Cinque anni fa il naufragio della Costa Concordia. Le tappe della tragedia

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Sono passati già cinque lunghi anni dal dramma della costa concordia dove, purtroppo sono morte 32 persone.Era una tarda sera del 13 gennaio di cinque anni fa precisamente le 21:45 la grande nave da crociera, partire da Civitavecchia per un viaggio nel Mediterraneo andò a sbattere in una piccola scogliera chiamata Le Scole, situata non oltre i 500 metri dal porto dell’isola del Giglio, la nave urtando la scogliera si danneggiò con uno squarcio di 70 metri nello scafo.

Le conseguenze del danno, portò alla grande nave da crociera ad inchinarsi sul lato destro fortunatamente se così si può dire rimanendo incagliata sulla scogliera che gli impedì il totale affondamento. Molte persone riuscirono a mettersi in salvo circa 4200 la maggior parte sulle lance di salvataggio.

E’ rimasta nella mente di tutti la telefonata di fuoco fra l’ex comandante della Guardia Costiera Gregorio de Falco che coordinò le operazioni di soccorso e il Capitano della Concordia Francesco Schettino culminata con quel “vada a bordo cazzo” rivolto al Capitano che aveva abbandonato la nave.

Tutti noi ricordiamo la drammatica telefonata dal comandante della guardia costiera Gregorio de Falco, il primo a coordinare le operazioni di salvataggio rivolta capitano della costa concordia Francesco Schettino. “va da bordo ragazzo” queste sono state le due parole di De Falco rivolto al capitano della costa concordia che abbandonò per primo la nave.

Oggi De Falco, trasferito al comando logistico della Marina militare a Nisida rivela a Il Fatto Quotidiano di non essere pentito della telefonata e dei tono duri utilizzati contro Schettino.
“A me che ero coordinatore dei soccorsi – spiega De Falco – serviva qualcuno che si assumesse la responsabilità: la responsabilità significa fare delle scelte. Serviva qualcuno che ci definisse la situazione per capire che decisioni dovevo prendere e su chi potevo contare. Quando ho parlato in quel modo, il comandante della nave era ancora in tempo per riprendere in mano la situazione e aiutarci nei soccorsi. Lo avesse fatto, per come conosco l’Italia e gli italiani, gli avrebbero steso i tappeti rossi, anche dopo quel comportamento”.
Invece Schettino è in attesa del verdetto finale della Cassazione dopo che in appello gli è stata inflitta una condanna a 16 anni. 

Cinque anni dopo il ricordo è ancora nitido. I moli sembrano quelli di prima, ma nel cuore dei protagonisti la memoria della tragedia è la stessa di quel 13 gennaio 2012, quando la Costa Concordia, sotto il comando di Francesco Schettino, andò ad urtare contro gli scogli della Gabbianara per poi naufragare e adagiarsi su un fianco lungo le coste gi- gliesi. «Sono passati cinque anni ma per me è come se fosse ieri», ha detto a Grosseto Kevin Rebello, fratello di Russel, cameriere indiano in servizio sulla nave, l’ultima delle trentadue vittime ad essere stata recuperata. Kevin ieri si è incontrato con alcuni dei gigliesi che prestarono soccorso quella notte e ha postato la foto su Facebook. «Mio fratello è stato il vero capitano — ha proseguito—Non ha mai abbandonato la nave, facendo il suo dovere». C’erano più di 4.000 persone a bordo della Concordia, le stesse che poi si riversarono sull’isola, chiamando la sua comunità a fare la parte dell’eroe. Per questo il Giglio è stata insignito della medaglia al valore, come il Comune di Monte Argentario: le due comunità che diedero l’assistenza ai naufraghi. Le due comunità che ieri hanno celebrato una messa in suffragio per il quinto anniversario della tragedia. È stato proprio il sindaco dell’isola Sergio Ortelli a chiedere di poterne celebrare una anche a Santo Stefano, anticipando il maltempo che ha bloccato i traghetti. Così le celebrazioni si sono divise tra l’isola e il continente. «La nostra è una presenza doverosa» ha detto Franco Porcellacchia, ingegnere di Costa Crociere. Presente anche il
sottosegretario all’Ambiente Silvia Velo, che ha annunciato che i resti del cantiere sottomarino (usato per rimuovere la nave) ancora presenti sui fondali dovrebbero sparire entro aprile. «L’isola è tornata quella di prima — dice Ortelli — È doveroso ricordare». Per questo al Giglio, oltre alla messa, ieri sera si è tenuta la fiaccolata lungo i moli, in omaggio delle vittime, a cui ha rivolto un pensiero anche Ni- ck Sloane, l’ingegnere sudafricano protagonista della rimozione della nave. «Siamo stati trattati con tanta amicizia e tanto amore dai gigliesi», dice in una lettera inviata agli abitanti dell’isola. Per concludere, ricordando le operazioni di recupero della nave con una citazione di Mandela: «ogni cosa sembra essere impossibile, e poi alla fine viene fatta».
L’EVENTO in navigazione al largo delle coste dell’isola del Giglio la costa concordia ha urtato lo scoglio delle Scole arenandosi sul lato di dritta presso Punta Gabbianara. Successivamente all’ordine di evacuazione dato dal comandante della nave, la capitaneria di Porto – Guardia costiera di livorno ha assunto il coordinamento delle operazioni di salvataggio a mare in cui sono stati impegnati reparti della stessa capitaneria di Porto, della Guardia di Finanza, dei Vigili del Fuoco e delle Forze di Polizia. nelle stesse ore, il Sistema di Protezione civile si è attivato per garantire l’assistenza ai passeggeri evacuati all’isola del Giglio, e successivamente, trasferiti a Porto S. Stefano. la prima assistenza alle persone trasportate al Giglio è stata fornita dal comune dell’isola e dai cittadini spontaneamente intervenuti. il Prefetto di Grosseto, a capo dell’Unità di crisi locale in raccordo con l’amministrazione provinciale e il Sindaco del comune dell’isola del Giglio, sin dai primi momenti ha coordinato le operazioni di soccorso per garantire l’assistenza sanitaria e alloggiativa ai passeggeri evacuati e ha affidato la direzione tecnica delle operazione di ricerca e soccorso a bordo nave al comandante dei Vigili del Fuoco di Grosseto. nei primi 30 minuti dall’ordine di evacuazione sono state tratte in salvo 3.000 delle 4.228 persone imbarcate, tra equipaggio e passeggeri (quattro volte la popolazione residente presso l’isola del Giglio).

Per i trasferimenti sono stati impiegati tutti i traghetti che collegano l’isola con la terraferma. a Porto Santo Stefano era stato attivato un sistema di prima accoglienza che, con la presenza della croce rossa e l’impiego del volontariato di protezione civile, ha garantito coperte, pasti caldi e assistenza sanitaria e trasferito in seguito i passeggeri in strutture alberghiere anche tramite il supporto della società costa. i feriti, immediatamente visitati,sono stati trasferiti ai vicini ospedali. Sia sull’isola che sulla terraferma, le Forze di Polizia e l’arma dei carabinieri, hanno raccolto le generalità dei passeggeri al fine di avere un’indicazione chiara di chi risultasse disperso, potendo così fornire una lista aggiornata alla Prefettura di Grosseto. il trasferimento dei passeggeri è durato sino al primo pomeriggio del giorno successivo il naufragio. a seguito dell’incidente è stato subito inviato un team del Dpc con il compito di monitorare le operazioni di assistenza ai passeggeri e all’equipaggio della nave e di fornire supporto alle regione Toscana il Dpc ha pertanto mantenuto una costante interlocuzione con la stessa regione, la Prefettura e la Provincia di Grosseto, la capitaneria di Porto – Guardia costiera di livorno, Porto Santo Stefano e Talamone, e con le altre strutture operative e con il volontariato di protezione civile.

Sono stati inoltre garantiti continui contatti con le ambasciate ed i consolati per offrire assistenza ai cittadini stranieri coinvolti. contemporaneamente alla fase di salvataggio a mare, coordinata dalla capitaneria di Porto, sono iniziate le attività di ricerca e recupero dei dispersi sotto il coordinamento operativo del corpo nazionale dei Vigili del Fuoco. Durate oltre due mesi si sono configurate come una delle più lunghe e altamente sofisticate ricerche in tal senso. alle operazioni di ricerca e soccorso hanno preso parte anche risorse delle strutture operative specializzate quali sommozzatori della Marina Militare, dei Vigili del Fuoco, della Polizia di Stato, delle capitanerie di Porto e della Guardia di Finanza, volontari esperti del corpo nazionale del Soccorso alpino e Speleologico e della Federazione italiana attività Subacquee. in considerazione della gravità dell’evento, al fine di coordinare le operazioni relative al recupero dei dispersi, all’assistenza ai superstiti del naufragio, in buona parte di nazionalità straniera, nonché per favorire le procedure di rimozione del carburante e di recupero della nave, il 20 gennaio 2012 il consiglio dei Ministri ha dichiarato lo stato di emergenza e con l’Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3998 del 20 gennaio 20122, il capo Dipartimento della Protezione civile è stato nominato commissario Delegato con il compito di:

• provvedere al coordinamento degli interventi per il superamento del contesto emergenziale;

• controllare l’esecuzione degli interventi di messa in sicurezza e bonifica realizzati dall’armatore per il recupero della nave;

• assicurare le eventuali attività di messa in sicurezza e bonifica delle aree pubbliche o, comunque, di competenza della pubblica amministrazione;

• verificare l’adozione di misure di sicurezza nelle operazioni di rimozione del relitto soprattutto per la tutela delle matrici ambientali.

Oggi De Falco, trasferito al comando logistico della Marina militare a Nisida rivela a Il Fatto Quotidiano di non essere pentito della telefonata e dei tono duri utilizzati contro Schettino.
“A me che ero coordinatore dei soccorsi – spiega De Falco – serviva qualcuno che si assumesse la responsabilità: la responsabilità significa fare delle scelte. Serviva qualcuno che ci definisse la situazione per capire che decisioni dovevo prendere e su chi potevo contare. Quando ho parlato in quel modo, il comandante della nave era ancora in tempo per riprendere in mano la situazione e aiutarci nei soccorsi. Lo avesse fatto, per come conosco l’Italia e gli italiani, gli avrebbero steso i tappeti rossi, anche dopo quel comportamento”.  Invece Schettino è in attesa del verdetto finale della Cassazione dopo che in appello gli è stata inflitta una condanna a 16 anni. 

LE ATTIVITÀ DI SOCCORSO Sia nella parte emersa del relitto che nella parte immersa sono state individuate diverse modalità operative che sono riferibili alle condizioni al contorno e che compiutamente analizzate hanno di fatto influenzato ed indirizzato le scelte operative. cinque le fase in cui suddividere il complesso delle attività di ricerca e soccorso. La prima fase quella dei soccorsi immediati ha avuto inizio alle ore 23:00 circa del 13 gennaio e si è di fatto conclusa alle ore 13:00 del 14 gennaio ed è stata descritta nel capitolo 2. La seconda fase che di fatto è iniziata nella mattinata del 14 gennaio è stata caratterizzata da un crescente coordinamento pur nella mancanza di informazioni certe sulla stabilità del relitto, sul numero dei dispersi e sulla loro identità nonché sulle probabili zone di ricerca. l’incertezza sulla stabilità del relitto è stata fronteggiata definendo un piano di evacuazione che garantisse il personale operante a bordo e nell’intorno dello scafo. Per quanto attiene la parte emersa tale fase operativa sarà caratterizzata dalle ricerche con la metodologia del “call out” e ciò consentirà il rinvenimento di tre superstiti, una coppia di coniugi di nazionalità filippina e il commissario di bordo.Tale fase si concluderà nell’arco di sole 72 ore. in questa fase, con i gruppi operativi VV.F. per la parte emersa e il ccsi per la parte immersa si definiscono le strategie di intervento volte all’individuazione e recupero di eventuali superstiti, individuazione e recupero salme e assicurare l’incolumità dei soccorritori. i principali punti posti all’attenzione dei soccorritori con cui sono state definite le varie tematiche inerenti l’operazione di ricerca sono:

• l’analisi dello scenario: effettuata nonostante le informazioni incomplete; la mancanza di specifiche procedure; la mancanza di precedenti storici ha considerato i parametri ambientali (temperatura aria, acqua), curva della sopravvivenza e la stabilità del relitto;

• risorse umane disponibili: a seconda delle esigenze e delle specifiche operazioni sia aeree che subacquee che miste; • modalità operative: si tratta di uno degli argomenti più complessi nel corso di questa emergenza di fatto sono individuabili tre distinte modalità, speditiva, per obiettivi puntuali e sistematica (missioni shot on target);

• tempi di interevento: come abitualmente nelle emergenze nazionali anche in questa emergenza sono stati individuati dei tempi di impiego del personale in progressiva diminuzione. Durante la prima e la seconda fase la permanenza sull’isola è stata di max 36 ore nella terza fase di 72 ore;

• rischi per gli operatori e gestione della sicurezza: l’aspetto della sicurezza degli operatori è stato inserito tra gli obiettivi della gestione risultando di non secondaria importanza rispetto alle operazioni di soccorso, potendo definire una serie di macrorischi descritti in precedenza;

• piani di emergenza: ad ogni specifico rischio individuato è conseguito un relativo piano di emergenza, estremamente dettagliato e oggetto di un costante monitoraggio attraverso continui de briefing a fine missione con le singole squadre e interforze a fine giornata;

• definizione della strategia di ogni singola missione. Per quanto attiene i numeri si rimarca come nella parte emersa nelle prime 48 ore dalla mattina del sabato 14 gennaio hanno operato due squadre Saf da otto unità che si alternavano nell’arco delle 24 ore con turni da 6 ore. Successivamente dal lunedì 16 gennaio con l’aumento del personale disponibile e quindi per tutta la seconda e terza fase sono state impiegate tre squadre da 12 unità che operavano secondo distinte task operative h 24 con continue rotazioni del personale ogni 4/6 ore in relazione all’impiego operativo. numeri maggiori non erano compatibili con le procedure di evacuazione di emergenza. Per quanto attiene lo scenario sommerso nel prospetto seguente sono riepilogati i dati relativi all’intera attività svolta dal personale sommozzatore nella fase Sar delle operazioni condotte nei primi 12 giorni durante i quali le immersioni sono state caratterizzate da accessi dall’esterno della nave verso l’interno. a tale proposito appare importante puntualizzare come le capacità di penetrazione dello scafo fossero assolutamente diverse per i vari gruppi sommozzatori. Vigili del Fuoco e capitaneria di Porto hanno garantito anche assetti speleo subacquei che hanno consentito penetrazioni profonde, il Gos dei palombari della M.M. ha provveduto anche all’apertura di varchi con utilizzo di esplosivi, i reparti della Guardia di Finanza e del corpo nazionale del Soccorso alpino e Speleologico hanno garantito l’ispezione di diverse parti del relitto e successivamente la gestione dei marker di monitoraggio gestita dalla capitaneria di Porto e dalla Polizia di Stato.

5SALVAGUARDIA AMBIENTALE la salvaguardia ambientale ha sempre rivestito un aspetto cruciale nella gestione delle diverse attività emergenziali in cui si doveva prioritariamente garantire sia la sicurezza degli operatori impegnati nelle operazioni di recupero dei dispersi, nelle attività di riduzione del rischio ambientale nonché per garantire la rimozione in sicurezza del relitto. Diverse sono state le misure attuate dal commissario Delegato per il tramite dei vari soggetti, enti e amministrazioni coinvolti che hanno avuto come obiettivo sia quello di monitorare gli spostamenti della nave che di predisporre misure volte al contenimento di eventuali fuoriuscite di sostanze chimiche o altro materiale prodotto dalla nave. a tal fine sono stati implementate azioni per prevenire eventuali situazioni di inquinamento, recuperare il carburante contenuto nei serbatoi della nave, gestire i rifiuti originatesi dalla varie operazioni compiute all’interno della nave, monitorare le matrice ambientali e garantire la tutela sanitaria degli operatori e implementare un sistema strumentale per monitorare gli spostamenti della nave nonché fornire un supporto meteorologico alle operazioni. la sintesi qui proposta non si pone l’obiettivo di descrivere compiutamente la complessità e numerosità delle attività che hanno caratterizzato la salvaguardia ambientale, ma elusivamente il proposito di fornire un quadro sintetico dei diversi punti che hanno costituito il sistema di misure volto a garantire la protezione dell’ambiente.

 PIANO ANTINQUINAMENTO immediatamente attivato subito dopo il naufragio, il piano operativo di antinquinamento locale, approvato dalla Direzione Marittima della regione Toscana, ha previsto il dispiegamento, tra l’altro, di un sistema di panne assorbenti posizionate intorno alla nave e a protezione di alcuni tratti di costa nelle vicinanze dello scafo, con la funzione di contenere le possibili fuoriuscite di inquinanti. il sistema è stato realizzato. È stato inoltre approvato il piano predisposto dalla società incaricata dalla costa crociere per il recupero degli idrocarburi. È stato predisposto da parte della società armatrice, approvato e reso immediatamente esecutivo un “piano di contenimento fuoriuscita accidentale di idrocarburi” che si affianca al Piano locale antinquinamento che è redatto dall’autorità competente. il piano prevede un recupero attivo, realizzato mediante panne assorbenti, panne di contenimento e pulizia della costa. le panne di contenimento sono state usate come risposta primaria in caso di sversamento rilevante di prodotto. a quanto descritto si aggiunge l’azione che la Sm ha svolto, unitamente alla Provincia di Grosseto, nella sensibilizzazione dei comuni costieri per adottare e implementare un piano di emergenza in caso di sversamenti in mare con possibile spiaggiamento di materiale. Parallelamente è stata organizzata e realizzata con l’ispra, la capitaneria di Porto, legambiente e istituzioni locali, un’attività di formazione ai tecnici locali e delle Organizzazioni di Volontariato dei comuni costieri sulle tecniche di antinquinamento costiero in caso di spiaggiamento di idrocarburi

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