinvenute in 400 campioni di tè (in foglie, in filtro, da distributori automatici e istantaneo) e caffè ( caffè filtro, da distributori automatici, caffè espresso e caffè solubile) preparati in casa, al lavoro o acquistati al bar e in altri punti vendita al dettaglio. Per gli alimenti nei quali l’indagine del Regno Unito non segnalava livelli di caffeina è stato usato un valore medio tratto da altre indagini rappresentative, ad eccezione delle “bevande energetiche”, per le quali è stata scelta la concentrazione di caffeina (320 mg per litro) della marca più diffusa. Si è quindi fatto ricorso alla banca dati EFSA sui consumi di alimenti per calcolare l’assunzione di caffeina tramite cibi e bevande. La banca dati contiene dati desunti da 39 indagini effettuate in 22 Paesi europei su 66 531 partecipanti. Tali indagini non riportano informazioni sul consumo di integratori alimentari contenenti caffeina. Per calcolare l’assunzione acuta di caffeina tramite “bevande energetiche” negli adulti è stata usata una relazione EFSA del 2013.

La caffeina è la sostanza psicoattiva più utilizzata al mondo. L’80% della popolazione mondiale assume caffeina quotidianamente con un intake medio pari a 200 mg (il contenuto di circa 2 tazzine di caffè)12. Socialmente riconosciuta come “stimolante”, la caffeina trova impiego soprattutto per il miglioramento delle funzioni cognitive e della performance fisica in generale3. Per queste prerogative, la caffeina è stata considerata a lungo una sostanza dopante bandita nelle competizioni sportive ufficiali (fino al 2004) e da sempre alla popolazione se ne raccomanda un’assunzione limitata, soprattutto su soggetti molto giovani o anziani e su soggetti a rischio di patologie cardiache. Recenti studi portano alla luce dati che fanno rivedere le storiche posizioni sugli effetti avversi della caffeina, sottolineando in certi casi come alcuni processi fisiologici possano essere resi più efficienti grazie all’uso di questa sostanza.

Fonti di caffeina e metabolismo

Caffeina è il nome comune della 1,3,7-trimetilxantina. È una molecola liposolubile presente naturalmente in numerose fonti alimentari (caffè, tè, cioccolata, matè, guaranà e noce di cola) e viene addizionata in molti energy drink e sport food. Il contenuto di caffeina in questi prodotti è molto variabile in relazione alla qualità e alla varietà delle materie prime d’origine e alle tecniche di preparazione (Tab. I)4. L’assorbimento della caffeina avviene rapidamente a livello intestinale e raggiunge il picco ematico a un’ora dalla sua assunzione. A livello epatico la caffeina viene metabolizzata in paraxantina (84%), teobromina (12%) e teofillina (4%), che in parte conservano le attività biologiche della caffeina. La caffeina ha un’emivita variabile compresa tra 3 e 6 ore ed è eliminata con le urine, in cui è possibile rintracciarla in forma invariata in quantità che oscillano tra il 3 e il 10% della dose ingerita.

Meccanismi d’azione ed effetti fisiologici

Non è ancora perfettamente chiaro il meccanismo attraverso il quale la caffeina è in grado di esercitare i suoi effetti, ma l’ipotesi più accreditata è la competizione con l’adenosina per il recettore A1 5-7. Tale recettore è presente sulle cellule del Sistema Nervoso Centrale (SNC), del muscolo scheletrico, del muscolo liscio e del tessuto adiposo 6. Il legame caffeina-recettore A1 genera un aumento dei livelli intracellulari di AMP ciclico (cAMP), con successivo aumento della concentrazione citoplasmatica di calcio e attivazione della pompa Na+/K+. Sembra, inoltre, che la caffeina inibisca l’enzima fosfodiesterasi, che trasforma il cAMP in 5’AMP, contribuendo attraverso un’altra via a mantenere gli elevati livelli intracellulari di cAMP. Gli effetti della caffeina sono fortemente condizionati dal suo consumo abituale essendo precoce la comparsa di fenomeni di tolleranza (dopo circa 5-6 giorni di assunzione regolare di caffeina). Le modalità di risposta si differenziano pertanto tra users (consumatori abituali di caffeina con assunzioni che superano i 300 mg/die) e non-users (soggetti la cui assunzione di caffeina è inferiore a 50 mg/die).

Effetti sul SNC

A livello neurochimico l’azione della caffeina si traduce in un aumento del rilascio di catecolammine  e p-endorfine, con effetti a livello centrale e periferico. È stato dimostrato in numerosi studi che la caffeina è in grado di implementare le capacità cognitive, con un miglioramento dello stato d’allerta, dei livelli di attenzione, della lucidità mentale e della memoria a breve termine, della capacità di concentrazione e azione decisionale anche in condizioni di sonno ridotto. Inoltre, si verifica un aumento della soglia del dolore e un rallentamento della comparsa del senso di fatica. Migliorano anche il tono dell’umore e l’autostima. In campo sportivo (entro certi limiti di dosaggio) si ottengono benefici prestativi per ciò che concerne il tempo di reazione, la coordinazione neuromuscolare, la precisione e la velocità del gesto, il controllo di palla, la percezione dello sforzo.

Effetti muscolari e prestazione sportiva

La caffeina stimola la contrattilità muscolare, soprattutto nelle attività di brevissima durata (inferiore ai 10 secondi) che utilizzano il metabolismo anaerobico alattacido (discipline di salto, lancio, tuffi, velocità, combattimento). Negli sport di durata compresa tra i 10-15 secondi fino a circa 3 minuti non si ottengono gli stessi benefici a causa della riduzione del pH (produzione di acido lattico) che sembra interferire con il meccanismo d’azione della caffeina. Nella maggior parte degli studi in campo sportivo le somministrazioni di caffeina oscillano tra i 3 e i 6 mg/kg. Assunzioni acute di oltre 9 mg/kg di caffeina oltre a non produrre più benefici apprezzabili sulla prestazione possono dar luogo a una serie di effetti avversi .

Effetti cardiovascolari

L’assunzione acuta di due o tre tazze di caffè provoca incrementi reversibili della pressione sistolica e diastolica a cui spesso si accompagna un lieve abbassamento della frequenza cardiaca. Il cambiamento dei parametri pressori è legato all’azione diretta della caffeina: a) sull’aumento della contrattilità e conducibilità miocardica; b) sull’aumento delle resistenze periferiche per vasocostrizione; c) sull’aumento del rilascio di adrenalina e noradrenalina. La riduzione della frequenza cardiaca è, invece, legata a un riflesso d’inibizione barocettivo che s’innesca in risposta all’aumento della pressione arteriosa 26. Nei bambini, pur essendo la caffeina normalmente sconsigliata, non si riscontrano effetti avversi per assunzioni inferiori a 3 mg/ kg di peso corporeo; quantità pari a 5 mg/kg causano, invece, aumenti della pressione a riposo  a cui si associano disturbi del sonno.

Effetti sul metabolismo glucidico e lipidico

La caffeina stimola la liberazione dei lipidi dai depositi adiposi. Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che tale mobilizzazione aumentasse l’ossidazione dei grassi a scopo energetico con conseguente risparmio di glicogeno. Purtroppo negli anni sono mancate dimostrazioni di una certa consistenza a sostegno di questa ipotesi. Una recente meta-analisi sull’argomento ha evidenziato come le variazioni dei livelli di glicogeno esercizio correlati (misurati attraverso biopsie muscolari) non siano significativamente diverse utilizzando caffeina rispetto a un placebo . Questo porta a considerare come sebbene la caffeina sia in grado di mobilizzare gli acidi grassi dai depositi adiposi ciò non necessariamente si possa tradurre in un loro maggiore utilizzo come combustibile biologico, con conseguente risparmio delle altre fonti energetiche.

Caffeina in condizioni particolari: sicurezza d’uso Caffeina e malattie cardiovascolari

Due studi di coorte, il Leisure World Cohort Study29 condotto su 13.624 soggetti anziani per la durata di 23 anni e \’Iowa Women’s Health Study30 condotto su 27.312 donne in postmenopausa per la durata di 15 anni, indicano come gli users possano ridurre il rischio di mortalità rispettivamente del 10 e del 20% rispetto ai non users. Altre indagini che hanno coinvolto complessivamente 128.493 soggetti (Health Professionals Follow-Up Study e Nurses’Health Study 31 non hanno riscontrato nessuna associazione tra consumo di caffè e patologie coronariche, facendo addirittura emergere un’associazione inversa tra assunzione cronica di caffè (users) e rischio d’infarto. Sull’associazione caffeina- ipertensione rimane ancora qualche perplessità. Due lavori in cui sono stati studiati complessivamente più di 160.000 soggetti per oltre 10 anni non hanno mostrato associazioni significative tra consumo di caffeina o caffè (users) e l’insorgenza d’ipertensione. Altre ricerche, sebbene giungano a simili conclusioni, sottolineano, tuttavia, come l’assunzione di caffeina induca aumenti acuti della pressione sistolica (tra +2,4 e +6,0 mmHg) e diasto- lica (tra +1,2 e +3,1 mmHg) 35 36 che pur essendo reversibili in poche ore possono essere controindicati in soggetti predisposti o che presentano già problemi d’ipertensione.

Caffeina e gravidanza

Nelle donne users si riscontra una riduzione della fertilità 37 38 e rimane controindicata la sua assunzione in gravidanza, essendo la caffeina capace di attraversare la placenta senza poi trovare sistemi in grado di metabolizzarla. Sebbene esistano studi che non evidenziano effetti negativi sul peso del neonato e sulla durata della gestazione consumando fino a un massimo di 3 tazzine al giorno di caffè, numerosi autori indicano come nelle users si possano riscontrare fenomeni d’inibizione della crescita fetale 40, con un aumento del rischio di aborto spontaneo già superando la soglia dei 200 mg/die di caffeina.

Caffeina e patologie psichiatriche

Gli users non hanno maggiore probabilità di sviluppare depressione, disturbi d’ansia, attacchi di panico, disturbi della personalità, dipendenza da alcool o abuso di droga rispetto ai non users. Tuttavia, la caffeina sembra esacerbare i sintomi di ansia in bambini e adolescenti affetti da depressione  e in adulti con attacchi di panico, disturbi della personalità e comportamenti antisociali.

Caffeina e patologie neurologiche

È stata osservata una ridotta incidenza di demenza in soggetti che assumono da 400 a 650 mg/die di caffeina rispetto a soggetti che ne assumono meno di 300 mg/die45. Altri studi riportano una riduzione del tremore associato al morbo di Parkinson 46 47, e sembra che un consumo moderato di caffeina (da 1 a 3 tazze al giorno) possa essere inversamente correlato con l’incidenza della malattia.

Caffeina e diabete

Nella maggior parte degli studi presenti in letteratura emerge una relazione inversa tra consumo di caffè e rischio di sviluppare diabete mellito di tipo 2 (DM2). Tale rischio si riduce progressivamente consumando fino a 6 tazze di caffè al giorno. Rimane da chiarire se questi dati debbano essere riferiti agli effetti della caffeina per se o se altri composti presenti nella miscela del caffè possono essere coinvolti nel ridurre il rischio di DM2 .

Conclusioni
In letteratura esiste un impressionante numero di studi riguardanti l’utilizzo di caffè nella popolazione umana. Di particolare rilievo è l’interesse verso il consumo di caffè quale fattore di rischio per malattia coronarica. Su questo argomento un abbondante numero d’indagini epidemiologiche dimostra come il consumo cronico di caffè non incrementi significativamente il rischio di sviluppare eventi coronarici nella popolazione generale, senza tuttavia escludere la possibilità che su soggetti particolarmente vulnerabili o in terapia farmacologica l’assunzione acuta di caffè possa dar luogo a effetti emodinamici e neurochimici indesiderati. Su soggetti sani, invece, e che non presentano le controindicazioni descritte, entro i limiti di dosaggio stabiliti l’assunzione anche quotidiana di caffeina può stimolare in maniera controllata, reversibile e positiva processi neuromuscolari, attività metaboliche e cognitive senza avere effetti considerabili avversi sull’organismo.

Beve troppa caffeina, a 16 anni si accascia a scuola e muore

Era un ragazzo in perfetta salute e senza nessun problema cardiaco ma Davis Cripe è stato stroncato da un attacco di cuore a soli 16 anni dopo aver bevuto in pochissimo tempo una massiccia dose di caffeina. È quanto ha accertato una perizia medico legale sul corpo dell’adolescente statunitense, deceduto improvvisamene nel mese scorso a Spring Hill, nello stato del Sud Carolina. Secondo il medico legale, infatti, il giovane era sano e non aveva preesistenti problemi cardiaci che potevano scatenare un attacco di cuore improvviso.

Il giovane si trovava a scuola, alla Spring Hill High School vicino a Chapin, quando si è improvvisamente sentito male accasciandosi a terra. Per lui inutili i successivi soccorsi medici da parte dei sanitari, è morto poco dopo durante il trasporto in ospedale. L’autopsia e le indagini successive hanno rivelato che Davis è morto per un sovradosaggio da caffeina dopo aver bevuto nelle ore precedenti al decesso bevande analcoliche, caffè e bevande energetiche in sequenza.

“Davis, come tanti altri ragazzi della sua età, stava facendo qualcosa che pensava fosse totalmente innocua e ha continuato a ingerire molta caffeina senza preoccuparsi, ma queste bevande possono essere molto pericolose perché la caffeina oltre una certa soglia può avere conseguenze terribili” ha spiegato il medico legale mettendo in guardia i ragazzi da simili comportamenti.

L’assunzione di caffeina facilita il rapporto d’amore

Dall’Università del Texas, emerge una notizia che ci lascia a bocca aperta, tale informazione è riportata sulla villetta rivista americana chiamata Plos One.

Tale scoperta riguarda proprio una nota bevanda assunta da milioni di italiani tutti i giorni, stiamo parlando della “caffeina”. Gli scienziati dopo una lunga ricerca sostengono l’ipotesi di assumere quotidianamente due tazzine di caffè al giorno, ossia l’equivalente di 85 e 170 mg di caffeina, aiuta la facilitazione della vita sessuale di coppia, favorendo per circa 40% la possibilità di erezione dell’organo genitale maschile.

Secondo gli esperti tale aspetto è dovuto dal fatto che la caffeina favorisce il rilassamento delle arterie del pene, aumentando, quindi, il flusso del sangue proprio nell’organo genitale dell’uomo. Ovviamente gli studiosi, per giungere a questa conclusione hanno elaborato dei dati. Studiando circa 4000 persone di sesso maschile, approfondendo con cura gli uomini affetti da obesità e ipertensione, noto, come già sappiamo, che coloro che soffrono di questi di disturbi, sono più a rischio dello sviluppo di disfunzione erettile. Valutando con cura la quantità di caffeina, thè, bibite gassate, bevande energetiche, assunte giornalmente da ogni singolo individuo, si conclude affermando, che l’assunzione della giusta dose di caffeina rende l’uomo a facilitare l’erezione del pene durante il rapporto amoroso.

La caffeina La caffeina, o 1,3,7-trimetilxantina, è un alcaloide di origine vegetale presente nelle foglie, nei semi e nei frutti di numerose piante e viene normalmente assunta attraverso la dieta dal consumo di caffè, di tè e di numerose bibite analcoliche. In tabella 1 è riassunta schematicamente la concentrazione di caffeina contenuta nelle principali bevande. La caffeina assunta attraverso queste bevande è senza dubbio il principale e più diffuso stimolante del sistema nervoso centrale con molteplici effetti sull’organismo, che si manifestano in modo diverso in relazione alla quantità assunta e che possono andare da un leggero aumento della pressione arteriosa, alla tachicardia, all’aumento dell’eccitabilità, all’insonnia, all’aumento della diuresi e della motilità gastrointestinale. La popolarità della caffeina è di fatto legata alle sue proprietà stimolanti ed eccitanti, che si manifestano generalmente con la diminuzione del senso di fatica e con l’incremento della capacità produttiva e un maggior resistenza allo sforzo psico-fisico.

Effetti farmacologici ed utilizzi terapeutici della caffeina

Sistema nervoso centrale

L’effetto stimolante della caffeina sul sistema nervoso centrale si manifesta in diversi modi: diminuendo la fatica, aumentando lo stato di vigilanza e la capacità lavorativa e stimolando il centro midollare del respiro. Quest’ultima azione è molto importante poiché ha permesso alla caffeina di essere utilizzata in alcuni stati patofisiologici come l’apnea della prematurità, che rappresenta una delle complicazioni più frequenti dei nati prematuri, nei soggetti con respiro di Cheyene-Stokes o nei casi di depressione respiratoria indotta da oppioidi. In questi casi, la caffeina è in grado di aumentare la sensibilità dei centri del respiro midollari all’azione stimolatoria della CO2 e di incrementare il volume della respirazione minuto. Nel trattamento dell’apnea della prematurità la caffeina ha dimostrato un’efficacia analoga alla teofillina, causando però minori effetti collaterali e senza presentare lo svantaggio di dover monitorare in maniera continuativa i livelli plasmatici del farmaco. Per la sua azione di stimolante del sistema nervoso centrale la caffeina è inoltre presente in numerosi composti analgesici; sembra infatti possedere proprietà analgesiche intrinseche in grado di modulare la componente affettiva del dolore e di attivare le vie centrali noradrenergiche, che costituiscono un sistema endogeno di soppressione del dolore. Per questo motivo sono disponibili sul mercato numerose specialità medicinali ad attività analgesica, alcune delle quali in vendita come farmaci da banco, contenenti caffeina in associazione a principi attivi come paracetamolo, acido acetilsalicilico, propifenazone ed ergotamina.

Effetti cardiovascolari

Gli effetti della caffeina sul sistema cardiovascolare sono dovuti all’aumento del rilascio di epinefrina e norepinefrina da parte della midollare del surrene e al prolungamento del loro effetto mediante l’inibizione della fosfodiesterasi dell’AMP (adenosin-monofostato) ciclico. L’AMP ciclico è infatti un prodotto cellulare, che viene sintetizzato all’interno della cellula in risposta agli stimoli di alcuni ormoni come l’adrenalina, che non sono in grado di attraversare la membrana cellulare e che si legano per questo motivo a recettori di membrana innescando una cascata di eventi che determinano la risposta cellulare. L’AMP ciclico svolge la funzione di secondo messaggero, essendo coinvolto nei meccanismi di trasduzione del segnale e la sua inattivazione avviene principalmente ad opera delle fosfodiesterasi, che lo convertono nella forma “aciclica”, bloccando la risposta cellulare alla stimolazione adrenergica. Le fosfodiesterasi sono però inibite dalla caffeina che determina così un aumento dei livelli intracellulari di AMP ciclico e prolunga gli effetti cellulari generati dalle catecolamine. Gli effetti cardiovascolari della caffeina dipendono in primo luogo dal dosaggio utilizzato, dalle condizioni di salute del soggetto e dalla eventuale passata esposizione a composti xantinici; infatti nel consumatore abituale si instaurano fenomeni di tolleranza che compensano gli effetti cardiovascolari della caffeina rendendoli di scarsa importanza clinica. Secondo i dati disponibili numerosi individui che consumano regolarmente caffeina sviluppano una tolleranza completa a molti dei suoi effetti farmacologici già dopo pochi giorni di assunzione.

Effetti renali e gastrointestinali

La caffeina possiede inoltre effetti diuretici probabilmente dovuti ad un’azione diretta a livello dei tubuli renali e all’aumento della velocità di escrezione di ioni sodio e cloruri. Ci sono inoltre evidenze che a livello del tratto gastrointestinale la caffeina produce un incremento della secrezione di acido cloridrico e di pepsina e sembra aumentare la motilità del tratto gastrointestinale.

Dipendenza fisica e sintomi da sospensione

Dipendenza fisica e sintomi da sospensione sono documentati in numerosi casi segnalati in letteratura e da studi sperimentali. Sintomi da sospensione importanti sono descritti sia in seguito – 4 – all’utilizzo di bassi dosaggi di caffeina (100 mg/die) sia dopo l’assunzione di questo alcaloide per brevi periodi, anche solo 3 giorni. E’ opportuno tuttavia sottolineare che la gravità dei sintomi è strettamente dipendente dalla quantità di caffeina assunta e la maggior parte degli effetti riportati sono riferiti all’utilizzo di dosaggi molto elevati di caffeina, tali da essere considerati di abuso. Gli effetti da sospensione più comunemente riportati sono la cefalea, sonnolenza, il senso di fatica, l’irrequietezza e l’ansia, mentre più raramente sono riportati tremori, rigidità muscolare e confusione mentale.

Interazioni con la caffeina

Come conseguenza della grande popolarità delle bevande contenenti caffeina, il suo consumo è generalmente ritenuto privo di rischi e l’assunzione per lunghi periodi non è ritenuta di interesse medico. Tuttavia sono possibili effetti tossici della caffeina riconducibili ad un aumento della sua azione farmacologica.

Gli effetti indesiderati più gravi riguardano il sistema nervoso centrale e includono: convulsioni e delirio, mentre i sintomi che coinvolgono il sistema cardiocircolatorio variano da un moderato incremento della frequenza cardiaca sino ad aritmie cardiache anche gravi. Nonostante insorgano normalmente fenomeni di tolleranza agli effetti farmacologici della caffeina, ciò può non accadere in occasione di un consumo elevato di caffeina o in seguito ad interazioni di tipo farmacocinetico con farmaci responsabili dell’inibizione del metabolismo della caffeina, normalmente mediato dal citocromo P450 (CYP1A2), che comporta un aumento delle concentrazioni plasmatiche della caffeina stessa. La maggior parte delle interazioni che coinvolgono la caffeina avvengono a livello del CYP1A2 e la loro conoscenza proviene principalmente da studi di laboratorio che hanno valutato l’affinità per questo citocromo di numerosi farmaci che agiscono da substrato o da inibitori (consultare il sito http://medicine.iupui.edu/flockhart) e che potrebbero quindi, da un punto di vista teorico, causare un aumento significativo delle concentrazioni plasmatiche della caffeina stessa. Alcune interazioni sono state anche studiate dal punto di vista cinetico su volontari sani, utilizzando il farmaco ai dosaggi normalmente impiegati in clinica, ma il significato clinico di molte di queste interazioni non è tuttavia ancora noto. Sono numerosi infatti i farmaci che sono in grado di inibire il CYP1A2: tra questi troviamo alcuni inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (in particolare la fluvoxamina), la mexiletina, alcuni chinoloni, gli psoraleni e i contraccettivi orali, tutti farmaci che sono in grado di aumentare significativamente le concentrazioni plasmatiche e il tempo di emivita della caffeina.

L’entità di queste interazioni potrebbe avere implicazioni più importanti dal punto di vista clinico nel caso in cui il farmaco che agisce da inibitore del metabolismo della caffeina sia esso stesso substrato dello stesso citocromo. In questo caso, l’interazione a livello del CYP1A2 comporterebbe un aumento degli effetti tossici del farmaco stesso, come è per esempio il caso dell’interazione con la clozapina e la teofillina.

Infatti, questi due farmaci sono metabolizzati in larga parte dal CYP1A2 e l’assunzione di abbondanti dosi di caffeina, equivalenti a 5-10 tazzine di caffè, potrebbe aumentare oltre ai livelli ematici della stessa caffeina, anche quelli di questi farmaci, esponendo il paziente al rischio di andare incontro ai loro effetti collaterali. Sono ad esempio riportati in letteratura due casi di pazienti che in seguito ad interazione della caffeina con la clozapina hanno sviluppato in un caso una tachicardia sopraventricolare e nell’altro, riferito ad un soggetto schizofrenico, l’esacerbazione di episodi di psicosi acuta.

Gli eventi, in entrambi i pazienti, sono stati attribuiti all’inibizione competitiva del metabolismo della caffeina a livello del CYP1A2, che avrebbe in un caso determinato un aumento del rilascio di catecolamine e dei livelli plasmatici di clozapina, con conseguente tachicardia, mentre nell’altro l’interazione avrebbe provocato un aumento delle concentrazioni di caffeina tale da indurre una eccessiva stimolazione centrale, in grado di contrastare l’azione antipsicotica della clozapina. L’attribuzione di questi eventi all’interazione tra il farmaco e la caffeina è stata inoltre rafforzata dall’evidenza che, alla sospensione dell’assunzione di caffè, si è riscontrato un miglioramento significativo dei sintomi avversi in entrambi i casi.

L’interazione più probabile con la clozapina comporta comunque un significativo aumento delle concentrazioni plasmatiche del farmaco, confermata da studi condotti su soggetti schizofrenici nei quali la sospensione dell’assunzione di caffeina attraverso la dieta ha mostrato una diminuzione del 45-80% dei livelli plasmatici dell’antipsicotico La caffeina può infine provocare interazioni anche a livello dell’escrezione renale, come nel caso dell’interazione con il litio. Nei forti consumatori di bevande a base di caffeina sono infatti riportati casi di incremento delle concentrazione plasmatiche del litio intorno al 25-30% in seguito alla brusca sospensione della loro assunzione. Il litio è infatti eliminato prevalentemente a livello renale e la sua farmacocinetica è fortemente influenzata da tutti quei fattori che possono modulare la diuresi. Ciò sarebbe confermato da alcuni casi di pazienti in terapia di mantenimento con litio che hanno manifestato la comparsa di tremori in seguito alla improvvisa sospensione nell’assunzione di caffè, che avrebbe provocato una riduzione significativa della diuresi e di conseguenza una riduzione nell’eliminazione renale del litio stesso.

Conclusioni

Nonostante la maggior parte delle evidenze sulle interazioni con la caffeina siano basate su dati di laboratorio o su segnalazione di singoli casi clinici, i pazienti che abitualmente fanno largo uso di bevande contenenti caffeina dovrebbero evitare brusche variazioni nelle loro abitudini, soprattutto se in trattamento con farmaci che condividono la stessa via metabolica della caffeina. Questo consentirebbe di evitare che fluttuazioni delle concentrazioni plasmatiche del farmaco o della caffeina stessa possano provocare effetti indesiderati. Ciò dovrebbe essere consigliato soprattutto a quei pazienti, come ad esempio quelli con disturbi psichiatrici, tra i quali è noto vi sia un largo consumo/abuso di bevande contenenti caffeina e nei quali potrebbe verificarsi una diminuzione dell’efficacia dell’antipsicotico o un aumento del rischio di effetti indesiderati, in seguito a brusche variazioni nelle abitudini di consumo delle bevande contenenti caffeina. Particolare attenzione dovrebbe inoltre essere posta al consumo di preparati dimagranti o stimolanti contenenti derivati dell’efedra, soprattutto se utilizzati in soggetti che presentano fattori di rischio per l’insorgenza di aritmie cardiache o di altri eventi cardiovascolari maggiori.

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