Depressione shock, possibile cura da un composto dei funghi allucinogeni

La depressione pare si possa curare non con un farmaco, bensì con dei funghi allucinogeni. Secondo quanto emerso da un recente studio, sembra che i sintomi della depressione si siano ridotti dopo alcune settimane dall’inizio di un nuovo trattamento e nello specifico grazie ad una sorta di reset dell’attività cerebrale. I risultati straordinari non sono stati ottenuti in seguito all’utilizzo di un farmaco specifico ma pare siano stati ottenuti grazie al principio attivo dei funghi allucinogeni, ovvero la psilocibina. Sono questi i risultati ai quali sono giunti i ricercatori dell’ Imperial College di Londra, i quali hanno utilizzato il composto psicoattivo che si trova nei funghi magici per poter trattare un piccolo numero di pazienti con depressione in cui il trattamento convenzionale era praticamente fallito.

Come abbiamo riferito, questi dati provengono da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature,  dove I ricercatori hanno utilizzato il composto psicoattivo che si trova naturalmente nei funghi allucinogeni per curare dei pazienti affetti da depressione, i quali pare non riuscissero a curare il disturbo in modo tradizionale. Questi risultati molto interessanti pare siano stati riferiti da 20 pazienti ai quali sono state somministrate ben due dosi di psilocibina e nell’arco di due settimane. Nello specifico si sono ottenuti dai miglioramenti della sindrome depressiva fino a 5 settimane dall’inizio del trattamento con questo principio attivo ed ancora pare che questo composto possa effettivamente reimpostare L’attività dei circuiti chiave del cervello che svolgono un importante ruolo nella depressione.

A testimonianza di quanto appena detto, sono stati paragonati e messi a confronto le immagini da risonanza magnetica dei cervelli dei pazienti prima con quelle del giorno dopo l’inizio della cura ed effettivamente sono stati evidenziati dei cambiamenti nell’attività celebrale, associati quindi a riduzioni abbastanza significative e durature dei sintomi depressivi. Intervenuto a spiegare quanto accaduto il responsabile della ricerca dello studio ovvero Robin Carhart-Harris il quale ha dichiarato che lo studio in questione ha mostrato per la prima volta dei cari cambiamenti nell’attività cerebrale in persone depresse trattate con psilocibina.

Alcuni dei nostri pazienti hanno descritto la sensazione di essersi resettati dopo il trattamento e spesso usavano questa analogia con il linguaggio dei computer perché quello che provavano è che il loro cervello fosse stato deframmentato e riavviato, pronto a nuova vita“, è questo quanto aggiunto dal responsabile della ricerca in questione.  Ricordiamo che la depressione è un disturbo dell’umore e che generalmente si presenta con sintomi specifici ovvero intensi stati di insoddisfazione e tristezza e non piacere nelle comuni attività quotidiane. Purtroppo le persone che soffrono di depressione, vivono una condizione di costante malumore con pensieri negativi e pessimisti riguardo se stessi e il proprio futuro.

Depressione distimica

La psiconevrosi depressiva o depressione nevrotica o distimia è una sindrome molto frequente e polisintomatica che si situa tra fobia, isteria e obesità psicogena.
In comune con la fobia ha il meccanismo del distanziamento, che è molto simile a quello
dell’evitamento.

Dell’isteria rappresenta la più frequente, almeno negli ultimi decenni, manifestazione di conversione psichica.Con l’obesità psicogena ha in comune la dipendenza e l’ambivalenza verso un oggetto ritenuto fondamentale perché fonte di autostima e di rassicurazione.
In questo senso la psiconevrosi depressiva è un esempio paradigmatico di come la psicopatologia, pur esprimendosi con diverse modalità fenomenologiche ha dinamiche di base comuni.

Considerazioni generali

La depressione – insieme all’ansia – rappresenta la manifestazione psicopatologica più frequente e più ubiquitaria. Le prime descrizioni di quadri depressivi si ritrovano nei papiri egizi databili intorno al 3500 a.C., successivamente descrizioni – ancora attuali – le ritroviamo in autori greci e latini. Questo perché la depressione è collegata strettamente ad esperienze umane molto frequenti: come quella della perdita, dell’abbandono, della solitudine. Se la descrizione della depressione è antichissima, non altrettanto si può dire circa i tentativi di spiegazione. I primi più seri tentativi risalgono a K. Abraham e a S. Freud, che pongono in evidenza non solo l’importanza dell’oggetto per il depresso, ma soprattutto la dinamica ambivalente – cioè la presenza di odio e amore contemporaneamente – nei confronti dell’oggetto stesso.

K. Abraham afferma che nel depresso c’è una predisposizione all’oralità, conseguenza di una delusione infantile a livello orale che si può riattivare nella vita dell’adulto, per vissuti traumatici o di abbandono.

S. Freud sottolinea la relazione tra lutto e melanconia (equivalente della depressione endogena) perché entrambi scatenati dalla perdita di un oggetto amato. Il lutto implica un ritiro delle cariche libidiche, precedentemente investite sull’oggetto ed una elaborazione della perdita che porta ad un superamento del lutto con la possibilità di poter reinvestire le cariche libidiche su nuovi oggetti. Nella melanconia, invece, tutto questo non succede. Perché c’è un legame forte- mente ambivalente che fa sì che il soggetto si senta colpevole della perdita dell’oggetto: non è possibile quindi una elaborazione, e le capacità libidiche del depresso tendono ad impoverirsi.

Nel lutto è il mondo che è diventato vuoto e povero; nella malinconia è invece l’Io stesso.
Questa spiegazione verrà ampliata ed integrata successivamente da O. Fenichel e da S. Rado, che introducono l’importante concetto di autostima. Secondo questi autori, sono predisposti alla depressione quei soggetti che hanno intenso bisogno di essere approvati ed elogiati, avendo una autostima molto bassa che deve essere continuamente sostenuta e rinforzata da un oggetto o da una situazione esterna.

Quindi non è la perdita dell’oggetto amato che provoca la depressione, ma la perdita di un oggetto investito e vissuto come fonte della propria stima: in questo senso la perdita dell’oggetto corrisponde alla perdita della propria autostima.

In questi soggetti – predisposti alla depressione – la relazione oggettuale ha funzioni essenzialmente narcisistiche; il depresso non getto in quanto tale, ma solo nella misura in cui tale oggetto è fonte di autostima. Il che porta facilmente ad idealizzare l’oggetto: cioè gli vengono attribuite doti di bontà, di infallibilità, di superiorità che spesso non corrispondono alla realtà dell’oggetto.

Nel caso in cui l’oggetto, che può essere una persona, un ideale, una entità sociale, una ideologia, e della cui forza il soggetto aveva bisogno di sentirsi partecipe, scompaia oppure fallisca, per il soggetto è come perdere la parte migliore di sé, e si trova così esposto alle forze distruttive della propria rabbia ed ostilità, che non sono più contenute ed arginate dalle valenze libidiche.

Questi concetti fondamentali derivati dagli studi psicoanalitici rappresentano ancora oggi il modello più valido per la spiegazione della depressione. Ritornerò successivamente nel capitolo “Teorie eziopatogenetiche” e nel capitolo “Ipotesi psicodinamica”.

Sintomatologia

Nella depressione nevrotica si intrecciano variamente due ordini di disturbi: quelli più strettamente psichici e quelli invece a prevalente estrinsecazione somatica. Spesso questi ultimi precedono l’instaurarsi della sintomatologia depressiva e possono essere scambiati per somatizzazioni ansiose. Ma ben presto sopraggiungono la tristezza, il pessimismo, l’irritabilità che definiscono chiaramente il quadro depressivo.

I disturbi somatici possono interessare tutti gli organi ed apparati e si manifestano come disfunzione e come senso generale di malessere. Molto spesso vi è una diffusa sensazione di astenia. Frequenti i disturbi a carico dell’apparato digerente con presenza di nausea, disturbi dispeptici, pesantezza gastrica, dolori diffusi di tipo colitico. Sempre presenti sono i disturbi dell’appetito: con diminuzione fino ai quadri di tipo anoressico, alternati a volte a crisi bulimiche.

E’ coinvolto anche l’apparato respiratorio: sensazione di fame d’aria, affanno, tosse stizzosa.
Molto frequenti i disturbi a carico della libido che tende a diminuire, e soprattutto i disturbi a carico del sonno. Compare ben presto una insonnia che è di tipo ansioso: ovvero con difficoltà all’addormentamento. Frequenti disturbi mestruali: spesso amenorrea che può protrarsi anche per alcuni mesi. Nell’uomo disturbi della minzione: come stranguria e/o pollachiuria.

Ma rapidamente compare il quadro depressivo caratterizzato da facile irritabilità, diminuzione dell’interesse e del piacere di vivere, da una spiccata tendenza al pessimismo che vela tutto di catastrofico. Soprattutto i disturbi somatici sono spesso vissuti come segno di una qualche malattia grave incurabile.

Questa sintomatologia disturbi in genere insorge a distanza più o meno breve da avvenimenti che hanno, per il paziente, significato di perdita, sconfitta, fallimento. A volte sono avvenimenti reali, anche se non molto significativi: come difficoltà finanziarie, di lavoro o preoccupazioni familiari, oppure situazioni di traumi fisici, o malattie; a volte situazioni fisiologiche che però vengono vissute come segno di vecchiaia e di decadenza fisica:come la menopausa.

Alcune situazioni sono vissute dal paziente in chiave di perdita: come per esempio la crescita dei figli, un trasloco, oppure il matrimonio di una persona significativa. Comunque sia, reali o fantasmatici, sono avvenimenti vissuti dal paziente come perdita, come fallimento, come senso di solitudine. Sono avvenimenti che risvegliano, in una misura abnorme, le ansie collegate ai temi più drammatici per l’uomo: come la malattia, la vecchiaia, la morte, la solitudine.

Il paziente è sempre molto preso dai suoi problemi, che tende ad esternare continuamente a quanti lo circondano: con tono lamentoso, spesso accusatorio, nei confronti di quanti egli ritiene causa (diretta o indiretta) delle sue disgrazie.

Il tono querulomane e rivendicativo differenzia nettamente questa depressione da quella endogena. Inoltre essi sono soggetti facilmente suggestionabili, per cui riescono a superare – anche se momentaneamente – il loro stato d’animo se si trovano in una situazione piacevole o interessante. Salvo poi a ricadere nei loro malesseri.

I discorsi dei pazienti ruotano sugli affanni, le tristezze, i malesseri, la solitudine cercando di coinvolgere, quanto più è possibile, l’ascoltatore. A volte tentano di superare questo loro malessere cercando aiuto e sostegno in sostanze sostitutive (alcool, cibo, droghe, ecc.) verso le quali stabiliscono rapidamente una dipendenza. Questo meccanismo, che chiamiamo di distanziamento, è molto simile a quello fobico dell’evitamento: mediante tale dinamica il paziente cerca di non sentire, quindi di allontanare, il vissuto psichico depressivo.

Frequenti sono gli atteggiamenti autolesionisti ci, che spesso hanno la funzione di richiamare l’attenzione dei familiari: un gesto tipico e frequente è certamente il suicidio. Il suicidio del depresso nevrotico è spesso un tentativo di suicidio che va interpretato come suicidio puramente dimostrativo. Questo è un dato importante, nel senso che non va sottovalutato il rischio che corrono questi pazienti. O per l’uso improprio dei mezzi (spesso psicofarmaci) o per calcoli sbagliati circa la possibilità di essere aiutati.

A volte il suicidio è abbastanza determinato poiché sottende una fantasticheria di addormentamento-morte- rinascita: in questi casi, il gesto comporta maggiori rischi e qualche volta riesce ad essere letale.La sintomatologia della depressione nevrotica, costituita fondamentalmente dai sintomi sopradescritti, può essere varia soprattutto sul piano quantitativo. Così passiamo da casi ove questi sintomi sono appena accennati e si confondono con situazioni di tipo ansioso, a quadri dove si può arrivare ad un grado di tristezza, pessimismo e rallentamento psicomotorio notevoli.

La distimia inoltre si può manifestare secondo due modalità fondamentali:

1) La prima è il cercare di riottenere con la debolezza quanto non si è ottenuto con la forza. Si tenta di recuperare il rapporto (o le modalità precedenti del rapporto se questo è cambiato) con il lamento, il proporre la propria infelicità, i propri disturbi, ma soprattutto il rimprovero velato che tende a creare nell’altro dei sensi di colpa. È il rimprovero, più o meno esplicito, di quanto egli si sia sacrificato: “ho speso una vita per te… nessuno è riconoscente… gli uomini sono ingrati”, sono i lamenti più comuni. È la dimensione della madre che ha vissuto (non avendo altre possibilità) in funzione quei figli e si deprime allorquando essi, cresciuti, cercano di trovarsi nuove situazioni o rapporti; dell’uomo che, vissuto esclusivamente del lavoro, si deprime al momento del pensionamento; della donna che, vissuta solo in funzione della propria esteriorità, si vede finita con la menopausa; del partner che, avendo stabilito un legame con l’altro sul bisogno e la dipendenza, intuisce con terrore che l’altro potrebbe andar via. Queste dinamiche tendono facilmente a
coinvolgere l’altro (anche perché l’altro è stato scelto in base a precise caratteristiche) creando, più che un’unica crisi, una situazione cronica che costituisce la specifica dinamica del rapporto sado- masochistico.

2) La seconda modalità si avvicina a questa, ma se ne differenzia per un maggior ripiegamento sul proprio corpo per una tendenza ipocondriaca. Non si chiede più molto all’altro, ma ci si espone con i propri disturbi: è “il proprio essere ridotto così” che viene mostrato. È un tentativo di richiamo, è un lamento corporeo continuo – ove l’astenia prevale nettamente – ed è platealmente esibita.

Il caso clinico

Un uomo di 30 anni. Circa un anno prima aveva presentato vari disturbi: gastrite, dimagramento, cefalea, per cui era stato visitato e curato da vari internisti senza apprezzabili risultati; da circa 4 mesi era insorto un quadro di tipo depressivo. II paziente appare piuttosto abulico, rallentato, esprime il timore di essere affetto da qualche malattia grave: forse tbc, forse un tumore. Si sente bloccato, senza via d’uscita. Durante il colloquio spesso si interrompe e gli occhi gli si velano di lacrime: segno di una profonda tristezza e disperazione, anche se contenuta.

Insiste molto sui propri disturbi somatici, che descrive con molti dettagli: l’insonnia, la perdita della libido, ma soprattutto il dimagramento. Con molta difficoltà si riesce a spostare l’attenzione del paziente da queste tematiche, per cercare di conoscere meglio la sua storia. Sul piano familiare, parla della madre come di una persona abbastanza attenta e premurosa per quanto attiene alla gestione della casa ed ai bisogni materiali dei figli, ma piuttosto fredda ed assente sul piano affettivo. Manifesta invece una grande ammirazione per il padre: è sempre stato per lui un modello di vita per le capacità dimostrate nella vita e nel lavoro, unico difetto, un eccesso di severità.

Da due anni il padre soffre di disturbi cardiaci; per questo il paziente, che aveva una attività autonoma, ha smesso ed ha cominciato ad aiutare il padre nell’attività commerciale. Si è sposato molto giovane con una donna che viene descritta come psichicamente fragile, molto dipendente e molto gelosa nei suoi confronti, Spesso lo ha fatto pedinare; se torna a casa tardi, sono scenate di gelosia e lunghi interrogatori. Lui sostiene che ha sopportato questa situazione per amore dell’unica figlia, che ora ha dieci anni.

Ma si intuisce abbastanza chiaramente che la gelosia della moglie è vissuta in chiave narcisistica, come in chiave narcisistica è da spiegarsi l’intensa attività sportiva, l’enorme importanza che dà al suo aspetto fisico. Riferisce, con molto ritardo e con molta superficialità, che c’è anche una sorella, molto più piccola di lui: viene descritta come molto competitiva, quasi maschile. Anche lei da qualche anno è entrata nel negozio del padre. È evidente una estrema conflittualità con la sorella, che però viene negata e gestita attraverso una squalificazione della stessa e con la quale sono frequenti i contrasti.

Dai pochi cenni emerge una struttura di carattere depressivo. Da una parte la necessità di un oggetto (il padre) da cui egli dipende e che gli serve come rinforzo per la sua autostima, ma verso il quale mostra anche una certa ambivalenza. Dall’altra la moglie che, con la sua gelosia e la sua dipendenza, è un tipico oggetto narcisistico: ed è verso costei che il paziente mostra più chiaramente una dinamica di ambivalenza. L’altra situazione è l’enorme importanza data all’aspetto fisico.

Queste tre situazioni hanno mantenuto in equilibrio, anche se precario, il paziente. Ed infatti questo equilibrio comincia ad entrare in crisi due anni prima, con la malattia del padre, e successivamente si aggrava per la presenza della sorella vissuta come competitiva, e quindi pericolosa, nei confronti della stima del padre. Il paziente aveva reagito inconsciamente a questa situazione con la comparsa di disturbi somatici che testimoniano la presenza di un conflitto. Nello stesso periodo il paziente aveva acquistato un cucciolo di pastore tedesco, che aveva la funzione di oggetto sostitutivo rispetto ai timori di una perdita suscitata sia dalla malattia del padre sia dalla crescita della figlia.

Ma questo cucciolo era diventato ben presto causa di frequenti litigi con la moglie, che lo riteneva ingombrante e sporco. Cinque mesi prima del colloquio, il paziente si era deciso a dare via il cucciolo: poco dopo, era comparso il chiaro quadro depressivo. È evidente che questo fatto abbastanza banale era stato vissuto drammaticamente da1 paziente: cioè come situazione di sconfitta, di perdita e di abbandono. Questo aveva fatto emergere una intensa rabbia ed ostilità nei confronti soprattutto della moglie e della sorella come oggetti che avevano in qualche modo ferito il suo narcisismo.

Il tutto era collegato all’angoscia di una possibile perdita del padre vissuto da lui come oggetto-fonte della propria autostima. Da questo momento c’è un crollo depressivo. I meccanismi difensivi non sono più in grado di arginare la sua profonda angoscia di perdita dell’oggetto fonte di autostima (il padre), mentre le valenze ostili nei confronti della moglie e della sorella, non più contenute emergono. L’aver dato via il cane è la testimonianza della sua sconfitta: egli non combatte più. Si arrende: la sua resa si esprime attraverso la depressione.

Diagnosi differenziale

Normalmente il quadro della depressione nevrotica è abbastanza tipico; i dubbi possono insorgere rispetto ad un eventuale processo psicotico, soprattutto in età adolescenziale, mentre in età avanzata ci si deve porre il problema se il quadro depressivo non sia la copertura di psicosindromi organiche: in primo luogo processi demenziali.

La diagnosi differenziale con le altre psiconevrosi non pone problemi. A volte possono sorgere dubbi di fronte a crisi di bulimia che possono far parte dell’obesità reattiva, oppure di una
depressione nevrotica. In quest’ultimo caso comunque c’è un corteo sintomatologico più vario e complesso. A volte può essere necessario porre attenzione a discriminare la depressione nevrotica, soprattutto quando si esprime con somatizzazioni, da reali processi organici.

Con la depressione endogena in genere non ci sono difficoltà. Nella depressione nevrotica c’è tendenza alla lamentela, è difficile che ci sia rallentamento psico-motorio (in genere prevale l’ansia). L’insonnia è di tipo “difficoltà di addormentamento”; i sensi di colpa, per lo meno a livello conscio, sono assenti e sostituiti invece da una tendenza ad incolpare gli altri.

Considerazioni generali

La depressione è sicuramente la sindrome psichiatrica da più tempo conosciuta, come si evidenzia dal capitolo 2 “Storia della depressione”. Circa un secolo fa, così L. Tolstoj descriveva la sua depressione:

La verità è questa: la vita non ha alcun significato per me. Ogni giorno della mia esistenza, ogni fase della mia vita, mi portava vicino al bordo di un precipizio, da dove io vedevo bene dinanzi a me la rovina finale. Fermarsi, tornare indietro, era in egual misura impossibile: né potevo chiudere gli occhi in modo da non vedere la sofferenza, l’unica cosa che mi aspettasse, la morte di tutto quello che era in me fino all’annullamento totale. Così io che ero un uomo sano e felice, fui portato a pensare che non avrei mai potuto vivere e che una forza irresistibile mi stava trascinando verso la tomba.

La depressione si presenta, nei suoi sintomi, stabile ed immutata nel tempo e nello spazio: non ci sono infatti variazioni significative della sintomatologia legate a fattori culturali, sociali o economici. L’incidenza di disturbi depressivi, clinicamente significativi, è di circa il 5% della popolazione totale: di questi 1’1,5% appartiene alla psicosi maniaco-depressiva.
Si calcola che attualmente, nel mondo, circa 100 milioni di persone soffrano per una qualche forma di depressione. La depressione, con il nome di melanconia, per lungo tempo è stata appannaggio di poeti, romanzieri, drammaturghi. È solo con E. Kraepelin che la depressione trova un suo statuto scientifico e viene riconosciuta quale entità nosologica con il nome di psicosi maniaco-depressiva.

Successivamente essa sarà denominata distimia (Tanzi e Lugaro); timopatia (Bumke); ciclotimia (Schneider); psicosi cicloide (Kleist). Attualmente è inserita nell’ampio capitolo dei disturbi affettivi che comprendono: la depressione nevrotica o distimica, la depressione endogena monopolare, la psicosi maniaco-depressiva o bipolare, la depressione involutiva. Tutte queste denominazioni tendono comunque a rispecchiare la classica impostazione kraepeliniana: ovvero sia che la de- pressione è parte integrante di una sindrome unica ove depressione ed eccitamento maniacale rappresentano le facce di una medesima medaglia.
Come vedremo, questa impostazione è molto discutibile: dati genetici, clinici e farmacologici ci portano, più correttamente, a ritenere che la depressione, pur nelle sue varianti, sia una sindrome a sé stante e differenziabile dalla psicosi maniaco-depressiva.

Ma è opportuno iniziare con una sintetica descrizione della depressione che ci permetterà, successivamente, di porci numerosi quesiti. Quesiti importanti, perché la depressione, proprio per essere un quadro clinico molto definito e stabile, può essere considerata come modello ideale di studio soprattutto delle interazioni tra fattori psichici e somatici.
La depressione è uno stato psicopatologico caratterizzato da un disturbo dell’affettività che inibisce le normali risposte emotive e, ostacolando il contatto dell’individuo con la realtà, ne limita la capacità di adattamento al mondo esterno.

L’individuo appare triste, scoraggiato; caratteristici sono l’apatia ed un senso d’incapacità di fare anche le cose più semplici e di superare gli ostacoli, anche i più banali.
Il pensiero è rallentato, bloccato in una ideazione monotona e triste. Anche il linguaggio riflette questo stato: il soggetto si esprime lentamente ed a fatica. Non riesce a vedere nulla di positivo, preso com’ è a disprezzarsi ed a rimproverarsi per passati misfatti. L’autosvalutazione e la colpa, spesso presenti nel vissuto depressivo, possono arrivare a strutturarsi nei deliri di colpa, rovina, indegnità.

Anche l’inutilità è un tema centrale: la vita gli sembra inutile, così come egli stesso si sente incapace ed inutile, È convinto che niente e nessuno possa cambiare in meglio la sua situazione. A causa di questi sentimenti è in continua angoscia, specialmente al mattino, perché rifiuta la giornata, si sente schiacciare dalle responsabilità e dai doveri che l’attendono ed ai quali non è capace di rispondere. È disperato ed ha la dolorosa sensazione di essere solo; si esprime prevalentemente attraverso la mimica, la gestualità, attraverso la sofferenza impressa nel corpo, cioè attraverso la comunicazione non verbale.

Gli stati depressivi si accompagnano sempre a disturbi somatici quali l’astenia, l’insonnia, la ripugnanza per il cibo, la perdita di peso, la stitichezza e il disinteresse sessuale. Nel quadro di questa definizione clinica si mostrano delle importanti variazioni. Lo stato di depressione può essere intenso o ò essere anche solo latente. Si presenta in diverse forme, che vanno da lievi disturbi che lasciano l’individuo in rapporti relativamente, buoni con il mondo fino a forme gravi di depressione nelle quali il soggetto sembra aver perso ogni capacità di entrare in rapporto con la realtà. Le azioni mentali risultano a volte alterate, rallentate, offuscate; altre volte rimangono pressoché intatte. A volte lo stato di depressione è catterizzato principalmente dalla tristezza è dal senso di colpa, altre volte da disturbi somatici come insonnia, anoressia, perdita di libido. Questo è il quadro clinico della depressione così come è stato descritto da E. Kraepelin fino ai più recenti autori.

D. Cargnello (1959) giustamente fa notare che «…numerosi sono i distimici che di fase in fase esprimono la malattia solo e soltanto in senso depressivo-monopolare; e per di più, ciò che maggiormente mi preme sottolineare, con una costanza di struttura ed anche di contenuto davvero impressionante».

Ed è quello che la clinica ci suggerisce, con minime eccezioni, continuamente. Per una corretta nosografia delle depressioni si deve tener conto dei seguenti fattori:

1) clinici: ovverosia l’insieme ripetitivo dei sintomi che costituiscono la sindrome, il decorso e l’evoluzione;
2) genetici: ovverosia lo studio della familiarità e l’importanza dei fattori genetici nei confronti dell’età, tipo di patologia e sesso;
3) psicofarmacologici: ovverosia la possibilità di poter distinguere forme diverse secondo la diversa rispondenza agli psicofarmaci. In questo senso si potrebbe realizzare l’aspettativa di Delay di utilizzare gli psicofarmaci come «analizzatori» delle sindromi psichiatriche.
Rispetto a questi fattori possiamo evidenziare con sicurezza che esiste una differenza tra depressione maggiore e psicosi maniaco-depressiva:
1) la depressione endogena unipolare e la depressione nevrotica (o distimica) possono presentarsi in episodi unici o cicli ci, che non comportano mai il deterioramento della personalità.
La psicosi maniaco-depressiva invece presenta una evoluzione progressiva con deterioramento;
2) la depressione endogena monopolare presenta una familiarità molto variabile; la psicosi maniaco-depressiva presenta un quadro genetico molto preciso (vedere ipotesi genetica);
3) la depressione endogena si giova dei farmaci triciclici o degli IMAO. La psicosi maniacodepressiva, invece, in fase maniacale beneficia del litio e di neurolettici; in fase depressiva è dimostrato ampiamente che gli antidepressivi, pur funzionando sulla crisi, hanno invece effetti deleteri sulla evoluzione complessiva, perché possono innescare cicli rapidi di eccitamento e depressione.
La depressione maggiore può presentarsi come singolo episodio in tutta la vita; oppure può ripresentarsi ciclicamente. L’età di insorgenza è in genere dopo il 3° decennio. Sembra privilegiare il sesso femminile: ma questo dato non è molto sicuro o perlomeno non come lo è per la psicosi maniaco-depressiva, perché nella depressione endogena c’è una certa incidenza patoplastica dei fattori culturali e sociali. Alcuni Autori ritengono che la maggior incidenza nel sesso femminile sia dovuta al fatto che la donna più facilmente accetta di riconoscere e curare la sua depressione. Mentre nell’uomo, per motivi culturali, prevalgono i meccanismi di negazione del disturbo, l’occultamento, oppure il ricorso a sistemi di tamponamento quali l’alcool, le droghe, gli ansiolitici.
L’esordio può essere lento, a volte invece improvviso «ad interruttore di corrente», con comparsa di malessere, tristezza profonda, apatia: questi pazienti presentano spesso una risoluzione altrettanto netta. Quando gli episodi sono molto ricorrenti, il depresso spesso ne riconosce l’inizio da qualche sintomo molto specifico.
Una paziente prevedeva l’arrivo della crisi depressiva dal fatto che, qualche giorno prima, avvertiva una strana sensazione «come se nella testa ci fosse un treno».
Una volta instaurata, la depressione presenta un quadro molto tipico. Per comodità espositiva, ma anche per meglio segnalare alcuni punti in comune con la depressione secondaria, dividerò i sintomi in psichici e somatici.

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