Cristina Parodi lascia ‘La vita in diretta’: al suo posto una nuova conduttrice per Liorni

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Probabilmente quindi non sarete informati su quello che è successo in tv negli ultimi giorni e facciamo noi il punto della situazione per non lasciarvi con i punti interrogativi che vi affliggono! Ebbene si, il programma televisivo pomeridiano, tanto amato dai telespettatori vedrà l’assenza di Cristina Parodi.

Cristina Parodi ha lasciato La Vita in diretta giovedì 1 giugno 2017 in anticipo rispetto al collega Liorni, che per una settimana sarà da solo alla guida del programma di Rai 1. Ma, prima di andare via, ci ha tenuto a ringraziare tutti quelli che hanno lavorato con lei al contenitore pomeridiano: ‘Vorrei salutare e ringraziare tutte le persone che hanno reso possibile la nostra messa in onda, dagli autori ai collaboratori, ai giornalisti, alla produzione, alla regia di Salvatore Perfetto, agli operatori di questo studio, cameraman, macchinisti, tecnici. Marco Liorni condurrà così in solitaria, senza Cristina Parodi, fino al 16 giugno. Ecco cosa si nasconde dietro la decisione presa dalla conduttrice. Cristina Parodi ha invece salutato e ringraziato tutti. E grazie anche al pubblico in studio e al pubblico a casa. E’ stata una lunga stagione, abbiamo fatto il massimo. Cristina Parodi assente oggi a La vita in diretta non tornerà infatti al timone del rotocalco di Rai 1, in onda per altre due settimane con la conduzione di Marco Liorni. Stando agli ultimi rumors, a sostituirla potrebbe essere Francesca Fialdini che conduce da due anni Unomattina e recentemente ha presentato anche lo zecchino d’oro. Tuttavia sottolineiamo che non c’è ancora nulla di ufficiale.

Format

La Vita in diretta è un contenitore televisivo della fascia pomeridiana di Rai1, in onda dal lunedì al venerdì dalle 16 alle 18.30, condotto da due giornalisti affermati: Cristina Parodi e Marco Liorni. La conduzione a due procede nel corso della trasmissione in un continuo alternarsi nei ruoli ad ogni cambio d’argomento. Talvolta, quando il caso o il tema trattato viene ritenuto di particolare importanza o delicatezza, la conduzione viene gestita insieme da entrambi i giornalisti.

La mission del programma è quella di “tenervi compagnia, tenervi informati e raccontarvi tante storie”. Nel programma si toccano vari aspetti dell’attualità e della cronaca, da quella rosa e degli spettacoli alla nera e giudiziaria. Durante la puntata dolore e sorriso si danno il cambio, succedendosi l’un l’altro con continuità, con elementi di compresenza marcati dalla grafica in sovrimpressione che avverte sull’argomento affrontato “tra poco”.

Di norma, l’argomento è introdotto da uno dei due conduttori, al quale spetta il compito di lanciare un servizio finalizzato alla presentazione di un nuovo caso di cronaca o alla ricostruzione di un caso “storico”, adoperando parole chiave come “giallo” o “mistero”. Dopo il servizio, il conduttore discute con gli ospiti in studio: tra questi, alcuni sono personaggi quasi-fissi, che girano tra i vari talk che affrontano gli stessi temi (si ritrovano spesso a Storie Vere, programma mattutino sempre su Rail). Si tratta di esperti di casi criminali (criminologi, psicologi forensi, ex della scientifica, avvocati etc.) ma anche scrittori e autori televisivi, sceneggiatori o giornalisti. Talvolta è in studio la stessa inviata che segue il caso. E ancora, personaggi del mondo dello spettacolo, attori, conduttori televisivi.

Molto spesso gli ospiti restano in studio per gran parte della trasmissione, contribuendo al mescolamento di generi (infotainment), per cui personaggi del mondo dello spettacolo finiscono per commentare inchieste giudiziarie, intrecciando il momento dell’intrattenimento con quello dell’approfondimento informativo. Altre volte, viene invitato il protagonista stesso della storia, molto spesso genitori il cui figlio/a è stato oggetto di violenza, incidente, malattia grave etc. In questi casi il registro muta, il dibattito corale in cui si cerca di sviscerare moventi, ipotesi, profili psicologici e anticipare conclusioni, lascia spazio al dialogo diretto a due, con la possibilità per l’ospite di lanciare appelli e messaggi o semplici sfoghi emotivi, offrendo cassa di risonanza e manifestazioni di affetto e vicinanza con l’interlocutore.

La caratteristica del programma è proprio questa alternanza tra registri narrativi sobri e circostanziati e toni più emotivi o suggestivi. In particolare, è il servizio introduttivo quello in cui si ritrovano i toni più patemici, attraverso modulazione della voce, stilemi retorici, musiche malinconiche, primi piani e sovrapposizioni di immagini evocative. Mentre il dibattito appare maggiormente sobrio, sia perché la scelta degli ospiti non privilegia la dimensione della rissa, dell’eccesso – pur senza rinunciare a un grado minimo di coinvolgimento emotivo sia perché è palese l’intenzione dei conduttori di contenere i toni melodrammatici; e sia perché comunque costituisce un momento di presa di distanza dall’evento, che manca laddove prevale invece l’essere sempre sul campo, sul luogo del delitto, in perenne attesa del colpo di scena. Se il contemporaneo Pomeriggio Cinque di Barbara D’Urso privilegia Vesserei, qui è più rilevante la chiacchiera.

Tutto ciò non impedisce l’emergere di tratti che, se non sono indiscutibili violazioni deontologiche o di leggi, rappresentano tuttavia fattori di criticità: spettacolarizzazione del dolore, eccessi patemici nella narrazione, coinvolgimento emotivo non sempre giustificato; ma soprattutto è la dimensione del processo mediatico la questione più delicata, talvolta sollevata dagli stessi ospiti.

Numerosi i casi affrontati dal programma nel trimestre monitorato: i più presenti sono la scomparsa di Elena Ceste, l’omicidio di Loris Stival e quello di Yara Gambirasio. La Vita in diretta alterna, oltre alla nera e alla rosa, anche vicende che si esauriscono in una o poche altre puntate, che non raggiungono quindi una grande notorietà, ad altre che subiscono un processo di “serializzazione”, cioè come un serial televisivo vengono continuamente riproposte, in occasione di novità più o meno rilevanti sulle indagini, di sentenze giudiziarie, di dichiarazioni dei legali di parte etc.

La raffigurazione strumentale del dolore

Il dolore è presente ne La Vita in diretta. Non si può dire che ne sia l’ingrediente principale, ma la ricerca di storie tristi, di vicende personali e famigliari caratterizzate da morte, malattia, incidente, scomparsa, separazioni, dà luogo anche a tale dimensione. Dolore che emerge per così dire naturalmente dalla tristezza intrinseca alla storia, lacrime che la TV riprende ma su cui non indugia più di tanto. Dolore provocato da domande invadenti o inopportune, da mostrare con primi piani e zoom, da commentare o commiserare in studio. Dolore personale o collettivo, di stretti congiunti o semplici conoscenti del paese, delle vittime e dei loro parenti o di coloro che si ritengono ingiustamente accusati.

Il dolore è nei volti delle persone, spesso genitori cui è mancato il figlio, ucciso da un pirata della strada, da un marito o un fidanzato violento, da una grave malattia. Sono questi i casi principali per cui compaiono nei servizi persone affrante e in lacrime. Eppure si nota un certo pudore: abituati allo zoom e ai primi piani sulla lacrima, in altri contesti televisivi, qui non vi è l’indugio morboso – se non eccezionalmente. Il dolore e lo strazio della mamma di Melania Rea, che piange al ricordo della figlia, uccisa da un uomo che si presenta in aula di Tribunale con la fede al dito, è una raffigurazione cercata attraverso domande che sembrano mirate a commuovere la donna e farla lacrimare e quando il cameraman se ne accorge zooma sul viso a cercare la lacrima. Una giovane mamma che ha perso un bimbo di 9 mesi morto all’asilo per cause ignote non trattiene le lacrime guardando foto e oggetti, mentre intervistata in studio appare ancora molto scossa.

A Elena Petrova, che affronta le difficoltà economiche lavorando centinaia di km lontano da casa, lasciando la figlia 11enne a casa da sola e per questo le è stata tolta dai servizi sociali, le lacrime scendono prima ancora che le siano rivolte domande. Altre volte è una grave malattia l’origine del dolore: nella storia di Claudia, 16 anni, con una malattia invalidante sconosciuta, il padre non riesce a trattenere le lacrime nel raccontare le condizioni della figlia.
Il dolore provocato e ripreso genera poi dibattito: la madre di Veronica Balsamo, vittima del fidanzato, riferendosi a lui lo definisce “un pazzo” e alla domanda provocatoria “Che cosa si sente di dire ad Emanuele Casula [il fidanzato]?” risponde: “Speriamo che buttino via la chiave”. Rientrati in studio, Cinzia Tani non condivide l’aggettivo “pazzo”: “Noi giustifichiamo certi atti di violenza dicendo era ubriaco, si era drogato. No, perché la droga e l’alcol… aumentano un’aggressività che già c ’è. Quindi questo è un ragazzo cattivo! Se è stato lui, come sembra, è un ragazzo violento”.

Il dolore è cercato dal giornalista quando domanda alla mamma di un ragazzo ucciso da un pirata della strada: “Sopravvivere a un figlio è un dolore che non si meriterebbe mai nessuno. Com ’è la sua vita adesso?'”. I cameraman, quando si avvicina la commozione della madre di Julissa, giovane donna uccisa dall’ex fidanzato violento che da tempo la perseguitava, l’operatore zooma sul viso per coglierne gli occhi lucidi. Più critico il caso dell’intervista alla mamma di Chicca, bimba morta a Caivano: un’intervista morbosa quanto le inquadrature di questa persona evidentemente fragile, con difficoltà a parlare della morte della figlia, della violenza, della pedofilia, in un contesto di estremo degrado culturale e sociale.
Non solo genitori, anche i nonni non si sottraggono alla rappresentazione del dolore: nel caso delle cosiddette “baby squillo”, ragazzine che si prostituivano a Roma, in un contesto in cui viene spontaneo farsi domande sulla famiglia, ecco spuntare la nonna, volto nascosto e voce contraffatta, che singhiozzando assolve la nipote rinviando le responsabilità a clienti senza scrupoli. Così come in lacrime si offre la nonna di Martina, una bambina portata in Danimarca dalla madre da 11 anni.
A volte il dolore è collettivo, come nel caso dei funerali: in quello dei bimbi di Aragona inghiottiti dal fango dei “vulcanelli”, il dolore è raffigurato dal viso contrito di Marco Liorni (solo un attimo prima sorridente, mentre apriva la puntata), dalla voce rotta dell’inviata “lepiccole bare bianche… un silenzio assordante… un lungo applauso mai terminato”, dai visi dei partecipanti, donne che rispondono in lacrime all’inviata, l’omelia di don Falsone, anch’egli con la voce rotta dall’emozione, il suono triste delle campane, la sovrimpressione grafica “il dolore di Aragona”. Al funerale dei ragazzi investiti nella “strage di Sassano” i parenti si disperano, la gente è affranta, una ragazza intervistata mostra in primo piano il volto provato dal dolore.
Attraverso ricostruzioni recitate, viene raffigurato anche il dolore della vittima ex ante l’evento mortale: elementi molto privati come le lettere di Roberta Ragusa, del marito e dell’amante di lui, sono lette ed evidenziate in sovrimpressione grafica. Viene simulata la voce piena di amarezza della moglie, addolorata per un matrimonio che sta naufragando, un dolore posto in contrasto con il comportamento del marito, non solo probabile assassino ma raffigurato nella sua estrema indifferenza e freddezza.
Oppure il dolore dei vicini di casa, come quelli di Alessia, una donna di Alatri che si è data fuoco.
Talvolta non è quello della vittima o dei suoi famigliari, ma è il dolore dell’indiziato numero 1: si racconta la commozione di Bossetti, indagato per l’omicidio di Yara Gambirasio, al telefono col figlio, così come le telefonate in studio prima della sorella e poi di sua madre, sconvolte dalla situazione psico-fisica del loro caro.
Altre volte, infine, più che raffigurato il dolore è trasfigurato. È il caso della morte in campo del pallavolista Vigor Bovolenta: l’intervista alla moglie (accompagnata dalla grafica “un amore infinito”) sottolinea più gli elementi positivi e si conclude con l’appello alla presenza di defibrillatori in campo. È il caso della mamma di Andrea, un ragazzo investito da un pirata della strada: Cristina Parodi nota stupita come sia “incredibile come in tutto quel che dice e fa non ci sia nessun tipo di odio, di cattiveria, io sono rimasta colpita dalla sua testimonianzd”, lasciando concludere alla madre che il sogno che aveva Andrea è già stato realizzato: “In sua memoria abbiamo aperto dei pozzi in Etiopia, in una zona massacrata perché adesso ci sono i profughi del Sud Sudan”. “Io credo che lei sia un esempio meraviglioso della forza che si può tirar fuori davanti a un dolore così grande” conclude la Parodi. E ancora, il caso della madre dell’omicida e della moglie della vittima che diventano amiche, una sorta di fiaba a lieto fine sul perdono e la riabilitazione dell’omicida: “amiche unite dal dolore. Irene e Claudia insieme nel perdono”, appare nella grafica. Un clima, questo, che non potrebbe essere più diverso da quello che si è cercato di mostrare per Mattino Cinque.

Nonostante tutti i casi citati, la raffigurazione del dolore non appare così debordante. Circoscritta nei servizi giornalistici, che occupano una piccola parte dello spazio dedicato al tema trattato, e solo di rado presente nelle interviste in studio, si percepisce come non sia questa la cifra stilistica del programma che, come cercheremo di evidenziare, appare più proteso verso altre dimensioni, legate alla spettacolarizzazione, al processo mediatico, cioè a costruzioni più elaborate e meno lasciate alla soggettività di vittime e famigliari.

Lo spettacolo nel dolore

Le parti del programma dedicate ai casi di cronaca si suddividono in due momenti: uno o due servizi per raccontare la vicenda o fare il punto se si tratta di un caso seriale e il dibattito con gli ospiti in studio. Il formato assume i tratti predominanti del talk show, genere che di ogni argomento tende a fare spettacolo. Il fatto poi che gli ospiti siano sovente gli stessi, accresce la familiarità del rapporto con i conduttori, una maggiore disinibizione nell’usare determinati toni e parole, una maggiore licenza nel lanciarsi in ipotesi, supposizioni, accreditando i sentito dire, i rumors, le indiscrezioni. Al pubblico a casa si offrono storie di violenza, morte, malattia, dolore, il tutto raccontato senza omettere dettagli, anche quelli più scabrosi e inutili, testimonianze superflue, e dibattuto con passione da ospiti che sulla base di pochi elementi si sentono in dovere, attraverso generalizzazioni, stereotipi, pregiudizi, impressioni soggettive fondate su luoghi comuni, di tracciare profili psicologici di vittime e carnefici, fare allusioni su possibili moventi, modus operandi etc.

Uno spettacolo, questo del dolore, che ha i suoi protagonisti e personaggi minori, comparse che raggiungono la notorietà magari con poche apparizioni nelle puntate del serial. Oltre agli ospiti più o meno fissi del programma (scrittori, opinionisti, criminologi etc.), i servizi pongono sulla ribalta mediatica personaggi di contorno: l’ex fidanzato di Elena Ceste, il parroco del paese, l’amante di Antonio Logli, il medico di famiglia, il medico legale, l’avvocato di parte, i testimoni e naturalmente la schiera di famigliari.

Atteggiamenti sessisti sono presenti nei vari casi (la maggior parte) in cui c’è una protagonista femminile. Ad esempio su Guerrina Piscaglia, il giornalista segue anch’egli i rumors sui cambiamenti della donna (“era dimagrita, si truccava”) in supporto della tesi che vi fosse un qualche tipo di relazione con padre Graziano. Sempre di lei si dice “una donna che da qualche tempo sembrava cambiata”. Voce confermata dalla commessa del negozio di vestiti: “Era ben curata, aveva un bell’aspetto, leggermente truccata con degli orecchini un po’ appariscenti”. Uno spettacolo alimentato da pregiudizi e luoghi comuni. Uno dei più frequenti, anche perché la gran parte dei casi riguarda donne, quello che vede nel ruolo di madre un elemento di innocenza: Simona Izzo, sul caso Ceste, afferma che non è possibile per una donna scegliere di abbandonare un figlio, affermazione che sottende la conclusione che non si tratti di scomparsa volontaria. Rita Dalla Chiesa, a proposito della scomparsa di Roberta Ragusa, ritiene che “secondo me è allucinante che una madre possa pensare di stare tanto tempo senza vedere o sentire i propri ragazzi. Senza dare un segnale di vita. Non è normale che una madre lasci i propri figli così quindi”. Una generalizzazione, uno stereotipo che fa chiaramente a pugni con altre vicende mediatizzate, come quella di Veronica Panariello-Loris Stival, e altri analoghi casi di cronaca.

Quando invece non si tratta di madri, viene più difficile trovare i motivi di una scomparsa (Gilberta Palleschi) o di innocenza (le “baby squillo” o l’infermiera killer). Nel caso delle prostitute minorenni di Roma, il servizio contiene immagini di ragazze (mai riprese in volto) ben vestite, con minigonne estreme e con tacchi a spillo: immagini trasmesse a ripetizione che rischiano di corroborare gli stereotipi di genere più volgari. Quanto all’infermiera killer, Cinzia Tani finge che non sia lei l’assassina per parlare in generale di “quelle come lei”: “sono bravissime, una tipologia di serial killer molto diffusa negli Usa’”. Poi spiega che il movente è “il senso di onnipotenza, io sono dio… Siamo oltre, perché qui non c ’è volontà di togliere sofferenza, ma di infliggere dolore’”. “Lei era sgradevole con i pazienti” afferma Parodi, mettendo in cattiva luce chi è al momento indagato ma non condannato. Si riportano dichiarazioni di colleghi e amici, che raccontano pareri contrastanti “vendicativa con i pazienti” e “allegra”. Tani mette in relazione l’aspetto gradevole della donna arrestata con il profilo degli infermieri serial killer. “È questo che vogliono, apparire sui media, sono narcisiste”. Proponendo altri stereotipi delle serie televisive. “Sanno dissimulare, sono intelligenti”.

A proposito di fiction, gli ospiti abituati a parlare di gialli e misteri della cronaca banalizzano, irrispettosamente, le vicende reali facendo appello alla dimensione televisivo-letteraria. si parla di copione, di feuilleton di provincia, di sfumature da telenovela. Il giornalista Pino Nazio, volto noto del programma, parla di soap a proposito della vicenda di Bossetti. Un’altra ospite paragona la storia a un “romanzo”, poi tira in ballo i “poveri figli di Bossetti che si ritrovano con un papà presunto… in carcere, accusato di una cosa terribile e con questa nonna che… sembra una cosa al di fuori della realtà”. Alla fine di un dibattito Rita Dalla Chiesa gioca a fare l’investigatrice, perché “lei vede un sacco di fiction”: “E se il marito avesse mandato soldi a questa signora rumena perché lei sta ospitando in realtà la moglie?”. In un clima di sorrisi fuori luogo la Izzo trova l’ipotesi “straordinaria”. E ogni volta che i conduttori si rivolgono alla scrittrice Casati Modignani fanno sempre un sorriso, quasi si staccassero dalla cronaca nera per approdare alla narrativa, lontani dal vero sangue.
I sorrisi, appunto. perché atteggiamenti seri, tristi, sdegnati, contriti finiscono per sembrare più una maschera, che viene via quando il controllo sulle emozioni cede il posto ad atteggiamenti più naturali, ma impropri nei contesti drammatici che vengono proposti.

Quando Parodi chiede di descrivere padre Graziano, l’inviata sorride – perché comunque di spettacolo si tratta – e lancia un filmato con una messa con fedeli di origine africana (l’esotico fa ridere). Lo spettacolo del dolore concede battute infelici (Parodi, ridendo, a proposito di Antonio Logli. “È un uomo un po’ strangolato da due donne” e Simona Izzo trova “inquietante, allarmante ma anche geniale la storia di fare scomparire il corpo tramite l ’arte crematoria”) e sintesi irrispettose (“cos ’è successo alla bambina di Caivano? Abusata la bimba che volò giù dal balcone” propone una grafica molto volgare, a proposito di Chicca Loffredo, mentre Liorni fa una macabra uscita su “Fortuna, un nome che sembra una beffa”).
Talvolta stereotipi e pregiudizi si accompagnano a tanti piccoli inutili dettagli. Inutili sotto il profilo informativo, utili a solleticare la supposta curiosità del pubblico televisivo. “Morena, la vicina di casa, ci racconta un episodio, un dettaglio in un mare di dubbi e ipotesi che dopo la scomparsa potrebbe assumere un significato diverso. Quando ad aprile ha invitato Guerrina al matrimonio in giugno, lei ha detto subito di no”. Quale misterioso significato diverso dovrebbe assumere questo dettaglio? La vicina aggiunge con riflessione analitica.

“Era già cambiata nel suo modo di fare, aveva degli orecchini mai visti, leggings, cioè non era un abbigliamento che lei aveva di solito, anzi”. Un dettaglio come la fede al dito portata dal marito-omicida in tribunale, inutile per la verità processuale, fornisce lo spunto per tornare al caso di Melania Rea, con un’intervista alla mamma della vittima, che viene esplicitamente invitata a soffermarsi proprio su tale dettaglio. Dettagli inutili proposti nella convinzione che possano invece dire qualcosa, come nel caso di Katia, ragazzina suicidatasi senza motivo apparente. mentre in sovrimpressione grafica si legge “cosa c’è dietro la morte della tredicenne”, la giornalista Giovanna Savini si domanda “in quale conoscenza o amicizia sbagliata poteva essersi imbattuta quella ragazza originaria di Capoverde, arrivata in Italia appena 4 anni fa, dopo essere stata adottata da una famiglia benestante della capitale?”. Cosa ha a che fare l’essere adottata o l’essere originaria di Capoverde o il vivere in una famiglia benestante e romana con il suicidio della ragazzina? Dettagli inutili che accompagnano generalizzazioni basate su luoghi comuni, come nella storia di una bambina portata all’estero dalla madre e che non vede il padre da 11 anni. Cristina Parodi definisce tale situazione “ilproblema che tante volte succede con i matrimoni… con persone straniere”. tante volte succede? “Donne e buoi dei paesi tuoi”, come ha detto Vittorio Feltri a Mattino Cinque.

Dettagli inutili che dovrebbero far luce sulla personalità dei soggetti. Ma anche testimonianze inutili, interviste alla gente del paese, ex fidanzati, preti, con risposte che nulla aggiungono, opinioni di persone estranee alle vicende, concittadini dei protagonisti o al massimo conoscenze (non sempre è chiaro), a cui viene chiesto di esprimersi sulle indagini, sui sospettati, su possibili ripercussioni psicologiche sui loro famigliari. Nel caso delle “baby squillo” a parlare è la nonna, un intervento del tutto inutile, una testimonianza superflua, volta solo a richiamare l’attenzione sui “corpi di bambine”, mentre scorrono immagini di ragazze con minigonne estreme e tacchi a spillo.

Riempimenti di contorno, dettagli inutili e testimonianze superflue, soprattutto quando riguardano la vita sessuale dei protagonisti, come l’intervista alla escori che si è intrattenuta con Antonio Logli, sospettato per la scomparsa della moglie Roberta Ragusa: Escori: “Ci presi un appuntamento per circa le 22 di sera. Venne questa persona, fece quello che doveva fare”. Inviata: “Come ii è sembrato? Ti è sembrato imbarazzato come un uomo che incontra per la prima volta [una escori]?”. Tra le testimonianze più inutili e superflue vi è pure quella, nel caso Ceste, di una sensitiva, che avrebbe rivelato dettagli impossibili da conoscere nel momento in cui li ha riferiti e che si sono rivelati veri e che sostiene che il colpevole a breve confesserà perché stanco e stressato.

Oltre ai fatti privati, i dettagli riguardano la scena del crimine, il corpo ferito, soprattutto nei servizi, dove si indugia, ad esempio, a riferire le singole parti del corpo di una bimba di 3 anni morse da un cane. Nel caso di Matteo, ucciso da un pirata della strada, la fidanzata Dori viene imbeccata dall’intervistatrice, portata in maniera diretta e concreta sul luogo della morte del ragazzo, indotta a ricostruire l’incidente nei minimi dettagli, mentre la madre racconta i sogni di Matteo, la lunga sofferenza e la morte. Il giornalista Pino Nazio si sofferma sui dettagli del possibile modo in cui Emanuele Casula avrebbe ucciso la fidanzata Veronica Balsamo: “Quello che sembrava un incidente: una ragazza cade da un dirupo, batte la testa e muore, sta assumendo sempre di più i contorni dell’ennesimo femminicidio. Devo dire che la casistica ci ha regalato di tutto: insomma gli uomini che uccidono le donne lo fanno nei modi più assurdi. Addirittura questa cosa dell ’impronta sulla canottiera, proprio la dinamica può essere quella di un calcio sferrato con violenza, la ragazza che cade e lui con la pietra che la finisce e quindi siamo all’orrore puro”. Nel caso di Elena Ceste, nonostante i dettagli della posizione del cadavere non abbiano rilevanza per stabilire le cause della morte, il medico legale Rita Celli, si dilunga a raffigurare nei minimi particolari tale posizione, mentre colui che ha ritrovato il corpo è indotto a descrivere quali parti del corpo ha visto: “Era scheletrito, io sono riuscito a vedere il teschio, con i 2 pezzi di femore”. Così come inutili, nella vicenda di Yara, paiono i dettagli, in fascia protetta, della morte “per assideramento in un campo, colpita da 8 colpi da taglio e uno di punta”, come superfluo – se non morboso – è rimarcare che il Dna “è stato ritrovato sui leggings e sugli slip della piccola”.

Anche le immagini producono ridondanza. Ecco allora soggetti deboli come gli anziani di una casa di riposo, vittime di abusi e percosse da parte del personale, ripresi da telecamere nascoste dei NAS, una sorta di drammatica candid camera, che richiama i casi altrove raccontati dalla cronaca giornalistica dei ragazzi che caricano su You tube le scene di violenza riprese col cellulare. I volti sono sfocati ma le immagini molto forti. Quando si tratta di violenza sessuale o pedofilia la morbosità arriva a mandare e rimandare in continuazione immagini di indumenti sgualciti e a brandelli, come il reggiseno e i pantaloni di Yara, Nel caso degli incidenti stradali, strage di Sassano in primis, a far spettacolo sono le lamiere contorte.
Nonostante il programma vada in onda in fascia protetta, dunque, vengono dati con assoluta tranquillità dettagli macabri e morbosi. L’unica volta in cui un’inviata ha sentito il bisogno di dire “scusate” è stato prima di pronunciare la parola “prostitute” (a proposito della frequentazione della zona del ritrovamento del corpo di Elena Ceste).

Il programma contiene sicuramente eccessi patemici, ma per quanto numerosi siano gli esempi, tali eccessi risultano comunque circoscritti a tipologie ben definite di casi. L’elemento maggiormente significativo, da questo punto di vista, è la musica che accompagna i servizi. Anche le immagini hanno una funzione patemica, ma limitata, considerando la mole di filmati complessivamente trasmessa. L’uso di effetti sonori speciali è pure presente e tali casi non possono che essere visti sotto una luce critica; si tratta comunque di un numero esiguo, ripetiamo, all’interno di decine di ore di trasmissione sulla cronaca nera. La grafica che sintetizza gli eventi di cui si parla eccede in tal senso, così come i testi dei servizi, dove lirismo, suspense, frasi ad effetto, contribuiscono a creare una poetica del patemico. Tuttavia i servizi occupano solo una minima parte all’interno della struttura del programma, che ha nella discussione in studio il cuore principale.

Ad eccezione del servizio sui funerali dei bambini inghiottiti dal fango delle maccalube di Aragona, in cui doveva risaltare il “silenzio assordante”, non c’è servizio che non sia accompagnato da colonna sonora. Musiche più o meno note, citazioni cinematografiche, a volte in sottofondo appena sopra la soglia dell’udibile, a lasciare campo alle parole, altre in primo piano, a toccare la sfera dell’emotività. Così musiche dolci e malinconiche accompagnano il racconto di tristi storie di morte, violenza, malattia. Toni vaghi, lenti, meditabondi quando serve un momento di riflessione. Quando invece si tratta di ricostruzioni di vicende ancora irrisolte e pare che le indagini siano ad una svolta, la musica si fa più ritmata e incalzante, come se la verità si avvicinasse, o addirittura da thriller, nei momenti di maggior tensione. A volte il cambio di registro avviene nel medesimo servizio: “A dargli forza la sua famiglia: la mamma, la moglie, la sorella” ‘, la musica assume toni malinconici quando si descrive l’uomo Bossetti, per diventare fortemente ritmata e veloce quando si passa alle fasi dell’indagine.

Più raro l’uso di effetti sonori speciali e quelli presenti stonano con la sobrietà manifestata nella maggior parte delle puntate. Al suono di un battito di cuore e su uno sfondo rosso sangue, compare la grande scritta in maiuscolo: “LA CAMMINATA DI ALBERTO”, dove Alberto è Stasi, l’indiziato del delitto di Garlasco. Poi con il medesimo effetto: “L’ESAME DEL CAPELLO E DELLE UNGHIE” e poi “LA BICICLETTA NERA E I GRAFFI SUL BRACCIO”. Effetti mandati in onda più volte nel trimestre monitorato. Nel caso di Adriana Di Colandrea, la vittima racconta uno degli episodi di violenza da parte del marito, scandito da una ricostruzione tramite attori, con effetti sonori che sottolineano i colpi dell’aggressione.

Sovente, la grafica propone in sovrimpressione testi allarmanti, espressioni sensazionalistiche, termini altamente evocativi che richiamano il giallo, il mistero. In una delle numerose puntate dedicate al caso Gambirasio si legge, riferito a uno dei vari testimoni che periodicamente emergono in una vicenda risalente ormai a 4 anni fa: “Ho visto Bossetti sulla tomba di Yard”. Altre volte si punta a sottolineare i contrasti tra la tragicità di un evento e la giovane età del soggetto coinvolto o il ruolo di madre, che implicitamente fa ricadere l’attenzione su un terzo soggetto, il bambino rimasto orfano: “Julissa era una giovane mamma di 25 anni”; oppure, nella stessa vicenda, il contrasto tra il sentimento d’amore e l’azione efferata: “10 coltellate: lui diceva di amarla”. Altrove la grafica sembra mirare ad effetti più sottili e ricercati: “quella camminata di Stasi” richiama quella camminata strana di Baglioni, che proseguiva con “pure in mezzo a chissà che l’avrei riconosciuta”, possibile riferimento a una nuova prova nel processo per il delitto di Garlasco.

Anche le immagini ripropongono temi, ripetuti secondo “canovacci” usati, come i fiori lasciati sul luogo della morte o del ritrovamento dei cadaveri, da parte di amici, conoscenti, gente comune, magari insieme a candele e messaggi scritti: è così per Yara Gambirasio, per Elena Ceste, per i ragazzi travolti da un’auto pirata mentre erano al tavolo di un bar etc. Presenti ma non frequenti anche giochi di immagine: da una foto di Massimo Bossetti, attraverso lo zoom sull’occhio fino ad ottenere un primissimo piano, si passa all’occhio di Yara e, con processo inverso, all’allungamento del campo fino al viso intero della ragazza. Effetto analogo nel caso Roberta Ragusa: la scheda con le immagini del cimitero e del forno crematorio ora dismesso, postula una serie di ipotesi sull’utilizzo di quel forno, con un crescendo di interrogativi accompagnati da una musica incalzante, fino a culminare con un effetto transizione delle immagini: dalle fiamme di un fuoco vivo al volto sorridente della vittima.

Non è solo la morte a far attivare eccessi patemici attraverso le immagini: quando si tratta di bambini, in particolare, le riprese si focalizzano su oggetti simbolo: scuole/asili, parchi gioco, altalene. Ad esempio, nel caso di Martina, portata in Danimarca dalla madre, il senso di vuoto del padre privato della figlia è rappresentato da insolite riprese di giardinetti pubblici senza bambini, di un cavalluccio a dondolo che si muove senza nessuno sopra, altalene ferme. E quando un adulto racconta le molestie subite da bambino da parte di un prete, una musica delicata accompagna immagini molto suggestive, un’altalena vuota dondola in controluce, spighe sempre in controluce, raggi di sole tra i raggi di una biciclettina.

I testi verbali dei servizi contengono anch’essi, non di rado, una poetica del patema, volto a toccare nel pubblico il lato più emotivo, meno razionale. Nel caso del marito di Guerrina, Mirko, si sottolinea “l ’angoscia nel volto perché sua moglie, la madre di suo figlio, non torna ad abbracciare quel ragazzo che l’aspetta ogni giorno’”. E ancora: “gli sforzi di amici e nonni per sostenere un figlio che improvvisamente si è trovato senza la sua mamma”.

A volte gli spunti sono dati dalla bellezza dei volti delle ragazze e dei luoghi suggestivi, come per Federica Mangiapelo: la cronista indugia sull’angelicità della vittima, “giovane dal sorriso d’angelo, che aspirava a fare la modella ma era anche una volontaria per bambini e portatori di handicap”. “C’è una svolta, ci sarebbe perché si tratta di indiscrezioni… volevo sapere un po’ lo stato d’animo di Luigi [padre della vittima] in questo momento” chiede Liorni. L’intervista avviene sulla riva del lago dove è annegata la figlia; mentre scorrono numerose foto, si ode una musica suggestiva, parla una voce dal tono delicato: “Un volto angelico che fece presto il giro dei notiziari [fosse stata uomo o brutta non avrebbe fatto quel giro?], due occhi chiari, l’espressione dolce e malinconica”.

O ancora, in un altro noto caso: “Tutti noi ci siamo affezionati a questo volto, di Melania Rea, aveva appena 29 anni quando qualcuno le ha tolto la vita, togliendo anche una mamma a sua figlia, di appena 1 anno e mezzo, mentre questa bambina non ha neppure il padre, in carcere, accusato di aver ucciso la madre”.

Nel caso Yara, una voce fuori campo così ricostruisce i fatti: “Chiusa in un giubbotto e leggings neri, Yara Gambirasio quella sera portava a spasso i suoi 13 anni su un paio di scarpe da ginnastica, che dalla palestra la dovevano condurre verso casa, a 700 metri da lì, girando a sinistra sulla provinciale. Un budello nero, illuminato da una fila di lampioni che nelle notti d’inverno inghiotte il traffico e ipassi senza lasciare traccia, coperto dalla nebbia che ovatta tutto. Ha inghiottito anche lei. Erano le 6 e mezza. Era 4 anni fa. Era uno di quei paesi che macchiano la pianura Padana e interrompono la zona industriale strappata alla campagna. Uno di quelli della provincia, divisi da un “sopra” e da un “sotto”, sognando Bergamo… Ma da quella sera il paese, la palestra, la strada sono diventati il teatro della storia di Yara. Perché non è tornata a casa? Cosa è successo? Che fine ha fatto?… Intanto nevica e la neve copre tutto tetti e campi. Anche quello dove, dopo 3 mesi, viene ritrovata per caso Yara. Morta. Non era scappata, non era lontana, non era difficile”.

Una elevata densità di poetica del patema si trova nei servizi sulla strage di Sassano: “Come si può trovare la forza di andare avanti” chiede l’inviata, ripetizione del “silenzio” per raffigurare l’evento, immagini dei ritratti dei ragazzi morti. “Lacrime agli occhi, sguardo perso nel vuoto’”, tutte le persone convenute sono tratteggiate con termini che evocano la famiglia (figli, fratelli, genitori, nonni: anche se non sono parenti), viene dipinto lo strazio dei presenti, “questi ragazzi non li vedrà più” dice a una ragazza. La scheda è caratterizzata da un sottofondo sonoro incalzante e mostra immagini relative alla strada dove è avvenuto l’incidente, fotografie delle vittime, dei funerali, degli articoli di giornale.

Molto interessante l’uso del lessico in quanto la voce narrante che riassume i fatti utilizza un linguaggio molto simbolico: bolide impazzito, lampo di disperazione, strazianti i funerali, assordante silenzio, quattro leggere bare bianche che diventano macigni pesantissimi, di quell’automobile che ha divorato 300 metri di strada in appena sei secondi, gorgo di dolore. La voce narrante si riferisce alle vittime con ragazzi, giovani, quelle vite spezzate, quattro vite giovanissime, quelle giovani vite e in modo duro a Pacelli “Assassino di questi ragazzi”, “guidatore che ha travolto quelle giovani vite”. E ancora: “il giorno del silenzio”, “dolore, tragedia”, “vicenda terrificante ”, “silenzio irreale ”, “perché questi erano i figli di tutti e fratelli di tutti ”, “straziante ”, “emozione palpabile ”, “questo proiettile ”.

Anche la vicenda delle Maccalube di Aragona rappresenta un eloquente esempio del patemico nei servizi. Dolore e pianto nelle parole dell’inviata: “piange l’Italia”, “pellegrinaggio silenzioso in quel luogo di leggenda”, “il peggiore degli incubi di qualsiasi genitore”. Pellegrinaggio che richiama anche i “passi lenti verso l’immagine della madonna, un’altra mamma”, nel servizio con sottofondo drammatico dedicato alla fiaccolata in nome di Gilberta Palleschi, con le immagini della madre che disperata implora Dio di trovare sua figlia.
Nel caso delle “baby squillo” le immagini mostrano scambi di denaro da mano maschile a mano femminile, uomini in giacca, aperitivi al tavolino (a richiamare un certo ambiente), citofoni al Parioli, immagini rallentate con musica, luci rosse e cellulari con nomi e indirizzi, ragazze con unghie lunge e pitturate e sigaretta in mano, mentre una voce parla di “uomini che hanno trasformato le due ragazzine, che le hanno portate a un cortocircuito emotivo, che le hanno trascinate in un mondo fatto di droga e guadagno facile”.

Il processo virtuale

Un elemento delicato di tutte le trasmissioni che affrontano la cronaca nera e giudiziaria è quello di raccontare i fatti evitando di riprodurre un processo mediatico, parlare dei soggetti coinvolti senza esporre i protagonisti a una “gogna mediatica”, presentare le posizioni senza riprodurre giudizi sommari e mettere in scena pratiche para processuali, con intento inquisitorio.

Discussioni su esami balistici e perizie di ogni genere e protagonismo televisivo di soggetti direttamente coinvolti nel processo inducono nello spettatore l’idea errata che l’arena televisiva, o la pubblica piazza, possano essere un luogo naturale di giudizio. Se da un lato il diritto di cronaca garantisce il diritto dei cittadini a essere informati, dall’altro è altrettanto importante il rispetto del principio di non colpevolezza. La cronaca giudiziaria che affianca, o finge di affiancare, gli organi investigativi, nella formulazione di ipotesi di reato è una cattiva pratica del giornalismo di genere.

Il monito dell’AGCOM, nella sopraccitata delibera, contro i processi mediatici è esplicativo: va evitata un’esposizione mediatica sproporzionata, eccessiva e/o artificiosamente suggestiva, anche per le modalità adoperate, delle vicende di giustizia, che non possono in alcun modo divenire oggetto di “processi” condotti fuori dal processo. In particolare vanno evitati “processi mediatici”, che, perseguendo il fine di un incremento di audience, rendano difficile al telespettatore l’appropriata comprensione della vicenda e che potrebbero andare a detrimento dei diritti individuali tutelati dalla Costituzione e delle garanzie del “giusto processo”.

In Pomeriggio Cinque, si alternano frequentemente le voci dei protagonisti diretti e riproducono stralci dei dibattimenti che dovrebbero essere svolti in aule di tribunale. Avvocati delle parti intervengono a difesa degli assistiti, dirigenti della squadra mobile presentano in televisione le prove acquisite, testimoni di processi in corso entrano come cast fisso del programma, periti televisivi diventano periti di parte nei processi e viceversa.

In un caso di presunti maltrattamenti in una scuola da parte di un maestro, Barbara D’Urso annuncia un video esclusivo “naturalmente epurato, come noi di Pomeriggio Cinque amiamo fare'”, un video che, ci tiene a sottolineare la conduttrice, “ci ha dato la Polizia di Stato per voi'”. Il messaggio è chiaro, la polizia ci autorizza a mostrare queste immagini. In collegamento telefonico, è raggiunto l’avvocato del maestro accusato di maltrattamenti.

“C’è un’immagine in cui il maestro dà un calcio alla creaturella” si affretta a dire la conduttrice all’avvocato, che a sua volta risponde: ‘”inviterei sia la stampa sia gli organi che sono ausiliari della giustizia, di valutare con pacatezza e prudenza i fatti, evitando di pubblicare e divulgare, in violazione dell’articolo 114 del Codice di Procedura Penale, gli atti che sono coperti da segreto istruttorio o che sono fonti di prova, come quello che state divulgando in questo momento”.

Lo scambio di battute fra avvocato e conduttrice è indicativo del ruolo che la trasmissione vuole assumere. “Guardi avvocato, le rispondo subito, noi siamo una testata giornalistica, queste immagini sono state fornite dalla Questura, dalla Polizia, e la prova è che abbiamo un dirigente in collegamento, e quindi evidentemente per una testata giornalistica c’è il diritto di diffondere, e le ripeto noi di Pomeriggio Cinque siamo molto protettivi, perché non abbiamo voluto mandare in onda tutto”, dice Barbara D’Urso, e continua “guardi, non violiamo niente, perché per noi, il suo assistito potrebbe essere biondo con gli occhi azzurri, ma non lo vediamo, io non ho detto né il nome né il cognome, come invece fanno altri, né il nome della scuola, né lo vediamo, giusto per precisare … Io mi limito a far vedere le immagini che la Polizia ci ha chiesto di mandare in onda”.

Addirittura ha chiesto di mandare in onda. “Eccedendo i suoi limiti” chiude l’avvocato. La complicità con l’investigazione è spesso citata dalla conduttrice anche in altri passaggi (“cerchiamo sempre, noi, di collaborare, come sai bene, con le forze dell’ordine e molte volte ci ringraziano anche, perché diamo nel nostro piccolo un contributo prezioso”), per ribadire il ruolo positivo svolto dalla trasmissione nella ricerca di verità e giustizia.

In un’altra puntata del programma, parlando dell’omicidio di Melania Rea (28/11/2014), l’avvocato di Salvatore Parolisi chiede di intervenire per replicare all’avvocato della famiglia Rea intervenuto il giorno precedente. Gli avvocati del processo, dunque, duellano in televisione sull’importanza di una prova che potrebbe scagionare Parolisi. La partecipazione di protagonisti reali dei processi nell’arena televisiva crea confusione di ruoli, o meglio di luoghi, poiché sembra che il confronto fra le parti debba svolgersi in ogni dove a beneficio di un pubblico, per intrattenerlo o peggio per convincerlo di qualche tesi, pur non essendo deputato ad alcun giudizio.

Un ulteriore commistione fra realtà e finzione, processo e spettacolo, è generato ad esempio dal protagonismo di Loris Gozi, testimone nel processo contro Antonio Logli, marito di Roberta Ragusa. Barbara D’Urso accoglie calorosamente il “supertestimone” in collegamento video: “che ringrazio come sempre di essere nostro ospite e di avere voglia di raccontare la sua verità, che è la verità alla quale peraltro gli inquirenti credono. Loris ha ricevuto un’altra lettera anonima, Loris è andato a fare per noi un’altra ricognizione in un posto molto preciso che è stato appunto indicato”.

Il teste del processo diventa ospite della trasmissione, teste in aula e nell’arena televisiva, portatore di una verità avallata dalla conduttrice, ma non solo: il teste, di fatto, è arruolato dalla trasmissione stessa per fare ricognizioni. I ruoli dunque si mescolano senza soluzione di continuità fra realtà e messa in scena televisiva. “Allora, andiamo a vedere che cosa esattamente tu hai visto e hai trovato in questo cimitero” dice la conduttrice. Il superteste si reca al cimitero per verificare se il corpo della donna si trovi dietro l’intercapedine di un muro come rivelato in una lettera anonima ricevuta. Tutta la vicenda è grottesca, perché ovviamente i carabinieri hanno già verificato che non c’è alcun corpo in quel luogo. “Io so che i carabinieri sono venuti, hanno aperto tutto il muro, hanno guardato dentro, però non hanno trovato niente” dice il superteste nella ricostruzione per Pomeriggio Cinque. Ma la sua “teoria” rimane questa. “È stata distrutta Barbara, è stato distrutto il corpo, adesso entrare nei particolari mi sembra un po’ crudo” (ma come può sapere i particolari rimane un mistero), e Barbara D’Urso subito replica: “no, no, no, no, evitiamo, siamo in fascia protetta, ma poi non vogliamo intralciare le indagini in nessun modo”. In diverse altre puntate sul caso Ragusa, Loris Gozi è presente in collegamento, invitato a fare commenti sui servizi, a esporre le sue teorie sull’omicidio, a giudicare i comportamenti “immorali” di Antonio Logli, a fare ricognizioni, a raccontare della salute della figlia o dell’incontro casuale con un figlio di Roberta Ragusa.

Il format non si limita a raccontare la realtà, a ricostruirla con servizi o a presentarla con ricostruzioni e ausilio di attori. La trasmissione ambisce a portare la realtà dentro lo schermo. Il superteste è ospite e protagonista diretto del programma. Si induce lo spettatore a pensare che il processo, grazie a prove e video inediti, benefici dell’impegno sociale e investigativo del programma. Non è la trasmissione a essere dentro la realtà (dentro la notizia), ma la realtà dentro la trasmissione. Un infotainment che prende spunto dagli schemi del reality show, che mette i protagonisti delle vicende in cattività e ne spia le reazioni.

L’accanimento mediatico (the show must go on)

L’impianto pseudo-investigativo proposto dal programma richiede, almeno da un punto di vista estetico, di essere sempre al posto giusto al momento giusto. Lo spettacolo della realtà esige la diretta dal mondo, o una rappresentazione di essa. Barbara D’Urso sposta gli inviati come pedine nel teatro degli eventi. “So che forse tenterai adesso di andare proprio lì all’esterno, senza naturalmente entrare nella privacy, come cerchiamo di fare comunque noi di Pomeriggio Cinque” dice la conduttrice all’inviato posizionato in un luogo diverso dall’abitazione della mamma di Loris. “Spiegatelo voi a Cracco che dovrebbe gentilmente, molto velocemente, spostarsi perché, come è stato detto prima, in questo momento ci sono gli uomini della scientifica, tutti quelli diretti dalla dottoressa Neri, a casa della famiglia” chiede alla regia, preoccupata di perdere lo scoop e bucare la notizia. “Nessuno riesce a dirti qualcosa, non riesci ad avere un’indiscrezione? Quanti uomini sono entrati dentro?” La D’Urso incalza, gentilmente, il suo inviato, bloccato fuori dalla casa senza notizie da dare in pasto ai telespettatori.
In un’altra occasione, quando si rivela che il corpo ritrovato è quello di Elena Ceste, Barbara D’Urso dallo studio così si rivolge all’inviato: “Chiedo all’operatore di continuare a vedere se ci sono appunto i genitori, di inquadrarli, sempre se non ci sono minori perché sapete che noi siamo molto attenti alla fascia protetta”. L’urgenza di arrivare alla notizia prima dei concorrenti, o di confezionarla per i telespettatori, produce una ricerca spasmodica di interviste a protagonisti, comprimari e comparse, con il rischio tangibile di invadere la riservatezza altrui e danneggiarne la reputazione. Le reazioni, talvolta aggressive, di persone esasperate dall’assedio di cronisti viene stigmatizzato come nervosismo ingiustificato. “Come è cambiata l’immagine, e anche il modo di comportarsi di Salvatore Parolisi nel corso dei giorni, delle settimane e dei mesi, prima di essere arrestato e anche dopo essere entrato in aula? Guardate” e dopo i primi pianti in televisione e le generiche e rituali richieste di giustizia, l’uomo si sente accerchiato, esasperato dai cronisti, restio a parlare con la stampa. Anche il marito di Elena Ceste, in un primo momento disponibile con i giornalisti, cambia atteggiamento una volta indagato per l’omicidio della moglie. I cronisti però non accettano il rifiuto e continuano a cercarlo. In una puntata del programma (24/10/2014), sono mostrati stralci dell’insofferenza di Michele Buoninconti verso l’insistenza dei giornalisti, che in qualche caso sfocia in una reazione violenta. “Michele buongiorno” E l’uomo urla “ve ne dovete andare” e si toglie una scarpa per tirarla contro i giornalisti.
Intromissioni nel privato sono frequenti anche quando si leggono corrispondenze personalissime fra i protagonisti. Il privato è pubblico, sembra dire la trasmissione, il prezzo che devono pagare personaggi pubblici per la loro notorietà. In diverse puntate del programma, Pomeriggio Cinque sceglie di dare lettura delle lettere scritte da Roberta Ragusa al marito, così come di quelle fra Antonio Logli e l’amante Sara Calzolaio. Questi particolari intimi non forniscono apporti informativi rilevanti, ma danno certo elementi per condannare moralmente i comportamenti privati di Logli, marito infedele. La crisi matrimoniale, il tradimento, il dispiacere della moglie, sono al centro della narrazione. Il programma getta in pasto al pubblico un privato “moralmente discutibile” per screditare un soggetto, alimentare le curiosità morbose del telespettatore, appoggiare una tesi accusatoria, validare la credibilità di un movente. Tutte cattive pratiche messe in atto per prolungare uno spettacolo.

La logica assorbente dell’ infotainment

Pomeriggio Cinque alterna servizi su atroci fatti di cronaca nera ad allegri intermezzi di spettacolo. La logica dell’infotainment è insita nel contenitore, si spalma da un tema all’altro, nonostante i tentativi di accreditarsi come televisione di servizio, addirittura di sostegno a investigatori e inquirenti, o di denuncia sociale, sfoggiando maschere di sdegno di fronte a fatti criminali di particolare efferatezza. Barbara D’Urso si presenta in tutta la sua umanità, rassicura i parenti delle vittime, ormai amici – quantomeno televisivamente – anche su aspetti tecnici, come ad esempio l’operazione a cui sarà sottoposto il quattordicenne seviziato a Napoli. Il ragazzo, dice Barbara D’Urso per rassicurare la madre in collegamento, dovrà fare solo “un piccolo intervento di routine per togliere la sacchettina”, perché lei “si è informata” ci tiene a dire. In collegamento, la zia del ragazzo borbotta. “Dimmi zia Antonietta, dimmi”, perché nel dialogo informale è divenuta zia di tutti, “il dottore ci ha detto che è una cosa delicatissima” la contraddice la zia. Ma, tristemente, non è questo il motivo del collegamento. In puntate precedenti, Barbara D’Urso si era già prodigata per aiutare questa famiglia disagiata, facendo un appello pubblico per avere “un supporto psicologico per la creatura”. Ora non è chiaro allo spettatore cosa chiedano le tre donne in collegamento. Barbara D’Urso però non si sottrae, anzi, stimola la donna a parlare chiaro. Il dialogo rivela così un tasso di familismo stucchevole, spettacolarizzando l’aiuto privato e sfoggiando l’atteggiamento caritatevole del programma:

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