Avvelenamento da Colchico d’autunno, come riconoscere il falso zafferano Killer

Come i due coniugi di Cona, morti dopo aver scambiato il colchico d’autunno per zafferano, altre tre persone hanno cucinato un risotto con la pianta raccolta nei boschi del Bolognese. Finiti in ospedale, si sono salvati.

Dopo la morte di una coppia di coniugi veneti, un’altra famiglia è finita in ospedale per un avvelenamento da ‘falso zafferano’, chiamato anche ‘zafferano bastardo’, colchico d’autunno (Colchicum Autumnale).

A differenza del commestibile zafferano vero (Crocus sativus), pianta della famiglia delle Iridaceae, il colchico autunnale della famiglia delle Liliacee, è velenoso. “E’ vero sono molto simili”, dice all’Adnkronos il professor Mauro Serafini, ordinario di Botanica Farmaceutica alla Sapienza di Roma. “Quando si decide di assaggiare delle piante, è fondamentale conoscerle, sapere cioè il periodo di fioritura, il loro aspetto e i luoghi in cui crescono”, aggiunge.

 Il colore violetto di entrambi può far confondere ma i modi per distinguerle ci sono. “Innanzitutto è molto difficile trovare lo zafferano in alta montagna – sottolinea Serafini – nel Nord Italia non cresce quasi mai”. Il fiore dello zafferano presenta tre stami, o stimmi, mentre il colchico autunnale ne ha 6. La fioritura di quest’ultimo è da agosto a settembre, mentre lo zafferano fiorisce verso la fine di ottobre-prima metà di novembre.

“Il colchico d’autunno contiene la colchicina, un veleno mitotico – spiega il professore – in pratica blocca la divisione delle cellule. A piccole dosi e sempre solo sotto controllo medico, viene usato nell’omeopatia e, rallentando i processi metabolici che portano alla formazione dell’acido urico, rappresenta un buon rimedio contro la gotta”.

“Gli effetti avversi, provocati dall’ingestione di parti di questa pianta sono quelli tipici dell’avvelenamento con dolori acuti non controllabili”, conclude Serafini. Quindi nausea, diarrea, vomito e dolori addominali. Se l’intossicazione è acuta si può anche morire. Generalmente il decesso sopraggiunge in seconda o terza giornata per collasso cardiocircolatorio o choc settico

Erano in vacanza a Folgaria, in Trentino. Giuseppe Agodi, 70 anni, e la moglie Lorenza Frigatti, residenti a Cona (Venezia). Hanno raccolto quelli che a loro parevano fiori di zafferano (nella foto a destra). Invece era colchicina (foto a sinistra), pianta simile ma velenosa. Si sono cucinati un risotto. Il 1° settembre lui si è sentito male ed è morto in pochi minuti. Poco dopo anche la moglie si è sentita male. Ricoverata, i medici hanno capito il motivo. Ma non c’è stato nulla da fare: ieri pure lei è morta.

Davvero incredibile la storia che stiamo per raccontarvi, avvenuta a Cona in provincia di Venezia dove due coniugi sono morti intossicati dalla colchicina. Per chi non lo sapesse si tratta di una sostanza estratta da una pianta selvatica, ma secondo quanto riferito i due coniugi pare abbiano scambiato la colchicina per zafferano. Sono morti così i due coniugi residenti a Cona in provincia di Venezia. Le vittime si chiamavano Giuseppe Agodi e Lorenza Frigatti, rispettivamente di 70 e 69 anni i quali erano andati nei boschi di Folgaria raccogliendo l’erba per preparare un risotto, peccato che non si trattava di zafferano ma dell’erba velenosa. I due sono deceduti mentre si trovavano in vacanza in provincia di Trento e in un primo momento si pensava che ad uccidere i due coniugi fosse stato un infarto, ma soltanto l’autopsia effettuata sui loro corpi ha permesso poi di accertare che in realtà i due coniugi sono morti a causa di una intossicazione da colchicina.

Il primo a morire è stato Giuseppe Agodi, settantenne ex cancelliere del giudice di pace di Cavarzere a Cona, il quale è morto lo scorso 1 settembre mentre si trovava in vacanza con la moglie e poi in seguito è toccato proprio alla moglie Lorenza Frigatti, colpita dallo stesso malore pochi giorni dopo e deceduta poi il 18 settembre. L’agonia della moglie dunque è stata più lunga perché  ricoverata all’ospedale di Piove di Sacco in provincia di Padova dove è rimasta per diversi giorni e poi però come già abbiamo detto, sarebbe deceduto lo scorso 18 settembre nonostante le cure ricevute.

Fin da subito i medici avrebbero ipotizzato un’intossicazione alimentare, collegando i sintomi con quelli del marito deceduto alcuni giorni prima, e questa ipotesi è stata confermata dall’esame autoptico eseguito dal dottor Massimo Montisci che ha riscontrato l’assenza dei segni tipici dell’infarto, confermando la diagnosi di avvelenamento. Gli inquirenti hanno comunque inoltrato le carte al Tribunale di Trento nella cui circoscrizione è avvenuto il primo decesso. Si è trattato di un’ intossicazione da Colchicum autunnale ovvero una pianta che è stata raccolta dai coniugi perché scambiata per zafferano.

I primi sintomi di intossicazione da Colchicum autunnale sono nausea, vomito, diarrea, tachicardia e nei casi più gravi l’allenamento evolve causando ipotensione, convulsione e morte. La polvere della colchicina è gialla, inodore ed è contenuta nel colchio d’autunno, una pianta che fiorisce tra agosto e settembre e cresce spontanea nei prati per lo più ai margini dei boschi. L’avvelenamento, come già abbiamo visto,  è mortale e ha un effetto quasi immediato manifestandosi con alcuni sintomi che abbiamo appena citato ai quali si aggiunge anche bruciore alla gola, dolori gastrici, crampi e sudori freddi e può portare alla morte per insufficienza respiratoria o collasso cardiocircolatorio.

Il curioso caso della colchicina, un clamoroso autogol di FDA (*)
Già il uso 3000 anni fa nell’antica Grecia, la colchicina è disponibile come generico negli USA dal 19° secolo. Si tratta di un farmaco raccomandato da molte linee guida come intervento di seconda scelta nell’accesso gottoso, per gli intolleranti a FANS o che non possono usare steroidi.
E’ stata una sorpresa sapere che FDA ne ha approvato una nuova versione. Il farmaco non era mai stato registrato perché nel 1938, quando divenne obbligatoria la registrazione dei nuovi farmaci, vi fu una sanatoria per i prodotti già in uso e di comprovata efficacia. Negli anni sessanta FDA provvide poi ad una ulteriore revisione per togliere dal commercio i prodotti la cui efficacia non fosse chiara, ma la colchicina non venne riesaminata.
Così nel 2007 la URL Pharma di Philadelphia ha pensato bene di produrre alcuni studi di farmacocinetica su volontari sani e un RCT su 185 pazienti affetti da gotta, dimostrando ciò che era già noto da decenni, cioè che la colchicina funziona bene nell’attacco acuto di gotta, a margine di effetti collaterali ’accettabili’ quali diarrea e vomito. Sulla scorta di questi dati FDA approvava nel luglio 2009 Colcrys®, una nuova formulazione di colchicina. Tecnicamente si tratta di un “nuovo” farmaco, che beneficia dunque di 3 anni di mercato esclusivo. Nello stesso tempo alla ditta produttrice sono stati concessi 7 anni di esclusività commerciale in quanto Colcrys® è attiva sulla febbre mediterranea familiare (FMF), malattia rara che colpisce non più di 100mila persone, per il beneficio della Orphan Drug Act. Questa legge premia la ricerca di farmaci per le malattie orfane, come in passato è stato per il talidomide, impiegata nella lebbra e, più recentemente, nel mieloma multiplo.
Quali sono stati i risultati di tutto questo?
La colchicina generica, in commercio negli USA a 9 centesimi a pillola, non può più essere venduta. Al suo posto si è obbligati ad acquistare Colcrys® che costa ben $ 4.85 a compressa. Così per i prossimi anni MEDICARE pagherà non più 1 milione di $ per le
100mila prescrizioni di colchicina generica, come avvenuto nel 2007, ma 50 milioni di $ all’anno!
Non solo, ma trattandosi di farmaco in uso anche per malattia orfana (FMF), anche i 100mila sfortunati che hanno questa rara affezione dovranno sborsare per ben 7 anni una cifra 50 volte superiore per l’acquisto di Colcrys®!
Mai definizione di autogol può essere più appropriata nei riguardi di FDA che ha applicato acriticamente due leggi approvate con l’intento di favorire la ricerca.
L’esclusività per 3 e per 7 anni premia infatti le Aziende farmaceutiche che hanno investito tempo e danaro nella ricerca di base e poi negli RCT registrativi, producendo farmaci utili per il progresso della medicina e per malattie rare, orfane di terapia.
Ma non è certo il caso di Colcrys®. L’unico risultato dell’incentivo di esclusivià farà spendere di più ai pazienti ed alle compagnie assicurative statali come Medicare.
Molto ironica mi è sembrata la considerazione che appare nel sito web della URL Pharma
(http://www.urlpharma.com/url home Landing.aspx) e che recita più o meno così “… URL Pharma valuta con regolarità nuove opportunità di sviluppo commerciale (…) noi abbiamo il capitale, le tecnologie, il supporto legale e l’abilità per muoverci rapidamente se una opportunità è nel nostro interesse…”… appunto.nel nostro interesse!

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