Charlie, interviene Papa Francesco e Donald Trump: Ospedale Bambin Gesù pronto ad accoglierlo

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Si continua a parlare del piccolo Charlie Gard, il bambino britannico di soli 10 mesi affetto da una rara ed incurabile malattia genetica e pare sia intervenuto anche Donald Trump ovvero il  Presidente degli Stati Uniti, proprio il paese dove i genitori del piccolo volevano portarlo alla ricerca di nuove cure. 

Nei giorni scorsi anche Papa Francesco aveva parlato del piccolo britannico di soli 10 mesi affetto da una malattia purtroppo rara e incurabile e nelle scorse ore invece si è fatta sempre più pressante la proposta dell’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma, che si è detto pronto ad accogliere il bambino.  La notizia è stata diffusa proprio nelle scorse ore dal Presidente della struttura capitolina, Mariella Enoc la quale ha dichiarato: “Ho chiesto al direttore sanitario di verificare con il Great Ormond Street Hospital di Londra, dove è ricoverato il neonato, se vi siano le condizioni sanitarie per un eventuale trasferimento di Charlie presso il nostro ospedale. Sappiamo che il caso è disperato e che, a quanto risulta, non vi sono terapie efficaci. Siamo disponibili ad accogliere il loro bambino presso di noi, per il tempo che gli resterà da vivere“.

La presidente del Bambin Gesù ha inoltre aggiunto che difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia è un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo e le parole di Papa Francesco riferite al piccolo Charlie ben riassumono la missione dell’ospedale Bambin Gesù. Come abbiamo avuto modo di spiegare in altre occasioni, il bambino da tempo è al centro di una battaglia giudiziaria tra i genitori e l’ospedale in cui è ricoverato che vorrebbe staccare i macchinari che lo tengono in vita, nel rispetto della legge contro l’accanimento terapeutico.

I genitori più volte si sono ribellati alla decisione dell’ospedale di voler staccare la spina al proprio bambino e per questo si erano rivolti innanzitutto all’Alta corte e poi alla Corte d’Appello infine alla Corte Suprema, ma i giudici hanno comunque sempre dato ragione ai medici tanto che nella settimana scorsa si era deciso che lo scorso venerdì sarebbero state spente le macchine,  poi un ulteriore proroga ed infine la proposta dell’ospedale Bambin Gesù. “Difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, è un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo”,  queste invece le parole scritte da papa Francesco attraverso il proprio account Twitter,  parole che sono state riprese anche dal Presidente  degli Stati Uniti d’America Donald Trump.  Lo stesso,  pare che nelle scorse ore abbia scritto:  “Se possiamo aiutare il piccolo #CharlieGard saremmo felici di farlo”.

Intanto l’ospedale pediatrico Bambin Gesù di proprietà della Santa Sede, pare che nella giornata di ieri abbia chiesto al direttore sanitario del  Great Ormond Street Hospital di Londra se vi siano le condizioni sanitarie per un eventuale trasferimento di Charlie presso la loro struttura romana e ad avanzare la richiesta, come già abbiamo detto, è stata proprio la Presidente dell’ospedale Mariella Enoc.”Siamo vicini ai genitori nella preghiera e, se questo è il loro desiderio, disponibili ad accogliere il loro bambino presso di noi, per il tempo che gli resterà da vivere”, ha aggiunto Enoc.

Si sono svegliati solo con l’eco delle prime pagine e dei servizi tv. Nel calderone delle mani tese verso Charlie Gard, il bimbo inglese di dieci mesi affetto da una rarissima malattia genetica che lotta (e pure sul piano giuridico) tra la vita e la morte, negli ultimi due giorni ci sono finiti un po’ tutti: la Cei, la conferenza episcopale italiana, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Papa Francesco e pure alcuni ospedali dello Stivale come il Bambin Gesù di Roma.

Per mesi non hanno detto una parola, hanno lasciato i giovani genitori del piccolo Charlie soli nel loro dolore. Oggi, quando cioè il caso è scoppiato in tutta la sua drammaticità sui quotidiani di mezzo mondo, fanno a gara di solidarietà.

Il nosocomio della Capitale è «pronto ad accoglierlo» al punto che il presidente della struttura, Marinella Enoc, è in contatto con i colleghi del Great Ormond Street Hospital di Londra, dove è ricoverato il neonato, per cercare di capire «se esiste la possibilità di un eventuale trasferimento». Il numero uno della Casa Bianca lancia il suo
appello su Twitter: «Se possiamo aiutare Charlie, come i nostri amici nel Regno unito e il Papa, saremmo contenti di farlo», cinguetta il The Donald a stelle e strisce. «Bisogna rispettare il volere dei genitori», gli fa eco il Vaticano, con la Cei in prima fila che spintona per una brandina nelle strutture pediatriche cattoliche.

Lo-accolgo-io; c’è-posto-qui; lo- aiutiamo-noi. Nessuno che sia fatto avanti prima, che abbia fatto la voce grossa con i tribunali di sua Maestà che hanno dato il consenso ai medici britannici di staccare il respiratore a Charlie, nessuno che abbia pontificato di vergogna quando la Corte europea dei Diritti Umani si è rifiutata di intervenire. E adesso sfilano pure in pompa magna.

A farne le spese è ancora lui, quel fagottino di dieci mesi attaccato a una macchina. Sballottato nelle aule di Giustizia manco fosse un fascicolo sul quale scannarsi. Charlie è alletto da una sindrome da deplezione del Dna mitrocondriale: in poche parole ha una malattia talmente rara che come lui, sul pianeta Terra, ci sono solo altri quindici casi conosciuti. I suoi geni sono compromessi, i suoi muscoli deperiscono in maniera rapida e progressiva e le sue speranze di vita sono ridotte al lumicino. Quelle di avere un’esistenza normale invece proprio non ci sono. Per Chris e Connie Gard è un dramma unico: al di là dell’oceano ci sarebbe a possibilità di accedere a trattamenti sperimentali, ma il viaggio costa e la salute di loro figlio peggiora di ora in ora.

Nell’isola inglese circa 80mila donatori ci hanno messo le sterline (oltre un milione raccolto in poche settimane), ma a marzo il piccolo ha avuto una ricaduta: un’encefalopatia che gli ha modificato il funzionamento del cervello. Non respira più da solo, i suoi polmoncini hanno bisogno di respiratori meccanici. E allora i camici bianchi che lo hanno in cura hanno intrapreso una battaglia giudiziaria con i loro genitori: sostengono che il bambino abbia diritto a una morte dignitosa, che è allo stadio finale della malattia e che per lui non ci sia più nulla da fare.

Mamma e papà, però non si sono dati per vinti e si sono aggrappati a qualsiasi barlume di speranza. Niente. Fino a poche ore fa il resto del mondo ha guardato in silenzio, magari manco se ne accorto. È serviva l’indignazione di piazza, sono serviti gli hashtag sui social network, i gruppi, le chat, l’opinione pubblica per smuovere i rappresentanti di Chiesa e governi.

E allora pazienza. Pazienza se in tutta questa storia ci si è dimenticati che la dolce morte è imprescindibile dall’autodeterminazione, che nessun tribunale, nessun giudice, nessun medico può decidere per il malato di turno. In un senso come nell’altro. Pazienza se quello che ci resta è solo lo sconforto di due genitori che vivono in una stanza asettica e dormono nel lettino del loro bimbo che hanno ricoperto di peluche e stelline con l’illusione che si senta meno solo. Sì, pazienza: la sfilata degli aiuti (tardivi) è arrivata.

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