Arriva il ‘congedo mestruale’ per le lavoratrici italiane: che cos’è e chi può chiederlo

Giusto per conferire riconoscimento giuridico, sanitario e amministrativo a quella serie di mal di pancia e mal di testa che si abbatte sull’universo femminile ogni 28 giorni circa, alcune deputate facenti capo al gruppo parlamentare del Partito Democratico hanno presentato in parlamento una proposta di legge finalizzata alla tutela delle lavoratrici maggiormente colpite dal fenomeno biologico che si ripromette di conferire loro un mini-congedo qualora gli stati dolorosi si facciano troppo intensi.

Il congedo mestruale, ovvero la possibilità di usufruire di alcuni giorni di permesso retribuito dal lavoro, è prevista da altri Paesi del mondo già da tempo. Si attende l’approvazione a breve. La proposta di legge italiana sul congedo mestruale permetterebbe – alle donne affette da dismenorrea – di assentarsi dal lavoro per tre giorni al mese venendo retribuite. Il tema era tornato alla ribalta dopo la decisione della Coexist, azienda di Bristol, che ha introdotto il congedo mestruale permettendo alle impiegate di rimanere a casa durante il ciclo, visto che i dolori non consentono di svolgere al meglio il proprio lavoro: la società prese la decisione anche perché notò che, terminato il ciclo, le donne erano tre volte più produttive.

Tre giorni di assenza giustificata dal lavoro senza una riduzione dello stipendio. Il congedo sarà destinato alle lavoratrici con contratto a tempo indeterminato, subordinato e parasubordinato, full o part time, sia nel settore pubblico che privato. Nel 30% dei casi, questi disturbi risultano invalidanti e costringono la persona all’immobilità. I dati della dismenorrea in Italia, evidenziati dalle relatrici della legge, parlano chiaro: dal 60 al 90% delle donne soffrono durante il ciclo mestruale, con casi gravi nel 30%, e questo causa tassi dal 13 al 51% di assenteismo a scuola e dal 5 al 15% nel lavoro. La certificazione medica va rinnovata ogni anno entro il 31 dicembre e presentata al datore di lavoro entro il successivo 30 gennaio. Recentemente, il congedo per chi soffre di dismenorrea è stato adottato nel 2001 in Sud Corea e a Taiwan nel 2013. In Oriente esiste infatti la credenza che se le donne non si riposano nei giorni del ciclo avranno poi numerose difficoltà durante il parto: il permesso, dunque, è vissuto come una forma di protezione delle nascite.

In Italia il dibattito sul congedo mestruale si è riacceso dopo che l’azienda inglese Coexist ha inserito nel proprio statuto l’esenzione dal lavoro a cadenza mensile per garantire alle impiegate di restare a casa nei giorni in cui le mestruazioni sono più dolorose (alla Coexist hanno persino valutato che appena finito il ciclo le donne sono tre volte più produttive). Non tutte le donne potranno beneficiarne: il congedo sarà riservato solo a quelle che soffrono di dismenorrea (ovvero ciclo doloroso), considerando che in Italia sono fra il 60% e il 90% la percentuale di donne che hanno mal di testa, mal di schiena, dolori addominali e sbalzi ormonali durante il ciclo ed il 30% le donne costrette a letto anche per diversi giorni. Nel 30% dei casi, questi disturbi risultano invalidanti e costringono la persona all’immobilità. Il certificato andrà rinnovato entro il 30 dicembre dell’annualità in corso e presentato al datore di lavoro entro il 30 gennaio dell’anno successivo. Si possono richiedere massimo 3 giorni al mese e in questo periodo di assenza, non verranno detratti soldi dallo stipendio.

Sempre in base alla proposta di legge, potranno godere del congedo tutte le donne lavoratrici con contratto di lavoro subordinato, o parasubordinato, a tempo pieno o part-time, a tempo indeterminato, determinato o a progetto.

Il problema è già stato affrontato nel mondo, in particolare in Asia, dove molti paesi prevedono da tempo il congedo mestruale nella convinzione che chi soffre di dolori mestruali forti potrebbe avere problemi nel parto. I paesi asiatici, infatti, sono stati tra i primi a introdurlo. Così come il congedo per le donne che soffrono di dismenorrea è stato poi adottato in Sud Corea nel 2001 e a Taiwan nel 2013.

Onorevoli Colleghi! — In Italia i dati sulla dismenorrea sono allarmanti: dal 60 per cento al 90 per cento delle donne soffrono durante il ciclo mestruale e questo causa tassi dal 13 per cento al 51 per cento di assenteismo a scuola e dal 5 per cento al 15 per cento di assenteismo nel lavoro.

Per questa ragione alcune associazioni per i diritti delle donne nel mondo del lavoro in Italia, dopo l’apertura di un dibattito in questa direzione negli Stati Uniti d’America, stanno lavorando da tempo a una bozza di proposta di legge per istituire un «congedo mestruale» che permetta alle donne di rimanere a casa nei giorni di picco del ciclo.
In Italia il dibattito sul cosiddetto congedo mestruale si è riacceso dopo che la Coexist, un’azienda di Bristol, ha deciso di inserire nello statuto l’esenzione dal lavoro per le impiegate con il ciclo mestruale. L’azienda ha deciso di concedere alle dipendenti un congedo a cadenza mensile che garantisca loro di restare a casa nei giorni in cui i dolori mestruali sono più forti. Alla Coexist hanno persino valutato che appena finito il ciclo le donne sono tre volte più produttive. L’idea della Coexist ha alcuni precedenti: la Nike ha inserito il congedo mestruale nel proprio codice di condotta sin dal 2007 e in Giappone alcune aziende avevano adottato il «seirikyuuka», cioè il congedo, addirittura nel 1947 e un anno dopo la stessa pratica era stata introdotta in Indonesia. Più recentemente, il congedo per le donne che soffrono di dismenorrea è stato adottato anche in Sud Corea (nel 2001) e a Taiwan (nel 2013). In Oriente esiste infatti la credenza che se le donne non si riposano nei giorni del ciclo avranno poi numerose difficoltà durante il parto: il permesso, dunque, è vissuto come una forma di protezione della natività.
La presente proposta di legge si compone di un solo articolo. La donna che soffre di mestruazioni dolorose, che dovranno comunque essere certificate da un medico specialista, ha diritto a un congedo per un massimo di tre giorni al mese. Per tale diritto è dovuta un’indennità pari al 100 per cento della retribuzione giornaliera e i giorni di congedo non possono essere equiparati ad altre cause di assenza dal lavoro, a partire dalla malattia: nessuna assimilazione tra i due istituti sia dal punto di vista retributivo che contributivo. Il diritto di cui alla presente proposta di legge si applica alle lavoratrici con contratti di lavoro subordinato o parasubordinato, a tempo pieno o parziale, a tempo indeterminato, determinato ovvero a progetto.

1. La donna lavoratrice che soffre di dismenorrea, in forma tale da impedire l’assolvimento delle ordinarie mansioni lavorative giornaliere, ha diritto di astenersi dal lavoro per un massimo di tre giorni al mese.
2. Durante l’astensione dal lavoro ai sensi del comma 1, di seguito denominato «congedo mestruale», alla lavoratrice sono dovute una contribuzione piena e un’indennità pari al cento per 100 per cento della retribuzione giornaliera.
3. La donna lavoratrice che intenda usufruire del congedo mestruale presenta al datore di lavoro la certificazione medica specialistica relativa alle condizioni previste dal comma 1.
4. La certificazione medica di cui al comma 3 deve essere rinnovata entro il 31 dicembre di ogni anno e presentata al datore di lavoro entro il successivo 30 gennaio.
5. Il congedo mestruale non può essere equiparato alle altre cause di impossibilità della prestazione lavorativa e la relativa indennità che spetta alla donna lavoratrice non può essere computata economicamente, né a fini retributivi né contributivi, all’indennità per malattia.
6. Il congedo mestruale si applica alle lavoratrici con contratti di lavoro subordinato o parasubordinato, a tempo pieno o parziale, a tempo indeterminato o determinato ovvero a progetto.

Sindrome mestruale: disturbi invalidanti oltre il 30% dei casi

Le fitte alla zona lombare, i crampi al basso ventre e il cerchio alla testa sono i sintomi più fastidiosi durante il periodo premestruale e nei primi due giorni del flusso. Ma non sono i soli, perché il fluttuare degli ormoni incide spesso anche sull’umore di figlie, mogli e madri rendendole ora bisognose di tenerezza ora aggressive e inavvicinabili. Cerchiamo di capire quali sono gli ormoni che una volta al mese influiscono sul benessere fisico e psicologico di molte donne e in che modo è possibile arginarne gli effetti. All’inizio crescono gli estrogeni Tutto il ciclo mestruale è regolato da complesse interazioni tra gli ormoni follicolo-stimolanti e luteinizzanti prodotti dall’ipofisi* e gli estrogeni e il progesterone secreti dalle ovaie. Dal primo giorno della mestruazione fino a quella successiva, 28-30 giorni dopo, si possono scandire tre fasi: follicolare, ovulatoria e luteinica. La prima fase, che dura in media 13 giorni, comincia con valori bassi degli estrogeni e del progesterone, gli ormoni che causano lo sfaldamento della mucosa uterina, innescano il sanguinamento e gli spasmi pelvici, il mal di schiena e/o il mal di testa tipici del primo/secondo giorno delle mestruazioni. Nella prima parte della fase follicolare, l’ipofisi aumenta lievemente il livello dell’ormone follicolo-stimolante, stimolando appunto lo sviluppo di molti follicoli (da tre a 30), ciascuno contenente un ovulo. Nella seconda parte del la fase follicolare quando i valori di questo ormone cominciano a scendere, continuerà a crescere un solo follicolo, quello dominante, che innescherà l’impennata degli estrogeni, gli ormoni che rendono la donna più amabile, stabile emotivamente, biologicamente pronta per essere fecondata. Nell’ovulazione c’è il luteinizzante Di solito è il 14° giorno che inizia la seconda fase del ciclo, quella dell’ovulazione. Ora a crescere è l’ormone luteinizzante che determina la rottura del follicolo* e libera l’ovulo che, se nel suo tragitto incontra gli spermatozoi, ha probabilità di essere fecondato. È già nella fase ovulatoria che alcune donne cominciano ad avvertire i primi malesseri, in particolare un dolore in corrispondenza dell’ovaio che sta rilasciando l’ovulo. Le fitte possono durare minuti od ore, presentarsi ogni mese o a mesi alterni e precedere o seguire la rottura del follicolo. Poiché l’ovulo viene rilasciato in maniera casuale, cioè non sempre dallo stesso ovaio, il dolore può essere avvertito ora dall’uno ora dall’altro lato, ma anche per più cicli dalla stessa parte. Prima del flusso il progesterone La breve fase ovulatoria lascia subito il posto alla terza fase del ciclo mestruale, quella luteinica, che dura in media 14 giorni. È questo il momento più difficile per le donne che soffrono della sindrome premestruale, perché sono i giorni in cui i livelli di ormone luteinizzante e follicolo-stimolante sono bassi e quelli del progesterone invece cominciano a salire. Infatti, dopo che si schiude per rilasciare l’ovulo, il follicolo forma una struttura detta corpo luteo (da cui fase luteinica), che ne produce in quantità. Il progesterone ha la funzione di preparare l’utero a un’eventuale gravidanza rendendo più spesso e quindi più ospitale l’endometrio* e più denso il muco cervicale per impedire a possibili batteri di risalire fino all’utero. Un’altalena, come l’umore Ma il progesterone è anche l’ormone che può aumentare gli stati ansiosi, la difficoltà di concentrazione o i disturbi del sonno e che può far peggiorare le sindromi depressive, con pianto facile e tendenza all’isolamento. Man mano che ci si avvicina ai giorni del flusso, ricrescono anche i valori degli estrogeni che servono a favorire un ulteriore ispessimento della mucosa dell’utero e anche l’aumento del volume dei dotti mammari, l’espediente che Madre natura ha previsto in vista di una gravidanza. La donna ora accusa gonfiore dell’addome, accumulo di liquidi, aumento di peso e inturgidimento e dolore al seno. Se l’ovulo non viene fecondato, gli estrogeni e il progesterone si riabbassano, il corpo luteo si sfalda e inizia la mestruazione e di nuovo la prima fase del ciclo mestruale (follicolare). È la prolattina che dà il mal di testa L’intensità dei sintomi varia nella stessa donna di mese in mese, ma spesso alcune lamentano soprattutto cefalea. Perché? Perché nella fase preme struale, assieme a quelli del progesterone, possono esserci valori alti della prolattina. È l’ormone secreto dall’ipofisi, basilare per la produzione di latte da parte delle ghiandole mammarie che, se in eccesso, può portare al mal di testa ma anche alla sospensione del ciclo mestruale. Alle donne con forte cefalea i ginecologi consigliano un prelievo di sangue per controllare i valori di questo ormone, che eventualmente potrà essere riequilibrato con la pillola contraccettiva. Le prostaglandine innescano i crampi Ci sono poi donne che sono afflitte soprattutto dai dolori pelvici. Questi dipendono dal picco delle prostaglandine, mediatori chimici coinvolti nei processi infiammatori che riducono l’apporto di sangue all’utero e aumentano la sensibilità al dolore. A determinare l’impennata delle prostaglandine sono di nuovo gli ormoni: gli estrogeni che stimolano l’utero a produrne in quantità e il progesterone che al contrario le inibisce. Quando salta l’equilibrio tra i due, le prostaglandine aumentano fino ad alterare la contrattilità dell’utero. Gli analgesici sono l’unica soluzione? Chi conosce i disturbi mestruali cerca di sottrarsene con un antinfiammatorio non steroideo (Fans), magari già al primo malessere. Questi farmaci hanno un’efficacia maggiore se assunti un giorno prima del flusso e proseguiti nelle 24- 48 ore dopo il suo arrivo. Ma, contro cefalea, contrazioni uterine e altri disturbi non sono l’unica possibilità.

ALTRI TIPI DI CONGEDI PER IL LAVORATORE

Congedo di maternità Quanto dura il congedo obbligatorio per maternità? Il congedo obbligatorio per maternità dura 5 mesi, inizia 2 mesi prima la data presunta del parto e termina 3 mesi dopo il parto. Quanto tempo prima del parto la dipendente può astenersi dal lavoro? Ferma restando la durata complessiva del congedo di maternità di 5 mesi, la dipendente ha la facoltà di astenersi dal lavoro a partire dal mese precedente la data presunta del parto e nei quattro mesi successivi al parto.

Congedo di paternità In quali casi il padre può utilizzare il congedo di paternità? Il padre, lavoratore dipendente, può utilizzare tale congedo entro i primi tre mesi di vita del figlio/a nei seguenti casi: morte o grave infermità della madre, abbandono del figlio/a da parte della madre, affidamento esclusivo al padre.

Congedo parentale Cos’è il congedo parentale e chi ne ha diritto? E’ un congedo che può essere usufruito da entrambi i genitori, anche adottivi o affidatari, nei primi 8 anni di vita del bambino, senza eccedere il limite complessivo di 10 mesi. La lavoratrice madre, trascorso il periodo di astensione obbligatoria dopo il parto, può richiedere un periodo di astensione, frazionato o continuativo, non superiore ai sei mesi. Analogo periodo di astensione può essere richiesto dal padre lavoratore. Qualora il genitore padre chieda un permesso per un periodo non inferiore a 3 mesi, il suo limite è elevato a 7 mesi e, quindi, se entrambi i genitori fruiscono di tali congedi il limite complessivo è elevato a 11 mesi. Qual è la modalità di fruizione del congedo parentale? I periodi di congedo parentale possono essere usufruiti contemporaneamente da entrambi i genitori. Sono frazionabili, ma tra un periodo e l’altro di congedo deve esservi una ripresa effettiva del lavoro. Quali giorni devono essere computati per il periodo di congedo parentale?Congedo parentale Cos’è il congedo parentale e chi ne ha diritto? E’ un congedo che può essere usufruito da entrambi i genitori, anche adottivi o affidatari, nei primi 8 anni di vita del bambino, senza eccedere il limite complessivo di 10 mesi. La lavoratrice madre, trascorso il periodo di astensione obbligatoria dopo il parto, può richiedere un periodo di astensione, frazionato o continuativo, non superiore ai sei mesi. Analogo periodo di astensione può essere richiesto dal padre lavoratore. Qualora il genitore padre chieda un permesso per un periodo non inferiore a 3 mesi, il suo limite è elevato a 7 mesi e, quindi, se entrambi i genitori fruiscono di tali congedi il limite complessivo è elevato a 11 mesi. Qual è la modalità di fruizione del congedo parentale? I periodi di congedo parentale possono essere usufruiti contemporaneamente da entrambi i genitori. Sono frazionabili, ma tra un periodo e l’altro di congedo deve esservi una ripresa effettiva del lavoro. Quali giorni devono essere computati per il periodo di congedo parentale?

Part-time e congedo di maternità Il congedo di maternità in caso di part-time verticale al 50%, viene riconosciuto per intero? Sì, il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro, in presenza di part-time verticale, è riconosciuto per intero anche per la parte non cadente in periodo lavorativo, come previsto dall’art. 208 CCDI 2002-2005, in conformità al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151. Per quanto concerne il trattamento economico la normativa dispone che quest’ultimo deve essere corrisposto per l’intero periodo di astensione obbligatoria ed è commisurato alla durata prevista per la prestazione giornaliera. Ciò sta a significare che l’unità di misura da prendere in considerazione è la retribuzione prevista per la prestazione giornaliera del dipendente in questione.

Congedo per la malattia del figlio Il congedo per malattia del figlio con meno di tre anni ha limiti di tempo? No, non ci sono limiti di durata fino ai tre anni di vita del bambino; un limite esiste solo per la retribuzione, poiché solo i primi trenta giorni, per ciascun anno, sono retribuiti al 100%.

Riposi Giornalieri Possono essere concessi i riposi giornalieri del padre, ex art. 40 D.Lgs. 151/2001, in presenza di madre casalinga? Sì, possono essere concessi. Premesso che, ai sensi dell’art. 40 D.Lgs. 151/2001, “I riposi giornalieri di cui all’art.39 sono riconosciuti al padre lavoratore: a) nel caso in cui i figli siano affidati al solo padre; b) in alternativa alla madre lavoratrice dipendente che non se ne avvalga; c) nel caso in cui la madre non sia lavoratrice dipendente; d) in caso di morte o di grave infermità della madre”; la lavoratrice casalinga è ricompressa nella fattispecie di “madre non lavoratrice dipendente”. Infatti, con decisione n. 4293 del 9 settembre 2008, il Consiglio di Stato ha riconosciuto al padre lavoratore con moglie casalinga il diritto a godere dei riposi giornalieri, in considerazione del fatto che numerosi settori dell’ordinamento reputano la figura della casalinga come lavoratrice (si veda Corte di Cassazione, sez III, n. 20324 del 20 ottobre 2005). La dipendente, che fruisce dei “riposi giornalieri” per l’allattamento, ha diritto al buono pasto nei giorni di rientro pomeridiano? Sì, la vigente disciplina dettata dagli artt. 45, comma 2, e 46, comma 2, del CCNL del 14/09/2000 e dall’art. 165, comma 1, del CCDI del 2005 riconosce il diritto dei dipendenti alla maturazione del buono pasto, nel caso in cui prestino attività lavorativa al mattino con prosecuzione nelle ore pomeridiane e qualora la prestazione lavorativa prosegua nelle ore pomeridiane e nello specifico sia ricompresa nelle seguenti fasce orarie 13.30 – 15.30 oppure 19.30 – 21.30.

Puerperio Il periodo di malattia determinato dalla gravidanza o da puerperio viene computato ai fini del comporto? No, tale periodo, secondo quanto disposto dall’art. 20 del D.P.R. n. 1026/1976, non incide, indipendentemente dalla durata, sul computo del comporto. Che tipo di certificazione deve produrre la lavoratrice, nei periodi di assenza per malattia determinata da puerperio?

Per quanto concerne la certificazione che deve produrre la dipendente, ai fini della prova della morbosità
determinata da gravidanza, è sufficiente un certificato rilasciato da un medico di base convenzionato; ciò in
quanto l’art. 76 del D.Lgs. 151/2001 sancisce che “al rilascio dei certificati medici del presente testo unico,
salvo i casi di ulteriore specificazione, sono abilitati i medici del Sevizio sanitario nazionale”

Adozioni e Affidamenti
In caso di adozione di due gemelli la dipendente ha diritto ad un congedo di maternità raddoppiato?
Come nel caso di parto gemellare per le adozioni (ossia adozioni o affidamenti di più minori disposti dalla
competente Autorità con il medesimo provvedimento) il periodo di congedo di maternità non viene
raddoppiato. La lavoratrice ha diritto al congedo per i primi cinque mesi decorrenti dal giorno successivo
all’effettivo ingresso del minore nella propria famiglia; a tale periodo deve essere aggiunto, per analogia alle
madri biologiche, anche il giorno d’ingresso nella famiglia, pertanto il congedo riconoscibile è pari a cinque
mesi e un giorno.
Nel caso di affidamento temporaneo di minore, trova applicazione la disciplina relativa al congedo di
maternità e al congedo parentale?
L’art. 36: “Adozioni e affidamenti” , Capo V “Congedo parentale” del D.lgs. 151/2001 e s.m.i., prevede
l’equiparazione del trattamento dei genitori adottivi e affidatari a quello dei genitori naturali in materia di
congedi per maternità e congedi parentali.

Ferie
È possibilità sostituire un giorno di congedo ordinario, rientrante all’interno del piano ferie
approvato, con un giorno di permesso retribuito per particolari motivi personali o familiari?
Sì, può essere sostituito. Nell’ambito di una gestione flessibile del personale, non vi sono particolari ostacoli
giuridici alla trasformazione del titolo di imputazione dei giorni di assenza del lavoratore già fruiti, con la
conversione degli stessi da ferie a permessi retribuiti, a condizione che il dipendente presenti la necessaria
documentazione.
E’ possibile per il dipendente usufruire di un periodo di ferie immediatamente successivo ad un
periodo di malattia ?
Partendo dal presupposto che in base all’art. 16 CCNL 16.05.1995 le ferie devono essere previamente
autorizzate dal dirigente in relazione alle esigenze di servizio, si può affermare che resta alla valutazione del
dirigente stesso concedere l’effettuazione di un periodo di ferie immediatamente successivo alla malattia
nonostante non si sia verificato il rientro in servizio del dipendente.
Al fine di stabilire il numero dei giorni di ferie spettanti al dipendente ai sensi dell’art. 18 del CCNL
del 6.7.1995 cosa deve intendersi per personale “neo assunto”?

Ai fini della determinazione del numero dei giorni di ferie, il termine “neo assunto” deve essere riferito al
lavoratore che non abbia avuto precedenti rapporti di lavoro a tempo indeterminato con la Pubblica
Amministrazione. Non hanno, pertanto, alcuna influenza, per i predetti fini, i rapporti di lavoro a termine
instaurati anche con lo stesso ente.

Le mestruazioni dolorose

I dolori associati al ciclo mestruale (o dismenorrea) affliggono un gran numero di donne. Si tratta di un dolore tipo crampi che compare con il flusso mestruale, che cessa col suddetto e che è recidivante ad ogni ciclo. Si fa distinzione fra dismenorrea primaria, che compare a partire dai primi cicli mestruali ed il cui trattamento è generalmente sintomatico, e dismenorrea secondaria, che compare dopo un periodo più o meno lungo di mestruazioni non dolorose e di cui si dovrà riscontrare la causa, prima di proporre una terapia. La dismenorrea primaria è frequente La dismenorrea primaria inizia nell’adolescenza, a partire dai primi cicli mestruali. La sua intensità è variabile. Può essere estremamente dolorosa, essere associata a nausea, vomito, mal di testa, sensazione di debolezza generalizzata ed interferire con l’attività scolastica e sociale. Di norma si attenua col tempo e con le gravidanze. Spesso si tratta di una dismenorrea detta essenziale (ossia senza che se ne conosca la causa). Il medico farà la diagnosi grazie ad una serie di domande precise poste alla paziente e ad un esame clinico, senza dover ricorrere ad esami supplementari In rari casi, la dismenorrea primaria può essere legata ad una malformazione dell’apparato genitale, cioè la presenza di un ostacolo anatomico all’evacuazione del sangue mestruale. La diagnosi, quindi, richiederà la realizzazione di un’ecografia (della pelvi e dei reni) per riscontrare la malformazione in questione. Come si cura la dismenorrea primaria? Oltre agli analgesici abituali, la cura della dismenorrea essenziale è basata su 2 tipi di trattamenti: 1) Gli antinfiammatori non steroidei o FANS Questa famiglia di farmaci blocca la produzione di prostaglandine, molecole naturali alla base del processo doloroso. I FANS presentano un ottimo grado di efficacia qualora vengano assunti precocemente, a partire dall’inizio del malessere mestruale. La cura va proseguita per tutta la durata del sanguinamento. È inutile iniziare prima del ciclo mestruale, o prolungare l’assunzione dopo che è terminato. Alcuni FANS vengono venduti senza prescrizione, altri sono controindicati prima dei 15 anni di età. A volte possono comportare complicazioni gastriche (dolori o ulcerazioni), e più raramente reazioni allergiche e danni renali. A cura della Direzione Medica Merck Sharp & Dohme (Italia). Il presente materiale non intende in alcuna maniera, né direttamente, né indirettamente, delineare percorsi terapeutici che rimangono esclusiva responsabilità del medico curante. Le indicazioni contenute in questa pubblicazione non devono essere valutate in sostituzione di cura professionale medica. E’ necessario, pertanto, consultare il medico prima di intraprendere qualsiasi cambiamento dello stile di vita. 06-15-UNV-2010-IT-3965-PE 2) La pillola contraccettiva Bloccando l’ovulazione e riducendo il flusso sanguino,la pillola diminuisce fortemente (ed a volte inibisce) la comparsa di dolore durante il ciclo mestruale. In alcuni casi, le due famiglie di farmaci devono essere associate per ottenere la scomparsa dei dolori. La dismenorrea secondaria richiede una valutazione approfondita La comparsa di dolori associati al periodo mestruale, qualora le mestruazioni non siano mai state dolorose fino a quel momento, può essere sintomo di una patologia sottostante: endometriosi, polipi, fibromi, ecc. Per fare la diagnosi della causa di dismenorrea secondaria, il medico dovrà fare un esame ginecologico completo (palpazione vaginale, esame con lo speculum, palpazione mammaria PAP test… ) integrato da un’ecografia pelvica. Il trattamento dipenderà dalla causa che verrà identificata tramite questa valutazione approfondita e potrà essere medico o chirurgico.

2 commenti

  1. Trovo che la proposta sia incompleta perché ci sono donne in menopausa e che lavorano con sintomi altrettanto terribili

  2. mi ricordo che quando lavorAVO, un giorno un direttore si lamentò che alcune di noi giovani impiegate si prendevano due o tre giorni di malattia al mese in occasione delle mestruazioni e si rammaricava di non avere tutte impiegate tardone. Molti anni dopo un altro direttore si lamentava che noi lavoratrici attempate( nel frattempo le ex giovani erano invecchiate) battevamo la fiacca per via della menopausa..Al che gli feci una scenata augurandogli di avere anche lui i disturbi che avevamo noi donne in menopausa…Il direttore rimase di stucco e non osò replicare..mi sarebbe piaciuto replicare anche a quello di prima ma non avevo avuto il coraggio anche se schiattavo dalla rabbia

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