De Magistris-Salvini, scintille in tv da Maria Annunziata: “E’ contro Sud”, “Sei un poveretto”

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Incroci ad alta tensione ieri a “In Mezzora” di Lucia Annunziata su RaiTre. Per pochi secondi, infatti, si sono sovrapporti il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e il leader della Lega Matteo Salvini. Tra i due, dopo le polemiche della scorsa settimana sul comizio di Salvini a Napoli e relative violenze, il gelo è totale, rotto solo da un formale «buonasera» che i due si sono scambiati su invito dell’Annunziata. Per il resto entrambi sono rimasti sulle loro posizioni. Per De Magistris «Salvini non è il nuovo, perché ha governato con Berlusconi. Io vicino ai centri sociali? Loro sono la gente e combattono la camorra». Ancor più secco Salvini: «Sono qui a parlare d’altro, non a quel poveretto che sta lì. Mi spiace per i napoletani che devono sopportarlo».

A Napoli abbiamo assistito ad un’esplosione di violenza, di autoritarismo, di incapacità, di provocazione, di disinformazione, di attacchi politici alla città e al suo sindaco.E quando la stampa non fa il suo mestiere, succede che agli occhi del pubblico, la questione Napoli, si riduca al diritto di parola di Salvini. Con le sue dichiarazioni intolleranti ed irresponsabili De Magistris ha chiare responsabilità sugli incidenti a Napoli, per questo lo invitiamo a rassegnare immediatamente le dimissioni da sindaco.

Quando la parte politica del sindaco di Napoli – ripetiamo: la sua piccola parte, non il resto dell’elettorato – si spenderà nel contrasto alla Lega, alla xenofobia e al neofascismo, nessuno avrà più credito dell’ex pm, capo del movimento Dema. Il sindaco ha semplicemente espresso la contrarietà ad un’iniziativa assolutamente inopportuna: la presenza alla Mostra d’Oltremare, in un luogo dell’amministrazione o comunque riconducibile all’amministrazione, di un esponente politico che si è distinto per apologia del fascismo, atteggiamenti xenofobi e razzisti. Il messaggio di Salvini riflette le caratteristiche basilari del “discorso vittimista”: la deresponsabilizzazione, il rifiuto della complessità, il machismo di ritorno, la gogna pubblica per chi sbaglia, la doppia morale su mediazioni e compromessi, l’egoismo “nazionale” e la cura del proprio particolare. Dicono che sono di diversi collettivi, antagonisti dei centri sociali come Insurgencia, e qualche ultras. Finisce con il quartiere Fuorigrotta ostaggio della guerriglia urbana per 45 minuti, ridotto a un campo di battaglia con macchine devastate, segnali stradali divelti, cassonetti dei rifiuti dati alle fiamme, la gente presa dal panico che si rifugia nei palazzi e nei negozi, sei fermi tra gli attivisti dei centri sociali e più di trenta feriti (26 tra polizia e carabinieri, 6 tra i manifestanti) per un pomeriggio di violenza che a Napoli non si ricordava da tempo, dalla riunione della Bce a ottobre 2014. Nel piazzale davanti al tribunale, sono schierate le forze dell’ordine in tenuta antisommossa, che tengono sotto controllo la situazione. “Riduciamo tutto a quello che è stato, una pagina triste”, ha dichiarato il sindaco.

“Siamo per il dissenso, siamo perché si facciano manifestazioni non violente, pacifiche, solari”. I due “Matteo”, stavolta, si trovano dalla stessa parte della barricata. “Mai”, argomenta il sindaco. Dal corteo si stacca un gruppo di violenti che fa il giro della piazza e sorprende le forze dell’ordine alle spalle con il lancio di molotov e pietre. Un brutto episodio che andava sicuramente condannato ma senza ingigantirne la portata, chiedendo ai giovani lavoratori che se ne erano resi responsabili di fare ammenda e restaurando un clima di comprensione civile che mettesse al bando ogni razzismo. E forse qualcuno voleva.

Manifestazione per la liberazione degli arrestati. In quella sede si è manifestata tutta la nostra tensione.

La Lega apre alla federazione del centrodestra

Dopo mesi di schermaglie, litigi e incomprensioni, Matteo Salvini sembra pronto a riavvicinarsi al cantiere del centrodestra. Saranno le elezioni che si avvicinano, i sondaggi che vedono la Lega inchiodata a quel 13-15% tendente al basso o la strizza di un ritorno in grande stile di Silvio Berlusconi alla guida di quell’area politica. Fatto sta che Matteo per la prima volta da mesi ieri è tornato a parlare di una «federazione» del centrodestra, scacciando i fantasmi di un quarto polo populista che, per quanto quotato nell’opinione pubblica, avrebbe avuto il solo risultato di spianare la strada verso palazzo Chigi ai 5 Stelle.
Certo il leader della Lega lo fa a modo suo, dettando condizioni chiare e, almeno a parole, non trattabili. A partire dal «no» secco alla lista unica. «Non scioglierò la Lega in un listone – ha spiegato a “In Mezzora” -.

Lavorerò per un’alleanza la più grande possibile, ma che non guardi al passato». E qui arriva il secondo paletto: «No ai minestroni, no ad Alfano, Cicchitto, Verdini» perché «siamo nel 2017, ci sono sfide nuove, il mondo è cambiato. Giusto avere memoria di quello che si è fatto ma bisogna guardare avanti». Per Salvini «ci vuole un programma condiviso che va sottoscritto il giorno prima delle elezioni, non quello dopo». Programma sul quale «stiamo lavorando da tempo e su alcuni punti – chiarisce il leader del Carroccio – non sono disponibile a tornare indietro. Ho visto, per esempio, che Berlusconi pensa a una tassa unica al 23/24%. Bravo, così milioni di italiani pagheranno di più…». Il leader della Lega sa anche con chi scriverlo quel programma: «Con Berlusconi non ci sentiamo da tempo, ma lo vedrò, così come vedo Giovanni Toti, Giorgia Meloni e tanti italiani tornati ad avere fiducia in qualcuno e che ci chiedono di non fare minestroni».

Il vero nodo in questo delicato riavvicinamento resta però la leadership del centrodestra. Salvini non sembra disposto a fare passi indietro, magari in favore di un «riabilitato» Berlusconi o di qualche new entry azzurra. Tanto che ieri si è candidato prima a fare il ministro dell’Interno «per sei mesi, così sistemo un po’ di problemi» e poi si è detto pronto «a sfidare Renzi e Grillo per fare il premier, perché dietro di me c’è una squadra fortissima. Io a differenza degli altri due non cambio idea a seconda dei sondaggi».

Salvini (con Toti e Meloni) starebbe anche studiando il nome da dare alla Federazione. A Matteo piace molto «Prima gli Italiani», che racchiude in sé tutte le caratteristiche deiparti- ti che dovrebbero aderirvi: il «prima…» richiama molto una serie di campagne che hanno caratterizzato il nuovo corso della Lega (Maroni in Lombardia quattro anni fa trionfò con lo slogan “Prima il Nord”); la parola «italiani», invece, risolverebbe a Salvini un sacco di grane (ma non tutte), perché accontenterebbe Forza Italia e i sovranisti di Fratelli d’Italia e darebbe nuova linfa al progetto sudista “Noi per Salvini” che, va detto, a dispetto dei numeri dichiarati riguardanti circoli e iscritti, all’esame delle urne ha suscitato più di una perplessità. A creare problemi al «Prima gli Italiani», così, rimarrebbe la spina dorsale della Lega Nord, quei militanti di lungo corso allergici a tutto quello che contiene “Italia” nel nome e che in questi giorni si stanno scaldando per i referendum sull’autonomia di Lombardia e Veneto, piuttosto che per la deriva sudista del loro leader.

A dar man forte alla visione sovranista di Salvini, sono arrivate ieri, dagli schermi di Rai- news dove era ospite, le parole di Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d’Italia non ha usato mezzi termini nello spiegare il ruolo che Berlusconi dovrà avere in questa federazione: «Io mi auguro che possa contribuire, ma non può pretendere di decidere. Spero che Berlusconi possa tornare presto a fare politica nel pieno delle sue funzioni, ma quello della leadership è un altro tema». La Meloni, poi, ha anche punzecchiato il leader di Forza Italia che aveva ammonito contro i pericoli del populismo: «Sentirlo pronunciare quelle parole mi fa sorridere: il primo in Italia ad essere stato definito populista è lui. Trovo innaturale – ha chiuso la Meloni – su questo tema vederlo a braccetto con Merkel e Sarkozy: gente che ha brigato contro di lui».

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