Il cancro una malattia della nostra era? Una bufala. Nel rinanscimento era molto diffuso

Quanto afferma la ricerca effettuata dall’Università di Pisa e divulgata sulla famosa rivista Lancet Oncology, il tumore non sembrerebbe frutto dell’epoca dello stile di vita in cui viviamo, infatti già nei millenni passati le classi più agiate che riuscivano a vivere più a lungo, venivano colpiti dai tumori. La ricerca in particolare è stata effettuata su 10 mummie risalenti fra il 400 e il 500 attualmente collocate nella sacrestia della chiesa di San Domenico maggiore a Napoli.

Attraverso complesse analisi istologiche, immunoistochimiche e molecolari, i ricercatori hanno individuato tre casi di cancro in soggetti di età compresa tra i 55 e i 70 anni. In particolare nel volto del duca Ferdinando Orsini di Gravina, vissuto tra il 1490 ed il 1549 è stato identificato un caso di carcinoma basocellulare. Il re Ferrante I d’Aragona vissuto invece tra il 1424 e il 1494 era affetto da un adenocarcinoma ad uno stadio avanzato, mentre il principe Luigi Carafa di Stigliano aveva un adenocarcinoma del colon a uno stadio iniziale.

Questa incidenza di patologie tumorali pari al 27% non dissimile a quella attuale del 31% relativa a tre casi di tumore in un campione comunque significativo sebbene ristretto di 11 persone, porta a ritenere quindi che il cancro non possa considerarsi una malattia tipica della modernità.

 Una scoperta di alcuni scienziati sudafricani ci pone davanti a un interrogativo molto interessante: il cancro è una malattia moderna, legata in gran parte al nostro stile di vita e all’ambiente che ci circonda? Oppure accompagna la nostra specie fin dall’antichità?
Prove fossili di tumori negli ominidi sono infatti estremamente rare, con solo qualche caso di neoplasia benigna riportato nel medio e tardo Pleistocene (cioè circa 700 000 anni fa). Edward J. Odes e collaboratori, dell’Istituto sugli Studi Evolutivi della University of the Witwatersrand, hanno invece riportato nel South African Journal of Science il ritrovamento di prove fossili di un osteosarcoma, un tumore maligno, in un frammento osseo di metatarso in un ominide di 1,7 milioni di anni. I resti sono stati trovati nel sito di Swartkrans, nella provincia del Gauteng, Sud Africa, uno dei più importanti siti paleolitici nel mondo.

È interessante notare che in un altro articolo pubblicato sullo stesso numero della rivista, a firma di Randolph-Quinney (uno degli autori nello studio in oggetto), viene riportato un caso di osteoma osteoide, un tumore osseo benigno, nello scheletro di un giovane Australopitehecus sediba risalente a 1,8 milioni di anni fa. La novità nello studio di Odes e colleghi sta proprio nell’aver trovato per la prima volta tracce di un tumore maligno in un fossile così antico, sfruttando le più avanzate tecniche diagnostiche oggi a disposizione, simili alle TAC usate in ospedale.

Il cancro nell’antichità

Come riportano gli stessi autori, normalmente siamo abituati a considerare i tumori come malattie della modernità, anche grazie alla quasi totale assenza di prova fossili. In realtà bisogna considerare che la ricerca paleoantropologica è limitata solamente a quei tipi di cancro che lasciano la propria firma nelle ossa, sebbene alcuni studi siano stati condotti sulle mummie, nelle quali anche alcuni tessuti molli rimangono conservati. Uno studio radiologico condotto nel 1973 su ben 133 mummie ha escluso la presenza di neoplasie, ma questo non è sufficiente per concludere che in generale nel mondo antico non fosse possibile ammalarsi di queste malattie, anche considerato che studi successivi hanno invece portato alla luce un paio di esempi di mummie con neoplasie maligne.

In uno studio pubblicato su Nature Reviews Cancer nel 2010, Rosalie David e Michael Zimmerman hanno passato in rassegna tutte le informazioni disponibili sull’incidenza del cancro nell’antichità, in particolare nella società egizia e greca per le quali sono disponibili molte prove documentali. Zimmerman ha inoltre dimostrato che il processo di mummificazione riesce a preservare le tracce biologiche di cancro. Nel caso della società greca ci sono pervenuti molti documenti nei quali sono riportate delle pratiche mediche che possono essere considerate come delle prime attestazioni di un tentativo di cura di patologie neoplastiche. Ai greci dobbiamo anche l’introduzione del termine “carcinoma” (dal greco carcinos, granchio). Alcuni di questi documenti possono essere fatti risalire addirittura alla scuola del famoso Ippocrate e vi si può trovare anche una primitiva distinzione tra tumori benigni e maligni, oltre ad alcune tecniche di cura, principalmente chirurgiche.
papiri egizi che trattano di tumori sono invece più rari e non è detto che le malattie descritte siano effettivamente tumorali. Un papiro risalente all’incirca al 1500 a.C, il “Papiro Edwin Smith”, descrive un caso molto plausibile di tumore al seno e un altro caso è riportato nel “Papiro Ebers”, che risale all’incirca alla stessa epoca. Per i medici egiziani sembra comunque essere una malattia molto meno comune che per i greci. Bisogna tuttavia specificare che non si sa esattamente, come ricorda lo stesso Zimmerman, se l’accesso alle cure mediche da parte della popolazione in Grecia ed Egitto fosse comparabile.

La conclusione sembra essere che nell’antichità fosse oggettivamente molto meno comune ammalarsi di tumore rispetto oggi.
L’ipotesi che questo sia dovuto a una semplice carenza di resti fossili o a una loro degradazione probabilmente non è corretta, in quanto come visto i tumori ossei si possono riconoscere anche su resti estremamente antichi e molti altri tumori dei tessuti molli potrebbero essere diagnosticati dalle mummie, non solo egizie ma anche da quelle provenienti dal Sud America. Una prima spiegazione a questo fenomeno potrebbe essere legata all’aspettativa di vita, molto più corta nel passato rispetto ad oggi. Tuttavia questo non basta a giustificare l’assenza anche di tumori ossei, che spesso colpiscono i più giovani. Un esempio è l’osteosarcoma, uno dei tumori ossei maligni più diffusi, che colpisce prevalentemente i ragazzi tra i dieci e i trent’anni.

Come nasce un tumore?

Un tumore nasce nel momento in cui una o più cellule iniziano a riprodursi a dismisura e smettono di rispondere ai segnali di stop provenienti dal resto del corpo. Quando il DNA contenuto in una cellula viene danneggiato in maniera irreparabile, sono possibili due alternative: o la cellula muore, e con lei scompare la mutazione, oppure sopravvive e si riproduce. A questo punto, a seconda del danno, la cellula può continuare la sua vita regolare o diventare una cellula tumorale. Se la crescita eccessiva porta solo ad un ammasso di cellule localizzate in uno specifico distretto corporeo allora il tumore è benigno. Un tumore maligno, o cancro, è invece causato da cellule che non solo si riproducono all’impazzata, ma danneggiano il funzionamento di un organo e possono diffondersi in altre parti del corpo, formando le metastasi.
L’origine di tutto è quindi un danno al DNA, che può essere dovuto a radiazioni, sostanze chimiche o infezioni virali. Alcuni di questi fattori di rischio sono presenti sin dall’alba dei tempi. La Terra ha un suo fondo di radioattività naturale per esempio, al quale siamo continuamente esposti, dovuto sia alla presenza di minerali radioattivi nel sottosuolo sia ai raggi cosmici provenienti dallo spazio. Allo stesso tempo alcuni inquinanti cancerogeni sono prodotti da normali eventi naturali come eruzioni o incendi: è il caso degli idrocarburi policiclici o delle nanoparticelle di carbone prodotte dalla combustione. Proprio per rispondere a questi attacchi il nostro organismo, così come quello di tutte le altre specie viventi, ha adottato delle tecniche di riparazione del DNA che possono correggere alcune di queste lesioni. Nel 2015 il premio Nobel per la chimica è andato a Lindahl, Modrich e Sancar proprio per aver elucidato alcuni di questi sofisticati meccanismi, che permettono o di rimediare al danno o di eliminare la cellula danneggiata.

Tuttavia accanto a questi fattori naturalmente presenti ci sono invece molte criticità legate al nostro stile di vita. Fumo e alcool sono esempi di fattori di rischio largamente riconosciuti, il primo per tumori ai polmoni e al cavo orale e il secondo per i tumori al fegato. Ma alla dietasono legati anche il tumore al colon-retto, uno dei più diffusi e pericolosi, così come quello allo stomaco, diffuso soprattutto in Giappone e nei Paesi in via di sviluppo. Circa tre tumori su dieci secondo l’American Institute for Cancer Research sono legati alla cattiva alimentazione e l’obesitàè responsabile di circa il 25% dei tumori più comuni.

Anche l’inquinamento ambientale è responsabile di molti dei tumori dell’età moderna. È famoso il caso dell’amianto, responsabile dell’asbestosi, fattore predisponente all’adenocarcinoma polmonare e al mesotelioma pleurico, ma non si possono dimenticare anche i metalli pesanti, come il cromo, gli IPA e il particolato prodotto dagli scarichi automobilistici.

Non va dimenticato però che è da parecchie centinaia di anni che l’incidenza dei tumori ha iniziato ad aumentare, non solo nel Novecento. Il primo esempio di cancro occupazionale riconosciuto è stato quello ai testicoli degli spazzacamini inglesi, identificato per la prima volta nel 1775 e oggi noto come carcinoma a cellule squamose.

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