Colon irritabile e diverticolite, sintomi e cause e rimedi

Oggi approfondiremo quali disturbi possono determinare una diverticolite, e come possibile diagnosticarle curarla. Prima di procedere comunque utile un breve ripasso: i diverticoli del colon sono delle piccole estroflessioni simili a tasche o sacche presenti lungo le pareti dell’intestino, la presenza di questi diverticoli e indicata dal termine medico diverticolosi. In genere non di crea disturbi gravi al paziente, la comparsa di un diverticolo è formata essenzialmente da due fattori: da un lato abbiamo l’indebolimento dello strato muscolare presenti nelle pareti del colon, dall’altro un aumento di pressione proveniente dall’interno.

COS’E LA SINDROME DELL’INTESTINO IRRITABILE? La Sindrome dell’intestino irritabile (SII) rientra nella più ampia categoria dei disturbi funzionali gastrointestinali (DFGI) e, in particolare, dei disturbi funzionali intestinali (DFI). i DFGi sono condizioni cliniche caratterizzate da sintomi cronici o ricorrenti riferibili a qualsiasi tratto dell’apparato gastrointestinale, dalla cavità orale al canale anale, non spiegabili con la presenza di alterazioni strutturali, metaboliche o biochimiche.

Attualmente la Sii è definita come “un disturbo funzionale intestinale in cui il dolore o il fastidio addominale sono alleviati dalla defecazione e associati ad un cambiamento della frequenza delle evacuazioni e/o della consistenza delle feci (in senso stitico, in senso diarroico o in entrambi)”.

Si tratta di un disturbo eterogeneo, le cui caratteristiche sintomatologiche sono estremamente variabili non solo per tipologia, ma anche per frequenza e gravità. il dolore addominale può manifestarsi in qualsiasi quadrante dell’addome, sebbene sia più frequente in quelli inferiori, e può migrare da un quadrante all’altro. È prevalentemente diurno, talora associato ai pasti ed esacerbato dallo stress; non sveglia il paziente di notte. Per fastidio addominale (dal termine inglese discomfort) si intende una sensazione spiacevole non descritta come dolore.

La prevalenza della Sii in italia è del 10.7% nelle donne e del 5,4% negli uomini, con un rapporto donne:uomini di 2:1; la stessa è maggiore in età giovanile-adulta (2050 anni) e nei paesi occidentali . Negli altri paesi la prevalenza è variabile .

COME SI FA DIAGNOSI DI SII?
La diagnosi e la sottotipizzazione della Sii si rifanno a criteri clinici basati sui sintomi, piuttosto che su segni obiettivi o marcatori biologici.
Attualmente vengono impiegati i criteri di Roma  che consentono di tipizzare le varianti cliniche della Sii esclusivamente sulla base della consistenza delle feci, co qual è la fisiopatologia della sii?

La fisiopatologia della Sii risulta ancora oggi poco chiarita, data la sua eziopatogenesi multifattoriale, in cui giocano un ruolo fondamentale l’ereditarietà e l’ambiente. Per individuare uno o più fattori significativamente corre- labili ai sintomi sono state avanzate diverse ipotesi quali polimorfismi genetici, ipermotilità/ipersensibilità viscerale, gastroenteriti, modificazioni della flora batterica (disbiosi) intestinale, alterazioni psicopatologiche, componenti della dieta. il 33% circa dei pazienti con Sii, come dimostrato da alcuni studi, presenta familiari di primo grado affetti da tale disturbo.

Frequentemente si rileva un’alterazione della motilità gastrointestinale, come supportato dall’osservazione di specifiche modificazioni della funzionalità mioelettrica del complesso muscolare del piccolo e grande intestino, soprattutto nel periodo post- prandiale. A ciò può associarsi un’anomalia nella percezione del dolore da parte del soggetto, condizione nota come “iperalgesia viscerale” (abnorme aumento della sensibilità al dolore), che risulta di frequente riscontro nei pazienti con diagnosi di Sii. Un ulteriore fattore patoge- netico preso in esame da diversi studi è la possibilità di una Sii post-infettiva, in particolare in seguito a infezioni gastrointestinali di origine batterica.

Numerosi studi hanno poi suggerito un’associazione tra un microbiota modificato, soprattutto da un punto di vista qualitativo, e la Sii. Si è osservata, infatti, una diminuzione della flora bifidogena e dei lattobacilli, anche se le cause di tali cambiamenti non sono ancora ben definite.

Si è inoltre osservato, nei paesi “industrializzati” e nei nuovi paesi “emergenti”, che la Sii può essere una conseguenza di modelli alimentari, sociali e comportamentali non del tutto corretti, per esempio diete ricche in grassi, carboidrati (FODMAPs) e povere in fibre, ritmi di vita frenetici, pasti veloci e stress. L’elemento più evidente è lo stress psicologico, spesso accompagnato da stati di ansia. Esso può essere causato da elementi ambientali (problematiche lavorative, tensioni in famiglia e altri eventi non controllabili dal soggetto), che condizionano l’umore e inducono uno stato di tensione dapprima mentale e poi fisica, che può tradursi in stipsi, diarrea e dolore addominale.

Cosa sono i fodmaps?
Si tratta di molecole e composti contenuti in diversi alimenti. L’acronimo FODMAP sta per “fermentabie obbligo, di-, mono-saccharides andpoiyois”, ossia “oligosaccaridi, disaccaridi e monosaccaridi fermentabili e polioli”. Sono forme di carboidrati che, in soggetti predisposti, creano disturbi intestinali compatibili con la Sii. i carboidrati incriminati sono: lattosio, fruttosio, fruttani, galattani e polialcoli (ossia sorbitolo, mannitolo, maltitolo, xilitolo e isomalto).

Qual è il meccanismo di azione dei fodmaps?
Questo tipo di molecole sono scarsamente digeribili e/o assorbibili nel piccolo intestino. il ridotto assorbimento può essere dovuto ai lenti meccanismi di trasporto attraverso l’epitelio intestinale (fruttosio), alla ridotta attività delle idrolasi sull’orletto a spazzola (lattosio), alla mancanza di idrolasi (fruttani e galattani) e alle discrete dimensioni delle molecole che non riescono a passare per semplice diffusione (polialcoli). inoltre sono molecole non eccessivamente grandi e quindi osmoticamente attive. Proprio per le caratteristiche precedentemente descritte, tali molecole vengono rapidamente fermentate dalla flora batterica e la velocità della fermentazione è influenzata dalla lunghezza della catena del carboidrato: oligosaccaridi e zuccheri semplici sono fermentati molto più rapidamente rispetto ai polisaccaridi.
il lattosio, se non scisso, viene fermentato dalla microflora intestinale con conseguente produzione di gas, causando crampi addominali, flatulenza, gonfiore e diarrea. il fruttosio, se assunto in quantità significative, può eccedere la capacità del trasportatore, con conseguente malassorbimento e disturbi intestinali causati dalla fermentazione batterica a livello dell’intestino crasso. i fruttoligosaccaridi (FOS), i fruttani con un basso grado di polimerizzazione della catena e i galattani, sono osmoticamente attivi e rapidamente fermentabili, il che può determinare la comparsa di sintomi gastrointestinali indesiderati tra cui flatulenza, meteorismo, dolori addominali e diarrea.

L’eccessiva assunzione di polialcoli (ossia sorbitolo, mannitolo, maltitolo, xilitolo e isomalto), può causare l’insorgenza di sintomi gastrointestinali paragonabili a quelli del malassorbimento del lattosio e fruttosio. L’assorbimento lento dei polialcoli può, con ogni probabilità, determinare il loro parziale malassorbimento con conseguente effetto lassativo se vengono consumati in quantità eccessive.

COS’È LA DIETA A BASSO CONTENUTO DI FODMAPs?
La dieta a basso contenuto di FODMAPs (low-FODMAP diet, ideata da un gruppo di ricercatori australiani) aiuta a ridurre la frequenza e l’entità dei sintomi della Sii e a migliorare lo stato di benessere del soggetto. il punto di forza della dieta a basso contenuto di FODMAPs è la restrizione contemporanea di tutti gli alimenti che possono creare problemi in soggetti affetti da Sii, al contrario di altri approcci dietetici che mirano alla completa eliminazione di solo una parte di essi (ad esempio bandendo tutti i latticini e i prodotti contenenti lattosio). importante è eliminare la convinzione che il soggetto sia intollerante al cibo: non si tratta di intolleranza, ma di malassorbimento. i cibi non devono essere eliminati, ma moderati nelle quantità, e al regime dietetico low-FODMAP deve essere associata una rieducazione alimentare, nell’ottica di una scelta consapevole
dei vari alimenti e di una prevenzione all’adesione dei modelli alimentari restrittivi, monotoni e molto spesso ingiustificati. Negli ultimi anni la letteratura internazionale ha cercato di verificare attraverso diversi studi l’effettiva efficacia di una dieta che riducesse i sintomi nei pazienti con Sii eliminando, in parte o del tutto, i FODMAPs dall’alimentazione abituale del soggetto. Uno studio pubblicato nel 2014 ha messo in evidenza come la sintomatologia soggettivamente percepita dal paziente abbia presentato un miglioramento significativo dopo un periodo di 21 giorni a regime dietetico low-FODMAP  in questo studio, peraltro gravato da forti limitazioni metodologiche per la mancanza di doppio cieco e l’elevato numero di pazienti affetti da malassorbimento per fruttosio, il beneficio riscontrato dai pazienti dopo la dieta low-FODMAP è stato misurato somministrando una scala visiva analogica (VAS) mediante la quale essi potevano annotare l’intensità dei sintomi che avvertivano. Dopo la dieta tali sintomi erano notevolmente diminuiti di intensità ed era migliorata anche la consistenza delle feci, in particolare nel sottotipo prevalentemente diarroico (Sii-D). L’esperienza di un nostro studio, condotto in doppio cieco, ha dimostrato l’efficacia del regime dietetico low-FODMAP nel ridurre l’intensità e la frequenza dei disturbi presentati dai pazienti con Sii . Abbiamo reclutato 50 pazienti consecutivamente afferenti agli ambulatori di Gastroenterologia della ii Clinica Medica del Policlinico Umberto i di Roma. Dopo avere effettuato la prima visita ed aver posto diagnosi di Sii in base ai Criteri di Roma iii, i pazienti sono stati informati sull’utilità, sia diagnostica, sia per un eventuale intervento terapeutico, della compilazione di un diario alimentare-sintomatologico della durata di 15 giorni. Contemporaneamente è stata somministrata una VAS facente parte della irritable Bowel Symptom Severity Scale (iBS-SSS), che, com’è noto, rappresenta visivamente la frequenza o l’intensità della sintomatologia avvertita dal paziente: nel nostro caso rappresentava l’intensità del gonfiore addominale. Terminata la compilazione del diario alimentare, i pazienti sono stati assegnati in maniera randomizzata a uno di due protocolli dieto-terapici, da seguire per 4 settimane. in particolare, 25 pazienti hanno seguito una dieta low-FODMAP, mentre gli altri 25 una dieta normobilanciata (“dieta di controllo”), modificata nelle quantità in base alle caratteristiche antropometriche, al BMi, all’età e al livello di attività fisica (LAF) del paziente. Terminato il regime dietetico di 4 settimane ai pazienti è stato somministrato per la seconda volta il diario, oltreché la VAS.

QUALI SONO I RISULTATI OTTENUTI?
i risultati del nostro studio hanno evidenziato un netto miglioramento della sintomatologia addominale dei pazienti con Sii; in particolare, in tali pazienti, vi è stata una riduzione oggettiva della frequenza dei due disturbi presi in esame, ovvero il dolore e il gonfiore addominale, espressi come numero di giorni in cui era presente ogni sintomo su 15 giorni(la durata del diario). inoltre confrontando le due VAS (quella somministrata prima e quella dopo l’intervento dietetico) di ogni paziente, è stato possibile dimostrare come anche l’intensità del gonfiore addominale soggettivamente percepito fosse migliorato notevolmente dopo l’intervento dietetico.

IN CONCLUSIONE?
Le prime esperienze positive sulla dieta low-FODMAP conseguite in Australia, si confermano nel nostro studio che dimostra come tale dieta risulti efficace nel diminuire i disturbi della Sii anche nell’ambito delle abitudini alimentari italiane.

Il tumore del colon retto è purtroppo uno tra i più frequenti nel nostro paese ed il secondo più letale dopo quello al polmone, e nonostante ci sia un metodo piuttosto efficace e soprattutto gratuito per poter arrivare ad una diagnosi in tempi brevi, aumentando dunque le possibilità di guarire ecco che meno della metà degli italiani lo sfruttano.” È necessario migliorare la consapevolezza degli italiani sull’importanza di aderire agli screening, in difficoltà soprattutto al Sud.

Un paziente su quattro arriva alla diagnosi di tumore del colon-retto in fase avanzata. In questi casi le possibilità di sopravvivenza sono limitate, infatti solo l’11 per cento di questi malati è vivo a 5 anni. Il test SOf è in grado di ridurre del 20 per cento la mortalità nel tumore del colon-retto proprio perché permette di individuare lesioni sospette in stadio iniziale. Infatti i sintomi possono essere confusi con quelli di altre patologie e spesso, quando viene individuato, il tumore si è già diffuso“,è questo quanto dichiarato da Carmine Pinto, presidente nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) in un convegno in corso oggi a Milano sulle nuove prospettive nel trattamento di questa neoplasia.

Purtroppo da alcuni indagini effettuate nell’ultimo periodo, sembra che il 25% delle diagnosi di tumore del colon-retto avviene in fase avanzata e come prevedibile in questi casi le possibilità di sopravvivenza sono limitate, ed infatti solo l’11% di questi pazienti rimane in vita. Una delle soluzioni potrebbe essere quella di migliorare l’adesione alle campagne di screening, che nel nostro paese purtroppo risulta essere ancora piuttosto scarsa. Secondo i dati diffusi, sembra che solo il 47% dei cittadini di età compresa fra 50 ed i 69 anni ha eseguito l’esame del sangue occulti nelle feci, che risulta essere uno dei pochi test in grado di ridurre del 20% la mortalità nel tumore del colon-retto. Sono questi i dati che emergono da un nuovo rapporto diffuso dall’Aiom,ovvero l’Associazione italiana di oncologia medica e dall’Airtum, ovvero l’Associazione italiana registri tumori, secondo cui appunto il tumore più frequente nel 2016 è stato quello del colon retto, con 52 mila casi, seguito da quello al seno con 50 mila diagnosi, ed ancora quello al polmone con 41mila casi diagnosticati, ed infine quello alla prostata ed alla vescica.

Nonostante questi dati siano piuttosto allarmanti, sembra esserci anche una buona notizia,ovvero che di cancro si muore sempre meno, è questo quanto dichiarato dal Presidente Aiom Carmine Pinto, secondo il quale la mortalità appunto continua a diminuire in maniera significativa. Rispetto al Nord Europa, la sopravvivenza nel nostro Paese è addirittura superiore per tumori come quello del pancreas, colon, polmone, prostata, mammella, rene e vescica. Anche il Ministro Lorenzin è intervenuta sulla questione dichiarando di essere molto soddisfatta dei dati emersi, in quanto quello che veniva un tempo considerato un male incurabile oggi è divenuto una patologia da cui si può guarire o con cui si può convivere.

I tumori più frequenti: colon sempre al primo posto

Secondo le stime, la neoplasia più frequente nel 2016 sarà sempre quella del colon-retto (52mila nuovi casi attesi), seguita da seno (50mila), polmone (41mila), prostata (35mila) e vescica (26.600).In particolare i nuovi casi di tumore del seno erano 48mila nel 2015 e l’aumento è, secondo gli esperti, da ricondurre anche all’ampliamento della fascia di screening mammografico in alcune Regioni, che ha prodotto un aumento significativo dei nuovi casi individuati tra i 45 e i 49 anni. Per gli uomini invece si assiste a un fenomeno opposto, un calo del 2,5 per cento ogni 12 mesi dei casi di cancro nel sesso maschile (le nuove diagnosi nel 2015 erano 194.400). Negli uomini prevale il tumore della prostata che rappresenta il 19 per cento di tutte le neoplasie diagnosticate, seguono quello del polmone (15 per cento), del colon-retto, della vescica e dello stomaco . Tra le donne il cancro della mammella resta al primo posto e rappresenta il 30 per cento delle neoplasie, seguito da colon-retto , polmone , tiroide  e corpo dell’utero.

Restano differenze fra Nord e Sud

Dai confronti nazionali si conferma ancora una differenza nel numero di nuovi casi fra Nord e Sud della penisola. «Da un lato al Meridione ci si ammala di meno – sottolinea Lucia Mangone, Presidente AIRTUM -: persistono fattori protettivi (come differenti stili di vita, abitudini alimentari migliori con la dieta mediterranea più diffusa, fattori riproduttivi, ma anche una minore esposizione a fattori cancerogeni come abitudine al fumo e inquinamento) che rendono ragione di una bassa incidenza di alcune neoplasie. Dall’altro, la minore attivazione degli screening programmati al Sud spiega i valori di sopravvivenza che, per alcune sedi tumorali, rimangono inferiori a quelli registrati al Nord».

Seno, tumore più diffuso fra le femmine di tutte le età.
Per i maschi testicolo (fra i giovani) e prostata dopo i 50 anni

L’incidenza dei nuovi casi è influenzata anche dal sesso e dall’età: nei maschi giovani (0-49 anni) il tumore più frequente è rappresentato dal cancro del testicolo, praticamente raro negli anziani; a seguire melanoma, linfoma non-Hodgkin, tumore del colon-retto e della tiroide. Nella classe 50-69 anni e negli ultrasettantenni il tumore più frequente è rappresentato dalla prostata, seguito dal polmone, colon-retto e vescica; al quinto posto si collocano i tumori della vie aereo digestive superiori, mentre quelli dello stomaco sono appannaggio delle persone anziane (dopo i 70 anni). Nelle femmine invece il cancro della mammella rappresenta la neoplasia più frequente in tutte le classi di età. Nelle donne giovani (0-49 anni) a seguire si collocano tumori della tiroide, melanomi, colon retto e cervice uterina. Nella classe intermedia (50-69 anni) seguono le neoplasie di colon-retto, corpo dell’utero, polmone e tiroide, mentre nelle anziane (over 70) seguono quelle di colon-retto, polmone, stomaco e pancreas.

Lorenzin: «3 milioni di sopravvissuti con diritti da garantire»

«Questo volume che fotografa la realtà italiana – spiega il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, nella prefazione del libro – mette in luce la qualità del nostro sistema assistenziale: la sopravvivenza nel nostro Paese è allineata alla media europea e per molti tipi di tumore è superiore. Quello che veniva un tempo considerato un “male incurabile” è divenuto in moltissimi casi una patologia da cui si può guarire o, comunque, con cui si può convivere: sta diventando infatti sempre più una malattia cronica, come altre, che consente alle persone colpite di avere una vita attiva e soddisfacente. Negli ultimi decenni si è registrato un costante incremento delle persone che nel nostro Paese sono vive dopo una diagnosi di cancro: erano 2 milioni e 244 mila nel 2006, sono aumentati sino a oltre tre milioni nel 2016. Le Istituzioni e i clinici devono essere in grado di rispondere alle esigenze di questi pazienti che guariscono o possono convivere a lungo con la malattia e che rivendicano il diritto di tornare a un’esistenza normale. L’utilizzo di questo volume potrà rendere più facile e incisiva l’azione di miglioramento del livello delle prestazioni e dei servizi».In termini di proporzioni, si stima che nel 2016 il 5 per cento dell’intera popolazione italiana (un cittadino su venti) sia vivo dopo una diagnosi di tumore; oltre un terzo (35 per cento) sono persone con 75 anni o più; ancor di più (39 per cento) hanno tra 60 e 74 anni d’età.

Polmone e colon restano i più letali, ma la mortalità diminuisce

«La sopravvivenza è migliorata nel corso degli anni e, migliora, man mano che ci si allontana dal momento della diagnosi – dice Stefania Gori, presidente eletto AIOM -. Per tutti i tumori (esclusi i carcinomi della cute) il 55 per cento degli italiani e il 63 delle connazionali non moriranno a causa del tumore nei cinque anni successivi alla diagnosi. La mortalità continua a diminuire in maniera significativa in entrambi i sessi come risultato di più fattori, quali la prevenzione primaria (e in particolare la lotta al tabagismo, alla sedentarietà e a diete scorrette), la diffusione degli screening su base nazionale e il miglioramento diffuso delle terapie in un ambito sempre più multidisciplinare e integrato».I dati dell’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) indicano per il 2013 (ultimo anno disponibile) 176.217 (98.833 fra gli uomini e 77.384 fra le donne) decessi attribuibili a tumore, 1.000 in meno rispetto al 2012. Le neoplasie sono la seconda causa di morte (29 per cento di tutti i decessi in Italia) dopo le malattie cardio-circolatorie (37 per cento). Il tumore che ha fatto registrare nel 2013 il maggior numero di decessi è quello al polmone (33.483), seguito da colon-retto (18.756), mammella (12.072), pancreas (11.201), stomaco (9.595) e prostata (7.203).

Un capitolo dedicato al Psa per il cancro alla prostata

Per la prima volta un capitolo del volume approfondisce il ruolo del test per la determinazione dell’Antigene Prostatico Specifico (PSA) utilizzato e consigliato per anni per la diagnosi precoce del cancro alla prostata. «Agli inizi degli anni ‘90 l’introduzione di questo esame ha modificato profondamente l’epidemiologia del tumore della prostata – continua Pinto -. Il principale aspetto negativo dell’esecuzione non controllata di questo test è il rischio di sovradiagnosi, cioè di individuazione di tumori che non avrebbero dato luogo a sintomi e non sarebbero stati diagnosticati a causa della loro lenta crescita. Uno studio condotto in Europa su 162.387 uomini ha evidenziato, grazie a questo test, una netta riduzione della mortalità per carcinoma prostatico, pari al 21 per cento. Ma i risultati non sono sufficienti a giustificare un’attività di screening su tutta la popolazione sana . Non sono infatti evidenti effetti nella diminuzione dei decessi tra gli over 70 e servono strategie migliori per minimizzare sovradiagnosi e sovratrattamento e individuare i gruppi a rischio. Nel frattempo, gli uomini dovrebbero essere informati e avere accesso al test del PSA, se lo desiderano, dopo un’attenta valutazione delle ricadute positive e negative e, soprattutto, dopo una valutazione medica».

Cancro, tumore al colon-retto: si muore di meno in Italia. Ministero della Salute e Aiom, i trend

Di cancro si muore sempre meno: ”Le due neoplasie piu’ frequenti, quella della prostata negli uomini e del seno nelle donne – rileva il presidente Aiom Carmine Pinto – presentano sopravvivenze a 5 anni che si avvicinano al 90%. La mortalita’ continua cioe’ a diminuire in maniera significativa in entrambi i sessi come risultato di piu’ fattori, quali la prevenzione con la lotta al tabagismo, alla sedentarieta’ e a diete scorrette, la diffusione degli screening e il miglioramento delle terapie”. Tanto che, ricorda, ”l’Italia e’ in testa nella classifica europea per sopravvivenza per quasi tutti i tumori, e questo nonostante la spesa per Sanita’ rispetto al Pil sia tra le piu’ basse”.

Tumori pancreas, colon, polmone, prostate e… Il cancro spaventa di meno in Italia

In Italia, rispetto al Nord Europa, la sopravvivenza è addirittura superiore per tumori come quello del pancreas, colon, polmone, prostata, mammella, rene e vescica. Trend positivi che aprono ora ad una nuova prospettiva, con l’esigenza di garantire nuovi diritti e reinserimento sociale ai tantissimi malati che il tumore riescono a lasciarselo alle spalle. Il ministro Lorenzin sottolinea: ”Quello che veniva un tempo considerato un ‘male incurabile’ e’ divenuto in moltissimi casi una patologia da cui si puo’ guarire o, comunque, con cui si puo’ convivere, sta diventando infatti sempre piu’ una malattia cronica, come altre, che consente alle persone colpite di avere una vita attiva e soddisfacente”. Negli ultimi decenni, rileva nella prefazione del Rapporto, ”si e’ registrato un costante incremento della prevalenza di pazienti con storia di cancro in Italia: erano 2 mln e 244mila nel 2006, sono aumentati sino a oltre 3 mln nel 2016. Le Istituzioni e i clinici devono rispondere alle esigenze di questi pazienti che guariscono o possono convivere a lungo con la malattia e che rivendicano – conclude – il diritto di tornare a un’esistenza normale”.

La malattia diverticolare del colon rappresenta una frequente condizione clinica, in crescente prevalenza nei paesi industrializzati, soprattutto a causa della maggiore aspettativa di vita della popolazione e costituisce una frequente causa di ospedalizzazione.
Il termine malattia diverticolare include diverse entità patologiche che spaziano dalla diverticolosi alla diverticolite. Per diverticolosi si intende la sola presenza di diverticoli a livelli colico, che generalmente sono acquisiti e derivano dall’erniazione di mucosa e sottomucosa attraverso la parete del viscere, più frequentemente nella porzione sinistra del colon; il rilievo casuale degli stessi, durante colonscopia o altre metodiche diagnostiche, è definito diverticolosi colica. In caso di presenza di sintomi addominali quali dolore e meteorismo, in assenza di altre condizioni patologiche, si parla invece di Malattia diverticolare sintomatica non complicata (SUDD, Sympto- matic Uncomplicated Diverticular Disease.

La diverticolite acuta si caratterizza, invece, per la presenza di dolore addominale severo e prolungato, febbre e leucocitosi fino alla possibilità di sviluppo di complicanze quali ascessi, perforazioni e peritonite.

In letteratura è riportato che nell’ultimo ventennio l’incremento di ospedalizzazione per diverticolite acuta spazia dal 9.5% al 26%, mentre la mortalità associata a diverticolite acuta è diminuita, sebbene nelle forme complicate il rischio rimanga elevato per la frequente presenza di comorbidità. Una piccola percentuale di pazienti può sviluppare una colite segmentale associata alla diverticolosi (SCAD, Seg- mental Colitis Associated with Diverticulosis). L’eterogeneità di questi quadri clinici si ripercuote nella pratica clinica in altrettanti diversi approcci farmacologici o chirurgici. Questo articolo valuta criticamente le evidenze disponibili in letteratura su questa patologia, anche alla luce dei risultati di una recente Conferenza di Consenso italiana.

QUALI SONO I FATTORI DI RISCHIO E COME SI SVILUPPA LA MALATTIA DIVERTICOLARE?
La storia naturale della malattia diverticolare si caratterizza per una prima fase nella quale si sviluppano i diverticoli e per una seconda nella quale possono comparire i sintomi. Le evidenze disponibili in letteratura, spesso, non differenziano i fattori di rischio della formazione del diverticolo da quelli implicati nello sviluppo dei sintomi. Per quanto riguarda la formazione del diverticolo, i maggiori determinanti, secondo gli studi attualmente disponibili in letteratura, sono l’età e gli stili di vita, ed in particolare l’assenza di una attività fisica costante, il fumo, l’obesità viscerale  e una dieta povera in fibre.

Quest’ultimo fattore è stato messo in discussione da un recente studio condotto da Peery et al  che ha evidenziato come una dieta ad alto contenuto di fibre era associata alla presenza di diverticolosi e non viceversa come riportato nei primi studi condotti da Painter e Burkitt del 1971. Ulteriori meccanismi patogeneti- ci nella formazione dei diverticoli sono stati attribuiti ad un’alterata attività motoria del colon, ad un’aumentata pressione intraluminale e a fattori genetici che agirebbero sulla struttura della parete colica.

Per quanto concerne la patogenesi dello sviluppo dei sintomi nei pazienti con SUDD, questa rimane ancora incerta, sebbene recenti dati di letteratura sembrano attribuire alla presenza di un’infiammazione di basso grado, di un alterato microbiota intestinale, di una ipersensibilità viscerale e di un’alterata motilità del colon un ruolo chiave nello sviluppo dei sintomi  (figura 2). Particolare attenzione è da porre alle terapie farmacologiche che il paziente con malattia diverticolare potrebbe assumere per altre comorbidità: molti studi hanno mostrato che l’assunzione regolare di farmaci anti- infiammatori non steroidei (FANS) aumenta significativamente il rischio di sviluppo dei sintomi associati alla diverticolosi e della diverticolite acuta complicata ; più controverso è il ruolo dell’assunzione della aspirina (>2 volte/settimana) associato al rischio di diverticolite acuta; importanti lavori hanno mostrato come le terapie con corticosteroidi ed analgesici oppioidi siano associate ad un aumentato rischio di perforazione diverticolare e come l’assunzione in cronico di corticosteroidi sia associata ad un’aumentata mortalità per diverticolite acuta.

COME DIAGNOSTICARE LA MALATTIA DIVERTICOLARE?
La colonscopia e la colon-TC possono essere considerate le migliori metodiche di prima linea per confermare o escludere la presenza di diverticoli.
La scelta tra le due metodiche dipende dall’età del paziente, dai fattori di rischio associati a condizioni patologiche e dalla preferenza personale del paziente. L’RX con bario, anche se con la stessa accuratezza diagnostica della colon-TC, dovrebbe essere considerato solo in caso di mancanza di disponibilità di quest’ultima.

La colon-RM è una potenziale alternativa attualmente in studio.
La malattia diverticolare sintomatica non complicata (SUDD) è diagnosticata clinicamente sulla base della presenza di sintomi addominali ricorrenti, come dolore addominale e gonfiore e spesso si rende difficile la diagnosi differenziale con la malattia funzionale intestinale .

La diverticolite acuta si caratterizza dalla presenza di dolore addominale severo e prolungato, febbre e leucocitosi fino a complicarsi con ascessi, perforazioni e peritonite. L’ecografia, se eseguita da un operatore esperto, è un buon strumento di prima linea per identificare la diverticolite acuta e le sue complicazioni addominali.
I segni più frequenti sono l’ispessimento della parete del viscere, i rapporti con il grasso mesenterico, i vasi, gli organi adiacenti e i versamenti addominali e gli ascessi. In caso di reperti dubbi, è necessaria una TC addominale che ha maggiore sensibilità. Al contrario in caso di diverticolosi mancano dati definitivi sull’utilità dell’ecografia. Infatti in presenza di sintomi addominali con sospetto clinico di diverticolite acuta, la TC con mezzo di contrasto, dovrebbe essere considerata la miglior metodica di prima linea, in quanto consente l’esclusione di altre patologie e di evidenziare la presenza di complicanze associate alla malattia diverticolare.

Una possibile ulteriore complicazione della malattia diverticolare è definita SCAD, che è un’infiammazione cronica della mucosa interdiverticolare del segmento colico coinvolto e senza segni di infiammazione del retto o del colon destro, è spesso difficilmente differenziabile dalle malattie infiammatorie croniche intestinali da parte del patologo ma il cui riconoscimento è fondamentale in quanto il trattamento è differente da quello della malattia diverticolare.
Quando eseguire una colonscopia in un paziente con diverticolite acuta?
La colonscopia in corso di diverticolite acuta non è indicata e non deve essere eseguita prima di due mesi dall’evento acuto; ma se l’obiettivo è quello di escludere la presenza di cancro sovrapposto, i dati in letteratura sono discordanti, in quanto sembrerebbe non esserci un aumentato rischio di cancro sovrapposto rispetto alla popolazione generale se non nelle forme complicate.

Come dobbiamo gestire un sanguinamento di origine diverticolare?
In caso di sanguinamento acuto riferibile ai diverticoli è mandatoria una colonscopia diagnostica e terapeutica entro 12-24h (16). La procedura dovrebbe essere eseguita dopo preparazione con soluzioni a base di po- lietilenglicole. Il corretto timing della procedura è stato associato a tempi di degenza più brevi. I pazienti con sanguinamento massivo dovrebbero essere indirizzati all’angiografia .

TRATTAMENTO MEDICO
Il riscontro occasionale durante colonscopia della presenza di diverticoli a livello colico pone il gastroenterologo davanti alla scelta di quale trattamento sottoporre al paziente.
Non vi è alcuna evidenza al trattamento farmacologico della diverticolosi colica asintomatica ma la sola raccomandazione di introdurre un adeguato apporto di fibre con la dieta per ridurre il rischio di diverticolosi sintomatica. Diverso è il caso di una malattia diverticolare sintomatica non complicata (SUDD), ove il paziente accusando i sintomi, si reca dallo specialista: la sola supplementazione di fibre (in particolar modo la metil- cellulosa) nella dieta, secondo alcuni autori ha portato alla riduzione del dolore addominale e della stipsi.
La Rifaximina, antibiotico topico, in associazione con fibre è un’efficace trattamento nella SUDD per le sue caratteristiche di antibiotico ad ampio spettro d’azione e per l’ottima biodisponibilità nel tratto gastroenterico, data la sua azione non-sistemica: l’azione antibiotica della Rifaximina ha mostrato una riduzione di produzione di idrogeno ed altri gas responsabili almeno in parte della sintomatologia e un aumento di massa fecale, fattori che portano ad una riduzione della pressione intraluminare tale da non indurre stiramento della parete del diverticolo e nella genesi di nuovi diverticoli. Ulteriori strategie terapeutiche nei confronti della SUDD hanno riguardato l’uso dei probiotici e degli antinfiammatori, quali la Mesalazina.
L’utilizzo dei probiotici nella riduzione dei sintomi sottende l’ipotesi per cui la malattia diverticolare sia la conseguenza di un’alterata motilità intestinale provocata dall’alterazione microbiotica intestinale, la quale, danneggiando le funzioni della barriera mucosale, induce una risposta infiammatoria a basso grado e localizzata, che porta alle microperforazioni e alla diverticolite acuta.

Dieta per Pazienti con diverticoli del colon-retto
La diverticolosi del colon è una patologia comune che si pensa possa interessare quasi la metà della popolazione al di sotto dei 60 anni; tale percentuale cresce con l’età.
È caratterizzata dalla presenza di estroflessioni (a forma di sacco, i diverticoli) nel colon (nel sigma con estensione al discendente e al trasverso, il retto in genere non è mai interessato).
Esistono tre condizioni della malattia diverticolare:
diverticolosi (semplice presenza dei diverticoli) diverticolite (infiammazione o complicazioni dei diverticoli)
stato prediverticolare (stato di transizione fra la malattia del colon irritabile e la diverticolosi)
Consigli generali
La presenza di una diverticolosi nel colon può essere un riscontro occasionale, nel corso di un esame radiologico o endoscopico eseguito per altri motivi. In altri termini, spesso – quasi 8 volte su 10 – i diverticoli rimangono del tutto asintomatici.
Quando invece i diverticoli si accompagnano a sintomi quali mal di pancia e stitichezza abituale, si parla di malattia diverticolare. La presenza di sintomi non dipende mai però dal numero o dall’estensione dei diverticoli. Altra cosa, infine, è la diverticolite, che va considerata come una complicazione provocata dall’infiammazione di uno o più diverticoli e che provoca di solito febbre, forti dolori alla pancia e blocco quasi completo della defecazione.
In presenza di diverticoli nel colon, siano essi sintomatici o asintomatici, è sempre opportuna una dieta basata prima di tutto su un alto contenuto di fibre vegetali.
È opinione diffusa che un’alimentazione troppo povera di fibre vegetali e troppo ricca di zuccheri e sostanze raffinate – ormai abituale nel mondo industrializzato – abbia favorito l’aumento di molte malattie, per esempio stitichezza, diverticoli, emorroidi, ma anche diabete, obesità e malattie cardiovascolari.
Una dieta ricca di fibre (“dieta ad alto residuo”) potrebbe ridurre il rischio che la diverticolosi diventi nel tempo sintomatica.
La stessa dieta viene peraltro raccomandata anche in presenza di una diverticolosi sintomatica (malattia diverticolare) allo scopo di prevenire o ritardare la comparsa di eventuali complicazioni.

Aumentare il consumo di fibre
Per aumentare la percentuale di fibre nella dieta è opportuno assumere:
o Prodotti a base di cereali integrali (pane, fette biscottate, biscotti, cracker) o 2-3 porzioni di verdura ogni giorno, sia cruda che cotta. Le varietà più ricche di fibra sono agretti, asparagi, cavolfiore, carciofi, funghi, broccoli, melanzane, cicoria. Tuttavia, poiché è importante anche la capacità delle verdure di trattenere acqua per aumentare il volume delle feci, sono molto utili anche lattuga, radicchio, sedano e carote.
o Due porzioni al giorno di frutta. Mele, arance, pere e cocomero sono tra le varietà in grado di trattenere maggiori quantità di acqua e dunque da preferire. Assai utili, perché ricchi di fibre, sono kiwi, frutti di bosco, nespole, melagrane e prugne. Tradizionalmente si consiglia di asportare i semi.
Legumi (fagioli, ceci, lenticchie, fave, piselli) due volte alla settimana.
L’aumento del consumo di fibre vegetali deve essere graduale, per evitare o attenuare fenomeni temporanei di gonfiore e distensione addominale che talora vengono provocati da un brusco aumento nella dieta di questi cibi.
Oltre che dagli alimenti, la fibra può essere assunta tramite integratori dietetici, per esempio crusca o psillio. Questi prodotti vanno però assunti sempre con molta acqua e lontano dai pasti, per evitare una possibile interferenza con l’assorbimento di sostanze importanti, come ferro, calcio e vitamine.
L’importanza dell’acqua
Poiché come detto l’azione delle fibre vegetali è strettamente legata all’acqua, è indispensabile che la dieta sia accompagnata da abbondanti quantità di liquidi – circa 2 litri al giorno – sotto forma essenzialmente di acqua, preferibilmente lontano dai pasti. Oltre all’acqua può essere utile – ma senza eccedere – assumere tè, tisane, brodo vegetale, succhi e spremute di frutta.
Se si beve acqua minerale è opportuno controllare sull’etichetta il contenuto di sodio, che non dovrebbe mai superare i 20 mg per litro.
Consigli igienico-alimentari
• Evitare una vita troppo sedentaria e fare attività fisica.
• Mantenere un equilibrato ritmo alimentare, senza saltare i pasti e alternandoli con piccoli spuntini (almeno due al giorno).
• Moderare il consumo di carne e di cibi troppo raffinati.
• Modificare la propria alimentazione sempre in maniera graduale, soprattutto per quanto riguarda l’aumento delle fibre.
• Non interrompere la dieta se compaiono gonfiore alla pancia,meteorismo o flatulenza, perché in genere questi disturbi si risolvono in poco tempo.
Attenzione! In caso di “diverticolite” è necessario sospendere questo tipo di dieta ed è bene consultare subito il proprio medico.

Che cos’è il cancro al colon?

Cancro è il termine generico di uso comune con cui si indica una malattia tumorale maligna. I tumori sono degenerazioni dei tessuti che possono avere carattere benigno
0 maligno. Accanto a numerosi tumori benigni, vi sono oltre cento diversi tipi di affezioni tumorali maligne. Tumori maligni che originano da tessuti superficiali (pelle, mucose, linfonodi), come per esempio il cancro dell’intestino, sono chiamati anche carcinomi.
1 tumori benigni possono solo comprimere i tessuti sani man mano che aumentano di volume.
I tumori maligni invece possono infiltrarsi nei tessuti circostanti e distruggerli; attraverso i vasi sanguigni e linfatici le cellule tumorali maligne possono inoltre diffondersi in altri organi dando origine alle cosiddette metastasi.
II fegato e i polmoni sono considerati filtri del sangue; per questa ragione in tali organi si annidano spesso metastasi. Queste non vanno confuse con il cancro del fegato o del polmone che gli specialisti sanno distinguere chiaramente dalle metastasi epatiche.
Tutto ha inizio nella cellula
I tessuti e gli organi del nostro corpo sono formati da bilioni di cellule che costituiscono gli elementi fondamentali dell’organismo. Nel nucleo di ogni cellula si trova il «progetto di costruzione» di ogni individuo: il suo patrimonio ereditario (cromosomi e geni). L’insieme di questo patrimonio ereditario è anche detto DNA (acido desossiribonucleico).
Molteplici le possibili cause
Nella maggioranza dei casi la causa del tumore rimane ignota. La struttura genetica di una cellula può subire delle modifiche, apparentemente «per caso», ma anche per il naturale processo d’invecchiamento, come pure a causa di fattori ereditari e di influenze esterne (sostanze nocive, ambiente, alimentazione, stile di vita ecc.). In genere le autodifese del corpo sono in grado di riparare questo tipo di «guasti» nella struttura genetica della cellula. Ma se ciò non avviene, la cellula modificata può riprodursi a piacimento e divenire per così dire «immortale».
Le cellule fuori controllo si ammassano e con il tempo formano un nodulo, il tumore. Il carattere benigno o maligno del tumore dipende da ulteriori fattori che possono essere accertati per mezzo di esami diagnostici.

Dimensioni inimmaginabili

Un tumore di un centimetro di diametro contiene già un miliardo di cellule e con grande probabilità ha raggiunto queste dimensioni nel corso di diversi anni. Ciò significa che un tumore non si sviluppa da un giorno all’altro. La velocità di crescita varia notevolmente da tumore a tumore e da individuo a individuo.
I rischi
In ultima analisi ammalarsi di cancro è destino. Ne sono colpiti gli ottimisti e i pessimisti, chi è molto attento alla salute e chi invece assume dei rischi. Tuttavia il rischio di tumore può essere ridotto adottando uno stile di vita sano ed evitando quei comportamenti che possono favorire l’insorgere del cancro. Non vi è però alcuna garanzia contro il cancro.
In alcune famiglie si osserva un’inconsueta incidenza di tumori maligni (compresi i carcinomi colorettali). Troverà altre informazioni in merito  e nell’opuscolo «Rischio di cancro ereditario». Sullo sviluppo del cancro in generale offre ulteriori informazioni il CD «Cancro: dal gene all’uomo» .

Il cancro nel colon e nel retto

Con il termine di «cancro dell’intestino» o «carcinoma colorettale» si designa in genere un’affezione tumorale maligna del colon (carcinoma del colon o colico) e/o del retto (carcinoma del retto o rettale). Il cancro dell’intestino tenue è molto raro. L’intestino è parte del tratto gastrointestinale e riveste una funzione essenziale per la digestione e l’assunzione delle sostanze nutritive.

La digestione e l’assunzione delle sostanze nutritive

Il cibo giunge nello stomaco attraverso la bocca e l’esofago e passa quindi nell’intestino tenue lungo da 3 a 5 metri. Negli organi della digestione il cibo è scomposto un po’ alla volta, sottraendogli le sostanze nutritive e altre componenti (grasso, proteine, zucchero ecc.), trasportate poi in tutto l’organismo: esse costituiscono il «carburante» del nostro corpo.
Nel colon, lungo circa 1,5 m, i resti del cibo sono disidratati e assumono la normale consistenza delle feci. Queste passano nel retto, lungo circa 15 cm, e sono infine evacuate attraverso l’ano. L’apertura anale è circondata dagli sfinteri interno ed esterno, muscoli il cui movimento si può controllare, e che durante la defecazione si aprono come una valvola.
> Il colon è costituito da vari strati muscolari (muscolatura circolare e longitudinale) che rimescolano il contenuto intestinale e lo fanno avanzare (peristaltica intestinale).
> La parete intestinale interna è rivestita di una mucosa ricca di ghiandole che presenta un gran numero di piccole cavità (cripte). Tra la mucosa e lo strato muscolare interno si situa la sottomucosa, uno strato di tessuto connettivo di scivolamento attraversato da nervi e vasi.
> Gli ultimi 4 cm del retto costituiscono il canale anale: in questo tratto la mucosa viene progressivamente sostituita dalla «normale» pelle esterna.
Le cause e i rischi
Non si conosce la causa precisa all’origine del cancro colorettale. In linea di massima ogni individuo può esserne colpito. Il rischio di ammalarsi aumenta con l’età. Un’alimentazione equilibrata e ricca di fibre con molta frutta e verdura, nonché l’attività fisica praticata con regolarità, riducono il rischio di cancro colorettale.
Alcuni individui – anche in giovane età – presentano un rischio più elevato di cancro del colon dovuto a una predisposizione familiare. I fattori di rischio sono i seguenti:
> Casi di cancro colorettale (o di poliposi) in famiglia (genitori, fratelli).
Particolare rilevanza hanno:
– il cosiddetto cancro colico ereditario non polipomatoso (HNPCC – hereditary non polyposis colorectal cancer), di cui fanno parte la sindrome da carcinoma colorettale familiare e la sindrome da adenocarcinoma ereditario,
– la poliposi adenomatosa familiare (PAF) che dà origine a numerosi piccoli polipi.
> Polipi diagnosticati e asportati in precedenza.
> Infiammazioni intestinali croniche.

Per coloro che presentano una delle situazioni a rischio descritte è importante discutere con il proprio medico delle appropriate misure di prevenzione, rispettivamente della diagnosi precoce, e concordare un piano di controlli.
Troverà altre informazioni …
… sui rischi di cancro dell’intestino negli opuscoli per i pazienti e i loro familiari pubblicati dalla Lega contro il cancro: «No al cancro intestinale?» e «Rischio di cancro ereditario».
Al terzo posto per frequenza fra gli uomini, al secondo fra le donne
Ogni anno si registrano in Svizzera circa 3700 nuovi casi di cancro del colon o del retto, soprattutto nella fascia di età fra i 50 e i 70 anni. Ne sono colpiti più o meno in pari misura uomini e donne. Negli ultimi decenni la mortalità dovuta al cancro del colon è calata in continuazione grazie alla diagnosi precoce e al miglioramento delle misure terapeutiche.
Lo sviluppo del cancro intestinale
Le affezioni tumorali maligne colorettali originano da varie cellule, ma in circa il 95% dei casi si sviluppano nella mucosa del colon e del retto. Poiché le cellule della mucosa intestinale si rinnovano in continuazione può manifestarsi una sovrapproduzione di cellule. Soprattutto nelle persone oltre i 40 anni possono svilupparsi escrescenze benigne (polipi della mucosa) che crescono lentamente e costantemente, detti anche adenomi (dal greco aden = ghiandola).
In genere sono di natura benigna, ma sono considerati precursori del cancro perché da essi con il tempo può svilupparsi un tumore maligno, il cosiddetto adenocarci- noma, che pian piano si infiltra nei vari strati dell’intestino .
Solo il 5% dei tumori maligni colorettali non originano da cellule della mucosa intestinali e sono quindi curati anche in maniera diversa. A seconda del tessuto di origine, questi tumori sono detti linfomi, melanomi, sarcomi, carcinomi epidermoidi ecc. Nel presente opuscolo non ci occuperemo di queste forme di cancro.

I possibili sintomi

Il carcinoma colorettale cresce lentamente; perciò può svilupparsi senza sintomi apparenti per un lungo periodo. I disturbi si manifestano spesso a intervalli, ma possono essere dovuti anche a affezioni intestinali più banali. Sono tuttavia assolutamente necessari accertamenti medici. Più precoce è la cura di un eventuale cancro, maggiori sono le possibilità di guarigione.
I sintomi più frequenti sono i seguenti:
> inspiegabile perdita di peso;
> perdite ematiche dal retto oppure sangue nelle feci o feci sierose;
> bisogno vivo di evacuare senza poter evacuare feci: nella peggiore delle ipotesi un tumore del retto può impedire l’evacuazione, ciò che richiede un intervento d’urgenza;
> alterazioni delle proprie abitudini nell’evacuare (per es. improvvise diarree e/o stitichezza);
> improvvisi e persistenti dolori addominali: possono essere sintomi di un’incipiente occlusione intestinale;
> inappetenza e perdita di forze, stanchezza cronica.

Gli esami e la diagnosi

Per una diagnosi precisa e la scelta della terapia migliore è indispensabile la combinazione di vari metodi diagnostici. Nella diagnosi precoce o in presenza dei sintomi summenzionati, il medico – in genere il gastroenterologo (specialista delle malattie gastrointestinali) – effettuerà i seguenti esami:
> Anamnesi: il paziente risponde a domande sui disturbi e sui sintomi, sulle malattie precedenti e sulle relative cure, sulle malattie familiari, compresi i tumori
e sul proprio stato generale di salute.
> Visita medica con palpazione dell’addome e dei linfonodi ed esplorazione rettale.
> Se il paziente ha già osservato sangue nelle feci se ne dovrà accertare l’origine; si esaminerà anche l’eventuale sangue occulto nelle feci. La presenza di sangue nelle feci può essere sintomo di un cancro, ma anche di altre affezioni meno gravi.
La coloscopia e il prelievo di tessuto
> Per potere effettuare la colo- scopia è necessario prima svuotare completamente l’intestino. Il giorno prima dell’esame dovrà perciò prendere un forte lassativo e bere molto:
ciò provocherà diarrea e di conseguenza lo svuotamento dell’intestino. Se lei prende degli anticoagulanti e/o farmaci a base di aspirina, oppure se ha il diabete, saranno necessarie altre misure. L’endoscopia intestinale non provoca dolore, ma è in genere poco piacevole. Se lo desidera le sarà somministrato un tranquillante.
> Se ciò è possibile si effettua sempre la coloscopia, cioè l’attento esame con l’endoscopio dell’intero colon. Solo in situazioni particolari ci si limita alla rettoscopia (esame endosco- pico del retto).
L’endoscopio (dal greco en-don = all’interno e skopein = osservare) è costituito da un tubo flessibile attraverso il quale sono inseriti altri strumenti; è inoltre munito di un apparecchio fotografico. L’endoscopio è introdotto nell’apertura anale e sospinto fino all’intestino cieco che collega l’intestino tenue al colon. Quindi l’endo- scopio viene ritirato lentamente. Per dilatare il colon viene immessa aria nell’intestino.
> Su un monitor si possono vedere le immagini di questo «viaggio» attraverso il colon.
Le immagini ingrandite consentono di esaminare la mucosa in vista di mutamenti sospetti. Al tempo stesso è possibile prelevare tessuto per la biopsia.
> Durante l’esame endoscopico possono essere asportati eventuali polipi.

Se i polipi o gli adenomi sono di dimensioni considerevoli o se sono numerosi a volte si renderà necessario un successivo intervento chirurgico per asportarli.
> Il tessuto prelevato durante l’endoscopia sarà esaminato al microscopio (biopsia). La biopsia è l’unica possibilità di diagnosticare o escludere la presenza di un cancro con assoluta certezza.
> Le complicazioni sono molto rare (per es. lesioni della parete intestinale nell’asportazione di un polipo, emorragie); se
si verificano possono essere curate facilmente.
> Nella cosiddetta «coloscopia virtuale» nell’intestino non viene introdotto alcun apparecchio. I preparativi per l’esame (lassativo) sono però gli stessi. Si tratta di una combinazione di tomografia computerizzata
e di risonanza nucleare magnetica. Questo esame è meno preciso dell’endoscopia e comporta anche l’esposizione ai raggi; se durante l’esame sono diagnosticate zone sospette si dovrà comunque procedere in seguito a prelievi di tessuto e all’asportazione di polipi per mezzo della comune endoscopia.

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