Cascate di sangue in Antartide, risolto il motivo del fenomeno: -Guarda il Video

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A distanza di 106 anni, sembra essersi risolto il mistero relativo al fenomeno delle cascate di sangue, osservato dal geologo Griffith Taylor, presso il lago ghiacciato Bonney in Antartide. Una vera e propria cascata di sangue, il cui mistero è rimasto tale per circa 100 anni, ma finalmente oggi gli studiosi hanno scoperto di cosa si tratta ; questa, che si trova in Antartide, è stata scoperta esattamente nel 1911 dal geologo americano Griffith Taylor e da allora ha sempre acceso un vivo dibattito tra molti studiosi. La cosiddetta “cascata di sangue” è situata all’estremità nord dal ghiacciaio Taylor, che si estende per 100 chilometri ed è parte dei monti transartartici. Questa cascata ha sempre incuriosito per il particolare color sangue, ma come abbiamo anticipato, soltanto ai giorni nostri si è risolto il mistero e uno studio congiunto dell’University of Alaska Fire bunx e del Colorado college ha rivelato che la cascata rossa altro non è che un lago sotterraneo con alte dosi di ferro che si ossida una volta entrato in contatto con l’aria.

Che non si trattasse di sangue era più che certo ed era stato escluso nettamente dagli studiosi ai quali era balenata l’idea che il colore rosso fosse dovuto ad alcune alghe rosse; anche in questo caso, questa ipotesi venne accantonata nel 2003 e poi successivamente nei giorni nostri, quando i ricercatori hanno confermato che il color sangue è determinato dalle alte dosi di ferro contenute nell’acqua, che si ossida una volta entrata in contatto con l’aria. Secondo quanto emerso da Metro, il lago è stato intrappolato dentro un ghiacciaio per milioni di anni e i ricercatori sono riusciti a scoprire che sotto la superficie ghiacciata dell’Antartide australiano, vi è una massa di acqua il cui congelamento è scongiurato grazie ad un proprio ciclo idrico.

È stato proprio grazie all’utilizzo di un ecolocazione chiamato res, ovvero radio-eco sounding, che i ricercatori sono riusciti a scoprire che sotto la superficie di Azzola dell’Antartide australian vi è come già abbiamo anticipato, una massa di acqua che scorre da milioni di anni grazie ad un proprio ciclo che ne scongiura il congelamento. Quando milioni di anni fa la catena montuosa ha iniziato ad estendersi, pare abbia intrappolato il lago salato al di sotto di una spessa coltre di neve e di ghiaccio, in questo modo il lago è diventato sempre più concentrato finché la brina è diventata troppo salata per ghiacciarsi alle normali temperature.

Questa brina con il tempo avrebbe cominciato a grattare il ferro dalle rocce su cui il lago poggia ed è una volta raggiunta la superficie l’acqua del lago assume il colore rosso sangue a causa del contatto tra il metallo con l’aria. “Il ghiacciaio Taylor è il più freddo tra quelli conosciuti che permette l’attraversamento dell’acqua” hanno specificato infatti i ricercatori del team di studio.

CASCATA DI SANGUE DAL GHIACCIAIO TAYLOR

15 cose che non sai sul Antartide: 1 l’estensione. L ‘Antartide può essere considerato il più esteso deserto del mondo naturalmente si tratta di un deserto bianco fatto completamente di ghiaccio, la sua estensione si gira attorno ai 14 milioni di km quadrati. 2 il posto più freddo del mondo. In Antartide esiste il posto più freddo del mondo si tratta di un alto crinale dove le temperature possono scendere al di sotto dei -93° centigradi. 3 il primo nato. Il primo essere umano nato in questo continente è l’argentino Emilio Palma nato nel 1978. 4 la flora. Le condizioni climatiche la povertà del suolo sono fattori limitanti dello sviluppo della vegetazione che risulta costituita quasi esclusivamente da muschi e licheni. 5 la fauna. Il plancton il Krill sono l’alimento principale di balene, foche, leoni marini, pinguini e numerosi uccelli, insomma l’Antartide l’unico continente in cui non vivono rettili.

Le estremità della Terra, i poli Nord e Sud, l’Artide e l’Antartide, sono oggi ricoperte di ghiaccio mentre distese di ghiacciai sono presenti in diverse aree montuose del mondo, come le Alpi, l’Himalaya, le Ande, il Kilimangiaro in Africa, ecc. Questo affascinante mondo con una sua incredibile storia geologica, chimico, fisica e biologica costituisce la sfera del ghiaccio del nostro pianeta: la criosfera (dal greco Kryos, che indica il freddo). Si tratta di un mondo straordinario, fondamentale per gli equilibri dinamici che hanno consentito la presenza della specie umana e lo sviluppo delle nostre civiltà. Le regioni fredde del globo influenzano l’intero sistema climatico mondiale attraverso il loro impatto sul bilancio energetico della superficie terrestre, il ciclo dell’acqua, la produttività primaria, lo scambio dei gas di superficie e i livelli delle acque degli oceani e dei mari. La criosfera è inoltre cruciale per le società umane e la biodiversità che la abitano. Quando si parla di criosfera gli studiosi intendono indicare i luoghi dove l’acqua è presente nella sua forma solida e dove le temperature particolarmente basse fanno ghiacciare l’acqua.

Come ricorda l’Intergovernamental Panel on Climate Change (IPCC) la criosfera è il termine collettivo che indica le componenti del sistema Terra che contengono una sostanziale frazione di acqua allo stato ghiacciato. La criosfera si espande nei freddi mesi invernali. Luoghi stagionali della criosfera comprendono le aree dove cade la neve e dove il suolo, i fiumi e i laghi ghiacciano. La neve rappresenta di fatto la precipitazione di cristalli di ghiaccio che si formano quando la temperatura fredda e i livelli di umidità si combinano nell’atmosfera. Se la temperatura dell’aria resta molto fredda i cristalli cadranno sulla terra in forma di neve. La neve può essere riscontrata in tante parti della Terra, persino all’Equatore alle altitudini più elevate, e svolge un’azione di riflessione della luce del Sole, influenzando il clima globale. Attraverso il ciclo dell’acqua planetario rifornisce inoltre acqua per le società umane, gli animali e le piante del globo terrestre. Il ghiaccio che costituisce la fase solida dell’acqua, ha comunque densità minore dell’acqua stessa e quindi galleggia in essa; è presente in diverse parti del globo ma si forma principalmente alle alte latitudini, a certi livelli di altitudine oppure durante le notti quando le temperature sono particolarmente fredde. I ghiacciai costituiscono le grandi masse di ghiaccio presenti sulla Terra, coprono il 10% della superficie delle terre emerse e contengono il 75% dell’acqua dolce presente sul nostro pianeta. Il ghiaccio marino presente nell’Artico è invece costituito dall’acqua dell’oceano ghiacciata che si forma, cresce e fonde nella stessa acqua oceanica. I ghiacci marini artici sono capaci di riflettere l’80% dell’illuminazione proveniente dal Sole ma, quando si fondono nel periodo estivo espongono la superficie scura delle acque oceaniche che anziché riflettere assorbono addirittura il 90% delle radiazioni. Ciò provoca un incremento del calore nelle acque dell’oceano. Un piccolo incremento delle temperature ai poli indica un significativo riscaldamento globale nel corso del tempo, facendo così dei poli le regioni più sensibili al cambiamento climatico sulla Terra.

Per gran parte del suo passato geologico la Terra (che ha percorso 4.6 miliardi di anni di esistenza) è stata priva di calotte polari di ghiaccio, mentre in altri momenti di questa lunghissima storia, la presenza o l’assenza di aree polari ha provocato un diverso incremento o abbassamento del livello dei mari.Le calotte di ghiaccio attualmente presenti sulla Terra durano da alcuni milioni di anni ma oggi la loro esistenza è a rischio: il crescente fenomeno del riscaldamento climatico sta già provocando effetti significativi su queste aree e le previsioni per l’immediato futuro, nel caso l’umanità non riuscisse a eliminare definitivamente e in tempi brevi l’utilizzo dei combustibili fossili, sono etremamente preoccupanti e si riverberebbero sulla salute degli ecosistemi e sulle nostre società.

POLO NORD E POLO SUD Il Polo Nord e il Polo Sud sono caratterizzati da profonde diversità. Il Polo Nord è collocato nel mezzo dell’oceano Artico ed è circondato da continenti, mentre il Polo Sud è presente su di un continente ed è circondato dagli oceani. L’Artico è costituito soprattutto dal mare Glaciale Artico che occupa una superficie di 14 milioni di km quadrati, mentre le principali terre artiche che lo lambiscono sono costituite da diversi arcipelaghi (come le Svalbard e la Novaja Zemlja) e dai territori più settentrionali della Siberia, dall’intera Groenlandia e dalla parte settentrionale dell’Alaska. Nel Nord quindi, se escludiamo la massiccia calotta glaciale della Groenlandia, il ghiaccio galleggia sul mare e si forma, fondendosi e spezzandosi a seconda delle stagioni. Quando una parte del ghiaccio galleggiante ogni estate si fonde non provoca un innalzamento dei mari, perché si tratta dell’acqua stessa del mare che si ghiaccia. Invece quando a fondersi sono le calotte glaciali sulla terraferma, come ad esempio quella della Groenlandia, aumenta il livello di acqua nei mari innalzandolo. Se il ghiaccio marino non si riforma regolarmente nelle stagioni invernali si innesca un processo a feedback positivo che paradossalmente incrementa il riscaldamento globale. Infatti con la riduzione della superficie ghiacciata che aiuta ad riflettere i raggi solari (attraverso il fenomeno definito albedo6) viene esposta invece una superficie marina maggiore, prima ricoperta dal ghiaccio che, assorbendo intensamente le radiazioni solari, fa aumentare la temperatura complessiva del pianeta e a sua volta contribuisce ad ostacolare la stessa formazione dei ghiacci polari. L’Antartide ha una superficie di oltre 13 milioni di km quadrati con uno spessore medio del ghiaccio di 2 km. Attorno ad esso l’oceano Atlantico e l’oceano Pacifico formano due ampie insenature, definite rispettivamente mare di Weddel e mare di Ross, e la sua struttura è costituita da una parte orientale formata da altipiani immensi elevati oltre i 3.000 metri (una sorta di strozzatura centrale dove si trovano appunto i mari di Weddel e di Ross) ed una parte occidentale, con una sua appendice peninsulare orlata da rilievi che, nel caso del monte Vinson, giungono fino all’altezza di 5.150 metri. La temperatura più fredda misurata sulla superficie terrestre è stata di – 89°C ed è stata registrata nella stazione di ricerca scientifica russa di Vostok nell’Antartide orientale. Il ghiaccio si sviluppa ai poli perché la radiazione solare che giunge in queste aree è molto scarsa tanto che durante l’inverno, a nord del Circolo Polare Artico e a sud del Circolo Polare Antartico, il Sole non sorge per diversi mesi e anche in estate non si alza mai di molto sull’orizzonte. Sulla terraferma le calotte glaciali si formano grazie all’accumulo della neve, mentre il ghiaccio di mare si forma quando è la stessa acqua di mare a gelare per la bassa temperatura e ad essa si aggiunge anche la neve. Il ghiaccio di mare che si forma in Antartide è stagionale, raramente è più vecchio di sei mesi, mentre il ghiaccio artico può durare diversi anni. Nell’Artico a partire dalla fine del XV secolo si è avuta un’interessante ricerca di un “passaggio a Nord-Ovest” verso il Pacifico da parte di diversi esploratori e navigatori, tra i quali il famoso esploratore norvegese Roald Amundsen che riuscì a farsi largo tra i ghiacci ma in un’impresa che lo impegnò dal 1903 al 1906 (e sempre Amundsen con il suo equipaggio furono i primi, nel 1911, a raggiungere il Polo Sud).

Oggi, purtroppo, sono diverse le estati nelle quali si attraversa il mitico passaggio a causa della progressiva fusione dei ghiacci marini estivi dell’Artico, tanto che sulla base di alcuni modelli climatici si è valutata la possibilità che il ghiaccio marino estivo dell’Artico possa scomparire entro il 2050. Il riscaldamento delle acque nell’Artico, oltre a fondere il ghiaccio marino, potrebbe causare la destabilizzazione dei grandi giacimenti di idrati di metano, presenti soprattutto nel permafrost siberiano e canadese, provocando rilasci significativi di questo importante gas serra. Inoltre il ruolo della formazione dei ghiacci marini negli equilibri dinamici del sistema climatico è molto rilevante anche per il contributo che fornisce all’attivazione dell’importantissimo “nastro
trasportatore” delle correnti oceaniche. Infatti quando si forma il ghiaccio marino espelle il sale contenuto nell’acqua, producendo ghiaccio di acqua dolce. L’acqua rimanente, conseguentemente, diventa più salata e densa contribuendo a generare l’acqua dei fondali atlantici. Questa differenza in densità crea un’importante sistema convettivo di correnti oceaniche detto appunto “nastro
trasportatore”. Nel momento in cui si forma meno ghiaccio questa circolazione delle correnti oceaniche potrebbe risentirne in maniera drammatica con tutte le immaginabili conseguenze climatiche ed ecologiche.

175 milioni di anni fa l’Antartide faceva parte di una sorta di supercontinente definito Gondwana che vide, nel tempo, a causa del fenomeno della tettonica a placche, la separazione prima del continente africano 160 milioni di anni fa, poi dell’India 125 milioni di anni fa, poi dell’Australia e Nuova Zelanda 40 milioni di anni fa; la parte più a sud che stava per formare l’Antartide si raffreddava sempre di più e si staccò definitivamente, dall’America meridionale 34 milioni di anni fa.

1.3. I GHIACCIAI
Le aree montuose nel mondo interessate dai ghiacciai sono:
• l’Himalaya, la regione di ghiacciai più estesa a livello planetario che per
2.400 km attraversa sei nazioni, India, Pakistan, Afghanistan, Cina, Bhutan
e Nepal,
• l’area delle Ande e della Patagonia,
• l’area delle Alpi e delle zone alpine dell’Europa orientale (come le
montagne del Caucaso, gli Urali e le Alpi transilvaniche),

• le aree degli altipiani dell’Africa orientale che riguardano soprattutto il
Kilimangiaro e il massiccio del Ruwenzori,
• la cosiddetta cordigliera nordamericana tra Stati Unite e Canada che
comprende ad esempio il Glacier National Park statunitense.

II WWF e l’Antartide

Il WWF da sempre è impegnato per la conservazione di quello che è indiscutibilmente il luogo più selvaggio e inviolato del pianeta: un luogo che non appartiene a nessuna nazione o stato e rappresenta un vero dominio dei sistemi naturali nella loro essenza più pura.
L’Antartide è la casa delle grandi balene, degli incredibili pinguini, dei grandi volatori come gli albatri, delle tante specie di foche e di un’ infinita varietà di pesci e organismi delle acque polari. Grazie all’azione della nostra organizzazione l’Antartide è un continente che resta ancora relativamente inviolato, ma sempre più esposto a minacce che lo condurrebbero a cambiamenti drammatici e irreversibili.
Che cosa abbiamo ottenuto in questi anni:
• La creazione del grande santuario per le balene nell’Oceano Antartico.
• La creazione di un sistema di aree protette che ha avviato l’effettiva conservazione dell’Antartide.
• La realizzazione di piani di azione concreti per la conservazione di varie specie di albatri , procellarie e altre specie antartiche.• La realizzazione di iniziative, accordi, progetti per una gestione sostenibile della pesca e la protezione degli uccelli marini.
• Azioni di denuncia e contrasto delle attività di pesca e sfruttamento illegale delle risorse naturali in Antartide.
• Il miglioramento delle conoscenze scientifiche sulle specie antartiche cruciali per la scelta delle azioni di conservazione.
• Azioni urgenti per specie in pericolo.
Il WWF da sempre combatte per la difesa dell’Antartico e dell’incredibile biodiversità che popola il luogo più freddo ed estremo della Terra. Gli ambiti in cui si concentrano i nostri sforzi sono:
– la lotta alle cause che provocano il cambiamento climatico
– l’istituzione e il sostegno ad un sistema adeguato ed efficace di aree protette
– la promozione della ricerca scientifica su specie e habitat antartici per il miglioramento delle conoscenze
– l’individuazione delle migliori scelte di conservazione
– l’applicazione e il rispetto dei trattati e delle convenzioni internazionali
– il contrasto della pesca illegale e la promozione della pesca sostenibile
– la lotta all’inquinamento delle acque

Sostenere le aree protette

L’Antartide non cade sotto nessuna giurisdizione nazionale e questo lo rende particolarmente vulnerabile ad un uso insostenibile delle sue ricche e variegate risorse naturali. Primo fra tutti l’uso non regolato e non monitorato fatto dall’industria del turismo e della pesca industriale che si spinge in queste acque inviolate e naturali, vero e proprio rifugio per balene, foche ma anche per importanti banchi di pesci. Ogni anno una media di 30.000 turisti arriva in questo fragile angolo del pianeta, mettendo a rischio i suoi delicati equilibri. L’organismo internazionale a cui è affidata la gestione delle risorse naturali dell’Antartide è il CCAMLR (Convention for the Conservation of Antarctic Marine Living Resources, www.ccamlr.org) dove è prevista la rappresentanza di 24 paesi.
Ancora oggi, nonostante i tanti sforzi, solo una piccolissima percentuale del territorio antartico non coperto dai ghiacci ( dove si concentra la grandissima percentuale di biodiversità del continente) è protetto (1,5%) e meno del 10% della superficie marina che lo circonda. Una percentuale in entrambi i casi non sufficiente a garantire il futuro della biodiversità antartica (Shaw J. Et al, 2014, Antarctica’s Protected Areas Are Inadequate, Unrepresentative, and at Risk, Plos Biology vol. 12, issue 6.

LA TERRA “A PALLA DI NEVE” (SNOWBALL EARTH)

Ci sono tanti segni geologici che dimostrano come, nell’ultima fase del Precambriano (in un periodo che, nella carta ufficiale del tempo geologico della storia della Terra, il Geological Time Scale, va dagli 850 ai 540 milioni di anni fa), la Terra possa essere stata sottoposta ad una sorta di congelamento globale, fenomeno definito nel 1992 da Joe Kirschvink , professore di geobiologia al
California Institute of Technology (il prestigioso Caltech), la Terra a palla di neve (Snowball Earth) 7. In quel periodo (che poi è stato più ristretto, sulla base dei risultati delle ricerche fatte, tra gli 850 ed i 635 milioni di anni fa) si ritiene che il potere di illuminazione del nostro Sole sia stato più debole del 6% rispetto ad oggi e che fosse presente una disposizione dei continenti più concentrati attorno all’Equatore; questo insieme di situazioni deve aver innescato una significativa glaciazione. Infatti le terre emerse che risultano più chiare rispetto ai mari, riflettevano più energia solare proprio alle basse latitudini, generando così un raffreddamento globale.

Per questo periodo della storia della Terra sono stati anche identificati depositi di ferro nei sedimenti marini che sono indice di anossia, cioè di mancanza di ossigeno a causa di una superficie oceanica probabilmente del tutto ghiacciata. E’ molto probabile che il raggiungimento dei 30° di latitudine da parte della banchisa ghiacciata possa aver innescato una retroazione positiva dovuta alla riflessione dell’energia solare da parte dei ghiacci che potrebbero essersi estesi a tutto il pianeta. Un modo importante di cui dispongono gli scienziati per riconoscere la latitudine della collocazione delle rocce a seguito dei fenomeni della tettonica a placche è quello di studiare l’orientazione delle particelle magnetiche in esse presenti. Si è potuto così notare che i depositi glaciali datati 640 milioni di anni fa e attualmente presenti in Canada, Groenlandia, Namibia, Australia e nelle isole Svalbard all’epoca della loro formazione si trovavano vicino all’Equatore e nonostante questo portano i segni di una inequivocabile glaciazione.

Ufficialmente nel 1990 l’International Commission on Stratigraphy e l’International Union of Geological Sciences (IUGS) hanno ratificato il periodo definito Criogeniano (dal greco “la nascita del freddo”) nel Geological Time Scale, cioè nella geocronologia riconosciuta dalla scienza, con la copertura del tempo dagli 850 ai 635 milioni di anni fa 8. Questo grande fenomeno di glaciazione attribuita all’ultima fase del Precambriano avrebbe avuto una situazione equivalente (da Snowball Earth ) più o meno intorno ai 2,4 miliardi di anni di vita della Terra. Altri fenomeni di glaciazioni, prima delle ere glaciali del Plio-Pleistocene che hanno interessato gli ultimi 3,5 milioni di anni di storia della Terra, potrebbero aver avuto luogo, uno alla fine dell’Ordoviciano, 443 milioni di anni fa e l’altro alla fine del Devoniano, 360 milioni di anni fa.

LE ERE GLACIALI
Gli ultimi 3,25 milioni di anni della storia della Terra sono stati caratterizzati particolarmente da un susseguirsi di periodi di glaciazione intervallati da periodi interglaciali più caldi.
Agli inizi del Novecento geografi e geologi, come Albrecht Penck e Eduard Bruckner, hanno iniziato a proporre una prima cronologia delle glaciazioni alpine sulla base delle analisi di diverse successioni di sedimenti in alcune valli di affluenti del Danubio distinguendo quelle che per lungo tempo sono state definite le quattro glaciazioni pleistoceniche Gunz, Mindel, Riss e Wurm (che si studiavano a scuola fino a qualche decennio fa) avvenute circa tra i 680.000 e i 15.000 anni fa. Oggi questa distinzione non viene più riconosciuta e ancora non è disponibile una classificazione e sequenza unica per i vari fenomeni glaciali che si sono verificati in tutto il mondo, anche se questa distinzione per chi vive in Europa in qualche modo ricorda termini familiari.
I picchi di freddo che caratterizzano alcuni periodi della storia della Terra vengono definiti ere glaciali. Sono dovuti ad una complessa interazione di numerosi fattori ma, in particolare, alle variazioni dell’orbita terrestre note come cicli di Croll-Milankovic (in onore allo scienziato scozzese James Croll che le ipotizzò e al matematico serbo Milutin Milankovic che ne studiò e verificò attentamente i dati) all’oscillazione dell’orbita terrestre che alterano la quantità di radiazione solare che viene ricevuta dalla Terra. Questi cicli dipendono da tre fattori che riguardano l’eccentricità dell’orbita della Terra intorno al Sole, l’inclinazione dell’asse di rotazione terrestre e la sua precessione (che è simile a quella di una trottola in rotazione che descrive un cerchio). Questi tre fattori variano con una periodicità distinta, rispettivamente di 400.000, 41.000 e 26.000 anni. Ne consegue che, a seconda della stagione, regioni diverse del pianeta ricevono quantità diverse di radiazione solare. Tenendo conto di questi cicli e trascurando il grave fenomeno attuale del riscaldamento globale dovuto alle attività umane, potremmo aspettarci un altro periodo glaciale tra 15.000 anni.

IL PUNTO CRITICO (TIPPING POINT)
In questi mesi due grandi ed autorevoli paleoecologi, Anthony Barnosky e Elizabeth Hadly, hanno pubblicato un libro molto interessante dal titolo “End Game. Tipping point for Planet Earth ?”9.
Si tratta degli stessi autori di uno studio molto importante pubblicato con altri 20 scienziati di fama internazionale nel 2012 su “Nature” .
In questo lavoro gli studiosi fanno presente che decenni di ricerche sulla dinamica dei sistemi naturali ci ha portati a conoscere come diversi ecosistemi possono transitare in maniera repentina e irreversibile da uno stato ad un altro quando sono spinti da una serie di fenomeni interconnessi, ad attraversare una soglia critica.
Oggi ci dicono questi scienziati, abbiamo le evidenze scientifiche che l’ecosistema globale, la nostra meravigliosa biosfera dalla quale dipende la nostra stessa esistenza, può reagire in modi similari avvicinandosi ad una transizione critica a livello planetario come risultato degli effetti pervasivi e di ampie dimensioni esercitate dall’intervento umano.
Si ritiene perciò plausibile il raggiungimento di un punto critico (Tipping Point) su scala planetaria che richiede ovviamente una grandissima attenzione da parte di noi tutti ed una raffinata capacità scientifica di registrare i segnali di allerta che preludono ad un passaggio di transizione critica su scala globale come sta già avvenendo, in tante parti del mondo, a scala locale, per essere capaci di individuare i feedback che promuovono questa transizione. Ed è ovviamente necessario, come richiedono gli studiosi anche in questa bella pubblicazione apparsa su “Nature”, agire sulle cause che sono alla radice del come gli esseri umani stanno forzando i cambiamenti biologici planetari.

Barnosky e gli altri ricordano l’importanza di agire per ridurre la popolazione mondiale, per ridurre il consumo pro capite delle risorse, per ridurre l’utilizzo di combustibili fossili, per rafforzare l’efficienza energetica, per incrementare l’efficienza della produzione e distribuzione del cibo e per rafforzare le azioni di gestione e conservazione della biodiversità e dei servizi degli ecosistemi, sia negli ambienti terrestri che marini, cercando di mantenere il più possibile salvaguardate le parti della superficie terrestre ancora non dominate dall’intervento umano.
La ricerca su “Nature” sottolinea come gli studi sulle dinamiche degli ecosistemi a piccola scala dimostrano che percentuali che vanno da almeno il 50% fino al 90% delle aree stesse risultano alterate e che interi ecosistemi stanno sorpassando punti critici che li conducono in stati differenti da quelli originali.
A scala più ampia i ricercatori fanno presente che per sostenere una popolazione di più di 7 miliardi di abitanti, ormai il 43% della superficie delle terre emerse è già stato convertito ad agricoltura, infrastrutture, aree urbane e profonde modificazioni di tanti ecosistemi e con i sistemi stradali che attraversano molto altro di ciò che resta. La crescita della popolazione, prevista di 9 miliardi al 2045, fa ipotizzare uno scenario dove almeno metà delle terre emerse saranno profondamente modificate già entro il 2025. Questo aspetto viene ritenuto dagli studiosi un profondo impatto che è molto vicino a rappresentare il verificarsi di un punto critico su scala planetaria.
Questo è ovviamente anche il tema del bel volume di Barnosky ed Hadly “End Game”.
Nel campo delle ricerche sul cambiamento globale il tema dei Tipping Points sta diventando sempre più significativo e, come indicato da molti scienziati, l’andamento dello stato dei ghiacci marini artici estivi, di quelli della Groenlandia e di quelli dell’Antartico occidentale nonché l’andamento dello stato del permafrost, sono stati già segnalati e individuati come situazioni potenziali dove si può verificare il raggiungimento di un punto critico .
Molte ricerche sono state indirizzate per studiare al meglio gli elementi che potrebbero far sorpassare una soglia critica per cui il verificarsi di una piccola perturbazione potrebbe qualitativamente alterare lo stato o lo sviluppo del sistema studiato provocando, a cascata, una ampia scala di impatti sui sistemi umani ed ecologici. Le attività umane hanno infatti la potenzialità di far transitare i sistemi naturali verso altri stati che potrebbero produrre effetti negativi per le società umane stesse .

LA SITUAZIONE ATTUALE, GLI SCENARI FUTURI E GLI IMPATTI SUGLI AMBIENTI E LE SOCIETÀ UMANE
La criosfera risente inevitabilmente del profondo impatto umano sui sistemi naturali. La connessione crescente tra crescita della popolazione umana, modelli di produzione e consumo consumistici e cambiamenti climatici e globali è ormai evidentissima.
L’ultimo “World Population Prospects: the 2015 Revision” della Population Division delle Nazioni Unite 13 uscito alla fine di luglio 2015 ci dice che la popolazione mondiale nel luglio del 2015 è di 7,3 miliardi di abitanti quasi 9 volte gli 800 milioni di abitanti che si stima vivessero nel 1750, agli albori della Rivoluzione Industriale e dovrebbe raggiungere, seguendo la variante media (che è la più attendibile), i 9.7 miliardi di abitanti nel 2050. La popolazione mondiale continua a crescere a un tasso di circa 83 milioni l’anno
Anche assumendo che i livelli di fertilità continuino a declinare, la popolazione globale dovrebbe raggiungere, secondo i dati ONU, gli 8.5 miliardi nel 2030, i 9.7 miliardi nel 2050 e gli 11.2 miliardi nel 2100, rispetto alle proiezioni relative alla variante media. La crescita della popolazione fino al 2050 è praticamente inevitabile, anche se il declino della fertilità si dovesse accelerare. Vi è l’80% delle probabilità che la popolazione mondiale sarà tra gli 8.4 e gli 8.6 miliardi nel 2030 , tra i 9.4 e i 10 miliardi nel 2050 e tra i 10 e i 12.5 miliardi entro il 2100.
La popolazione mondiale ha avuto variazioni molto modeste per lunghissimi archi di tempo, rimanendo sempre al di sotto del miliardo di individui. Con l’avvio della Rivoluzione industriale la crescita della popolazione umana presenta invece una curva con un andamento molto rapido. Intorno al 1820, l’umanità ha raggiunto il traguardo del miliardo di persone, poi dal 1820 al 1930, in poco più di un secolo, ha toccato i 2 miliardi. La crescita è stata poi molto sostenuta in trent’anni, dal 1930 al 1960, la popolazione ha raggiunto i 3 miliardi; poi 4 nel 1974, 5 nel 1987, 6 nel 1999 e 7 nel 2011. La crescita della popolazione è fortemente intrecciata con il costante meccanismo della continua crescita materiale e quantitativa delle nostre economie, dimostrata da tutti gli indicatori aggregati globali dello sviluppo socio-economico, tanto che gli studiosi parlano ormai di una Great Acceleration, la grande accelerazione del nostro impatto sui sistemi naturali che ha registrato una fortissima crescita a partire dal 1950 ad oggi . Secondo i dati a disposizione nel 1700, circa il 95% delle terre emerse libere dalla presenza di ghiacci si trovavano ancora in una condizione naturale o seminaturale, mentre nel 2000 il 55% delle terre emerse libere dai ghiacci risulta trasformato dall’intervento umano (città, infrastrutture, pascoli, agricoltura ecc.) mentre il 45% risulta essere in uno stato naturale o seminaturale.

POLO NORD (ARTICO)
L’estensione della superficie ghiacciata marina nell’Artico continua a decrescere con le registrazioni satellitari che lo documentano dal 1979 ad oggi. Il tasso di tale decrescita è, come ha riassunto il quinto ed ultimo rapporto sul cambiamento climatico dell’IPCC, tra il 3.5 e il 4.1% per ogni decennio. Il National Snow and Ice Center ha segnalato che quest’anno, (11 marzo 2015) la massima estensione della superficie marina ghiacciata invernale (che rappresenta il periodo nel quale tale estensione si amplia e si rafforza) ha raggiunto il valore più basso mai registrato da quando esistono le registrazioni satellitari (14.280 milioni di km quadrati).
Nel 2012 è stata invece registrata la massima riduzione della superficie della banchisa estiva artica dal 1979, da quando cioè esistono i rilevamenti satellitari.
Il National Snow and Ice Data Center ha reso noto la segnalazione del record raggiunto nel 2012 (che apparteneva prima all’anno 2007) verso la fine di settembre quando la riduzione della superficie della banchisa artica estiva raggiunge normalmente il suo massimo.
La superficie dei ghiacci marini artici è stata, al 16 settembre 2012, di 3.41 milioni di chilometri quadrati, 760.000 kmq in meno del precedente record registrato il 18 settembre del 2007 (si tratta di un’area grande quanto lo stato del Texas negli USA).
Il record 2012 registra 3.29 milioni di kmq in meno della media minima del periodo 1979 – 2000 che rappresenta un’area grande quanto quasi due volte l’Alaska.
Per il 2015 l’estensione della banchisa estiva ha raggiunto il suo minimo l’ 11 settembre con 4.41 milioni di kmq. Si tratta della quarta più bassa estensione della banchisa da quando esistono le registrazioni satellitari (1979) e conferma il trend di riduzione . Andamento dell’estensione minima della banchisa estiva artica registrate negli anni 2006-2015 e la classifica delle prime 10 minime estensioni.

La banchisa dei ghiacci marini nell’Artico si forma naturalmente durante i freddi inverni artici per poi ridursi quando le temperature crescono in primavera ed estate fino al massimo di riduzione che viene raggiunto tra la metà e la fine di settembre.
Le ricerche sino ad ora svolte sul ghiaccio marino artico, riassunte dal quinto ed ultimo Rapporto dell’IPCC, ci informano che è molto probabile che la copertura di ghiaccio marino artico continuerà a ridursi e assottigliarsi, e che la copertura di neve dell’emisfero nord in primavera tenderà a diminuire nel corso del 21° secolo all’aumentare della temperatura media globale superficiale. Anche il volume globale del ghiacciai diminuirà ulteriormente.
Inoltre secondo vari modelli e varie stime si prevedono durante tutto l’anno riduzioni dell’estensione media del ghiaccio dell’Oceano Artico per la fine del 21° secolo. Queste riduzioni potrebbero essere di percentuali, a secondo degli scenari presentati dall’IPCC, dal 43% al 94% nel mese di settembre e dall’8% al 34% a febbraio.
Facendo accurate valutazioni delle componenti di diversi modelli che riproducono in maniera più dettagliata lo stato climatologico medio e la tendenza dell’estensione del ghiaccio nel mare artico tra il 1979 e il 2012 e tenendo conto degli scenari più estremi relativi al cambiamento climatico, si ritiene probabile che il mare Artico nel mese di settembre possa risultare quasi privo di ghiaccio prima della metà del secolo.

POLO SUD (ANTARTIDE)
Gli studiosi monitorano attentamente i ghiacci marini artici e antartici, ma quelli artici sono più significativi per comprendere il cambiamento climatico perché una buona parte dei ghiacci marini artici permane anche durante i mesi estivi riflettendo le radiazioni solari (effetto albedo) e contribuendo al raffreddamento del sistema climatico planetario.
Ma anche i ghiacci marini vicino alla penisola Antartica a sud della punta dell’America meridionale hanno recentemente registrato un significativo declino. Il resto del continente antartico ha invece registrato un modesto incremento nel ghiaccio marino.
Antartico e Artico comunque reagiscono in maniera differente al cambiamento climatico in parte a causa delle differenze geografiche. L’Antartico come sappiamo è un continente circondato dall’oceano mentre l’Artico è un oceano circondato dalle terre emerse.
Il vento e le correnti oceaniche intorno all’Antartide creano un certo isolamento rispetto ai pattern meteorologici globali, mantenendolo freddo. L’oceano Artico invece è strettamente legato al sistema climatico che lo circonda ed è estremamente sensibile ai mutamenti del clima.La penisola antartica si è riscaldata di circa 3°C negli ultimi 50 anni; in questo arco di tempo, sempre nella penisola antartica l’87% dei ghiacciai si sono ritirati e ben nove piattaforme di ghiaccio hanno subito un significativo collasso (molti si ricordano le immagini satellitari del collasso della piattaforma Larsen B nella penisola antartica avvenuta nel marzo 2002) che fecero il giro del mondo.
In Antartide con l’incremento della temperatura superficiale media globale si potrebbe verificare una diminuzione dell’estensione e del volume del ghiaccio marino per la fine del 21° secolo.

I GHIACCIAI
E’ stato recentemente pubblicato un lavoro scientifico che ha riassunto accuratamente tutti i dati registrati dal World Glacier Monitoring Service (WGMS) e che fa il punto sulla situazione dei ghiacciai a livello mondiale sottolineandone la forte preoccupazione per un declino senza precedenti degli stessi che si è verificato dagli inizi del 21° secolo18. Le fluttuazioni che si registrano anno dopo anno nei ghiacciai, ad esempio i cambiamenti nella loro estensione, lunghezza, volume e massa (il monitoraggio internazionalmente coordinato dei ghiacciai ha avuto inizio nel 1894 e le pubblicazioni periodiche delle informazioni compilate delle fluttuazioni dei ghiacciai sono state realizzate a partire dal 1895) rappresentano un segnale importante delle modificazioni nei bilanci energetici e sono ben riconosciute come indicatrici di alta confidenza del cambiamento climatico. Le osservazioni documentano chiaramente che i ghiacciai in tutto il mondo si stanno ritirando e perdono massa; le osservazioni glaciologiche e geodetiche dei primi anni del 21° secolo dimostrano che la perdita di massa è senza precedenti su scala globale, almeno per il periodo osservato e probabilmente per tutta la storia umana registrata, come confermano anche le ricostruzioni derivanti dai documenti scritti. Gli studiosi affermano nel loro paper che il ritiro dei ghiacciai a livello mondiale è probabilmente l’icona più evidente del cambiamento climatico globale.
Entro la fine del 21° secolo, il volume globale ghiacciai, esclusi i ghiacciai della periferia dell’Antartide e sempre secondo i diversi scenari presentati dal quinto Rapporto dell’IPCC, dovrebbe scendere dal 15 al 55% o, in alternativa, dal 35 all’85% relativamente agli scenari più estremi.

L’area della copertura nevosa primaverile dell’Emisfero Nord del nostro Pianeta dovrebbe diminuire del 7%, o persino fino al 25% dalla fine del 21° secolo, secondo la media dei modelli e degli scenari tra quelli che prevedono un incremento dell’effetto serra naturale più moderato o più estremo.
Proprio quest’anno a maggio presso l’Università Statale di Milano si è tenuto l’Alpine Glaciology Meeting (AGM) un congresso biennale che riunisce i glaciologi europei e mondiali per discutere le ultime ricerche in campo glaciologico e in questa occasione è stato presentato anche il nuovo Catasto dei Ghiacciai Italiani.
I ghiacciai alpini sono in forte ritiro nelle ultime decadi. Il nuovo Catasto dei ghiacciai italiani mostra come la superficie dei ghiacciai italiani sia passata dai 519 km2 del 1962 (Catasto CGI-CNR), ai 609 km2 del 1989 (catasto prodotto nell’ambito del World Glacier Inventory, con dati raccolti negli anni ’70-80), agli attuali 368 km , pari al 40% in meno rispetto all’ultimo catasto. Contemporaneamente, il numero dei ghiacciai è passato oggi a 900, contro 824 nel 1962 e 1381 nel 1989, ove l’aumento è dovuto all’intensa frammentazione che ha ridotto sistemi glaciali complessi a singoli ghiacciai più piccoli. Studi condotti su singoli gruppi glaciali mostrano le evoluzioni recenti dei ghiacciai italiani, ne modellano il comportamento e ne ipotizzano le evoluzioni future.
Studi sulla potenziale evoluzione futura (fino al 2100) del ghiacciaio dei Forni in Valtellina, il più grande ghiacciaio vallivo italiano, utilizzando modelli di dinamica glaciale e gli scenari climatici forniti dall’IPCC, mostrano per il ghiacciaio, in forte ritiro negli ultimi trent’anni, il potenziale per una fortissima riduzione, in particolare nello scenario più pessimistico previsto dall’IPCC.
I ghiacciai delle Ande Centrali sono a forte rischio in questo secolo. Gli studi ci dimostrano come la regione di Santiago del Cile, nel cuore delle Ande cilene, dipendente dai deflussi del Rio Maipo a forte contributo nivo-glaciale, vedrà i suoi ghiacciai a rischio di forte restringimento (fino a -63% di superficie glaciale, secondo lo scenario più pessimistico del’IPCC) entro la fine del secolo, con larga contrazione delle nevi stagionali (fino a -40% di area nivale e risalita della snow line di anche 250 m di livello) e con una rilevante diminuzione potenziale dei deflussi nei mesi estivi più caldi (Estate Boreale, fino a -50% in Gennaio).
Nella regione dell’Everest nepalese, i ghiacciai sono in forte ritiro nelle ultime decadi in risposta ai cambiamenti climatici. Le ricerche hanno mostrato come il cambiamento climatico alteri la dinamica dei laghi glaciali e proglaciali in Nepal, con sostanziale risalita in quota, in risposta alla risalita glaciale ed all’aumentato tasso evaporativo.

Il fiume Dudh Kosi alimentato dalle acque di fusione del ghiacciaio del Khumbu ai piedi dell’Everest è stato oggetto di intense campagne di studio a partire dal 2012, che hanno permesso di modellarne i fenomeni glacio-idrologici e di ipotizzarne la futura evoluzione.
Simulazioni della risposta glacio-idrologica recente del ghiacciaio del Khumbu mostrano come tale ghiacciaio sia in forte recessione, come del resto mostrato nella letteratura recente relativa ai ghiacciai dell’Himalaya meridionale. Inoltre, simulazioni di scenario preliminari basate su modelli climatici dell’IPCC mostrano un potenziale rapido incremento della fusione del ghiacciaio del Khumbu verso metà secolo, con la scomparsa pressoché totale della Khumbu ice fall, la separazione della lingua di ablazione valliva dalla zona di alimentazione e la lenta scomparsa degli spessori glaciali sotto le spesse coltri di detrito. In risposta a tale contrazione glaciale, i deflussi fluviali nel Dudh Kosi diminuirebbero drasticamente. L’Himalaya del sud sembra quindi destinata a soffrire in maniera rilevante gli effetti dei cambiamenti climatici.
Diversi studi si stanno focalizzando sulla cosiddetta Anomalia del Karakorum, i ghiacciai del Pakistan, che mostrano attualmente condizioni di sostanziale stabilità. La sostanziale stabilità dei ghiacciai dell’area deriverebbe dalla particolare situazione climatica locale, dove si evidenziano un incremento degli eventi nivali, una maggiore durata delle coperture nivali, e una lieve diminuzione delle temperature estive, nonché una diminuita fusione per i ghiacciai maggiormente coperti di detrito.
Diverse ricerche italiane hanno presentato risultati recenti che mostrano la potenziale evoluzione di un’area glaciale nel cuore del Karakorum, ai piedi del K2. Il bacino dello Shigar, affluente dell’Indo e ricoperto per un terzo di ghiaccio (ca. 2000 km su ca. 7000 km ), ivi inclusi i maestosi ghiacciai Baltoro, Biafo-Ispar e Liligo, è stato oggetto di intense campagne di studio a partire dal 2011, che hanno permesso di ipotizzare la futura evoluzione del manto glaciale, nonché le conseguenze sulle dinamiche idrologiche di quelle aree.
Utilizzando proiezioni di scenario climatico dai modelli dell’IPCC è stato evidenziato come le coperture glaciali di quest’area potranno mantenere una sostanziale stabilità fino alla prima metà del prossimo secolo. Successivamente potrebbero restringersi in maniera sostanziale, perdendo gran parte del loro volume.
I regimi fluviali dell’alto bacino dell’Indo (Upper Indus Basin UIB), mostreranno più intensi fenomeni di piena estiva, con fusione nivale anticipata, più intensa fusione glaciale e maggiore violenza delle piene estive monsoniche, fenomeni già osservati di recente in Pakistan. Tuttavia, verso fine secolo, le coperture glaciali diminuirebbero largamente e le portate inizieranno a diminuire,verosimilmente portandosi a valori inferiori agli attuali all’inizio del prossimo secolo 19 .

PERMAFROST
La comunità scientifica internazionale ritiene praticamente certo che l’estensione del permafrost prossimo alla superficie, alle alte latitudini settentrionali, sarà sempre più ridotta a causa degli aumenti della temperatura globale media della superficie. Entro la fine del 21° secolo, la zona di permafrost in prossimità della superficie (sopra i -3,5 m) dovrebbe diminuire tra il 37% e l’81% secondo la media dei modelli e degli scenari previsti. L’alterazione del permafrost causata dal riscaldamento globale comporta la decomposizione del materiale organico intrappolato rilasciando metano e anidride carbonica. Anche l’incremento delle temperature negli oceani comporta il rilascio del metano contenuto nei depositi di idrati o clatrati di metano presenti in profondità. Essi sono costituiti come da gabbie di ghiaccio che intrappolano molecole gassose e restano stabili solo a determinate condizioni di pressioni elevate e temperature molto basse. Con l’incremento delle temperature o la riduzione della pressione si fonde il ghiaccio e il metano si libera in forma gassosa. Il rilascio di metano e anidride carbonica dal permafrost e dai clatrati costituisce di fatto una retroazione positiva che incrementa ulteriormente l’effetto serra globale.

LIVELLO DEL MARE
Attualmente il 60% della popolazione umana si trova concentrato sulle zone costiere del mondo entro i 100 km dalla costa.
Come sottolinea anche il quinto Rapporto dell’IPCC il livello medio del mare globale continuerà a crescere nel corso del 21° secolo. In tutti gli scenari previsti il tasso di aumento del livello del mare sarà molto probabilmente superiore a quello osservato durante il periodo 1971-2010 a causa dell’aumento del riscaldamento degli oceani e della maggiore perdita di massa dei ghiacciai e delle calotte polari.
Negli ultimi anni le ricerche scientifiche e il miglioramento della comprensione fisica dei fenomeni che sono alla base delle dinamiche di innalzamento del livello dei mari, hanno permesso di sviluppare previsioni realistiche.
È praticamente certo che l’aumento del livello medio globale del mare continuerà oltre il 2100, con il livello del mare che aumenterà a causa della dilatazione termica che persisterà per molti secoli.

La perdita di massa prolungata delle calotte polari potrebbe causare un maggiore aumento del livello del mare e una parte della perdita di massa potrebbe essere irreversibile. Gli studiosi concordano rispetto al fatto che un livello di riscaldamento che superi una certa soglia comporterebbe la perdita quasi totale della calotta glaciale della Groenlandia nel corso di un millennio o più, causando un innalzamento del livello medio globale del mare fino a 7 m. Le stime attuali indicano che tale soglia del riscaldamento globale medio rispetto al periodo pre-industriale è maggiore di circa 1 °C (bassa confidenza) ed inferiore a circa 4 °C (media confidenza). Gli scienziati dell’IPCC ricordano che è probabile che avvenga una brusca e irreversibile perdita di ghiaccio causata da una potenziale instabilità della calotta polare antartica in risposta al forcing, ma le prove attuali non sono sufficienti per fornire una valutazione quantitativa.
Secondo i diversi scenari del quinto Rapporto IPCC l’aumento medio globale del livello del mare per il periodo 2081-2100 sarà probabilmente compreso 0.26 e 0.55 m, tra 0.32-0.63 m, tra 0.33-0.63 m e tra 0.45-0.82 m. Per lo scenario più estremo l’aumento entro il 2100 viene previsto tra i 0.52-0.98 m, con un tasso tra il 2081-2100 tra gli 8 e i 16 mm/anno. Questi intervalli sono derivati dalle proiezioni climatiche in combinazione con i modelli e con i contributi della letteratura scientifica che tratta i ghiacciai e le coperture di ghiaccio.

Nelle proiezioni previste dall’ultimo Rapporto IPCC, la dilatazione termica contribuisce dal 30 al 55% dell’innalzamento medio globale del livello del mare nel 21° secolo, mentre i ghiacciai contribuiscono con un apporto che si colloca dal 15 al 35%. L’aumentata fusione del ghiaccio superficiale della calotta della Groenlandia dovrebbe superare l’aumento delle precipitazioni nevose, con un conseguente contributo positivo delle variazioni del bilancio della massa superficie sul futuro del livello del mare. Mentre la fusione del manto di ghiaccio superficiale rimarrà limitato, si prevede un aumento delle precipitazioni nevose sulla calotta antartica, che corrisponde a un contributo negativo al futuro livello del mare, dalle variazioni di bilancio della massa superficiale.
Climate Central ha recentemente completato un’analisi delle aree del mondo che potranno essere sommerse dall’innalzamento del livello del mare entro la fine del secolo.

Sulla base delle attuali conoscenze, soltanto l’eventuale collasso della calotta polare antartica, se avviato, potrebbe causare un innalzamento del livello medio globale del mare notevolmente al di sopra dei limiti previsti nel corso del 21° secolo previsti dagli scenari considerati.

Nell’ambito del quinto rapporto IPCC sono state considerate le basi per le proiezioni più elevate di innalzamento del livello del mare medio globale nel 21° secolo e si è concluso che non vi sono prove attualmente sufficienti per valutare la probabilità di livelli specifici al di sopra dell’intervallo di probabilità che è già stato valutato. Molte proiezioni di modelli semi-empirici di innalzamento del livello medio globale del mare sono più alte delle proiezioni basate sui modelli standard (fino a circa due volte più grandi), ma non vi è consenso nella comunità scientifica circa la loro affidabilità e vi è quindi una scarsa confidenza rispetto alle loro proiezioni.
Secondo gli scienziati dell’IPCC l’innalzamento del livello del mare non sarà uniforme. Entro la fine del 21° secolo, è molto probabile che il livello del mare crescerà in più in circa il 95% della superficie dell’oceano. Circa il 70% delle coste in tutto il mondo dovrebbero sperimentare il cambiamento del livello del mare.

Un importante e recente pubblicazione di autorevoli climatologi guidati dal famoso climatologo Jim Hansen della Columbia University e per decenni direttore del prestigioso Goddard Institute for Space Studies della NASA documenta come nell’ultimo periodo interglaciale definito Eemiano che ha avuto luogo circa 125.000 anni fa, si sia verificata un ‘importante fusione dei ghiacci, un innalzamento dei mari di 5-9 metri, seguito da tempeste con una temperatura che era più di 1°C rispetto a quella odierna. Il team di studiosi, integrando dati paleoclimatici, modelli climatici e osservazioni climatologiche attuali, ha riscontrato che il forzante climatico indotto dall’intervento umano attuale è più forte e più rapido di quello di allora dovuto ai forzanti orbitali. I ghiacci marini sono vulnerabili a fenomeni di disintegrazione non lineari in risposta all’accelerazione del riscaldamento climatico attuale ed è possibile che la perdita dei ghiacci marini potrebbe verificarsi in tempi più rapidi innalzando il livello dei mari di diversi metri come è accaduto nell’Eemiano. Pertanto il team di scienziati ritiene che mantenere la temperatura media della superficie terrestre sotto i 2°C rispetto alla temperatura del periodo pre industriale, come ormai indicato e accettato nei negoziati internazionali sul clima, è purtroppo altamente pericoloso e quindi qualsiasi negoziato deve prevedere azioni che contengano significativamente questo incremento di temperatura.
Quando i ghiacci presenti nelle piattaforme continentali si fondono, l’acqua che ne deriva finisce nell’oceano e il livello del mare sale. Quando i ghiacci iniziano a fondere il livello del mare può salire rapidamente: circa 14.000 anni fa il livello dei mari è cresciuto tra i 4 e i 5 metri ogni secolo per diversi secoli consecutivi, con una crescita media di 1 metro ogni 20-25 anni. Queste variazioni hanno influenzato anche lo sviluppo del genere umano sulla Terra. Ci sono uomini primitivi che hanno vissuto durante il penultimo periodo interglaciale, quello dell’Eemiano, periodo che fu più caldo dell’Olocene che è il periodo interglaciale nel quale stiamo attualmente vivendo. La temperatura globale media dell’Eemiano fu superiore all’attuale di meno di 1° C e si tratta di un dato molto importante da considerare, come già ricordato sopra, per quanto riguarda l’attuale livello di riscaldamento globale e i drammatici effetti che ne possono derivare.

LA DISPONIBILITÀ DELLE RISORSE IDRICHE
I rischi per la disponibilità di acqua dolce connessi al cambiamento climatico aumenteranno significativamente con l’incremento delle concentrazioni di gas a effetto serra. Allo stato attuale sono un miliardo e 100 milioni le persone sulla Terra che non dispongono di adeguato accesso all’acqua. Il limite minimo per la disponibilità di acqua quotidiana a persona viene indicato intorno ai 20 litri, molti di coloro i quali non hanno un accesso adeguato all’acqua dispongono solo di 5 litri.
Solo per berne dovremmo disporne di almeno 3-4 litri al giorno. Ma generalmente ne servono ogni giorno almeno 2.000 litri a livello procapite per produrre gli alimenti che consumiamo quotidianamente.
Per produrre generi alimentari abbiamo uno straordinario impiego di acqua e solo per scopi irrigui per favorire le attività agricole ne utilizziamo ben il 70% della sua disponibilità. Grazie all’irrigazione la produzione agricola è andata crescendo in tutti questi ultimi decenni parallelamente all’incremento dell’irrigazione stessa che però a iniziato a rallentare la sua crescita e ad oggi in alcuni paesi il numero delle aree irrigate è già calato.
La crescita della popolazione e il riscaldamento globale incrementeranno inevitabilmente il numero di persone che subirà uno stress idrico e le previsioni ci ricordano che se non si agisce per modificare l’attuale andamento dell’incremento delle concentrazioni di gas serra, le persone che non avranno un adeguato accesso all’acqua potrebbero giungere ai tre miliardi entro il 2050.

La costante riduzione dei ghiacciai dell’Himalaya può avere effetti devastanti sulle popolazioni che vivono grazie ai fiumi che sono alimentati dai ghiacciai himalayani e cioè il Brahmaputra, il Gange, l’Indo, l’Irawaddy, il Mekong, il Salween e lo Yangtzee, una popolazione complessiva di oltre 2 miliardi di persone, più di un quarto dell’attuale popolazione del Pianeta. Questo vale anche per i nostri ghiacciai alpini. Le Alpi oltre infatti ad essere uno straordinario serbatoio di biodiversità sono con le loro acque e ghiacciai un importante serbatoio di oro blu.È il continente più glacializzato: l’Antartide raccoglie il 91% del volume del ghiaccio terrestre e rappresenta la quasi totalità dell’acqua dolce del nostro pianeta. Il volume totale viene stimato in 30 milioni di km3, con uno spessore medio di 2100 m e uno massimo di 4800 m. In realtà dal punto di vista glaciologico vi si riconoscono due calotte, l’immensa calotta orientale, solidamente appoggiata al continente, e la più piccola calotta occidentale, precariamente ancorata a un arcipelago di isole. Entrambe sono drenate da una serie di grandi “fiumi di ghiaccio” che con un flusso più veloce delle calotte scendono radialmente verso le coste e, anche attraversando la Catena Transantartica, arrivano in mare dove creano gigantesche piattaforme galleggianti. Queste ultime sono vasti ghiacciai tabulari, piatti, con una fronte a barriera da cui si staccano iceberg, il più vasto dei quali, la Piattaforma di Ross, è ampio come la Francia. Altra cosa è la banchisa, ghiaccio marino, derivante quindi dal congelamento dell’acqua di mare e diverso per spessore e struttura cristallina dal ghiaccio diagenetico di ghiacciaio, derivante cioè dal metamorfismo della neve. Alla fine degli inverni più freddi l’estensione della banchisa diventa doppia di quella del continente (26 milioni di km2), creando quindi una gigantesca superficie ad altissima albedo che ha un effetto di enorme importanza sul clima di tutta l’area e anche dell’intero globo.

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