Delitto Alatri, la mamma di Emanuele ai funerali: “Mio figlio è morto per la cattiveria degli uomini”

Il feretro con la salma di Emanuele Morganti è stato trasportato a spalla da amici e parenti per tutti i 500 metri che separano la sua abitazione di Tecchiena, la frazione di Alatri dove è nato e cresciuto, fino alla chiesa Santa Maria del Rosario dove ieri oltre 5mila persone hanno partecipato alle esequie per dare l’ultimo saluto al 20enne morto domenica scorsa dopo una notte di follia all’esterno di una discoteca.

Parole toccanti quelle dei familiari, rimasti in silenzio dal giorno della tragedia. «Dio l’ha ricevuto per preservarlo dalla cattiveria umana», dice mamma Lucia. «Ciò che hai lasciato in noi non potrà essere cancellato neppure dal più vile degli assassini», aggiunge la sorella Melissa. L’invito del mons. Lorenzo Loppa, il vescovo che ha celebrato la messa, è invece quello a «scegliere la non violenza come stile di vita». Palloncini e colombe bianche hanno spiccato il volo per accompagnare l’ultima volta il povero Emanuele.

Uno dei due indagati per l’omicidio di Emanuele Morganti, Mario Castagnacci, era stato fermato a Roma giovedì 23 marzo perché trovato in possesso di centinaia di dosi di droga ma fu rilasciato il mattino successivo, ovvero il 24 marzo. Il gip, convalidando l’arresto per Castagnacci e altri tre complici, riconobbe la tesi difensiva del “consumo di gruppo” che portò alla scarcerazione.

Tuttavia, secondo una prima verifica, il colpo risultato letale, quello che ha sfondato il cranio di Emanuele, è stato inferto con un corpo contundente, probabilmente un manganello di lunghe dimensioni, pare del tipo telescopico estensibile. I due erano noti in paese come personaggi violenti, picchiatori, pronti ad alzare le mani per dimostrare di essere “i capi” della cittadina e per questo, intorno a loro, si era creato un clima di omertà, scacciato solo grazie alle insistenze dei Carabinieri. L’esame autoptico si svolgerà a Roma.

Mentre infatti Mario Castagnacci e Paolo Palmisani, rinchiusi da martedì mattina nel carcere romano di Regina Coeli, sono stati trasferiti in isolamento dopo le minacce di alcuni detenuti e per il rischio di ritorsioni, Tony Ceccarelli, difensore del cuoco, ha deciso di rinunciare all’incarico. Questi ha reagito ed é scoppiata una lite.

A pochi giorni dall’omicidio di Emanuele, morto dopo 36 ore di agonia, gli inquirenti cominciano a vederci più chiaro e tratteggiano un quadro dell’accaduto della sera del 25 marzo. Gli interrogatori si terranno per rogatoria, poiché i due ragazzi sono stati fermati nella capitale.

Nonostante indizi concreti sui due fermati, c’è ancora molto da investigare -ha concluso De Falcoabbiamo sentito una decina di persone e le versioni sono contrastanti, stiamo ricostruendo tutto per capire chi è stato coinvolto nelle aggressioni“. Tra l’altro, anche il padre dei due ragazzi, sarebbe tra gli indagati: ancora da chiarire il suo ruolo nel pestaggio costato la vita a Emanuele Morganti.

La ricostruzione – Al ‘Mirò’, un locale in piazza Margherita nel centro storico di Alatri – già teatro di altre risse in passato – Emanuele Morganti era arrivato dalla frazione di Tecchiena, dove abita con la famiglia, assieme alla sua ragazza per ascoltare musica. Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Frosinone Dr. V.MISITI, che concordando con le risultanze investigative emetteva i provvedimenti di fermo eseguiti, hanno permesso di ricostruire con meticolosità i fatti che hanno portato alla morte del giovane operaio alatrense. Una morte così. Ricordo uno dei tuoi ultimi messaggi di venerdì pomeriggio: ‘ti amo più di ogni altra cosa’ – aggiunge rivolgendosi a lui – E continuerò a ricordarlo per sempre, come continuerò a ricordare anche te.

È stato un giorno cruciale, quello di ieri, nelle indagini per l’omicidio di Emanuele Morganti, il 20enne di Tecchiena pestato a sangue venerdì notte fuori dal Mirò Music Club di Alatri e deceduto domenica scorsa a causa delle fratture craniche e vertebrali dovute alle percosse. All’istituto di medicina legale è stata eseguita l’autopsia sul cadavere: il giovane è stato ucciso da un solo colpo mortale alla testa. Un elemento decisivo per stabilire le responsabilità certe dei sette indagati e di tutti coloro che a vario titolo hanno partecipato al pestaggio.

L’esame, anche se solo parziale e non definitivo, aggrava notevolmente le posizioni di Mario Castagnacci (27 anni) e Paolo Palmisani (20 anni), entrambi detenuti in isolamento presso il carcere di Regina Coeli con la medesima accusa di omicidio volontario. Ora resta da stabilire chi sia il responsabile materiale del colpo mortale, inferto con un tubolare di ferro, una spranga, un manganello o un semplice pugno ben assestato che ha stroncato la vita di Emanuele. Gli altri indagati, invece, il cinquantenne Franco Castagnacci (padre di Mario) e i quattro buttafuori del Mirò, sono accusati solo di rissa. Uno degli uomini della sicurezza, di nazionalità albanese, avrebbe aiutato Franco Castagnacci a bloccare Gianmarco Ceccani mentre cercava di sottrarre l’amico dalle grinfie del branco, mentre nell’automobile di un altro, italiano e residente nel vicino comune di Ceccano, sarebbe stato rinvenuto un manganello utilizzato per pestare Emanuele dentro e fuori dal locale.

Questa mattina, intanto, dovrebbe svolgersi l’udienza di convalida del fermo operato dai carabinieri di Alatri. A Roma, dove Castagnacci e Palmisani sono stati catturati, il gip Anna Maria Gavoni dovrebbe tenere l’interrogatorio, convalidare l’arresto e trasmettere la pratica ai colleghi Ciociari. All’una di stanotte scadono i tempi per effettuare tale adempimento e se per qualche malaugurata ipotesi dovessero scadere, i due detenuti potrebbero addirittura essere scarcerati. Se il legale di Castagnacci, Tony Ceccarelli, non avesse rimesso il mandato di difesa mercoledì scorso, probabilmente l’udienza, che deve tenersi in contemporanea per entrambi, si sarebbe già svolta.

Intanto, il giudice per le indagini preliminari Chiara Riva, che scarcerò Mario Castagnacci lo stesso giorno dell’omicidio di Emanuele Morganti, è finito nel mirino del Comitato di presidenza del Csm e del ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Ho predisposto gli accertamentiper verificare se ci sono gli estremiper l’invio degli ispettori», spiega il Guardasigilli, «come sempre quando emergono elementi di abnormità».

Il consigliere laico Pierantonio Zanettin, invece, ha richiesto l’apertura di una pratica in per valutare la sussistenza dei presupposti per un trasferimento d’ufficio nei confronti del giudice del Tribunale di Roma per incompatibilità. Sotto accusa la scelta del gip di riconoscere la tesi difensiva sostenuta proprio da Ceccarelli del «consumo di gruppo» della droga rinvenuta nell’appartamento ro – mano di Castagnacci e di tre coinquilini. Le dosi, già pronte per esse – re spacciate, i precedenti penali del 27enne, già nel 2011 condannato per traffico di droga, e i bilancini di precisione avrebbero dovuto portare il giudice ad accogliere la richiesta del- l’obbligo di firma, in attesa del processo, elaborata dal pm.

«La vicenda processuale merita un approfondimento da parte del Consiglio Superiore della Magistratura», sostiene Zanettin, «per verificare la correttezza dell’iter. È del tutto evidente che gli esiti tragici della vicenda non possono essere addebitati al magistrato che ha disposto la scarcerazione dello spacciatore, ma è altrettanto evidente che si sarebbero evitati, applicando canoni ermeneutici diversi e più rigorosi, in tema di spaccio di stupefacenti»

È da venerdì notte che ad Alatri familiari, amici e semplici conoscenti di Emanuele Morganti, il 20enne morto dopo un’aggressione subìta fuori dal Music Club Mirò, cercano di appellarsi ai “se” e ai “ma”. «Se non fosse tornato indietro a prendere la sua Ketty…», «Se qualcuno dei presenti fosse intervenuto…», «Se i buttafuori avessero fatto il loro lavoro…». A tutte queste ipotesi che non fanno altro che acuire un dolore inspiegabile, se n’è aggiunta un’altra: cosa sarebbe successo se Mario Castagnacci, uno dei due fermati con l’accusa di omicidio volontario, non fosse stato a piede libero? Forse, Emanuele sarebbe ancora ai tavoli del bar Angels insieme a tutti i suoi cari.

Già, perché giovedì notte, 24 ore prima del massacro, il 27enne di Alatri era stato arrestato dalla compagnia dei Carabinieri di San Pietro, a Roma, nel suo appartamento in via Casilina 353, dove viveva insieme ad altri due concittadini e una ragazza toscana. I militari, dopo aver reperito informazioni riguardo un’attività illecita di traffico di stupefacenti nel quartiere Pigne- to, hanno perquisito l’appartamento dei quattro ragazzi dove, la sera del 23 marzo, hanno trovato 43 grammi di hashish divisa in 4 frammenti, 6 grammi di marijuana disposti in un unico involucro e 7,5 grammi di cocaina pura al 97% anch’essa divisa in 4 involucri.
In particolare, sono stati rinvenuti 0,5 grammi di hashish nelle tasche di Mario e altri 39 grammi nascosti nella sua camera da letto.

Oltre agli stupefacenti, una serie di bilancini di precisione e diversi fogli con appunti di nomi e sigle, presumibilmente utilizzati per gestire l’attività di spaccio. Il pm ha dapprima convalidato gli arresti, lasciando i quattro ai domiciliari per la notte di giovedì, mentre la mattina successiva durante il processo per direttissima ha richiesto al giudice Chiara Riva una misura cautelare: l’obbligo di firma. Il legale degli imputati, Tony Ceccarelli, ha chiesto invece che venissero lasciati in libertà, asserendo che non ci fosse il pericolo che i soggetti potessero commettere altri reati e che per consumo di gruppo potessero permettersi le quantità di stupefacenti rinvenute per via delle possibilità economiche. Il giudice, accolta la richiesta della difesa, ha rilasciato i quattro giovani. A quel punto Mario Castagnacci è tornato il pomeriggio stesso ad Alatri, dove la sera si è consumata la tragedia.

«Nessuno può prevedere il futuro», dice Ceccarelli a Radio Capital. Tuttavia, si tratta di un provvedimento discutibile, dacché Castagnacci non più tardi di 4 anni fa aveva già scontato oltre un anno agli arresti domiciliari per traffico di droga. Precedenti penali, uniti agli strumenti per lo spaccio e agli appunti, che sarebbero stati quantomeno “sottovalutati” dal giudice. Tony Ceccarelli è lo stesso avvocato che ha in un primo momento accettato il mandato per difendere Castagnacci anche dall’accusa di omicidio volontario per la morte di Emanuele Morganti, salvo poi rinunciare all’incarico. Si è ipotizzato, in un primo momento, che la scelta fosse arrivata in seguito a delle minacce ricevute da parte di parenti e amici della vittima, circostanza smentita dallo stesso legale.

Da dove provengano le disponibilità economiche riconosciute a Castagnacci resta tuttavia poco chiaro, poiché la sua attività di cuoco, svolta presso un ristorante di San Felice Circeo, sarebbe stata abbandonata da anni. Castagnacci e Paolo Palmisani, 20 anni, l’altro arrestato con la medesima accusa, restano detenuti nel penitenziario di Regina Coeli, posti in isolamento per timore di ritorsioni, poiché l’efferatezza del branco che hanno composto avrebbe infranto il codice d’onore che vige tra carcerati. Oggi sarà affidato a un medico legale l’incarico di eseguire l’autopsia sul corpo di Emanuele. L’accertamento autoptico si terrà a Roma, ma l’incarico sarà disposto dalla Procura di Frosinone, che nella giornata di ieri ha proseguito gli interrogatori anche di alcuni testimoni oculari, tra cui Gianmarco Ceccani, l’amico di Emanuele che ha tentato invano di intervenire per evitare il massacro.

Fratellastri si può dire Patata bollente invece è vietato

Fratellastri. Erano anni che non si leggeva questo termine, in questi giorni evidenziato sulle prime pagine di tutti i quotidiani. É stato usato per descrivere il legame di parentela dei due giovani assassini di Alatri, che in una notte buia hanno massacrato ed ucciso un loro coetaneo ventenne per futili motivi.

Letteralmente fratellastro significa “fratello unilaterale”, figlio cioè dello stesso padre e di madre diversa, o viceversa, e si declina anche al femminile con il termine sorellastra. Il suffisso alterativo “astro”, di origine latina, viene adoperato per la derivazione di nomi peggiorativi e spregiativi, quali medicastro, giovinastro, pollastro, e di aggettivi indicanti una tonalità non pura (giallastro, rossastro, biancastro) o di un gusto non netto (dolciastro, salmastro), ed il suo valore riduttivo in origine veniva usato per indicare una specie selvatica di pianta rispetto ad una coltivata e curata (oleaster per gli olivi), per poi, in epoca tarda, essere utilizzato con riferimento a persone (figliastra), ma sempre sottintendendo una mancanza di purezza di specie, vegetale, animale o umana, con un valore intenzionale peggiorativo.

I due fratellastri di Alatri, definiti sui giornali anche “indiretti” perché la madre di uno ha fatto un figlio con il padre dell’altro, hanno polverizzato con il loro atto criminale la definizione letterale del termine che li indica diversi, ed anche le leggi della natura che li marchia per metà come geneticamente distinti, perché invece hanno dimostrato di avere in comune non solo una stramba parentela, ma un identico e fraterno istinto bestiale che li ha portati entrambi, con la stessa ferocia e mostruosità, a massacrare con colpi e calci mortali un ragazzo come loro, in una simbiosi di aggressività che li ha indotti alla fine addirittura a sputare entrambi sul corpo della loro vittima agonizzante.

Vivendo in un’epoca di famiglie allargate, con genitori che si separano e ne creano di nuove, che generano figli con uomini e donne differenti, per poi non essere in grado di seguirli con le stesse attenzioni ed educazioni di un figlio convivente, non possiamo meravigliarci di ritrovarci sorpresi ed increduli di fronte alle loro azioni, strane o violente che siano, che non sospettavamo e non avremmo mai immaginato, non conoscendole se non distrattamente, lavandoci le coscienze con la definizione di “fratellastri”, come se il loro legame di sangue fosse stato inquinato da un innesto estraneo e maligno. Perché tra le righe di tutte le cronache del caso lette in questi giorni, questo termine è stato sottolineato con l’intento di giustificare e di motivare un comportamento criminale che evidentemente ha ben altre origini, che non sono certamente cromosomiche.

E l’ironia della sorte ha fatto sì che nella stessa tragica giornata di Alatri, sui giornali infuriasse anche la polemica sull’ennesima frase infelice riguardo ai giovani del ministro Poletti, il quale dichiarava alla platea di ragazzi che aveva davanti: «Meglio giocare a calcetto che inviare curriculum» provando poi a rimediare dicendo che «il calcetto è una metafora delle relazioni sociali ed amicali». Ecco, i due fratellastri in questione, fratelli anche di sventura, probabilmente un curriculum da spedire non lo avevano proprio, ed hanno usato quei calcetti di relazioni sociali ed amicali come colpi mortali, con la forza della rabbia dei figliastri, con gli effetti dell’alcol e forse della droga, ma con la determinazione bestiale della loro follia omicida. E chiamarli fratellastri non peggiora o aggrava la loro personalità ed il loro atto efferato, ma rafforza soltanto il suo significato originale, usato appunto per indicare una pianta cresciuta in modo selvatico, senza qualcuno in grado di curarla, di coltivarla e magari di raddrizzarla.

ROMA II tempo di uscire da dietro le sbarre e far del male, sfogarsi, uccidere sotto l’effetto di alcol e droga. Tutto troppo ravvicinato. Fa rabbia e discutere, l’aver scoperto che giovedì 23 marzo, proprio il giorno prima del pestaggio mortale contro Emanuele Morganti, Mario Castagnacci (già arrestato nel 2011 in possesso di 5 chili di hashish, e con un altro procedimento in corso per traffico di stupefacente), era finito di nuovo in manette. I carabinieri della stazione San Pietro l’avevano trovato in una casa al Pigneto dove assieme ad altri tre complici, nascondeva 300 dosi di cocaina, 150 di crack e 600 di hashish. Il pm chiese allora l’obbligo di firma, ma il giudice convalidando l’arresto per Castagnacci e altri complici riconobbe la tesi difensiva del «consumo di gruppo» che portò, nell’udienza per direttissima del giorno dopo alla scarcerazione, rigettando anche la richiesta del pubblico ministero. E così il bravo spacciatore, che viene descritto come un assiduo frequentatore della Roma bene, proprio quel drammatico venerdì alle due di notte tornò nella sua Alatri. Passò la sera a bere e fumare, assieme agli amici e al fratellastro, perdendo la testa a tal punto da pestare a più riprese il povero Emanuele nella centrale piazza Regina Margherita. Ora è accusato di omicidio volontario. Sarebbe stato proprio lui a sferrare il colpo mortale. Commenta Antonio Di Pietro: «Io anche con 10 bustine li mettevo in galera ma chi ne ha 100 è il capogruppo». Anche Angelo Ciocca, europarlamentare Lega Nord rimarca la «leggerezza incredibile che è costata la vita al giovane Emanuele e sui cui il ministro della Giustizia dovrebbe fare chiarezza».
GLI AVVERTIMENTI
Ora il rischio linciaggio è altissimo. I due fermati per il massacro di Alatri, sono in isolamento, sorvegliati a vista per paura di minacce e vendette da parte di altri carcerati, ma anche per evitare gesti di autolesionismo. Mario Castagnacci, 27 anni e Paolo Palmisani, 20, restano in celle separate e ben distanti, nel carcere romano di Regina Coeli. Il clima in torno a loro è ostile, come è teso nella cittadina teatro della tragedia, ronde, minacce agli avvocati e alle famiglie, paura di rappresaglie, si alternano a fiaccolate e inviti a ripristinare una convivenza civile. Intensificati i controlli anche sui social, dove i toni rabbiosi non accennano a smorzarsi: le bacheche facebook dei due si sono riempite di offese, insulti, minacce, un profilo è stato chiuso, le famiglie sono scappate. E avvertimenti arrivano anche da dietro altre sbarre. Un avvocato di Ceccano che ha rifiutato la difesa di un indagato ma che era nel penitenziario per assistere un altro cliente, si è sentito chiedere da un detenuto: «Dove stanno quei due? Se vengono a Frosinone ci pensiamo noi». Minacce rivolte ai soli due fermati per l’omicidio di Emanuele, 20 anni, il ragazzo di Tecchiena rincorso e ucciso a calci pugni e sprangate fuori a un locale, per una banale lite. I fratellastri catturati a casa di una parente romana, ora sono monitorati dalla polizia penitenziaria. Rinforzati i pattugliamenti anche ad Alatri. Gli indagati restano sette.
«GIUSTIZIA CI SARÀ»
Gli interrogatori continuano, i testimoni erano in caserma anche ieri. Il messaggio di Cosimo Maria Ferri, sottosegretario alla Giustizia, non lascia spazio a dubbi: «Quello che sta accadendo ad Alatri è un fatto davvero grave. Non può e non deve esistere una giustizia fai da te, neanche di fronte a un episodio così tragico come l’uccisione di un fratello, un amico, un figlio. Siamo vicini alla famiglia di Emanuele e a tutto il paese, dobbiamo dimostrarlo consegnando alla giustizia tutti i responsabili di quel pestaggio senza sconti né attenuanti. Lo Stato c’è e la risposta di giustizia sarà efficace e tempestiva». Intanto il sindaco Morini invoca «niente vendette, solo giustizia»; il vescovo Lorenzo Loppa durante la marcia silenziosa chiede di «evitare qualsiasi spirito di vendetta», perché nel paese il clima resta caldo. Una giornalista di La 7, sarebbe stata aggredita mentre riprendeva «una rissa tra gli amici di Emanuele Morganti», che a suo dire volevano andare a cercare un gruppo di albanesi.
CENTOCINQUE DEPOSIZIONI
Minacciato anche il padre di Mario Castagnacci, Franco, che avrebbe partecipato alla caccia all’uomo fuori dal Miro, ostacolando chi cercava di difendere Morganti. Anche i familiari dei ragazzi che hanno difeso Emanuele quella notte dall’incubo ripetono: «Fin quando tutti non saranno dentro i ragazzi hanno paura. Li hanno fatti testimoniare faccia a faccia, hanno ricevuto pressioni, minacce anche loro, un militare ha provato a dire “sarà caduto” ma gli hanno dato tutti contro. Piano piano anche altri si stanno facendo coraggio». Di notte, alla spicciolata, molti trovano la forza di raccontare: 105 le deposizioni, in caserma, la porta è ancora aperta.

Si accende la polemica sulla scarcerazione di Mario Castagnacci, pusher accusato di aver pestato a morte Emanuele Mor- ganti, poche ore dopo essere stato rilasciato da un fermo per spaccio. Mentre l’istituto di medicina legale di Tor Vergata conclude l’autopsia sul corpo del ragazzo, il consigliere laico Pierantonio Za- nettin ha chiesto al Csm di aprire una pratica per determinare i motivi della scarcerazione avvenuta venerdì scorso. «Una prassi» dicono a palazzo di Giustizia, che potrebbe mettere nuovamente nel mirino le misure considerate troppo blande contro alcol e stupefacenti.

Molti, moltissimi i colpi inferti ad Emanuele Morganti. Ma a determinare la morte è stato soprattutto uno, secco, «al capo» con un oggetto contundente del tutto compatibile con la brugola che, secondo il racconto dei testimoni, i due fermati, Mario Castagnacci e Paolo Palmisani, avrebbero usato per colpirlo. Il professor Saverio Potenza del centro di Medicina legale dell’università di Tor Vergata ha impiegato quattro ore per completare la prima autopsia, ma ora grande attenzione sarà data all’esame tossicologico, per accertare se lo stesso Morganti, quella notte, fosse sotto effetto di alcol o stupefacenti. Un esame difficile, visto che il giovane è morto dopo due giorni di ricovero (e infatti l’esame sarà fatto tenendo sott’oc- chio la cartella clinica dell’Umberto I). I segni sul corpo di Emanuele sono indubbiamente quelli della vittima di un violento pestaggio. Decine di traumi su tutto il corpo, compreso il volto e le braccia, alle quali si è sommato l’urto con una macchina in movimento.

Ad Alatri, intanto, è caccia all’arma, una brugola, una chiave simile a quelle che si usano per svitare i bulloni o un tubo di ferro (queste le ipotesi), con cui è stato colpito alla testa Emanuele nella terza fase del pestaggio. Ieri, infatti, sono state eseguite altre perquisizioni. Un’attività iniziata all’alba e andata avanti per l’intera giornata, durante la quale sono stati svolti altri interrogatori. Da giorni ormai gli investigatori stanno ascoltando chi si trovava nel locale e nelle vicinanze per fare piena chiarezza su quella notte di violenza, dal litigio iniziato nel circolo privato fino al massacro avvenuto nella piazza adiacente. Un’aggressione a più riprese: Emanuele è stato colpito con calci e pugni da diverse persone. Per risalire a chi affollasse il locale quel venerdì, si sono rivelati utili 433 scatti di un fotografo chiamato a immortalare la serata e da quel che si capisce presto potrebbero esserci ulteriori sviluppi.
Al momento, oltre ai due fermati con l’accusa di omicidio volontario, Mario Castagnacci e Paolo Palmisani, di 27 e 20 anni entrambi di Alatri, nell’inchiesta ci sono cinque indagati con l’ipotesi di rissa, tra loro quattro buttafuori del locale. Castagnacci e Palmisani avevano lasciato Alatri e sono stati individuati anche grazie al segnale del cellulare. Per loro questa mattina è prevista l’udienza di convalida del fermo e l’interrogatorio di garanzia davanti al gip Anna Maria Gavoni, poi gli atti saranno trasmessi alla procura di Frosinone. Ad Alatri, dopo le tensioni e l’appello del Comune «a rifuggire dai sentimenti di vendetta», i controlli di carabinieri e polizia sono stati intensificati, come disposto dal Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica.

L’apertura della pratica sulla scarcerazione di Castagnacci, come chiesto dal laico Zanettin, potrebbe essere decisa nei giorni prossimi. E per la stessa ragione il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, valuta l’invio di ispettori.

«Ucciso per vendetta» L’ipotesi della procura sul delitto di Alatri

ROMA Forse non era solo un banale litigio degenerato in follia e morte. Forse, a scatenare la ferocia del branco contro Emanuele Morganti, è stato un desiderio di vendetta, covato per quasi un anno tra le strade e le piazze della provincia, dove la rivalità può trasformarsi in odio. Un conto aperto e saldato in un venerdì che non è più stato come tutti gli altri. Le indagini sulla morte di Emanuele sono tutt’altro che concluse, anche se Mario Castagnacci e Paolo Palmisani rimarranno in carcere con l’accusa di omicidio aggravato dai futili motivi. Ieri, davanti al gip che ha convalidato il fermo e firmato l’ordinanza di custodia cautelare, sono rimasti entrambi in silenzio. Il procuratore Giuseppe De Falco e i carabinieri lavorano per identificare gli altri che hanno infierito sul ventenne, tirarli fuori dal branco, stabilire le responsabilità individuali. Cercano l’arma, quell’attrezzo a L che serve per svitare i bulloni e che sarebbe stato usato per colpire alla testa Emanuele. Ne parlano i testimoni, ma non è ancora stato trovato. Neppure il movente è chiaro, ma un’ipotesi si sta delineando. Perché Morganti, quasi un anno fa, aveva difeso una ragazza da uno del “gruppo”. Un’offesa che non gli sarebbe stata perdonata.

Sono tanti i testimoni che i carabinieri, coordinati dal pm Vittorio Misiti, hanno ascoltato in una settimana. Il racconto di chi ha visto, ha già portato in carcere Castagnacci e Palmisani. E mentre si ricostruiscono i dettagli di quella notte da incubo i militari tornano indietro per capire quali fossero le dinamiche del branco. È finito così agli atti quell’episodio: Emanuele aveva preso le difese di una ragazza che stava litigando con il fidanzato, un amico dei due indagati, uno del gruppo, finora rimasto fuori dall’inchiesta. L’ipotesi è che la sera dell’aggressione, quando al bancone del bar Mirò è cominciata la rissa e i buttafuori hanno cacciato dal locale Emanuele, in un clima tutt’altro che tranquillo, il branco abbia finalmente trovato l’occasione per saldare il conto ancora aperto. Una vendetta consumata in un venerdì da sballo di provincia.

Ieri, davanti al gip Anna Maria Gavoni, Castagnacci e Palmisani hanno preferito il silenzio. Le accuse sono state convalidate: rimarranno in carcere. L’ordinanza, firmata dal giudice, ri-
porta ancora quelle testimonianze che incastrano i due ventenni e stigmatizza la pericolosità sociale e il profilo criminale degli indagati. Il precedente di Castagnacci, scarcerato 24 ore prima del delitto, contribuisce a descriverne la personalità.

Non era andata così giovedì pomeriggio, quando proprio Castagnacci aveva deciso di rispondere per cinque ore alle domande di De Falco, per negare tutto. «Sì, è vero, ero in piazza venerdì sera, stavo lì nel casino, vedevo che lo colpivano, ma io non ho picchiato nessuno». Una tesi illogica, per la procura, smentita dalle testimonianze, concordi nell’indicare Castagnacci e Palmisani come attori principali del pestaggio. Fino all’ultimo colpo alla testa, quello fatale, inferto – come ha stabilito l’autopsia – da un oggetto contundente, forse proprio quell’attrezzo a L che brandiva Palmisani. Il pugno alla nuca, dopo il quale Emanuele si è accasciato sbattendo il capo su una macchina, è stato l’ultimo atto di questa tragedia.

Ieri centinaia di persone hanno dato l’ultimo saluto ad Emanuele alla camera ardente allestita al Policlinico romano di Tor Vergata. «Chiediamo giustizia, non vendetta – ha detto Francesco, il fratello di Emanuele – Era un angelo ed è inspiegabile quello che è successo. Solo Dio ci può dare una spiegazione». Oggi si ritroveranno tutti nella chiesa di Tecchiena, la frazione di Alatri, dove Emanuele viveva.

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