Chirurgo prende a pugni l’infermiera, i medici lo fermano. Video shock

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Mentre stava effettuando un intervento chirurgico si allontana dal lettino operatorio per picchiare la sua compagna infermiera. Alcuni frame, estrapolati da una telecamera in sala operatoria immortalano il dottore colpire pesantemente con dei pugni la sua fidanzata che lo assisteva all’operazione. Il duetto avrebbero prima discusso energicamente, una volta ricucito il paziente il medico opera non è stato in grado di frenarsi e si è avvinghiato sulla donna.

Le scioccanti immagini, che hanno avuto migliaia di visualizzazioni, mostrano la donna essere colpita e poi cadere a terra. Il medico è stato poi fermato e allontanato dai suoi colleghi mentre l’infermiera viene portata via da un altra persona. Dalla colluttazione la donna ha riportato ferite abbastanza gravi, ma l’ospedale ha fatto sapere che non sarà preso alcun provvedimento disciplinare, in quanto trattasi di affari strettamente personali della coppia e non professionali.

In sala operatoria sempre più spesso, insieme a chirurghi, anestesisti e personale sanitario sono sempre più presenti i robot. Più precisamente sono interfaccia digitali tra il paziente e il chirurgo, la cui funzione è creare una serie di facilitazioni a chi opera e migliorarne il lavoro. Se ne è parlato a Milano, presso Il Columbus Clinic Centre, dove da poco sono stati installati tre sistemi robotici.

La tecnologia aiuta nell’eseguire interventi più precisi, meno invasivi e che consentono al paziente di tornare alla vita di tutti i giorni molto più rapidamente. Sono impiegati in differenti specialità: chirurgia mini invasiva, chirurgia spinale e protesica in ortopedia. Nel primo caso l’utilizzo della robotica consente di ottenere ottimi risultati oncologici e funzionali minimizzando l’impatto della chirurgia e velocizzando la ripresa post operatoria. «Il chirurgo opera manovrando un robot a distanza, seduto a una console computerizzata all’interno della sala operatoria, il sistema computerizzato trasforma il movimento delle mani in impulsi che vengono convogliati alle braccia robotiche. – spiega Bernardo Rocco, professore associato di urologia presso l’Università di Modena e Reggio Emilia – La tecnologia minimizza l’impatto del tremore fisiologico delle mani o di movimenti involontari.

– E continua – Consente interventi di grande precisione, il paziente ha sanguinamenti contenuti e può essere dimesso più velocemente». Nella chirurgia vertebrale una piattaforma robotica permette di potenziare le capacità del chirurgo e ne “guida” la mano indirizzando e vincolando gli strumenti chirurgici sulle traiettorie che sono state pianificate in 3D. «E— chiarisce, Giovanni Broggi, Divisione di neurochirurgia, all’Istituto Clinico Città Studi e primario neurochirurgo emerito, Istituto neurologico Carlo Besta di Milano – La grande precisione evita i contatti radicolari midollo radici e la pianificazione corretta evita anche la prolungata esposizione del paziente e del personale alle radiazioni impiegate nell’esecuzione delle normali tecniche chirurgiche spinali». Per la chirurgia protesica si utilizza un robot composto da un braccio che permette di riprodurre sul paziente ciò che il chirurgo ha pianificato sul software. «Le immagini ricreano l’esatta anatomia del paziente e il chirurgo posiziona le protesi sul modello 3D valutando l’esatta collocazione in base al movimento del paziente e al suo bilanciamento legamentoso — spiega Carmine Naccari Carlizzi, specialista in ortopedia e medicina dello sport —. L’alloggiamento di queste viene sagomato nell’osso da una fresa montata sul braccio robotico, mentre una telecamera a infrarosso traccia in tempo reale la posizione di ossa, robot e strumenti chirurgici»

ALTRI CASI SIMILI NEL MONDO:

Lite in sala operatoria, nascitura muore

Un “alterco” tra due medici che si contendevano una sala operatoria della Chirurgia generale del Di Venere di Bari, rimasta per questo inutilizzata per circa un’ora e mezza, sarebbe alla base del ritardo di un parto cesareo che causò la morte di una bambina, strozzata dal cordone ombelicale.

Ne è convinta la Procura di Bari che ha fatto notificare ad otto indagati – medici ed infermieri – un avviso di fine indagine.
Del presunto caso di malasanità scrive La Gazzetta del Mezzogiorno. I fatti risalgono ad un anno fa, quando la partoriente, Marta Brandi, 37 anni, viene portata nel blocco operatorio per il cesareo.

La sala operatoria di ostetricia, però, è occupata per due cesarei programmati, quindi la paziente viene trasferita in Chirurgia generale. Qui scoppia il caso perché è programmato un intervento per un’appendicite, che sarà compiuto dopo tre ore. I chirurghi non vogliono – secondo l’accusa – che altri operino nel loro reparto, ma sostengono anche che nessuno disse loro che l’intervento era urgente.

Infermieri e medici ballano mentre il paziente anestetizzato in sala operatoria: licenziate

Assurdo il comportamento tenuto da 5 infermiere, le quali sono finite nell’occhio del ciclone e poi licenziate per aver girato un video durante un’ operazione, in cui ballavano davanti al paziente inerme anestetizzato. E’ questo quanto accaduto in Colombia, notizia riportata nella mattinata di ieri dal noto quotidiano colombiano Eh Heraldo; nello specifico il video sembra essere stato tirato all’interno dell’ospedale di Cartagine nella sala operatoria della suddetta struttura sanitaria, dove un uomo totalmente inerme stava per essere sottoposto ad un’ operazione chirurgica e nell’attesa che il medico effettuasse l’intervento, le infermiere sotto la guida dell’anestesista avevano fatto addormentare il paziente, quando improvvisamente partita una delle canzoni dal momento, le 5 donne non hanno avuto la decenza di trattenersi, e dimenticando di trovarsi in sala operatoria hanno improvvisamente cominciato a ballare.

La scena è stata ripresa con uno degli smartphone delle infermiere che non hanno avuto l’accortezza di tenerselo per se ma hanno deciso di postarlo sui social generando l’indignazione e la rabbia dell’opinione pubblica, che ha chiesto la rimozione dell’incarico delle cinque infermiere. Il fatto che ha davvero fatto scalpore, è accaduto all’interno della clinica Santa Cruz Bocagrande a Bolivar, dove medici e personale sanitario presente in sala si sono presi gioco del paziente sotto anestesia ed hanno diffuso le immagini sui social che sono divenuti subito virali.

“Il rispetto per la dignità di ogni paziente è di primaria importanza nella nostra clinica. Esprimiamo profondo rammarico per il comportamento inadeguato di coloro che sono stati coinvolti nel video registrato in una delle nostre sale operatorie.Queste azioni minano la dignità del malato, violano i nostri protocolli, i nostri principi e i valori della nostra struttura. È la prima volta in sette anni di buon servizio che dobbiamo fronteggiare una situazione del genere e stiamo adottando tutte le misure necessarie affinché episodi del genere non si ripetano”, è questo quanto si legge in un comunicato diffuso dalla struttura sanitaria.

Inoltre, venuta alla luce la vicenda, davvero imbarazzante e poco rispettosa, Adriana Meza, direttore del Dipartimento amministrativo della Sanità di Cartagena, ha avviato un’indagine. “La clinica ha le sue regole e un protocollo noto ai suoi dipendenti. Tuttavia le norme sono state violate da alcuni membri del personale medico e paramedico, portando il Dadis a darne notizia alla procura”, è questo quanto dichiarato da Adriana Meza. A poche ore dalla prima pubblicazione del video sul web, la clinica dove è avvenuta la triste vicenda, ovvero la Santa Cruz de Bocagrande, ha annunciato il licenziamento delle cinque infermiere protagoniste del filmato. Intanto, come già abbiamo anticipato, questo video di cui si parla, è stato postato su Youtube e nel giro di pochissimi minuti ha fatto il giro del mondo.

Errore Shock in sala operatoria, bambino di sei anni evirato durante un intervento di circoncisione

E’ incredibile purtroppo quanto avvenuto a Padova due anni fa, ovvero nel mese di giugno del 2014, anche se la vicenda è stata raccontata solo negli ultimi giorni. Protagonista di questa vicenda è un bambino il quale doveva essere sottoposto ad un semplicissimo intervento di circoncisione ma durante un’operazione si sarebbe verificata una rara complicanza, ovvero un’accidentale e parziale amputazione del glande.

Ovviamente i genitori del piccolo,di soli sei anni hanno chiesto i danni all’ospedale San Martino di Belluno dove il bambino è stato ricoverato e dopo operato.Un intervento che può essere considerato di routine ma che così non è stato per lui: in sala operatoria qualcosa pare sia andato storto e il piccolo sarebbe stato parzialmente evirato al momento dell’incisione. L’operazione non è stata dettata da un motivo religioso ma strettamente medico, visto che il bambino era affetto da fimosi prepuziale, un problema che doveva essere necessariamente risolto chirurgicamente peccato che proprio durante l’intervento il chirurgo avrebbe reciso anche la porzione apicale del glande al punto da dover chiamare altri due colleghi in sala operatoria per poi intervenire con medicamenti e saturazioni anche nei giorni successivi.

“Durante l’intervento mi accorgo di aver reciso anche la parte superiore del glande pertanto chiamo la dottoressa Camuffo e il dottor Meneguolo per decidere il da farsi”, ha ammesso il chirurgo che ha eseguito l’operazione.Purtroppo a distanza di due anni non sono ancora note le sorti del bambino, nel senso che non si sa ancora se quella parziale evirazione abbia compromesso la futura funzione erettile che potrebbe comportare dei disturbi alla sua vita sessuale. “Amputazione accidentale del glande e dell’uretra durante l’intervento di circoncisione. con reinnesto”, questo quanto si legge nel verbale rilasciato dall’ospedale in seguito alle dimissioni del piccolo. Il bambino, nei tempi successivi sarebbe stato sottoposto ad altri interventi chirurgici con il solo obiettivo di cercare di riconsegnarli una piena funzionalità, ma come già abbiamo anticipato il bambino è ancora troppo piccolo per capire se ci saranno delle gravi conseguenze.

La famiglia del piccolo, che all’epoca aveva sei anni, si è ovviamente rivolta ad un legale e chiede ora un risarcimento di cinquecentomila euro.Al momento il bambino ha problemi nel controllo della minzione, ma ci potrebbero essere ripercussioni future sulla facoltà di generare e sulla funzione erettile», sottolinea il legale, «Questo tipo di problemi potrà però essere definito soltanto quando il piccolo avrà raggiunto la maturità sessuale».”E’ inequivocabile la presenza di un errore medico alla base dell’evento occorso”, ha dichiarato il chirurgo Ivan Matteo Tavolini. E, sottolinea il chirurgo, l’eventuale futura correzione dell’attuale situazione fisica richiederà interventi che necessiteranno di un’expertise chirurgica non alla portata di tutti i centri di Urologia presenti in Italia.

Faccio l’avvocato e mi occupo di cause di malasanità ormai da quasi vent’anni. Proprio per questo ho un’altissima considerazione della professione medica e in particolare di chi in una frazione di secondo prende decisioni determinanti per la vita delle persone. Da ragazzino mi rimase impresso il bagno di un luminare chirurgo toracico di Verona: aveva fornello elettrico e moka vicino alla schiuma da barba per le urgenze. Giù il cappello davanti a questi medici. Ho pari rispetto di chi faticando sbaglia, perché solo due categorie sono infallibili: nullafacenti e palloni gonfiati.

Alcuni errori sono, però, inescusabili: solo in un paese demenzialmente sindacalizzato come il nostro permettiamo che gli autori non vengano sanzionati con il licenziamento in tronco.
Ecco un esempio di errore ospedaliero che mi provoca un tagliente brivido di dolore solo a scriverlo: la recisione del glande a seguito di un banalissimo intervento di circoncisione avvenuto presso l’ospedale di Belluno in data 24 giugno 2014.

Non bastasse la drammaticità dell’accaduto, occorre dire che la vittima di cotanta funesta scelleratezza chirurgica è un malcapitato bimbo di 6 anni. Il piccolino ha poi subito altri 5 interventi di ricostruzione della parte asportata per emendare almeno parzialmente la performance sanitaria da scivolamento di bisturi. Il verbale operatorio delle 9.45 di quel fatidico giorno riporta testuale: «Durante l’incisione con il bisturi del foglietto esterno e del foglietto interno del prepuzio per asportare il prepuzio mi accorgo di aver reciso anche la porzione apicale del glande», mezz’ora dopo alle 10.15 circa «il glande reciso è pallido, ischemico».

Il dottore ammette l’inqualificabile errore, poi seguono fasi concitate e l’equipe sanitaria consulta la chirurgia plastica di Treviso. Da quel momento la descrizione operatoria si fa ancor più sgradevole e preferisco non dettagliarvi pinzette, suture e cateteri sul pisellino martoriato del mio cliente. Seguono gli altri interventi in anestesia generale a strettissima distanza e la diagnosi finale: «Amputazione accidentale del glande e dell’uretra glandolare durante intervento di circoncisione».

La perizia specialistica dell’urologo dottor Tavolini, cui i genitori si sono rivolti unitamente alla società Euro risarcimento e allo scrivente, si sofferma sull’integrità psicofisica del piccolo paziente: «I disturbi non riguardano solo la minzione che può risultare mal controllata, ma anche la futura vita sessuale del ragazzo. Nulla per il momento si piò affermare circa la funzione erettile in quanto ancora troppo piccolo».Ciò detto e con la speranza che il bimbo possa recuperare nel tempo almeno le funzioni vitali primarie, mi lascia perplesso che i genitori debbano rivolgersi a un avvocato per ottenere il riconoscimento delle loro ragioni.

Passi la grossolana negligenza medica che per fortuna l’operatore sanitario ha ammesso senza ricorrere a sconci balletti di taroccamento delle cartelle cliniche come avvenuto recentemente a Reggio Calabria con gran clamore mediatico, ma è possibile che a distanza di due anni dai fatti né l’ospedale né l’assicurazione del medesimo abbiano proposto un risarcimento? Non rifiuto certo la parcella e di tirare il calcio di rigore della richiesta danni più vinta del mondo, ma civiltà imporrebbe d’indennizzare casi simili senza indugio e senza avvocato…

Lucca Shock, Ha un tumore al rene ma in sala operatoria il chirurgo asporta l’organo sano

Gravissimo caso di malasanità in Italia e nello specifico a Lucca, dove un paziente malato di tumore ad un rene è stato operato ma al posto del rene “malato”, i medici hanno asportato l’organo sano. Vittima di questo caso di malasanità è un uomo di 60 anni il quale si è sottoposto all’operazione lo scorso 14 aprile ma soltanto nella mattinata di ieri è stato avvisato dello sbaglio effettuato dai medici all’interno della sala operatoria. Secondo quanto emerso si è trattato di uno sbaglio in ambito diagnostico, quindi effettuato nella fase preliminare all’intervento chirurgico.

Una storia davvero incredibile, resa nota soltanto nella giornata di ieri dal Corriere Fiorentino, commentata nel corso della giornata dall’Assessore regionale alla salute Stefania Saccardi che ha dichiarato: “Prendo atto con enorme dispiacere di quanto è accaduto all’ospedale di Lucca, e sono vicina al paziente e alla sua famiglia. Offriremo al paziente tutti i percorsi possibili per rimediare all’errore compiuto dai medici e prenderemo provvedimenti immediati”. Ed ancora l’Assessore regionale ha aggiunto: “Ho chiesto l’immediata sospensione del chirurgo e di chi ha refertato l’esame. E attendo i risultati della commissione d’inchiesta del Centro regionale rischio clinico per adottare altri provvedimenti”.

Stando alle prime ricostruzioni sembra che il radiologo che ha effettuato la Tac sul paziente avrebbe riportato in modo inesatto l’esatta collocazione del tumore sul referto collocandolo al destro piuttosto che sul sinistro, ma purtroppo questo non sembra essere stato l’unico errore. E’ anche emerso che nei giorni precedenti all’intervento chirurgico non sarebbe stata effettuata l’uretoscopia ovvero un esame molto importante che permette di individuare la corretta posizione del tumore nel canale che collega il rene alla vescica. La notizia come abbiamo anticipato è stata resa nota soltanto nella giornata di ieri, soltanto dopo che l’analisi del campione biologico ha dato un esito diverso da quello che si attendeva, ovvero il rene asportato era sano, da li la scoperta secondo la quale durante l’operazione i medici avrebbero effettuato un terribile errore, asportando il rene sano.

“Si è quindi appurato l’evento avverso e sono state avviate le verifiche del caso, compiute da un’apposita commissione che oggi ha comunicato direttamente l’evento al paziente, garantendogli anche il percorso di cura migliore e più rapido, come prevedono le procedure di gestione del rischio clinico”, hanno fatto sapere dal reparto di anatomia patologica che ha segnalato il clamoroso errore.

 L’Asl ha così diffuso una nota nella quale si legge: “Ieri, un’anomalia è stata segnalata dall’Anatomia patologica ai chirurghi e alla direzione di presidio che ha provveduto subito ad attivare l’unità di crisi.Si è quindi appurato l’evento avverso e sono state avviate le verifiche del caso, compiute da un’apposita commissione che oggi ha comunicato direttamente l’evento al paziente, garantendogli anche il percorso di cura migliore e più rapido, come prevedono le procedure di gestione del rischio clinico”.

Selfie di medici napoletani in sala operatoria all’insaputa dei pazienti

E’ormai diventata una vera moda quella di scattarsi dei selfie in sala operatoria all’insaputa dei pazienti che da li a breve verranno sottoposti ad un intervento. La moda sta dilagando un po ovunque, ma sembra che in Campania è proprio boom di casi.Chi si è occupato di questo fenomeno ha anche sottolineato che la moda non riguarda soltanto i medici, ma sembra che via via la tentazione stia contagiando anche molti infermieri ed anestesisti, che con tanto di guanti, camici e mascherine sorridono all’obiettivo, magari con sullo sfondo il paziente intubato sotto anestesia ignaro di quanto al momento sta accadendo.

Sembra che adesso si stia davvero esagerando, e per questo motivo l’Ordine dei Medici ha annunciato che presto chiederà di identificare i medici che si sono fotografati ed hanno pubblicato le immagini in rete.

Nello specifico l’Ordine dei medici di Napoli nella giornata si è già attivato per richiedere qualsiasi notizia che possa rivelarsi utile ed atta ad individuare nominativi, profili, date e sedi di lavoro.

Intervenuto il Presidente del gruppo di Campania libera, Psi e Davvero Verdi nel Consiglio regionale della Campania, Francesco Emilio Borrelli,il quale nella giornata di ieri ha dichiarato:«Ispezioni immediate negli ospedali campani per capire perché si verificano tante morti sospette e per individuare e punire il personale, sanitario e non, che svolge il suo lavoro senza il rispetto delle più elementari regole etiche e morali, rendendo inutile il lavoro di chi vuole impegnarsi per offrire un servizio sanitario degno di questo nome».

Galatina, in sala operatoria il chirurgo fa luce con lo smartphone

Vi fareste operare in ospedale in una sala dove il chirurgo, dopo l’anestesia, per farsi luce utilizza uno smartphone? Ebbene, forse sarà vero, forse no, ma in ogni caso sta destando scalpore il caso relativo ad una foto in cui a quanto pare a Galatina un chirurgo, a causa dell’assenza di un’adeguata illuminazione, sarebbe intervenuto sui pazienti facendosi luce con quella prodotta da un telefono cellulare.

‘Smartphone in sala operatoria vietati;vietato operare senza impianto luce;Ospedale Galatina ha luci operatorie perfettamente funzionanti;’. Questo è quanto scrive invece il governatore della Regione Puglia Michele Emiliano, via Twitter, direttamente dal proprio account ufficiale, su una vicenda che di certo non ha contribuito a rafforzare l’immagine dell’Asl Lecce tra le polemiche, le bufere mediatiche, le smentite ed appunto il giallo ed il mistero della foto.

Una foto dalla quale non è possibile risalire all’identità del chirurgo, così come non si ha certezza che in effetti l’ospedale sia proprio quello di Galatina. In ogni caso c’è fermento presso l’Asl di Lecce ma anche la preoccupazione tra i cittadini pugliesi e non che di certo, una volta anestetizzati, non vogliono che il chirurgo si faccia strada con il bisturi grazie alla luce offerta da un ‘rudimentale’ telefonino.

Una preoccupazione per i cittadini non dovuta se si prendono in considerazione le parole sopra riportate del Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, e se in effetti la foto rappresenta solo lo scherzo di qualcuno intenzionato a simulare interventi chirurgici effettuati con mezzi ed infrastrutture di ‘emergenza’.

SEMPRE PIU’ ROBOT IN SALA OPERATORIA

La robotica nel campo medico chirurgico

Il campo medico chirurgico si sta avvalendo in questi ultimi anni di applicazioni tecnologiche e sistemi robotizzati sempre più innovativi ed avanzati che stanno portando alla soluzione di numerose problematiche e offrono enormi potenzialità di sviluppo. Nelle applicazioni della robotica in campo chirurgico una distinzione fondamentale da fare, analizzando i vari sistemi, è tra i dispositivi passivi e attivi. I primi sono destinati a fornire un supporto con lo scopo di facilitare il compito del chirurgo, per esempio posizionando un determinato strumento vicino al paziente con elevata precisione, ma lasciando al medico il compito di eseguire manualmente l’intervento.

Queste applicazioni non sfruttano tutte le potenzialità del sistema robotico ma permettono di semplificare tutte le problematiche inerenti la sicurezza. Per attivi si intendono, invece, quei sistemi concepiti e realizzati per far svolgere al robot, interamente o in parte, veri e propri interventi chirurgici. Questo secondo approccio permette di sfruttare tutti i potenziali benefici che un sistema robotico automatizzato può offrire come l’esecuzione di traiettorie complesse ed una elevata ripetibilità ma al contempo introduce enormi problematiche relative alla sicurezza. In questo caso, infatti, per eliminare completamente i rischi non sono più sufficienti interventi come la limitazione della velocità e dell’area di lavoro del braccio o delle forze in gioco, ma risulta necessario studiare ogni aspetto con la massima attenzione in quanto ogni minimo scostamento del sistema dai parametri di lavoro previsti potrebbe mettere a repentaglio l’incolumità del paziente o degli operatori.

Tutte le applicazioni che sfruttano manipolatori non alimentati da fonti energetiche ma mossi manualmente dall’operatore, con funzioni di monitoraggio del posizionamento, rientrano più correttamente nella “chirurgia assistita dal calcolatore” e non nella “robotica chirurgica”. Questi sistemi non hanno come fine ultimo quello di eliminare il fattore umano ma piuttosto quello di rappresentare un efficace strumento nelle mani del medico. La robotica chirurgica è, invece, il risultato della integrazione delle scienze chirurgiche con la meccanica, l’elettronica, l’informatica, la sensoristica e la controllistica. In genere per questo tipo di aplicazioni si possono distinguere due fasi: pianificazione ed esecuzione dell’intervento.

Durante la fase di pianificazione le immagini provenienti dalla tomografia computerizzata (TC), dalla risonanza magnetica (RM), dalla radiografia tradizionale o da altri dispositivi di diagnostica per immagini, sono utilizzate per poter visualizzare i particolari anatomici di interesse del paziente. L’intervento vero e proprio, eseguito manualmente o con l’ausilio di un robot, è pianificato partendo dalle immagini così ottenute che permettono, in particolare, di memorizzare le coordinate dei punti di maggiore importanza per la procedura chirurgica. Appare evidente che, se l’intervento deve essere assistito o eseguito da un robot, si rende necessaria la determinazione di un legame fra il sistema di riferimento (sdr) del robot e quello individuato tramite le immagini appena acquisite del paziente come, ad esempio, un piano ottenuto da una ricostruzione in 3D dei dati.

Al termine di questa fase, detta di registrazione, la posizione relativa delle immagini preoperatorie e, in particolare, le coordinate dei punti di interesse possono essere espresse nel sdr del robot. Si tratta di una procedura di fondamentale importanza che non deve essere minimamente influenzata da possibili errori in quanto, durante l’esecuzione dell’intervento, si farà riferimento ai dati relativi alla fase di registrazione. L’interesse per questo tipo di applicazioni è in crescita soprattutto nei settori della chirurgia in cui si eseguono interventi endoscopici e sono richieste un’elevata precisione nel raggiungere la zona da operare e la capacità di mantenere la posizione una volta arrivati sull’obiettivo.

I vantaggi introdotti sono notevoli: il chirurgo potrà focalizzare la propria attenzione sulla fase di diagnosi della patologia, sul tipo di approccio da seguire per l’intervento, sull’individuazione della traiettoria ottimale da percorrere per l’inserimento della sonda o della strumentazione chirurgica al fine di evitare gli organi principali e le parti di maggiore interesse funzionale e motorio. Per quanto riguarda l’esecuzione dell’operazione, se si ha a disposizione un sistema di posizionamento automatico, il chirurgo si limiterà a controllare il buon proseguimento delle varie fasi dell’intervento.

L’eliminazione della manualità, in quasi tutti i casi, produce un aumento degli esiti positivi. Questo si può ricondurre al fatto che per un sistema robotizzato è molto facile mantenere la traiettoria durante il movimento. L’accuratezza di posizionamento può essere superiore rispetto a quella manuale, a patto che il punto da raggiungere non cambi la propria posizione dopo la fase di determinazione delle sue coordinate tridimensionali. Ciò si può verificare solo se il paziente si sposta dalla sua posizione durante la fase di movimento del robot o se l’organo stesso si deforma mentre si ha l’inserzione dell’ago. Se l’intervento è condotto con la procedura manuale si hanno condizioni operative diverse rispetto all’esecuzione con mezzi di ausilio automatizzati, perché il medico è costretto ad individuare il punto basandosi esclusivamente sulle informazioni ricavabili dalle immagini diagnostiche.

Una delle prime esperienze nell’utilizzo di sistemi robotizzati con funzioni passive è stata compiuta nel campo della neurochirurgia nel Dipartimento di Radiologia del Memorial Medical Center in California dove nel 1985 un braccio robotico – Unimate Puma 2000 – fu usato per mantenere un’attrezzatura nella corretta posizione ed orientamento al fine di permettere al medico di eseguire manualmente una biopsia stereotassica intracranica con l’ausilio di una TC (Tomografia Computerizzata). Tale tecnica fu di seguito adottata in modo simile in Canada, all’Hospital for Sick Children di Toronto , dove permise di rimuovere con successo da alcuni bambini dei tumori cerebrali piuttosto profondi che non era stato possibile rimuovere con la chirurgia tradizionale. Altre esperienze hanno invece portato allo sviluppo di sistemi per la manipolazione remota di strumenti, come ad esempio telecamere, per fornire un utile supporto nelle procedure endoscopiche.

Per quanto riguarda invece i sistemi attivi, il primo caso in cui un robot venne usato per rimuovere delle porzioni di tessuto da un paziente risale al 1991 quando all’Imperial College di Londra venne utilizzato un sistema robotico per una prostatectomia. In seguito venne utilizzato un dispositivo denominato Robodoc per praticare un foro molto preciso nel femore per permettere di installare una protesi all’anca. Tale sistema venne usato nel 1994 in Germania in oltre 400 interventi con una percentuale di successo del 98% contro il 20% ottenibile con la procedura manuale.

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