Vivere con un cane allunga la vita e riduce lo stress, soprattutto se si è da soli

Il cane non è soltanto l’amico più Fedele dell’uomo praticamente da sempre, ma secondo una recente ricerca potrebbe anche allungarci la vita e proteggerci dall’infarto. E’ questo sostanzialmente quanto suggerito da una ricerca svedese pubblicata su Scientific reports, condotta da un insieme di ricercatori i quali sono andati ad esaminare nei registri nazionali i dati relativi ad oltre 3,4 milioni di cittadini svedesi tutti di età compresa tra i 40 e i 80 anni.

Questi pare non avessero precedenti di patologie cardiovascolari e I ricercatori hanno deciso di esaminare i dati allo scopo di valutare la correlazione tra l’essere proprietari di un cane e la propria salute cardiovascolare nell’arco di 12 anni di monitoraggio. In questo modo I ricercatori pare abbiano scoperto il rischio ridotto di malattie cardiovascolari proprio nei proprietari di cani in particolare in Chi ha cuccioli di razza da caccia. Ma In che modo i cani davvero ci proteggono la salute? Secondo quanto emerso dallo studio sembra che il cane possa proteggere la salute del cuore del padrone in modo inequivocabile.

Nello specifico i singoli proprietari di un cane hanno presentato una riduzione del 33% del rischio di morte cardiovascolare in una riduzione del 11% del rischio di infarto rispetto alle persone che vivono da sole senza la compagnia di un animale domestico. Sono state anche evidenziate delle differenze rispetto all’effetto protettivo dal rischio cardiovascolare anche tra una razza di cani e l’altra. Nello specifico sono risultati essere più amici del cuore i cani da caccia rispetto a tutte le altre specie. “Chi prende un cane è costretto a fare movimento: noi consigliamo 4 km al giorno ai nostri pazienti che hanno avuto un infarto, e il fatto di dover uscire per passeggiate regolari aiuta a farne anche di più“.

“Non stupisce anche l’effetto particolarmente positivo dei cani da caccia chi li prende o è cacciatore, e dunque macina chilometri, oppure deve farlo per tenere in forma il proprio animale“, è questo quanto dichiarato da Antonio Rebuzzi, docente di Cardiologia presso l’Università Cattolica di Roma e direttore della Terapia intensiva cardiologica del Policlinico Gemelli, commentando i risultati dello studio svedese. Tove Fall, l’autore signor dello studio ha ammesso che la ricerca ha comunque presentato dei limiti visto che questo tipo di studi esamina queste  associazioni in grandi popolazioni, ma non risponde su e se è in che modo i cani potrebbero comunque proteggere dalle malattie cardiovascolari.

“Esistono numerosi studi che mostrano l’effetto positivo di un animale domestico per la salute, in particolare per le persone anziane o sole. Il cane è un animale con cui si crea una relazione intensa: magari guardare i pesci in un acquario rilassa, ma avere un cane innesca una relazione differente. Inoltre stimola l’attività fisica e la socialità, perché come sanno bene i proprietari camminare con un animale al guinzaglio apre al mondo“, ha dichiarato Claudio Cricelli, Presidente nazionale della Società Italiana di Medicina Generale.

Gli animali
Gli animali coinvolti nelle Attività e Terapie Assistite con Animali comprendono specie diverse tra loro per caratteristiche, necessità e possibili utilizzi: cani; gatti; cavalli; asini; delfini; piccoli roditori; uccelli da voliera; pesci d’acquario; animali da cortile.
Gli animali che vengono maggiormente impiegati nelle AAA/T sono i cani, per la loro grande capacità di interazione con l’uomo, ma bisogna tener conto che questa specie non è sempre la più indicata per raggiungere determinati obiettivi.
Gli animali possono essere definiti visitatori perché sono di proprietà del conduttore e portati in visita al paziente, oppure ci sono animali definiti residenti poiché vivono direttamente nella struttura in cui è richiesto il loro intervento.
Prima di procedere all’inserimento di un animale in un progetto terapeutico, educativo o ludico, bisogna accertarsi che questo sia in buona salute e che possieda determinate caratteristiche come quelle individuate da Carlo Scheggi.
L’affidabilità e la prevedibilità sono due caratteristiche strettamente collegate. La prima si riferisce alla possibilità di poter contare sul fatto che l’animale si comporterà in modo più o meno uguale di fronte a situazioni simili (ad esempio, il cavallo impiegato nell’ippoterapia dovrà mantenere un’andatura uniforme senza movimenti improvvisi oppure, un cane dovrà rimanere calmo di fronte al sopraggiungere di sedie a rotelle); la seconda consiste nel fatto che il comportamento dell’animale può essere previsto, in circostanze specifiche, dal conduttore e dal personale (ad esempio, nel caso del gioco del riporto il conduttore è sicuro che l’animale parteciperà all’attività).
Il comportamento dell’animale deve essere controllabile cioè può essere gestito, guidato, limitato dal conduttore o, nel caso di animali residenti, da chi ne è responsabile.
Per idoneità si intende il fatto che l’animale sia adeguato o qualificato per l’obiettivo che si vuole raggiungere.
L’animale deve ispirare sicurezza, cioè deve far sentire a proprio agio e donare fiducia a quelle persone in difficoltà, le quali non devono aver paura o sentirsi infastidite dall’animale.
In generale si può affermare che gli animali devono essere ben selezionati, sani, che presentino alcune attitudini, che siano in grado di interagire con tutte le persone e che la loro attenzione sia sempre orientata verso il conduttore e l’individuo a cui è destinato il trattamento. Tutti gli animali impiegati nelle AAA/T devono essere soprattutto tutelati.

L’essere anziani oggi può significare molte cose: prima di tutto bisogna stabilire quando si diventa anziani in una società protesa al mito dell’eterna giovinezza. In passato si era anziani dal pensionamento in poi, cioè circa dai 65 anni ma oggettivamente non c’è una data d’inizio dell’invecchiamento. Possiamo definire un periodo preciso in cui finisce la crescita corporea ma non quella psicologica, cosi possiamo dire che il declino corporeo inizia dal momento in cui si conclude la crescita, ma non possiamo certo dire che incominci l’invecchiamento in senso psicologico.
Si diventa, dunque, anziani quando ci si percepisce come tali. Talvolta puó essere un insight improvviso, talvolta una lenta presa di coscienza. Simon De Beauvoir descrive il momento in cui ha compreso per la prima volta di non essere piu giovane, raccontando del suo smarrimento il giorno in cui le fu offerto il posto a sedere in autobus (De Beauvoir, 1971).
Le condizioni della vecchiaia sono anch’esse molto varie perché entrano in gioco tante e tali variabili da rendere molto difficile ogni generalizzazione. Alcuni anziani vivono bene il loro invecchiamento limitandosi a ridurre le attività che svolgevano ma continuando ad impegnarsi attivamente in molti settori, altri si abbandonano alla depressione e si ritirano in solitudine. Questo dipende in buona misura dalla presenza o meno di una rete familiare di supporto sia psicologico che pratico. Nelle città, in particolare, gli anziani che vivono soli, e che non hanno più né amici né parenti, sono numerosissimi. Sono situazioni drammatiche, di povertà spesso nascosta e sopportata dignitosamente: potremmo forse dire che gli unici veri poveri della nostra società opulenta sono gli anziani. Molti anziani lottano con gli spiccioli, spesso malati e senza assistenza, costretti alla fine al ricovero in reparti protetti di strutture tristissime (Laicardi, Pezzati, 2000).
In questa situazione il legame che si stabilisce fra l’anziano e un animale domestico può essere un incentivo a vivere meglio..
Sono circa cinquant’anni (Levinson, 1953) che la psichiatria e la psicologia si interessano dei benefici che gli animali possono apportare in caso di patologie o di situazioni di deprivazione affettiva. Che l’animale possa essere un mezzo per migliorare la comunicazione, o per facilitare la tolleranza di frustrazioni (come nel caso dei carcerati, per esempio), è un dato acquisito e accettato. Nelle terapie infantili la presenza di un animale puó aiutare il bambino ad esprimere sentimenti ed emozioni. Già Freud, del resto, usava la sua cagnetta come co-terapeuta, affidandole il compito di segnalare al paziente la fine della seduta e Mary Bonaparte ha dedicato un intero volume al particolare rapporto fra Freud e i suoi cani.
La maggior parte delle ricerche, tuttavia, è rivolta agli interventi di pet therapy, o in italiano UTAC (Uso Terapeutico degli Animali da Compagnia), attività terapeutica effettuata con animali addestrati, sperimentata soprattutto in America, su popolazioni diverse di soggetti: dagli adolescenti a rischio, agli anziani ricoverati in istituto, ai bambini artistici, ai carcerati ecc…Tale terapia è organizzata secondo uno schema rigido di intervento, che può avere scadenze giornaliere, settimanali o mensili, ma è pur sempre circoscritta nel tempo, ed è svolto con animali che non appartengono ai soggetti. Si tratta di solito di cani che vengono accompagnati dagli addestratori presso le istituzioni in cui vivono i soggetti.
Molto più rari sono i lavori che indagano sulla relazione spontanea che si stabilisce con gli animali con cui si convive.
Sembra, dunque molto importante distinguere l’uso terapeutico (Siegel, 1990; Del Negro, 1998) dall’effetto terapeutico spontaneo che l’animale può avere in contesti domestici.
Il legame fra il padrone e il suo animale è paragonato, in letteratura, al legame di attaccamento che si stabilisce con i bambini, ovviamente fatte le opportune distinzioni.
In quest’ottica vorrei portare un piccolo contributo alle ricerche che indagano sullo stato psicofisico degli anziani che possiedono un animale domestico. Infatti, anche se esistono molte ricerche straniere su questo tema, in Italia sono scarsissime, per non dire assenti.
Il lavoro che presento è la continuazione di una precedente ricerca (Farneti, 2004) che ha costituito il punto di partenza di un progetto di intervento finanziato dalla Provincia di Bologna: l’obiettivo è quello di costruire una rete di competenze complementari (psicologi, veterinari, educatori, assistenti sociali, addestratori ecc…) capaci di aiutare persone anziane sole, che desiderino un animale, ad accettarne l’affido. In tal modo si potrebbero lentamente svuotare i canili e i gattili e, nel contempo, migliorare le condizioni di vita di una vasta popolazione di soggetti.
C’è qualche speranza che l’opinione pubblica si stia sensibilizzando lentamente al problema. L’accordo fra Governo e Regioni del 28 febbraio 2003 menziona, fra le altre iniziative, quella di permettere agli anziani ricoverati in istituto di portare con sé i propri animali domestici. Non è ancora detto che ciò sia possibile né in quanto tempo, ma è già un piccolo passo avanti. In un paese in cui ci sono sette milioni di cani e sette milioni e mezzo di gatti e in cui si spendono 980 milioni di euro per il loro mantenimento e 1600 per cure veterinarie, sembra difficile credere che sia così arduo destinare aiuti a coloro che non possono permettersi, per ragioni di salute o economiche, di avere la compagnia di un animale.

Ipotesi della ricerca
L’ipotesi del lavoro è che la qualità della vita degli anziani che possiedono animali domestici sia migliore di quella degli anziani che non li possiedono, sia da un punto di vista fisico che psichico che sociale.
E’ stato dimostrato, infatti, che occuparsi di un animale aiuta gli anziani a: 1.) vivere più centrati sul presente, senza rifugiarsi nel passato; 2.) migliora i rapporti sociali; 3) ha effetti benefici sullo stato di salute.
Gli animali più frequentemente ospitati in casa sono cani e gatti, e, pur essendo entrambi degli ottimi “terapeuti” hanno caratteristiche peculiari. La scelta dell’uno o dell’altro può essere dettata da simpatia o da necessità: si sa che le dinamiche relazionali sono molto diverse col cane e col gatto. I primo è un animale che vede nel padrone il capo branco e ad esso si sottomette, stabilendo così un legame di forte dipendenza; il secondo è un animale solitario che rivede nel padrone la madre, con la quale ha sperimentato, nei primi tempi della vita, quello che resterà l’unico forte legame di attaccamento. Il rapporto col gatto sarà perciò più conflittuale (con la madre la relazione è di solito molto centrata sulla sfera emotiva ma meno sulle regole!) ma anche più intenso.
Molte volte l’anziano sceglie un gatto, anche se preferirebbe un cane, perché non ha l’energia necessaria ad accudirlo.
Sia il cane che il gatto, tuttavia, hanno un effetto positivo sulle relazioni sociali dell’anziano.
Se l’animale è un cane, il padrone è costretto a frequenti passeggiate, durante le quali incontra altri possessori di cani coi quali instaura lunghe conversazioni che prendono l’avvio dal racconto delle prodezze dei propri animali; se è un gatto, oltre a permette al padrone di avere un essere vivente che ha bisogno di cure, che innesca profondi legami di attaccamento, può diventare oggetto di conversazione coi vicini o con i figli e i nipoti (Rogers & Boltz, 1992; Marchesini, 2000). Possiamo inoltre ipotizzare che le migliori condizioni psichiche, prodotte dal possesso di un animale, consentano anche una maggiore apertura verso gli altri. Anche in questo senso, dunque, gli animali fungono da “lubrificanti sociali”.
Il sentirsi utili e amati e l’avere rapporti sociali più intensi hanno naturalmente effetti benefici anche sullo stato di salute.
Sia considerando parametri soggettivi (attraverso interviste basate sulle rappresentazioni degli anziani), che fisiologici (relativi all’incidenza o recidivanza di malattie cardiovascolari), si sono ottenute numerose conferme empiriche che gli anziani che possiedono animali sono più longevi, reagiscono meglio alle malattie, hanno meno bisogno del medico e mantengono uno stato psicologico soddisfacente (Garrity et al., 1989; Siegel, 1990; Miller et al., !992; Jennings et al., 1998; Raina et al., 1999).
E’ stato spesso obiettato che in fondo gli animali sono solo sostituti di quel calore umano e di quell’affetto che gli anziani non hanno più e che sarebbe meglio potenziare i loro rapporti familiari e offrire loro condizioni di vita più adeguate, piuttosto che preoccuparsi di affidar loro un animale. Questo è certamente vero, ma, dal momento che è molto più difficile rendere agli anziani gli affetti che hanno perso, o ricostruire un tessuto sociale soddisfacente (soprattutto nelle situazioni in cui sono relegati in casa a causa di malattie e invalidità), allora perché non dar loro un piccolo aiuto e un “piccolo grande” amore? Un animale offre un affetto diverso da quello umano, più semplice naturalmente, ma più totale. Un cane o un gatto non chiedono ai loro padroni altro che di “esistere” e non danno giudizi sul loro aspetto o sulle loro condizioni mentali. L’accettazione incondizionata non può venire da altri uomini ma è, soprattutto per alcune categorie di soggetti, molto importante.

Metodologia.
Il lavoro si basa su tre strumenti: a) Due questionari, strutturati ad hoc: il primo, rivolto agli anziani che possiedono animali, è composto di 56 domande, di cui alcune riguardanti lo stato di salute e la composizione familiare dell’anziano, alcune la relazione con i propri animali, alcune la vita sociale e affettiva; il secondo, composto di 32 domande, rivolto agli anziani che non possiedono animali, è identico al primo nella parte che riguarda la salute e la vita sociale del soggetto mentre nella seconda indaga sull’atteggiamento degli anziani intervistati verso gli animali.
La formulazione del questionario è stata preceduta da alcune interviste libere condotte a domicilio, con anziani che possedevano animali domestici. La costruzione del questionario ha preso spunto dagli argomenti trattati spontaneamente dai soggetti intervistati;
b) il Symptom Questionnaire di Fava Kellner, composto di otto scale: quattro relative al malessere psicologico, (ansia, depressione, ostilità e sintomi somatici), quattro il benessere (rilassatezza, contentezza, disponibilità verso gli altri). E’ importante sottolineare che le scale definite di “benessere” sono costruite in modo tale che le risposte da contare siano sempre quelle contrassegnate da “vero”, come nelle scale di malessere: per esempio si chiede di dire se è vero o falso che “ci si sente spesso stanchi”. In tal modo, dato che anche le scale di benessere si basano su sintomi nevrotici, più basso è il punteggio ottenuto, più alto è il grado di benessere
E’ stato scelto questo strumento perché è agile, di facile comprensione, e comporta un tempo abbastanza breve per la somministrazione. Gli anziani in genere sono propensi a raccontare ma non amano troppo essere sottoposti a test e prove, che li mettono subito in uno stato di ansia e diffidenza. Il Symptom Questionnaire è inoltre in grado di fornire indicazioni sulle eventuali patologie dei soggetti e risponde perfettamente alle esigenze di questo lavoro che intende sondare soprattutto le rappresentazioni che gli anziani hanno della loro vita, piuttosto che i dati oggettivi.
La raccolta dei dati è stata svolta a domicilio da alcuni ricercatori che venivano presentati agli anziani da amici e conoscenti e che venivano così accolti positivamente. Dopo un primo colloquio di presentazione, si procedeva (nello stesso giorno o in giorni successivi) alla somministrazione del questionario che veniva sempre compilato insieme allo sperimentatore. Spesso le domande fornivano l’occasione per spaziare su altri terreni e la visita poteva durare anche alcune ore. In un secondo incontro, laddove è stato possibile effettuarlo, si presentava il Symptom Questionnaire.
Il campione
Il campione è costituito globalmente da 279 anziani dei due sessi di età comprese fra i 70 e i 90, suddivisi in quattro sottocampioni:
165 possiedono animali (98 F. e 67 M.) e 114 no (69 F. e 45 M.). Ad essi è stato somministrato il questionario.

Il Symptom Questionnaire è stato somministrato solo ad un sottocampione di 223 soggetti perché non sempre è stato possibile effettuare due visite domiciliari consecutive a causa di variabili di disturbo di diverso genere (malattie, rifiuto, ecc…). Il campione è così composto:
123 anziani che possiedono animali (75 F. e 48 M.) e 100 no (femmine 41, maschi 23).
Il campione è completamente casuale, reperito attraverso catene di conoscenze e centri-anziani. Il range di età è molto ampio, anche se la maggior parte dei soggetti si colloca fra i 70 e gli 80 anni, così come è diversa l’estrazione socioculturale e la composizione familiare.
I risultati.
a. ) Le risposte al questionario
L’analisi dei questionari conferma i risultati delle ricerche condotte in altri paesi. Complessivamente possiamo affermare che gli anziani che possiedono animali affermano di avere meno problemi di quelli che non li possiedono. Si riporteranno qui di seguito, per brevità, solo le risposte alle domande ritenute più indicative. Per quanto attiene le altre domande, si tenterà di fare una sintesi qualitativa dei risultati più interessanti.
Delle domande relative allo stato di salute, sono state scelte quella in cui l’anziano elenca le malattie di cui soffre e quella in cui gli si chiede di valutare se la presenza di un animale ha qualche effetto sulla salute.
Si può constatare che, benché le patologie indicate siano le stesse nei due sottocampioni, il rapporto fra il numero dei soggetti e il numero di malattie elencate è nettamente superiore nei soggetti che non hanno animali e che i disturbi di tipo psichico sono molto più frequenti nei non possessori.
La maggior parte dei soggetti, inoltre, concorda nel riconoscere che la compagnia di un animale può migliorare le condizioni di salute del padrone.
Le risposte alle domande del questionario, relative all’assunzione di farmaci e al numero di ricoveri subiti, confermano, inoltre, che gli anziani che possiedono un animale subiscono un numero di ricoveri e assumono una quantità du farmaci significativamente più bassi di quelli che non li posseggono.
Gli anziani proprietari di animali, inoltre, escono molto più degli altri: la maggior parte almeno una volta, o più volte, al giorno. Un’alta percentuale di soggetti, anche quelli che non possiedono animali, è convinta che possedere un animale sia positivo per la vita sociale degli anziani (Rogers & Boltz, 1992).  Infine si può notare che le qualità dell’animale più menzionate dai proprietari appartengono alla sfera dell’affettività. Essi infatti li definiscono affettuosi, sensibili, fedeli, capaci di dare amore ecc.
Questi risultati confermano che il legame con l’animale costituisce un valido sostegno per chi sperimenta lunghi periodi di solitudine. Si tratta, con molta probabilità di un animale umanizzato, come emerge dalle domande più specifiche sulla qualità del rapporto: gli anziani, infatti affermano di parlare con i loro animali, convinti che essi capiscano; pensano che gli animali siano in grado di “consolarli” quando sono tristi e qualcuno arriva a dire che li ama “più dei figli”. Cani e gatti sono anche fonte di preoccupazione per i loro padroni che temono di perderli. E’ interessante notare che chi ha avuto animali in passato ritiene che quello posseduto attualmente sia più intelligente, più simpatico e più docile: questa sembra essere la stessa dinamica che viene innescata dalla nascita dei nipoti, che sono sempre giudicati dai nonni bambini più intelligenti di quelli del passato. Richiesti di valutare su una scala da 0 a 10 l’affetto che provano per i loro animali, infine, gli anziani indicano 10 nel 90% dei casi.

I risultati del Symptom Questionnaire.
Il primo dato da rilevare è che tutto il campione rientra nella norma. I punteggi ottenuti sono conformi a quelli della popolazione media e non rilevano alcuna patologia grave né nei possessori che nei non possessori. (Canestrari, 1981) Un’analisi della varianza a quattro vie mostra, tuttavia, differenze significative nei sottocampioni. La variabile che ha maggior effetto è il “possesso di un animale”, che incide in modo significativo su tutte le scale, mentre la variabile sesso incide solo se la si incrocia con il possesso e con i sintomi di malessere.
Un successivo confronto delle medie alle singole scale, effettuato con t. di Student, mostra poi che le uniche scale in cui i sottocampioni non si differenziano sono quelle relative alla ostilità e alla disponibilità. entrambi i sottocampioni manifestano buona disponibilità e scarsa ostilità. Questo dato sembra sottolineare ancora una volta che l’amore per gli animali non comporta affatto un atteggiamento negativo verso i propri simili, come spesso si sostiene. Al contrario, la letteratura psicologica ha già da tempo dimostrato una forte correlazione fra maltrattamenti agli animali e maltrattamenti ai bambini, tanto da utilizzare il maltrattamento agli animali come un possibile indizio per scoprire famiglie maltrattanti.
Un ulteriore confronto, all’interno dei due sottocampioni (possessori vs. non possessori) mostra poi che non ci sono differenze significative fra maschi e femmine, tranne che alla scala di benessere nel gruppo dei non possessori: in questo caso le anziane mostrano maggiori sintomi di malessere rispetto ai maschi (Miller et al ., 1992)
Nella precedente ricerca, si erano evidenziate differenze fra maschi e femmine sia nelle risposte al questionario, sia nelle scale del Symptom Questionnaire. (Farneti, 2004).
Conclusioni
La ricerca conferma i dati delle ricerche, condotte in altri stati, sulla positività della convivenza con un animale domestico negli anziani. I benefici maggiori sembrano essere legati ad una forte “stimolazione psicologica” e “affettivo- emozionale”.
Quello che appare piu significativo nel nostro campione, infatti, è la differenza nell’autopercezione. Gli anziani che possiedono animali, infatti, pur riferendo di avere le stesse malattie degli altri, si percepiscono come più sani, dichiarano di assumere meno farmaci e di consultare meno il medico, di subire meno ricoveri in ospedale.
Trattandosi di dati raccolti con questionari e test di autovalutazione, non siamo in grado di confrontare i risultati con dati oggettivi: per esempio gli anziani parlano genericamente di pressione alta o di disturbi cardiaci o di depressione, ma non viene espressa la gravità del disturbo. I dati soggettivi andrebbero confermati da un’indagine clinica che prendesse in considerazione cartelle cliniche ed esami di laboratorio. Tuttavia, dal punto di vista psicologico è già un dato rilevante che i soggetti che possiedono animali si considerino più sani degli altri.
Il Symptom Questionnaire non fa che confermare che chi possiede un animale si sente meglio di chi non lo possiede: manifesta un minor numero di sintomi d’ansia e di sintomi somatici, di essere meno depresso e, globalmente, più soddisfatto del suo stato.
Per quanto attiene poi la relazione con il proprio animale, gli anziani mostrano un fortissimo livello di attaccamento, senza differenze fra maschi e femmine. Sembra che quell’effetto rivitalizzante che ha sul nonno la nascita di un nipotino, sia prodotto, seppure in altri termini, anche dall’arrivo di un animale. E’ probabile che esso sia fortemente umanizzato e investito di quell’affettività che l’anziano, non può più riversare su figli e nipoti che non hanno più bisogno di lui. Si tratta del “prendersi cura” e del sentirsi importanti e necessari alla sopravvivenza di un altro essere vivente. Spesso ci si raccomanda di non umanizzare l’animale ma, da un punto di vista psicologico, dovremmo chiederci se non è proprio l’umanizzazione a rendere così importante la presenza in casa di un cane o di un gatto. Sappiamo che per l’anziano i problemi principali sono la solitudine e la perdita di autostima: l’animale è il compagno ideale perché non ci chiede come siamo né vuole da noi altro che affetto e cure. Se l’anziano si convince che il suo cane o il suo gatto sono come bambini, hanno un’intelligenza particolare e possono comprenderlo e rispondergli, questo non farà che aumentare gli effetti benefici della relazione.
Rimane un dubbio di fondo sui risultati di questo lavoro: è possibile che le differenze così evidenti fra chi possiede un animale e chi non lo possiede siano la causa piuttosto che l’effetto dell’essere proprietari di animali? In altri termini: la scelta di prendere con sé un animale, di accudirlo, di preoccuparsi per la sua salute, di fare sacrifici per portarlo a spasso ecc… potrebbe anche essere dovuta ad un migliore stato psico-fisico precedente. Chi è molto depresso e ansioso e afflitto da sintomi somatici con molta probabilità fa fatica a decidere di prendere con sé un animale.
E’ vero che i soggetti del nostro campione non manifestano al Symptom Questionnaire, punteggi che li discostino dalla media nazionale tanto da definirli come portatori di patologie: le differenze significative rimangono all’interno dei sottocampioni.
D’altra parte, per una conferma dei dati presentati, sono necessarie ricerche longitudinali in cui si possa verificare il cambiamento prodotto dalla presenza di un animale in soggetti che presentino qualche sintomo di depressione o di malessere psico-fisico, come del resto è già stato fatto in altri studi su pazienti degenti in istituzioni o affetti da patologie ad insorgenza improvvisa, come l’infarto del miocardio (Corson & Corson, 1982; Friedman & Thomas, 1998; Friedman et al., 1980; Raina et al. 1990).

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