Cyberbullismo, via libera della Camera alle norme. Boldrini: “Dedicato a Carolina”

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E’ arrivato il si definitivo dell’Aula della Camera alla legge sul contrasto dei cyberbullismo. Nella giornata di ieri, il testo è stato approvato al Montecitorio all’unanimità, ovvero 432 voti favorevoli ed una sola astensione.  “Questa legge è un primo passo necessario. La dedichiamo a Carolina Picchio ed a tutte le altre vittime del cyberbullismo”, è questo quanto dichiarato nell’Aula della Camera la Presidente Laura Boldrini salutando Paolo Picchio, ovvero il padre della prima vittima del cyberbullismo, prima di indire la votazione finale sul provvedimento. Ma quali sono le principali novità di questo testo normativo che affronta un problema attuale?  Innanzitutto diciamo che viene definito  il significato di cyberbullismo e di  cyberbullo,  e nello specifico nel primo caso si intende una serie di comportamenti che si concretizzano in aggressioni, molestie, forme di ricatto, diffamazione, furto d’identità, trattamento illecito di dati personali o ingiuria attuati attraverso il web.

Sulla base di quanto detto, dunque il cyberbullo  altro non è che colui che mette in atto questa serie di comportamenti,  tra i quali oltre a quelli sopra citati anche la diffusione online di contenuti che hanno il solo il preciso scopo di isolare un soggetto minorenne mediante un serio abuso ed ancora la messa in ridicolo oppure un attacco dannoso.“Il cyberbullismo è un tema serissimo. Ritengo per questo molto importante l’approvazione di una legge specifica per il contrasto di questo fenomeno. Il Parlamento ha fatto un lavoro che era necessario: finalmente si affronta pienamente e in modo deciso un problema che non può essere sottostimato”,  è questo quanto dichiarato dal ministro dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli, commentando la definitiva approvazione alla Camera della legge sulle cyberbullismo,  aggiungendo che con questo provvedimento si mette al centro la tutela  dei giovani italiani in un’ottica di prevenzione a partire dalla scuola che è il luogo principale di formazione di inclusione e di accoglienza.

Particolare attenzione è dedicata proprio ai minori e in quest’ottica è prevista una nuova figura ovvero quella del docente anti bulli, il quale andrà ad operare in ogni istituto scolastico e diventerà un punto di riferimento per organizzare iniziative contro il cyberbullismo. Riguardo i Minorenni ancora, secondo le novità introdotte dalla legge, tutti i soggetti che hanno più di 14 anni e ritengono di essere stati vittima di cyberbullismo possono richiedere al gestore del sito internet, oppure del social network, di rimuovere, oscurare o bloccare i contenuti che sono stati pubblicati e dunque diffusi online.

Il questore avrà il compito anche il potere di ammonire e dunque invitare a non ripetere determinati atti qualora la vittima non abbia ancora sporto denuncia o querela contro il cyberbullo. La ministra Valeria Fedeli ha ringraziato il Parlamento per aver finalmente emanato una legge specifica: “il Ministero è già al lavoro affinché la legge trovi immediatamente piena attuazione”.

due facce della stessa medaglia?

Il termine “cyberbullismo” è una delle forme che può assumere il bullismo, e la sua evoluzione è legata all’avanzamento delle nuove tecnologie, viene cioè perpetrato attraverso i moderni mezzi di comunicazione. Il bullismo è un fenomeno ormai noto a scuola e viene definito come il reiterarsi di comportamenti e atteggiamenti diretti o indiretti volti a prevaricare un altro con l’intenzione di nuocere, con l’uso della forza fisica o della prevaricazione psicologica. La disponibilità e l’utilizzo crescente di internet e di telefoni cellulari rappresentano per le nuove generazioni nuovi mezzi per comunicare e mantenersi in contatto.

Quella attuale è la prima generazione cresciuta in una società nella quale internet è parte integrante della vita quotidiana: stante questo cambiamento, si è studiato anche come si sono evolute le forme di prevaricazione e di sopraffazione fra i ragazzi. Se poi i bulli e i bulli cibernetici siano le stesse persone, non è ancora del tutto chiaro nella letteratura, ma non sorprende la crescente attenzione dei ricercatori per lo studio del ruolo di internet e delle altre forme di comunicazione elettronica sullo sviluppo di bambini e adolescenti. Le ricerche indicano che oltre il 90% degli adolescenti in Italia sono utenti di internet, e il 98% di questi dichiara di avere un profilo su uno dei social network più conosciuti e usati (Facebook, Twitter); il 52% dei giovani utenti di internet si connette almeno una volta al giorno, inoltre, l’utilizzo dei nuovi cellulari o smartphone consente una connettività praticamente illimitata. Internet rappresenta per gli adolescenti un contesto di esperienze e “social networkizzazione” irrinunciabile: si usa per mantenersi in contatto con amici e conoscenti, cercare informazioni, studiare, etc.

Le nuove tecnologie, quindi, sono in grado di offrire a chi ne fa uso grandi opportunità, specialmente nel campo comunicativo-relazionale, ma nello stesso tempo espongono i giovani utenti a nuovi rischi, quale il loro uso distorto o improprio, per colpire intenzionalmente persone indifese e arrecare danno alla loro reputazione. I ragazzi quando usano internet o i cellulari in maniera inadeguata sono a rischio di commettere azioni che sfiorano la legalità, se non veri e propri reati, ma anche essere oggetto di aggressioni, prevaricazioni dirette o indirette.

Ad oggi, non esiste una definizione operativa di bullismo elettronico, o ‘online’, universalmente condivisa tra i ricercatori, si fa riferimento all’”utilizzo di internet o delle altre tecnologie digitali come i cellulari e i personal computer come mezzo per molestare intenzionalmente altre persone” (Willard 2003). Smith (2008) lo definisce come: “un atto aggressivo, intenzionale, condotto da un individuo o un gruppo di individui usando varie forme di contatto elettronico, ripetuto nel tempo contro una vittima”. Questa definizione risulta simile a quella del bullismo tradizionale ma, in più, implica l’uso delle nuove tecnologie della comunicazione. Secondo alcuni studiosi il criterio della reiterazione delle condotte è poco rilevante: la possibilità che un pubblico potenzialmente planetario visioni il materiale pubblicato online, può essere considerata come “ripetizione”, in quanto un singolo gesto può oltrepassare, grazie alle tecnologie, ogni limite di spazio e tempo, quindi anche solo un gesto, mentre nel mondo reale non è sufficiente per parlare di bullismo, lo è nel mondo virtuale per parlare di cyberbullismo.

Il cyberbullismo coinvolge bambini e adolescenti sia come vittime che come perpetratori in attività violente, pericolose e minacciose nel cyberspazio… Il cyberbullismo, a differenza del bullismo tradizionale in cui il bullo si confronta faccia a faccia con la vittima, rinforza il danno alla cybervittima a causa della natura virtuale del cyberspazio; in esso, il bullo può nascondersi dietro uno schermo, umiliare la vittima e divulgare materiale offensivo ad un vasto pubblico e in modo anonimo, senza la paura di essere scoperto e punito”. Il bullismo elettronico è “l’uso di internet o altre tecnologie digitali finalizzato a insultare o minacciare qualcuno… Una modalità di intimidazione pervasiva che può sperimentare qualsiasi adolescente che usa i mezzi di comunicazione elettronici” e ancora, “volontari e ripetuti danni inflitti attraverso l’uso del computer e di altri dispositivi elettronici”.

 Quindi sinteticamente possiamo individuare nel cyberbullismo le seguenti caratteristiche: • Volontario: cioè frutto di un comportamento deliberato, non accidentale; • Ripetuto: questo tipo di bullismo rispecchia un modello di comportamento che non è incidentalmente isolato. Anche il singolo episodio è tuttavia sufficiente per assumere le caratteristiche della diffusione online; • Danno: la vittima deve percepire che il danno è stato inflitto; • Dispositivi elettronici: è il modo con cui avviene il loro utilizzo, che differenzia il cyberbullismo dal bullismo tradizionale.

di cosa stiamo parlando? Il Cyberbullismo si manifesta in vari modi, per alcune cose è simile al bullismo tradizionale mentre per altre è differente: • Flaming: un flame (termine inglese che significa “fiamma”) è un messaggio deliberatamente ostile e provocatorio inviato da un utente alla comunità o a un singolo individuo; il flaming avviene tramite l’invio di messaggi elettronici, violenti e volgari allo scopo di suscitare conflitti verbali all’interno della rete tra due o più utenti. • Harassment: caratteristica di questa tipologia di cyberbullismo sono le molestie, ossia azioni, parole o comportamenti, persistenti e ripetuti, diretti verso una persona specifica, che possono causare disagio emotivo e psichico. Come nel bullismo tradizionale, si viene a creare una relazione sbilanciata, nella quale la vittima subisce passivamente le molestie, o al massimo tenta, generalmente senza successo, di convincere il persecutore a porre fine alle aggressioni. • Cyberstalking: questo termine viene utilizzato per definire quei comportamenti che, attraverso l’uso delle nuove tecnologie, sono atti a perseguitare le vittime con diverse molestie, ed hanno lo scopo di infastidirle e molestarle sino a commettere atti di aggressione molto più violenti, anche di tipo fisico. Si tratta di un insieme di condotte persistenti e persecutorie messe in atto con la rete o i cellulari. • Denigration: distribuzione, all’interno della rete o tramite SMS, di messaggi falsi o dispregiativi nei confronti delle vittime, con lo scopo “di danneggiare la reputazione o le amicizie di colui che viene preso di mira”. • Impersonation: caratteristica di questo fenomeno è che il persecutore si crea un’identità fittizia con il nome di un’altra persona nota, usando una sua foto, creando un nuovo profilo parallelo, fingendo di essere quella persona per poi parlare male di qualcuno, offendere, farsi raccontare cose. Può anche accadere che il soggetto intruso, se in possesso del nome utente e della password della vittima invii dei messaggi, a nome di questa, ad un’altra persona, che non saprà che i messaggi che gli sono arrivati non sono, in realtà, stati inviati dal proprio conoscente, ma da una terza persona che si è impossessata dell’identità. In certi casi, il bullo modifica la password della vittima, impedendogli così l’accesso alla propria mail o account. Questa forma di aggressione, può creare problemi o, addirittura mettere in pericolo il vero proprietario dell’account. Non di rado questi casi vedono coinvolti per lo più ex partner rancorosi. • Tricky o Outing: la peculiarità di questo fenomeno risiede nell’intento di ingannare la vittima: il bullo tramite questa strategia entra prima in confidenza con la vittima, scambiando con essa informazioni intime e/o private, e una volta ottenute le informazioni e la fiducia della vittima, le diffonde tramite mezzi elettronici come internet, sms, etc. • Exclusion: consiste nell’escludere intenzionalmente un altro utente dal proprio gruppo di amici, dalla chat o da un gioco interattivo. L’esclusione dal gruppo di amici è percepita come una grave offesa, che è in grado di ridurre la popolarità tra il gruppo dei pari e quindi anche un eventuale “potere” ricoperto all’interno della cerchia di amici. • Happy slapping: (tradotto in: schiaffo allegro) è un fenomeno giovanile osservato per la prima volta nel 2004 in Inghilterra. È una forma di bullismo elettronico piuttosto recente, legata al bullismo tradizionale, in cui un gruppo di ragazzi scopre di divertirsi tirando ceffoni a sconosciuti, riprendendo il tutto con i videofonini. Dai ceffoni si è passati anche ad atti di aggressione e teppismo. Oggi l’happy slapping consiste in una registrazione video durante la quale la vittima è ripresa mentre subisce diverse forme di violenza, sia psichiche che fisiche per “ridicolizzare, umiliare e svilire la vittima”. Le registrazioni vengono effettuate all’insaputa della vittima e le immagini vengono poi pubblicate su internet e visualizzate da altri utenti.

trappole online: l’importanza di operare delle giuste scelte. Le trappole online rappresentano le ragioni che fanno sì che i ragazzi possano compiere delle cattive scelte nel cyberspazio. Alcuni esempi sono: • Non puoi vedermi: l’anonimato elimina la preoccupazione legata all’essere scoperti e quindi di subire disapprovazione e/o punizione. • Non posso vederti: la mancanza di un feedback tangibile circa le conseguenze delle proprie azioni online sugli altri interferisce con le capacità empatiche e con il riconoscimento che tali azioni causano sofferenza alle vittime. • Chi sono io? (esplorazione dell’identità): sempre più spesso gli adolescenti si servono dei loro profili sui social network quale mezzo per esplorare la loro emergente identità. Questo può condurre alla pubblicazione online di materiali non appropriati. • Sono sexy? (maturazione sessuale): in una cultura che promuove una sessualità provocante, gli adolescenti sempre più spesso esplorano la loro sessualità online. Questo potrebbe portarli ad imitare le immagini provocanti, che sempre più sovente caratterizzano la pubblicità e i media. • Tutti lo fanno (norme sociali online): l’azione combinata di fattori che portano ad una maggiore disinibizione quando si è online e la tendenza degli adolescenti ad agire “in branco” può portare a delle norme sociali online che promuovono un comportamento irresponsabile. • Se posso, dovrebbe essere ok: Spesso si pensa che la facilità di un’azione legittimi la stessa. • Alla ricerca dell’amore: Gli adolescenti che “cercano l’amore” online potrebbero comportarsi in modi da attirare pericolose attenzioni. • Quanto lontano posso andare? (messa in atto di comportamenti a rischio): gli adolescenti spesso mettono in atto comportamenti a rischio al fine di imparare quali sono i limiti delle loro azioni. Impegnarsi in comportamenti a rischio online potrebbe rappresentare un modo più sano di correre rischi rispetto all’impegnarsi in comportamenti a rischio nel mondo reale.

il ruolo degli insegnanti

In molti di questi casi la scuola in generale o gli insegnanti o si sentono impotenti o non ritengono sia compito loro occuparsi o preoccuparsi di questo problema dal momento che colpisce i ragazzi quando usano la rete o i cellulari. Sebbene la maggior parte degli insegnanti sia consapevole dei significativi effetti negativi del cyberbullismo sugli studenti e mostrino preoccupazione per la diffusione di tale fenomeno, essi non ritengono sia compito della scuola occuparsene. Si tratta di una valutazione non corrispondente alla realtà perché se è vero che la maggior parte del tempo i ragazzi lo passano online quando sono a casa loro o da amici (nell’ipotesi che a scuola ci sia un reale ed efficace controllo e inibizione dell’uso della rete), i ragazzi usano il computer a scuola anche per comunicare online, o usano il loro smartphone. È dunque compito della scuola fornire educazione e informazione, fare prevenzione e intervenire su problematiche che riguardano i ragazzi, per promuovere il loro benessere e diminuire il loro malessere. La scuola non è un ente e struttura educativa a sé stante, ma rappresenta la più moderna e contemporanea visione di ogni aspetto di crescita, educazione e cultura. Gli insegnanti hanno quindi una duplice funzione: 1. quella di aiutare i ragazzi che si trovano in difficoltà perché oggetto di prevaricazioni online, ma anche intervenire nei confronti di chi fa un uso inadeguato della rete e dei cellulari ascoltando eventuali problemi, fornendo consigli; 2. quella di sensibilizzare, di dare informazioni ai ragazzi ma anche ai genitori su quelli che sono i rischi della rete nel subire comportamenti o atteggiamenti che danno fastidio, che umiliano, che fanno del male e al contempo di sensibilizzare anche sul rischio che un ragazzo potrebbe correre nel fare delle cose che lui ritiene essere solo degli scherzi o un modo per mettersi in mostra e farsi vedere coraggiosi, ma che in realtà sono dei veri e propri reati. Essere bulli, o usare la rete per denigrare qualcuno, per spiarlo, per controllarlo, non comporta stima e una considerazione vera da parte dei compagni.

I compagni vedono, sanno, leggono ma preferiscono non fare niente per pigrizia o perché divertiti, perché non vogliono subire ritorsioni o perché sottovalutano le conseguenze negative sulla vittima di questi comportamenti. Lo studente che subisce bullismo online, in ogni sua forma, forse non si rende conto delle conseguenze che questo comporta, e ‘normalizza’ i comportamenti che subisce, o addirittura reagisce a sua volta attaccando in rete o con sms, innescando il ciclo della violenza. L’apparente distacco e lontananza facilitati dal mezzo informatico permettono una rapidità di pensiero-movimento-azione che non lascia tempo alla riflessione sul significato delle azioni e l’interazione sociale. Non avendo l’altro di fronte, il proprio comportamento non subisce condizionamenti legati alla reazione altrui: l’altro non si percepisce e non si vede nell’immediato dell’azione e per questo il bullismo online si confonde con una forma normalizzata di comunicazione. L’insegnante quindi deve essere per il ragazzo un punto di riferimento sia per poter chiedere consigli, sia per potersi rivolgere se ha un vero e proprio problema. Come? Niente stigmatizzazione. Gli studenti non si rivolgono agli adulti perché hanno paura di essere ‘puniti’, a casa vedendosi tolto il computer o lo smartphone, a scuola con una nota o nell’essere ridicolizzati davanti a tutti. I ragazzi devono sapere che l’insegnante conosce il fenomeno, sa che online possono accadere cose spiacevoli e a volte ne è vittima anche lui/lei. L’importante è sapere che c’è una risposta, e che far finta di niente o minimizzare quello che è successo non aiuta, ma può anzi solo peggiorare le cose. è anche importante che l’insegnante faccia capire ai ragazzi che alcuni comportamenti che loro mettono in atto sono considerati anche reati e che un ragazzo che ruba una foto e la mette online, commette due reati e rischia anche di essere perseguito dalla legge. Il confine fra ciò che è lecito e ciò che non lo è, nell’uso della rete è spesso sottile.

 L’immaturità e l’imputabilità dei minorenni. Nel nostro sistema ordinamentale il minore di quattordici anni non è imputabile (art. 97 c.p.) e quindi non può essere chiamato a rispondere, con l’applicazione delle normali norme di natura sostanziale e processuale, di fatti da lui commessi che costituiscano eventuali ipotesi di reato. Sostanzialmente si ritiene che la presunta immaturità derivante dalla giovane età del soggetto costituisca un fattore di esonero dalla responsabilità penale per la consumazione di condotte devianti. Peraltro, questa volta sotto il profilo soggettivo della vittima del reato, il limite anagrafico dell’essere infraquattordicenne è un dato che rileva ai fini di una presunta incapacità nell’adozione di determinate scelte riguardanti soprattutto la sfera sessuale. In tal senso l’art. 609 quater c.p. (“Atti sessuali con minorenne”) punisce la condotta dell’adulto il quale, anche al di fuori delle ipotesi di consumazione delle condotte con violenza e minaccia, compie atti sessuali con persona, evidentemente consenziente, che al momento del fatto “non ha compiuto gli anni quattordici”. Si tratta di norme che richiamano il principio della sostanziale incapacità del soggetto infraquattordicenne nel momento della presa di coscienza e della valutazione di comportamenti che provocano effetti nei confronti di terzi e della società (reati) o di se stessi (scelte aventi risvolti sulla sfera personale). Sul piano della letteratura e del dibattito politico in generale, anche di respiro internazionale, occorre ricordare come numerose siano le sollecitazioni per abbassare la soglia anagrafica della “immaturità legale”, e quindi della imputabilità, e ciò sulla base della considerazione che gli adolescenti di oggi abbiano sviluppato una maggiore capacità delle percezione delle loro scelte rispetto ai loro coetanei di qualche tempo fa, laddove la comunicazione e le interazioni fra soggetti erano certamente più generiche e superficiali. Il minore degli anni diciotto è invece imputabile (art. 98 c.p.) ma la sua storia giudiziaria, conseguente alla consumazione di un reato, è demandata alla conoscenza di un organismo particolare che è il Tribunale per i Minorenni. Tale organismo giudiziario, (istituito con RDL del 20 luglio 1934 convertito nella L. 27 maggio 1935 n. 835), ha sede in ogni distretto di Corte di Appello, è composto da due magistrati e da due “cittadini benemeriti dell’assistenza sociale, scelti fra cultori di biologia, di psichiatria, di antropologia criminale, di pedagogia, di psicologia (art. 2 legge istitutiva) ed ha competenza in materia penale, amministrativa e civile. Il processo penale a carico di imputati minorenni (disciplinato dal DPR 22 settembre 1998 n. 448) risulta ispirato al principio dell’adeguatezza dell’applicazione delle norme “alla personalità e alle esigenze educative del minorenne” (art. 1 “Principi generali del processo minorile”, DPR citato). Taluni istituti – quali la possibilità di non procedere per irrilevanza penale del fatto, la sospensione del processo e la messa alla prova dell’accusato – sono tipici del processo penale a carico di imputati minorenni, non essendo previsti nel procedimento ordinario riguardante reati commessi da adulti. Il bullismo, lo stalking e la mancata consapevolezza di delinquere. Esistono numerose situazioni che la scienza della comunicazione e la sociologia tendono ad inquadrare nel fenomeno del bullismo ma che in realtà, a prescindere dalle motivazioni personali che spingono alla commissione del gesto (rappresentazione della forza del singolo, emulazione, spinta dal gruppo), costituiscono veri e propri reati, soggetti, come tali, all’applicazione delle norme sostanziali del codice penale o delle leggi speciali. Richiamando soltanto le situazioni maggiormente osservate in ambito scolastico, occorre ricordare che la detenzione di sostanza stupefacente per un uso non esclusivamente personale o la cessione a qualsiasi titolo della stessa costituisce violazione dell’art. 73 DPR 9 ottobre 1990 n. 309 con una previsione di pena che può andare, nell’ipotesi più attenuata, da uno a sei anni di reclusione; l’impossessamento di un oggetto, magari griffato, qualificato da un atto contestuale di minaccia – e cioè la prospettazione di un male ingiusto altrui il cui verificarsi dipende dall’agente – o di violenza diretta alla persona integra il delitto di rapina (art. 628 c.p.) che prevede l’irrogazione di una pena detentiva da tre a dieci anni di reclusione; la richiesta di un oggetto rafforzata, per indurre il proprietario alla cessione del bene, da minaccia o violenza, costituisce il delitto di estorsione (art. 629 c.p.) che prevede una sanzione detentiva da cinque a dieci anni di reclusione; il contatto repentino imposto, e non voluto dalla vittima, con una zona erogena del corpo integra il delitto di violenza sessuale (art. 609 bis c.p.) che prevede, nella ipotesi di minore rigore, una pena da cinque a dieci anni di reclusione riducibile fino ai due terzi. Il nuovo reato c.d. di stalking, di cui all’art. 612 bis c.p. (“Atti persecutori”) prevede una condotta reiterata che può essere realizzata o attraverso la definita attività di minaccia oppure mediante la non tratteggiata attività di realizzazione di molestie che, in quanto non tipizzate, consentono una interpretazione più libera e maggiormente adeguata alla imprevedibile e fantasiosa condotta insidiosa realizzata dal reo (attività diffamatorie, furto di identità, rivelazione di dati sensibili della vittima, pedinamenti) anche attraverso i sistemi di comunicazione a diffusione informatica. Alla condotta deve poi conseguire, attraverso uno sviluppo eziologico, uno degli eventi alternativamente richiesti per l’integrazione della fattispecie e cioè: lo stato di ansia o di paura della parte lesa, ulteriormente qualificato come “grave e perdurante”; il fondato timore della vittima per l’incolumità propria o di persone a lei vicine; l’alterazione delle proprie abitudini di vita. Tale reato è procedibile a querela di parte e prevede una pena detentiva da sei mesi a quattro anni di reclusione.

I doveri del corpo insegnante. Normalmente gli insegnanti sono considerati degli incaricati di pubblico servizio poiché non svolgono semplici mansioni di ordine o di opera meramente materiale, ma realizzano un’attività disciplinata nelle stesse forme della pubblica funzione ma caratterizzata dalla mancanza dei poteri decisionali tipici di quest’ultima (art. 358 c.p.). In quanto tali, ai sensi dell’art. 331 del codice di procedura penale, sono tenuti a denunciare alla polizia giudiziaria o al pubblico ministero la notizia – e cioè l’esistenza secondo gli elementi nella loro disponibilità di conoscenza – di un reato perseguibile d’ufficio della quale siano venuti a conoscenza nell’esercizio o a causa delle loro funzioni. La condotta omissiva costituisce fattispecie di reato (art. 362 c.p.). Sempre gli insegnanti sono investiti di un particolare ruolo che viene definito nell’ordinamento “posizione di garanzia” e che impone una serie di attività di intervento affinché i soggetti “deboli” a loro affidati, e cioè gli alunni durante lo svolgimento dell’attività scolastica o parascolastica, non siano messi in una situazione di pericolo dalla quale possano derivare situazioni dannose. Ai sensi dell’art. 40 cpv. del codice penale “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”. Occorre tuttavia ricordare come la posizione di garanzia in capo agli addetti del servizio scolastico nei confronti dei soggetti affidati alla scuola si configuri diversamente a seconda, da un lato, dell’età e del grado di maturazione raggiunto dagli allievi oltre che dalle circostanze del caso concreto, e, dall’altro, degli specifici compiti di ciascun addetto, ma si caratterizza in generale per l’esistenza di un obbligo di vigilanza nei confronti degli alunni, al fine di evitare che gli stessi possano recare danno a terzi o a sé medesimi, o che possano essere esposti a prevedibili fonti di rischio o a situazioni di pericolo.

Misure di prevenzione e intervento Nell’affrontare il problema del cyberbullismo a scuola, un elemento chiave è il riconoscimento che gli sforzi di prevenzione e di intervento dovrebbero scaturire dall’azione congiunta di scuole, famiglie e della comunità in generale. Il personale scolastico è chiamato ad assumere un ruolo guida nell’affrontare le ragioni per cui gli adolescenti diventano cyberbulli, come i cyberbulli possono essere puniti, insegnare agli adolescenti a non stare a guardare o permettere che il bullismo (in qualsiasi forma) sia tollerabile e insegnare loro a non ignorare il dolore che il cyberbullismo causa agli altri (Strom & Strom, 2005; Willard, 2005). La prevenzione dovrebbe essere diretta ad aiutare i giovani a sviluppare atteggiamenti e comportamenti pro-sociali in modo che possano costruire e mantenere relazioni sane sia dentro sia fuori le mura scolastiche (Olweus, 1992, 1993, 1994; Pepler & Craig, 2000). Benché il cyberbullismo si caratterizzi per l’anonimato del bullo in un ambiente virtuale, le sue conseguenze influenzano l’apprendimento nell’ambito scolastico. Per questa ragione il personale scolastico ha la responsabilità di intervenire su temi legati al cyberbullismo al fine di creare un sano e pacifico clima scolastico (Li, 2006; Shariff, 2005; Willard, 2003), ed è incoraggiato ad aiutare i ragazzi che si trovano in difficoltà (Willard, 2003). È importante per le scuole promuovere un ambiente scolastico in cui tutti gli studenti si sentano compresi e in cui le denunce di cyberbullismo siano affrontate attraverso gli strumenti educativi e comunicativi, piuttosto che di repressione (Shariff, 2005).

Intervento globale: the bullying prevention program The Bulliyng Prevention Program (BPP) rappresenta un approccio globale, un programma specificatamente progettato a livello scolastico per affrontare i problemi del bullismo a scuola. Esso comporta un maggiore coinvolgimento positivo (ad esempio, aumentando la consapevolezza della gravità del bullismo, rafforzando il controllo e la vigilanza degli studenti) da parte degli adulti (insegnanti e genitori) nel sistema scolastico, ed ha come obiettivo la limitazione dei comportamenti inaccettabili (ad esempio, ha chiaramente comunicato le regole contro il bullismo), delle conseguenze negative coerenti alla violazione del regolamento, e la promozione di modelli di comportamento positivi degli adulti. Utilizzare il BPP come modello serve, come approccio, anche per i casi di cyberbullismo e le seguenti indicazioni saranno di aiuto al personale scolastico per predisporre misure di prevenzione e di intervento: • Interventi a livello scolastico. Sono progettati per migliorare il clima scolastico, per creare un ambiente sicuro e positivo di apprendimento, e per raggiungere l’intera popolazione scolastica. Lo scopo è ridurre, se non eliminare, gli esistenti problemi di bullismo/vittimizzazione tra gli studenti all’interno e all’esterno del sistema scolastico, prevenire lo sviluppo di nuovi problemi e creare migliori relazioni tra i pari. • Interventi a livello di sistema. Includono attività come la somministrazione di un questionario anonimo per valutare la natura e la portata dei problemi di bullismo/vittimizzazione dentro e fuori dalle mura scolastiche, lo sviluppo di un comitato di coordinamento (una squadra rappresentativa della scuola) per pianificare e coordinare il programma e le attività di prevenzione della violenza, condurre servizi interni per il personale ed i genitori, aumentare la vigilanza, implementare le regole a livello scolastico, ottenere il coinvolgimento dei genitori. In sintesi, insegnanti e personale scolastico devono: 1. Includere lezioni sul cyberbullismo per implementare le competenze sociali ed educare alla risoluzione dei conflitti attraverso il miglioramento delle capacità di decisone, di problemsolving e comunicative degli studenti, focalizzarsi sul valore della gentilezza e rispetto per l’altro. 2. Fornire specifiche linee guida su come prevenire e fermare il cyberbullismo. 3. Migliorare il clima sociale nella classe. 4. Insegnare agli adolescenti come rispondere e, più importante, quando ignorare i cyberbulli e le forme di prevaricazioni online. 5. Educare tutti gli studenti circa l’importanza di parlare, fornire assistenza alle vittime e segnalare gli incidenti di cyberbullismo. 6. Fortificare gli adolescenti per prevenire in modo indipendente e rispondere alle preoccupazioni sul cyberbullismo e la sicurezza in internet. 7. Collaborare con la famiglia nell’educazione degli adolescenti per sviluppare capacità quali l’autocontrollo e la preoccupazione per il benessere degli altri. 8. Pianificare interventi individuali per gli studenti coinvolti nel bullismo o nel cyberbullismo, sia come bulli sia come vittime. 9. Fornire un sostegno continuo alla vittima per affrontare il malessere inflitto dal bullo e cercare di insegnare alla vittima le competenze efficaci per prevenire e gestire il cyberbullismo. 10. Lavorare con chi commette queste forme di prevaricazione: gli insegnanti dovrebbero esplorare le ragioni per cui gli studenti si comportano in questo modo e perché molestano gli altri online. 11. Pianificare attività che promuovano la capacità di assunzione di competenze e l’empatia, aiutare chi usa la rete per aiutare il bullo a comprendere e sperimentare l’impatto emotivo che il suo comportamento ha sugli altri.

cos’altro si può fare Con il progetto Tabby abbiamo voluto fare qualcosa in più per affrontare questo problema e per aiutare ragazzi e ragazze a non trovarsi nei guai nell’utilizzo della rete, cercando di fornire strumenti e informazioni utili a insegnanti e genitori per comprendere i segnali premonitori e non sottovalutare i problemi quando si presentano. Qui di seguito illustriamo il materiale che forma il Kit di intervento: il video e la Tabby check-list. la check-list tabby Tabby è un questionario, o meglio una check list in cui si chiede ai ragazzi e alle ragazze informazioni su quello che succede loro a scuola e sull’utilizzo che fanno di internet. Le risposte che i ragazzi e le ragazze forniscono sono utili a stimare in che misura i loro comportamenti nella vita reale e in internet li pongono a rischio di agire o subire le prepotenze online. Alla fine della check-list i ragazzi ottengono un punteggio che consentirà loro: • di sapere se sono a rischio di essere coinvolti in queste dinamiche. • di ottenere consigli per non rischiare di cadere nella rete. tabby è uno strumento interattivo ed è utile per capire: • cosa sta accadendo ai ragazzi nella loro vita online • che livello di rischio hanno di subire molestie e minacce online che possono limitare la loro libertà e diminuire la qualità della loro vita. I ragazzi compilano il TABBY online all’indirizzo www.tabby.eu leggendo con attenzione le istruzioni e prestando molta attenzione alle domande, a quello che gli si chiede e indicando la risposta corrispondente alla loro condizione: non ci sono risposte ‘giuste’ o risposte ‘sbagliate’, ognuno dovrà scegliere la risposta che meglio corrisponde alla propria esperienza. Più accurati sono i ragazzi nel fornire le risposte, più la corrispondenza al profilo sarà esatta e utile per loro. I questionari sono compilati nel rispetto della vigente normativa sulla privacy.

I video Il DVD è formato da 4 brevi filmati di animazione, utili per spiegare cosa accade quando online, nella rete o con i cellulari si sottovalutano i potenziali rischi. I video sono destinati ai ragazzi per poi discuterne con loro i contenuti e possibili soluzioni. è importante che la checklist Tabby sia compilata dai ragazzi, prima di vedere il video.

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