Charlie, Parlamento Americano concede cittadinanza

Ieri il Parlamento di Washington ha votato sì alla concessione immediata della cittadinanza americana a Charlie Gard. Ora forse vola a New York, sottraendosi così, se non alla morte, almeno alla mannaia della giustizia inglese. Nessuno di noi è sfuggito all’interrogativo posto una volta che la tragedia privata di una famiglia è diventata pubblica. Che cosa è giusto? Eccoci di nuovo.

Charlie è il bambino di undici mesi che giace sulla soglia della morte all’ospedale Great Ormond Street, in attesa di una decisione del giudice Francis, cui spetta autorizzare le cure sperimentali oppure negarle, e di seguito decretare, con precisione cronometrica e topografica, ora e luogo della morte. Il Congresso ha scelto che non si può tollerare una simile aberrazione. Ha dato ragione a Donald Trump, al suo empito di pietà verso quella famigliola inglese, desiderosa di fare di tutto e di più pur di sottrarre il loro piccino ad un destino che i medici inglesi ritengono crudele protrarre, mentre altri luminari della Columbia University di New York e dal Bambin Gesù del Vaticano non hanno tirato giù la saracinesca. La cittadinanza vuol dire che i genitori possono accompagnarlo dove alita un refolo di speranza.

La decisione americana molto probabilmente non basterà a salvargli la vita, forse il rischio di morire in viaggio è superiore ai benefici. È anche possibile che rincorrere la stella cometa sia una forma di egoismo dei genitori. Ma che sia un giudice a dire sì o no al vivere a al morire: questo no. Che sia lo Stato a entrare nelle sfere delle quali a nessuno è lecito oltrepassare la soglia: questa è ybris, empietà. Certo: se Connie e Chris Gard fossero pazzi, se fossero in balia di ciarlatani con pozioni magiche, sarebbe giusto togliere loro la patria potestà. In questo caso, non si tratta neppure più di alzare la mano e votare sull’eutanasia di un minore incosciente (di questo, un’altra volta), ma di lasciare che lo scegliere la palla nera o quella bianca appartenga allo Stato nell’ambito del potere giudiziario. Se questa è la civiltà europea, viva mille volte quella americana. L’America magari non salverà Chiarlie dalle mani della morte, ma almeno lo sottrae alle dita guantate e asettiche di una magistratura fuori controllo, dotata dalle leggi di un potere abnorme e iniquo.

Sul resto, tutto è difficilissimo. Cosa sia meglio o peggio richiede prudenza e discrezione. Chiaro invece è che esistono diritti che precedono lo Stato. E un’altra cosa è lampante: la pena infinita che suscita questa minuscola creatura, afferrata da una malattia rarissima, capace infallibilmente di portare alla morte. Infallibilmente? Proprio qui sta il contendere. I genitori hanno ritenuto e credono di no. Sbagliano? Io farei come loro, suppongo. Ma sono loro e solo loro ad avere il diritto di sbagliare.

La storia è arcinota. Per sommi capi, rieccola. I coniugi Gard, come capita talvolta ai genitori – lo dice l’«olio di Lorenzo», scoperto da un padre né medico né scienziato per l’ostinazione di voler curare il figlio – avevano saputo di una terapia sperimentale ignorata
dai medici curanti, eppure certificata da istituti serissimi. Un protocollo farmacologico con dieci-quindici percento di efficacia in casi se non uguali almeno simili. Qualcosa comunque tale da suscitare un baluginio, magari infinitesimo ma reale, di luce terapeutica.
Chidi noi, costi quel che costi, non avrebbe venduto l’anima per il figlio? Non per tenerlo attaccato crudelmente a una vita con le macchine, accanendosi e tormentandolo. Ma con semplicità, provare: non
pretendere nulla dallo Stato, ma vendere la casa, e provvedere al trattamento americano. Senza oneri pubblici: sono arrivate offerte da ogni parte, più che bastanti.
Il giudice Francis dice no, ascoltando i medici dell’ospedale londinese, i quali ritengono – certo in buona fede – quel procedimento clinico un miraggio atto a prolungare dolore e illusione.
La Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo non interviene, dice che non è competente, se ne lava le mani. I medici ritengono di dover applicare la sentenza britannica, nel loro ospedale, mentre Connie e Chris pensavano fosse giusto e degno lasciare che perisse in casa, nel lettino, con le loro carezze.
A chi scrive, questo pare sacro. Non la vita in astratto, ma questo piccino, figlio di, nato a, abitante in. Sacra è questa persona, dunque il diritto suo e dei suoi cari che viene prima delle leggi dello Stato, delle decisioni della Corte europea di Strasburgo e dell’imparrucca- to giudice britannico.
Si mobilita l’opinione pubblica, il Papa e Trump mettono a disposizione le loro strutture e la loro scienza. L’Istituto pediatrico del Bambin Gesù, eccellenza mondiale non solo nel fornire attici ai cardinali, ma soprattutto nel curare ipic- coli, si assume l’onere diprendersi in casa, in Vaticano, Charlie. Il ministro degli Esteri di Sua Maestà dice che è impossibile per ragioni burocratiche. Il giudice sospende la decisione. Allora professori americani e vaticani accorrono al capezzale di Charlie, per capire se si possa curare, ottenendo collaborazione dai colleghi inglesi. Incertezza. Il giudice ha fretta di decidere, non è colpa sua, se la legge affida a lui questo peso.
Charlie sembra trasformato da persona bisognosa d’amore in simbolo. E questo non va bene. Nessuno in vita va trasformato in qualcosa d’altro rispetto alla sua timida, unica esistenza. Ma che i genitori sentano il fiato solidale di gente lontana, l’abbraccio di un popolo che agisce, e non chiacchiera, mipare molto bello.
Ps. Una osservazione marginale e amara. Se la sorte non dico di Charlie Gard, ma dei bimbi innocenti di Betlemme, fosse stata affidata a quei tempi alla Camera dei deputati italiana, che magari concedesse loro la cittadinanza romana per sottrarli ad Erode, il provvedimento sarebbe ancora in Commissione.

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