Cristiano De Andrè lite shock schiaffi e urla in strada: “Odio tutte le donne!”

Apprendendo la notizia della lite che ha visto protagonisti, nella notte del 31 marzo, Cristiano De André e la sua compagna, è intervenuta la figlia Francesca – che già lo aveva accusato di aver picchiato la sorellastra. I due si sono spostati prima nella toilette del locale e poi all’esterno.

Francesca De Andrè, figlia di Cristiano De Andrè, commenta così su Facebook la vicenda di Santa Teresa di Gallura dove il padre, secondo le accuse, avrebbe aggredito la compagna con insulti e botte al culmine di una lite avvenuta in un bar della piazza centrale. “Odio tutte le donne!” avrebbe urlato in preda alla rabbia, secondo quanto riferito da testimoni. Il rapporto di De Andrè con i figli è sempre stato complicato, solo Fabrizia dopo un lungo periodo in cui sono stati lontani, ha deciso di sostenerlo e di aiutarlo proprio come ha suggerito Platinette a Francesca che invece non ne vuole più sapere nulla. Mi sono avvicinata e ho visto che era Cristiano De Andrè: stava fuori da un bar, gridava ‘io sono un uomo che odia le donne. Ed è qui, al termine di un nuovo e più violento litigio, davanti a decine di persone, che è andato in scena il pestaggio.

È successo ieri sera, poco dopo le 21 e l’arrivo dei carabinieri ha contribuito a portare la situazione alla calma. Giunta sul posto anche un’ambulanza che avrebbe soccorso e sedato la ragazza. E forse proprio l’alcool è alla base di questo ennesimo episodio negativo della sua vita.

LA LITESono dovuti intervenire i carabinieri per evitare che la lite degenerasse in rissa con conseguenze ancora peggiori. Il tutto, probabilmente, è cominciato per qualche bicchiere che ha acceso l’animo dell’illustre rampollo di Fabrizio che avrebbe anche insultato le donne. «Odio le donne», avrebbe urlato Cristiano De André, secondo il racconto dei testimoni, forse in preda ai fumi dell’alcol. Contemporaneamente sarebbe stato dato uno spintone alla compagna, con la quale Cristiano De André era al bar fin dal pomeriggio e che avrebbe anche strattonato, sempre secondo quanto raccontano i testimoni, trascinandola per i capelli. In piazza Vittorio Emanuele ci sono stati alcuni minuti di parapiglia davanti a decine di persone, che l’intervento delle forze dell’ordine è riuscito a bloccare.

NESSUNA DENUNCIA Nella caserma dei carabinieri di Santa Teresa di Gallura non è stata presentata alcuna denuncia dopo la lite. Ma i militari sono intervenuti prima che il litigio potesse degenerare e alla fine, una volta riportata la calma, ognuno è tornato a casa sua. Nelle ore successive, comunque, i militari hanno ricostruito nei dettagli l’intero episodio e hanno effettuato tutte le dovute verifiche per far luce sulla vicenda.

L’ articolo 1 identifica la violenza contro le donne come:
ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come risultato, o che possa probabilmente avere come risultato, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata
In questo primo approccio al problema, vengono messe in evidenza le sfere principali appartenenti alla vita della donna che vengono violate : la sfera fisica, quella psicologica e quella sessuale.
L’ articolo 2 si preoccupa di individuare i contesti entro i quali matura la violenza di genere:
a) La violenza fisica, sessuale e psicologica che avviene in famiglia, incluse le percosse, l’abuso sessuale delle bambine nel luogo domestico, la violenza legata alla dote, lo stupro da parte del marito, le mutilazioni genitali femminili e altre pratiche tradizionali dannose per le donne, la violenza non maritale e la violenza legata allo sfruttamento;
b) La violenza fisica, sessuale e psicologica che avviene all’ interno della comunità nel suo complesso, incluso lo stupro, l’abuso sessuale, la molestia sessuale e l’intimidazione sul posto di lavoro, negli istituti educativi e altrove, il traffico delle donne e la prostituzione forzata;

c) La violenza fisica, sessuale e psicologica perpetrata o condotta dallo Stato, ovunque essa accada
L’ articolo 2 definisce quindi i tre ambienti entro i quali la violenza contro le donne si consuma. Il primo è quello più intimo che vede nelle mura domestiche lo scenario d’ azione; la famiglia, come vedremo più avanti, non sempre rappresenta il nido sicuro entro il quale la donna può sentirsi protetta.

Citando Patrizia Romito:
“Per violenza domestica si intende una serie continua di azioni diverse ma caratterizzate da uno scopo comune: il dominio, attraverso violenze psicologiche, economiche, fisiche e sessuali, di un partner sull’ altro”. Nonostante alcune polemiche al riguardo, la violenza domestica riguarda nella quasi totalità dei casi la violenza operata dall’ uomo ai danni della donna. Facendo un piccolo passo in avanti nell’ indagine è possibile riconoscere anche nelle strutture sociali forme di violenza più o meno legittimate e condivise.
Si parla di traffici di donne, di schiave del sesso ma anche di molestie sul luogo di lavoro.
Nell’ ultima parte del secondo articolo, l’ ONU si preoccupa di condannare anche tutte quelle forme di violenza di genere legittimate dagli Stati, ovunque essi si trovino.

Violence against Women, WHO 1997
Può essere utile, al fine di comprendere la molteplicità delle forme entro le quali si manifesta la violenza di genere, analizzare la tabella redatta dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1997 e pubblicata a Ginevra nel documento “Violence against women”.
Il documento suddivide le tipologie di violenza in base al momento specifico del ciclo di vita della donna entro il quale queste possono verificarsi.
Come è possibile notare, sono state inserite voci relative anche al feto e a quella che può essere definita come una violenza di genere estrema e preventiva.
L’ aborto selettivo, proprio di alcune culture e società, rappresenta infatti una forma estrema di dominazione da parte di quella società patriarcale che si arroga il diritto di decidere a priori sulla nascita di un individuo, di una donna.
Il documento prende in considerazione anche forme di violenza tipiche di determinate culture che possono apparire molto lontane dalla nostra realtà facendoci credere che il problema della violenza sulle donne sia esclusivo di alcuni Paesi sottosviluppati, ben lontani dal nostro.

Un fenomeno persistente

Per arrivare ad un cambiamento nella società è necessario che la lotta alla violenza sulle donne acquisti una maggiore legittimità sociale, non solo a livello teorico ma anche a livello pratico quotidiano.
Spesso le violenze compiute sulle donne, specie se all’ interno di relazioni familiari ed affettive, non sono prese in considerazione in quanto problema sociale, ma piuttosto viste come problema privato delle singole situazioni, entro le quali non è possibile entrare.

L’ 8 marzo 1993 Kofi Annan, allora Segretario Generale delle Nazioni Unite, affermava:
“La violenza contro le donne è forse la violazione dei diritti umani più vergognosa. Essa non conosce confini né geografia, cultura o ricchezza. Fintanto che continuerà, non potremo pretendere di aver compiuto dei reali progressi verso l’uguaglianza, lo sviluppo e la pace”
Diciotto anni dopo, l’ 8 marzo 2011 Ban Ki-Mooon, attuale Segretario Generale dell’ ONU ribadisce:
“Donne e bambine continuano a subire discriminazioni e violenze inaccettabili, spesso per mano del compagno o di parenti. In casa e a scuola, al lavoro e nella comunità, essere donna vuol dire troppo spesso essere vulnerabile.”
Gli anni passano ed il problema rimane, il fenomeno subisce modifiche e si evolve con l’ evolversi dei contesti sociali ed istituzionali in cui si inserisce, ma la violenza di genere continua a non essere combattuta efficacemente.

Se il termine violenza di genere non viene sentito molto spesso, lo stesso non si può dire per il termine Femminicidio. Nell’ ultimo anno infatti abbiamo assistito ad una notevole diffusione di questo neologismo.
La scelta di coniare una nuova parola per definire un fenomeno presente da sempre nella società ha fatto nascere numerosi dibattiti. Oltre ad essere spesso definito come termine cacofonico che rimanda all’ idea dell’ animale di sesso femminile, in molti, studiosi e non, si sono chiesti quale fosse la necessità di introdurre un nuovo termine.
Si tratta forse di una trovata mediatica o di una moda linguistica?
Prima di tentare di contestualizzare le questioni sopra citate, è necessario fare un passo indietro per ricercare l’ origine del termine in questione. Per prima cosa, è necessario evidenziare l’ esistenza di due differenti termini che erroneamente vengono spesso utilizzati in modo alternativo: Femicidio e Femminicidio.

Il termine femicidio rappresenta la traduzione italiana dell’ inglese “Femicide” e secondo la definizione della criminologa Diana Russell indica gli omicidi di donne animati da motivi riconducibili al genere.
Il termine si riferisce in modo circoscritto agli omicidi delle donne in quanto tali, con l’ intenzione di svelare la relazione che intercorre tra la violenza e la discriminazione che le donne sono costrette a subire nella società.
Secondo Diana Russell:
“La morte della donna rappresenta l’esito/la conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine”. La colpa di queste donne è quella di aver trasgredito al ruolo tradizionale imposto loro dalla società patriarcale.

Origine del termine Femminicidio

Secondo Marcela Lagarde, antropologa messicana considerata la teorica per eccellenza del femminicidio, questo fenomeno rappresenta un problema strutturale che comprende:
«La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine – maltrattamenti,violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria o anche istituzionale – che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia»
Questo termine è quello maggiormente utilizzato dai mass media e dalla letteratura sociologica. Nella maggior parte dei casi viene utilizzato però ad indicare unicamente gli omicidi nonostante Marcela Lagarde abbia il merito di aver fornito una visione più completa e globale del fenomeno. Secondo la celebre antropologa infatti: “La cultura in mille modi rafforza la concezione per cui la violenza maschile sulle donne è un qualcosa di naturale attraverso una proiezione permanente di immagini, dossier, spiegazioni che legittimano la violenza, siamo davanti a una violenza illegale ma legittima, questo è uno dei punti chiave del femminicidio”.

Gli invisibili di Cristiano De Andrè

In gara con due pezzi al festival, Invisibili e Il cielo è vuoto, il cantautore genovese si racconta Sembra avere le idee chiare il Cristiano De Andrè che ritorna sul palcoscenico dell’Ariston. A proprio agio e sicuro di sè, difeso da un pugno di appunti scritti su fogli volanti, il cantante e musicista genovese non si nasconde e domanda sulla sua partecipazione al Festival: «Non ho avuto nessunapressione né da Fabio Fazio, né dal suo entourage. Valeva la pena di tentare, è stato un mio convincimento tornare a Sanremo e con due pezzi a mio avviso giusti che consentono di dare più luce all’album Come in cielo così in guerra, al tour che seguirà e ad altri progetti come un’opera rock che ho scritto, una sceneggiatura per un film e materiale che andrà a comporre altri due volumi di De Andrè canta De Andrè. Tento di dare, comunque, una mia impronta, soprattutto con il primo brano Invisibili a cui tengo particolarmente». E sulle polemiche che hanno anticipato l’ascolto del pezzo ci tiene a precisare che: «Mio padre non c’entra nulla con la canzone. Non è dedicata a lui, ma a un mio caro amico, al mio più caro amico alla fine degli anni 70. Di certo era una Genova dura quella di allora quando avevo vent’anni, mentre alla mia stessa età Fabrizio viveva in una città bella e vivace. Insomma, niente a che fare con quella raccontata in Invisibili». La consapevolezza di avere una canzone vincente e di essere tra i favoriti, a dar retta ai sondaggisti e ai rumours che puntualmente invadono ogni edizione del festival, non distoglie Cristiano dal parlare del brano sfiorando una sincera autoanalisi di ciò che era e pensava quand’era un giovane di venti anni: «È il ritratto della mia generazione. È il racconto di uno scontro generazionale. Avevamo 18-20 anni e non riuscivamo ad accettare i limiti borghesi e morali di una visione adulta della vita che assolutamente non condividevamo. Per mia fortuna, a differenza dei miei amici che vivevano in famiglia rapporti di assoluta incomunicabilità, avevo un padre di larghe vedute. Ma, anch’io avevo una mia personale confusione e inquietudine, ero sempre il figlio di e a nessuno sembrava interessasse di Cristiano. Una inquietudine che incanalai nella grande passione per la musica, nello studio del violino al conservatorio». Erano i tempi dei primi problemi familiari, un periodo che coincideva con gli anni di un’Italia democristiana che aveva mal digerito e sopportato a denti stretti la vittoria dei referendum sul divorzio e sull’aborto. «Un’Italia che a vent’anni non sopportavo, per quello che stava succedendo tra stragi e tangenti» E poi all’improvviso apparve l’eroina. Città come Genova e come Verona ne furono invase. In molti vi si avvicinarono e rimasero bruciati. Un’intera generazione fu tolta di mezzo. Chi si drogava andava ad ingrossare un esercito di invisibili, ma invisibili erano anche gli assassini. Nessuno voleva vedere, soprattutto gli adulti. Se Invisibili sembra non prevedere una via d’uscita, il secondo brano Il cielo è vuoto, un speranza di cambiamento di rotta pare indicarla: «Dobbiamo riuscire a dipingere nuovamente il cielo e non con colori preconfezionati. Ascoltando la nostra anima, tornando ad essere dei sognatori e allontanandoci da logiche di mercato e di consumo. Ecco mi piacerebbe tornare a riempire quella sacca dell’anima così importante negli anni più creativi dei 60 e 70». Ci sarà tempo per leggere l’autobiografia che a breve De Andrè pubblicherà come ci sarà spazio a Sanremo anche per un omaggio a Fabrizio, quando Cristiano canterà venerdì Verranno a chiederti del nostro amore: «L’ho scelta perché ho ancora in mente le lacrime di mia madre quando mio padre gliela fece ascoltare di notte dopo averla composta. Avevo poco più di dieci anni fui svegliato e spiai quel loro momento di intimità».

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