L’ad di Uber si scusa con l’autista: “Ho fatto una cosa vergognosa”

0

Travis Kalanick, Ceo di Uber, chiede pubblicamente scusa. E, impegnandosi a «crescere», si dice «imbarazzato» dal suo comportamento. Ammissione pubblicadopo l’ennesimagrana perl’appdi auto con conducente: Kalanickè stato ripreso, e il video pubblicato online, nel corso di uno scontro con un autista Uber.

Fawzi Kamel, l’autista, ha rivolto alcune domande all’ad sulle tariffe e gli ultimi cambi decisi. Il colloquio inizia calmo, poi i toni di accendono e lo scontro diventa duro. «Nonci fidiamo più di te – dice l’autista – Lagente non si fida più di te, io ho perso 97mila dollari per colpa tua (probabilmente fra i costi delle corse e l’acquisto dell’auto usata per lavorare, ndr), ho fatto bancarotta per colpa tua». Kalanick perde la pazienza e risponde a male parole, prima di avvicinarsi alla portiera della macchina per scendere. Il video postato diventa virale, e Kalanick viene travolto dalle critiche. «Ho trattato l’autista in modo Un frame del video dell’accesa discussione tra il top manager di Uber e l’autista irrispettoso. Dire che mi vergogno del mio comportamento è dire poco», dice Kalanick presentando le proprie scuse. «È chiaro che il video riflette chi sono e le critiche che ho ricevuto mi ricordano che devono cambiare come leader e crescere. È la prima volta che ammetto di aver bisogno di un aiuto nella leadership e intendo averlo». Il video di Kalanickè l’ultimo incidente in ordine di tempo ed evidenzia la crisi che ha colpito Uber.

In un primo momento Kalanick cerca di capire il problema, ma alla fine perde la pazienza e, appena prima di uscire dall’auto, attacca l’autista: “Il problema è che la gente non si prende le responsabilità per quello che fa, provando a dare agli altri la colpa dei suoi errori”. Danno la colpa sempre a qualcun altro. “Dire che mi vergogno è dire poco“, ha scritto il Ceo nella email. “Buona fortuna!”. L’ultima battuta è del guidatore che ricambia l’augurio aggiungendo sarcastico: “Auguri anche a te, anche se so che non andrai lontano“. Il video, pubblicato dalla testata Bloomberg, ha costretto Kalanick ad inviare una mail di scuse a tutti i dipendenti. Il mio dovere come vostro leader è quello di guidarvi… e si parte con l’adottare una condotta che renda tutti orgogliosi. Uber ha poi annunciato di aver contattato Kamel e che spera di poter organizzare un incontro tra lui e Kalanick. Dopo aver fatto marcia indietro e rinunciato all’incarico, una nuova tegola. Una ex dipendente, Susan Fowler, ha denunciato pubblicamente di esser stata molestata sessualmente da un manager. In seguito, Uber ha aperto un’inchiesta interna e promesso in futuro ‘tolleranza zerò verso simili incidenti.

La legge sui tassisti sarà vecchia ma è l’unica che esiste, e prevede cose che Uber non garantisce e così l’11 giugno i tassisti di un intero continente scioperano contro Uber. E forse, seguendo una suggestione, si potrebbe dire che l’11 giugno, un pezzo di Europa sciopererà contro Benedetta Arese Lucini, la manager italiana della multinazionale che sta creando un terremoto nel settore del trasporto pubblico, e che ha fatto del nostro Paese una delle nazioni più importanti in cui sperimentare un servizio che accende polemiche dirompenti e pone interrogativi nuovi. Benedetta all’anagrafe, “Maledetta” secondo i tassisti, è la ragazza-simbolo che è diventata il volto, ma anche il bersaglio della protesta contro Uber, l’applicazione grazie a cui chiunque può diventare conducente, e grazie a cui i noleggiatori stanno facendo concorrenza ai tassisti. Benedetta, che ho intervistato ieri, è una manager trentenne dal sorriso angelico e dalla determinazione adamantina, perfettamente consapevole di non essere una semplice amministratrice, ma l’amazzone di un nuovo mondo. Benedetta Lucini, Uber La polemica intorno a Uber, è appassionante e carica di implicazioni, perché rappresenta di sicuro l’anticipazione di un dibattito enorme, che non sconvolgerà solo un singolo settore della vita commerciale, ma la vita di tutti noi, le dinamiche sociali del millennio in cui stiamo entrando. Oggi esiste una applicazione sul modello Uber per le tate, domani – in linea di massima – potrebbe esistere per ogni tipo di servizio. Flickr/taxi!/Di decodrama visual Ovviamente il punto di partenza di questa storia è il nesso libertà-regole, che trova in questa esperienza un’incarnazione davvero seducente: il fatto che praticamente chiunque possa diventare un tassista grazie alla semplice intermediazione di una app, deve essere considerato un grande salto di civiltà, o una perdita di garanzie per qualcuno? La prima cosa da dire è che, nell’Italia del Far West e dei legifiicatori assonnati, Uber si muove sul confine tra la legalità e l’illegalità, e molto spesso – in mancanza di norme che siano al passo con i tempi – sconfina in questo secondo campo. Sarà pure vecchia, la legge che prevede la partenza dei noleggiatori dall’autorimessa, sarà pure sospesa, però è l’unica legge che per ora esiste materia: un noleggiatore non è – e non può essere – uguale a un tassista. Sarà pure obsoleto il fatto che serva una licenza per poter svolgere un servizio pubblico, ma per ora questa normativa c’è, e qualunque altro modo di intendere le regole vuol dire aggirarla. Sarà pure molto trendy il fatto che chiunque possa mettersi al volante e svolgere una prestazione occasionale, magari arrotondando i magri salari in tempo di crisi, però è innegabile un punto: il tassista paga le tasse, ha una patente professionale, risponde agli standard di sicurezza previste per la sua macchina, un uberista no. Il primo problema che Uber pone, dunque, è che se le leggi non ci sono vanno fatte tempestivamente. Taxi in sciopero a Milano, manifesti contro Uber Quindi il nodo più importante che pone Uber riguarda per ora i soli tassisti, ma in realtà è molto più ampio: in queste ore, attraverso questo braccio di ferro, si sta riscrivendo un codice di convivenza civile. Ovvero: la sinergia fra la potenza del web e la pervasiva efficacia e viralità delle applicazioni assume un valore normativo di fatto che è superiore a quello delle leggi esistenti. Ma qui si pone il problema dei problemi: se il tassista svolge un servizio pubblico, è sottoposto a dei precisi vincoli di legge, deve offrire degli standard di sicurezza molto stringenti, ha degli obblighi fiscali, ha degli standard tecnici a cui si deve adeguare, ha degli orari che deve coprire pena la revoca del suo diritto a lavorare, paga un prezzo enorme per una licenza che lo sottopone a queste regole, è giusto che sia esposto alla concorrenza di uno che non ha nessuno di questo vincoli? Io credo proprio di no. Storie di applicazioni, tassisti e auto bianche Quindi il discrimine cruciale per giudicare questa vicenda non è se Uber sia una multinazionale o se sia finanziato da Goldmam Sachs o dalle carte di credito (cosa di cui a me non frega nulla), ma la differenza enorme che corre tra fare la tata e fare il trasportatore: il primo è un servizio utile, il secondo è un servizio pubblico. Perché un servizio sia davvero pubblico deve essere regolamentato, e avere delle regole diverse da quelle creative ma caotiche del mercato. Perché un servizio sia regolamentato non possono svolgerlo tutti. Perché un servizio sia pubblico chi non si adegua agli standard richiesti deve essere sanzionabile. A nessuno verrebbe in mente di fare Uber pronto soccorso, oppure Uber scuola. Ecco perché sento molto il fascino seduttivo dell’idea di libertà agitata dai sostenitori di Uber, ma vi dico che, nell’interesse dei cittadini, se devo scegliere, quando si tratta di servizio pubblico credo che alla libertà si debbano affiancare le regole: #iostoconitassisti.

Rispondi o Commenta