Diabete, i germogli dei broccoli potrebbero tenere sotto controllo la glicemia

È emerso che uno dei più efficaci è proprio il sulforato, di conseguenza l’equipe di scienziati ha deciso di proseguire nel lavoro passando ad analizzare gli effetti sui soggetti malati. Molto interessante per la ricerca farmacologica si è rivelato un approccio con il quale gli scienziati della Lund University, in Svezia, siano arrivati a selezionare proprio la molecola presente nei broccoli come potenziale trattamento. Questo elemento è in grado di controllare la glicemia e di diminuire lo zucchero nel sangue a digiuno.

Nello specifico il concentrato di superato ottenuto da un estratto di germogli di broccoli ha abbassato i livelli di emoglobina glicata, ovvero l’indice usato per misurare il glucosio nel sangue. Secondo uno studio pubblicato su “Science translational medicine“, i germogli dei broccoli consentirebbero ai pazienti affetti da diabete di tipo 2 di tenere sotto controllo la glicemia, il sulforato, di cui è ricco l’ortaggio, inibisce la produzione di glucosio, tenendo così sotto controllo la glicemia. Nel corso di tali giorni di sperimentazione i ricercatore hanno somministrato ad alcuni di questi pazienti il composto in questione quindi il solforato mentre invece ad altri pazienti hanno somministrato per l’intera durata della sperimentazione e quindi per 12 settimane, un placebo. Risultato, il sulforato si è dimostrato efficace per l’attenuazione di diversi fattori legati al diabete: ha soppresso la produzione di glucosio da cellule epatiche e ridotto quella derivante da enzimi.

Gli studiosi hanno preso in considerazione 97 pazienti obesi. che sono stati monitorati per 12 settimane.

Il diabete purtroppo è una delle malattie più frequenti è problematiche che possono affliggere le persone.

Divenuti ormai l’emblema stesso dell’alimento salutare che i genitori di tutto il mondo cercano di far mangiare (spesso invano) ai loro figli, i broccoli devono la loro fama e il loro potere terapeutico alla presenza di particolari neurotossine ormetiche contenute al loro interno che, una volta ingerite, attivano nell’organismo umano una serie di risposte immunitarie utili a mantenere sano ed efficiente il complesso corporeo. Ma la metformina ha anche altri effetti collaterali, come nausea, diarrea, gonfiori su circa il 30% dei pazienti.

Una Dieta Equilibrata
Un buono stato di salute significa adattare la quantità di cibo che si mangia in modo da raggiungere e mantenere il peso ideale nel corso della propria vita. È necessario, pertanto, un bilanciamento tra porzioni e qualità del cibo e attività fisica praticata quotidianamente.
Talvolta, la buona riuscita di un programma avviene attraverso piccoli trucchi:
Pianificare i pasti per tempo permette di non mangiare la prima cosa che si trova e che, spesso, è ricca di grassi (formaggi, salumi, …).
Mangiare con calma: le persone che mangiano velocemente tendono a mangiare di più. Masticare lentamente permette di capire più facilmente quando si è sazi.
Ascoltare il proprio corpo: è veramente fame o semplicemente noia?
Controllare le porzioni: è bene preparare la propria porzione e conservare ciò che non viene consumato (se il piatto rimane in tavola, sarà difficile non consumarlo).
Mangiare con regolarità: assumere porzioni misurate e associare spuntini pianificati e sani (un frutto o uno yogurt magro) durante la giornata permette di non arrivare mai troppo affamati al pasto successivo.
Bilanciare la quantità di cibo con il livello di attività fisica:
se, durante una giornata, non si è svolta nessuna attività fisica è utile mangiare meno.

I Carboidrati
I carboidrati si dividono in semplici e complessi: gli zuccheri semplici devono rappresentare fino a un massimo del 10% circa delle calorie totali giornaliere.
Li troviamo nello zucchero da tavola, nei dolciumi, nel miele, nella frutta, nel latte, nella marmellata e nelle bevande zuccherate.
Spesso, i cibi ricchi di zucchero semplice e sono anche ricchi di grassi e poveri di vitamine e minerali (come i dolci) offrendo, quindi, un valore nutrizionale molto scarso. Gli zuccheri complessi rappresentano la restante quota calorica e sono contenuti nel pane, nella pasta, nei grissini, nei crackers, nelle fette biscottate, nel riso, nei legumi e nelle patate.
Attenzione, inoltre, ai prodotti “senza zucchero” o “dietetici” perché, spesso, il loro valore energetico è simile a quello dei prodotti normali.

Le Fibre
Per una corretta alimentazione, è utile incrementare l’apporto di fibre nella dieta.
L’obiettivo è assumerne circa 20 grammi ogni 1000 Kcal.
Le fibre sono i componenti delle piante che danno loro la forma e che non vengono assorbite
in circolo.
Esistono due tipi di fibre:
• SOLUBILI: si dissolvono in acqua e hanno una consistenza gommosa
che aiuta ad abbassare i livelli di colesterolo nel sangue e a controllare la glicemia (proteggendo, in tal modo, dal diabete e dalle malattie cardiovascolari).
• INSOLUBILI: non si dissolvono in acqua, ma sono molto utili per regolarizzare l’intestino e prevenire la stitichezza.
Se non si è abituati a introdurre fibre con la dieta, è utile farlo gradualmente per
evitare formazione di gas e senso di gonfiore.
Risulta, quindi, un utile stratagemma sostituire pane e pasta di farina bianca con pane e pasta di
farina integrale.

I Grassi
I grassi forniscono all’organismo energia di riserva che si accumula nel tessuto adiposo: devono costituire al massimo il 35% delle calorie apportate dalla nostra dieta, mentre i grassi saturi non più del 10%.

Le Proteine
Le proteine sono sostanze di fondamentale importanza per il nostro organismo e, in assenza di complicanze renali, ne dovremmo assumere circa 1 grammo per ogni chilo di peso corporeo ideale e, comunque, non più del 10-20% delle nostre calorie totali giornaliere. Le proteine possono avere origine animale, come quelle contenute nelle uova, nel latte e nei suoi derivati, nel pesce e nella carne, oppure origine vegetale come quelle contenute nella soia, nel riso, nei legumi e nei cereali. Dovremmo assumere circa un terzo di proteine animali e due terzi di proteine vegetali.

L’Attività Fisica
Dopo un pasto gustoso e piacevole, l’attività fisica deve essere parte integrante nella vita quotidiana.
Quali sono, nello specifico, i benefici dell’Esercizio Fisico?
• L’Esercizio Fisico aiuta a perdere peso in due modi:
1. Bruciando le calorie in eccesso (più è prolungato, più ne brucia)
2. Aumentando la massa muscolare nel nostro organismo, rende il nostro corpo capace di consumare più calorie
• L’Esercizio Fisico allena il cuore che, essendo un muscolo, ha bisogno di rimanere attivo
• L’Esercizio Fisico aumenta i livelli di colesterolo buono o HDL aiutando, in tal modo,
a diminuire i livelli di colesterolo cattivo o LDL
• L’Esercizio Fisico aiuta a ridurre la pressione arteriosa
• L’Esercizio Fisico aiuta a prevenire o a curare il diabete
Che tipo di Esercizio Fisico è utile svolgere?
• Aerobico (camminata, cyclette, nuoto, vogatore…)
• Progressivo
• Costante, 3 volte settimana
• Di sufficiente durata (30-40 minuti)
• Con monitoraggio glicemico (in caso di paziente diabetico)
• Con controllo del battito cardiaco
Si stima che, per mantenere sano il nostro organismo, dovremmo camminare per almeno 10.000 passi al giorno, pertanto sarebbe consigliato:
– Utilizzare un contapassi o trovare una App, potrebbe essere un ottimo metodo per verificare quanto movimento facciamo realmente.
– Utilizzare le scale anziché l’ascensore o le scale mobili
– Eseguire lavori domestici, tagliare l’erba del prato, giardinaggio
– Scegliere un’attività a piacimento; anche il ballo è un’attività fisica
– Preferire lo sport in compagnia: sarà più facile trovare lo stimolo giusto

Zuccheri e Dolcificanti
Le linee guida stilate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomandano l’assunzione giornaliera di zuccheri semplici al di sotto del 10% dell’apporto energetico giornaliero totale. Questo vale, a maggior ragione, in un soggetto diabetico.
Tale raccomandazione non riguarda gli zuccheri naturalmente presenti nella frutta e nella verdura fresche o nel latte, ma quelli aggiunti agli alimenti e alle bevande, oltre a quelli naturalmente presenti nel miele e nei succhi di frutta prodotti da concentrati.
Anche per questo, sono sempre più presenti sul mercato prodotti “senza zucchero” e dolcificati artificialmente.
Gli edulcoranti artificiali hanno un valore calorico nettamente inferiore a quello dello zucchero, ma sarebbe sbagliato considerarli inerti dal punto di vista biologico: infatti, possono alterare la risposta glicemica e insulinica.
Rinforzare il gusto dolce, inoltre, fa sì che il corpo si predisponga a ricevere altre calorie e questo determina un alterato segnale di fame e sazietà.
Quindi, non è vero che i prodotti “senza zucchero” possono essere consumati liberamente.
È sempre meglio scegliere un prodotto ricco in fibre e con pochi zuccheri naturali, invece di un prodotto con poche fibre e con edulcoranti.
Non dimenticate che le fibre sono fondamentali per modulare la risposta glicemica al pasto. I più comuni dolcificanti sono il ciclamato, l’aspartame, la saccarina, il mannitolo, il sorbitolo,
10 xilitolo e la stevia.
Attenzione al fruttosio: esso ha, in effetti, un indice glicemico basso, tant’è che dopo la sua ingestione, i livelli di glucosio nel sangue aumentano molto meno rispetto a quanto registrato dopo l’assunzione di un’analoga quantità di glucosio.
Però, il problema riguarda le conseguenze metaboliche:
11 fruttosio, pur essendo uno zucchero, viene metabolizzato come un grasso e fa aumentare i trigliceridi nel sangue.
Evitare, quindi, alimenti in cui il fruttosio sia aggiunto artificialmente come dolcificante.
Infine, ricordare che non è mai stato dimostrato un particolare vantaggio nell’assunzione di “alimenti per diabetici”: essi, di fatto, costano di più degli altri prodotti ma non forniscono particolare benefici.

In ogni ricetta sono presenti indicazioni su apporto calorico, quantità di carboidrati, indice glicemico e simboli utili a identificare le pietanze prive di carne di maiale, di glutine e di lattosio. Le dosi indicate nelle ricette sono per 4 persone, mentre la valutazione dell’apporto calorico e del contenuto di carboidrati è calibrata in base alla singola porzione.
Cos’è l’apporto calorico?
Come la macchina necessita del carburante, anche il nostro organismo richiede energia per svolgere tutte le attività quotidiane. Il carburante è rappresentato dagli alimenti assunti. L’unità di misura del valore energetico è la Kilocaloria (abbreviazione che troverete nel libretto: Kcal). L’apporto calorico degli alimenti dipende dalla loro composizione in macronutrienti: carboidrati, proteine e grassi. I carboidrati e le proteine forniscono 4 Kcal per 1 grammo del loro peso, i grassi 9 Kcal e l’alcol 7 Kcal.
Il fabbisogno energetico di ogni individuo varia in base all’età, al peso, al sesso e al tipo di attività fisica.
Cosa sono i carboidrati?
I carboidrati, chiamati anche zuccheri, sono la nostra principale fonte di energia e hanno bisogno di un ormone specifico (insulina) per essere trasformati in energia pronta e disponibile.
II loro assorbimento dall’intestino, dopo mangiato, si traduce in un aumento del livello di glucosio nel sangue (glicemia).
I carboidrati dividono in semplici e in complessi. La definizione è fondamentale per capire l’impatto che un alimento ha sulla glicemia.
I carboidrati semplici sono gli zuccheri che troviamo principalmente nella frutta e nei dolci: il glucosio, il fruttosio, il galattosio, il lattosio e il saccarosio (il comune zucchero da tavola). I carboidrati complessi, che troviamo nei cereali (frumento, riso, farro, orzo, segale, avena, miglio, mais) e nel grano saraceno, sono costituiti principalmente da amido.
In essi, se integrali, troviamo anche le fibre, alcune delle quali sono costituite da carboidrati complessi che però non sono assimilabili dal nostro organismo, ma indispensabili per la regolazione dell’assorbimento dei nutrienti e per il corretto funzionamento intestinale.

I carboidrati complessi, per la loro struttura chimica, prima di essere assorbiti,
devono essere scissi in zuccheri semplici e, quindi, sono digeriti più lentamente rispetto a quelli semplici che vengono assorbiti in meno di 10 minuti a livello intestinale. I carboidrati presenti in un pasto rappresentano il principale determinante della glicemia post pranzo e il loro numero è il maggiore determinante del fabbisogno insulinico dipendente dal pasto.
Cos’è l’Indice Glicemico?
L’Indice Glicemico (IG) è un numero che dà l’idea della velocità con la quale aumenta la glicemia in seguito all’assunzione di un alimento.
Questo dato è influenzato principalmente dalla qualità dei carboidrati: tanto più
sono semplici e raffinati (es. zucchero bianco) tanto più l’indice glicemico aumenta. È davvero difficile conoscere con precisione l’indice glicemico dei singoli alimenti che entrano a far parte della nostra alimentazione, per questo motivo occorre valutare l’indice glicemico dell’intero pasto rispetto a quello di ogni alimento.
Per esempio, un piatto di pasta con solo la passata di pomodoro ha un indice glicemico maggiore di quello che ha lo stesso piatto di pasta condito con olio extravergine d’oliva, verdure
e legumi. Questo, per la presenza dell’olio e delle fibre che abbassano l’indice glicemico.
Grazie alle indicazioni che si trovano nelle ricette, è possibile comporre un pasto equilibrato.
II pasto non deve essere mai composto esclusivamente da piatti con un alto indice glicemico, essi vengono contrassegnati dal semaforo rosso.

La piramide ambientale
anche in caso di diabete
La salute della Terra passa anche per la nostra tavola perché i cibi più sani fanno bene non solo a noi ma anche al Pianeta.
È questo il significato della Piramide Ambientale: strutturata come quella comportamentale, evidenzia l’impatto ecologico dei diversi cibi sull’ambiente.
In alto, si trovano gli alimenti la cui produzione inquina maggiormente (carni e latticini) richiedendo più acqua e che, pertanto, andrebbero consumati con moderazione.
In basso, si trovano gli alimenti più sostenibili (frutta, verdura e cereali), da assumere più frequentemente. Affiancando le due piramidi, risulta evidente come i cibi più sani siano anche quelli più ecologici.

La piramide comportamentale
anche in caso di diabete
La Piramide Comportamentale è il simbolo di un sano ed equilibrato stile di vita: ci deve guidare nella scelta degli alimenti e dei comportamenti quotidiani. Essa è formata da sei sezioni, contenenti vari gruppi di alimenti e l’acqua, più una sezione dedicata all’attività fisica. Ciascun gruppo alimentare deve essere presente nella nostra dieta in modo proporzionale alla grandezza della sua sezione.
Alla base della Piramide, troviamo gli alimenti che possiamo utilizzare più spesso mentre, al vertice, troviamo quelli che sarebbe meglio limitare.

In tutti gli ospedali del Gruppo San Donato, i comuni distributori di merendine, bevande zuccherate e cibo spazzatura sono stati sostituiti con i distributori di cibo salutare.
È ormai noto che, per vivere meglio e più a lungo, è necessario avere un corretto stile di vita e una sana alimentazione.
Questo non è però sempre facile, al contrario: viviamo in un ambiente definito obesogeno, che propone cibi e bevande dannosi alla nostra salute, contribuendo così allo sviluppo di varie patologie.
I distributori “EAT Alimentazione Sostenibile” sono rivoluzionari.
Rappresentano la sana alternativa al solito junk-food (cibo-spazzatura) che l’ambiente obesogeno ci propone a ogni angolo, sotto forma di distributori automatici di snack, bevande zuccherate e merendine.
Nei nostri distributori non c’è spazio per i grassi di bassa qualità, quei grassi trans e idrogenati che, per il loro basso costo, vengono utilizzati nella produzione di snack industriali. Queste dannose sostanze fanno aumentare non solo il peso ma anche il colesterolo cattivo o LDL, che si accumula nelle pareti delle arterie favorendo l’arteriosclerosi e aumentando il rischio cardiovascolare. Non troverete neppure olio di palma e di cocco, di provenienza tropicale e ricchi di grassi saturi.

I grassi presenti nei nostri spuntini sono principalmente grassi mono e poiinsaturi provenienti dall’olio extravergine d’oliva e dalla frutta secca, ad azione antiossidante e antinfiammatoria. Solo una minima parte è costituita da grassi saturi provenienti da burro di alta qualità.
I prodotti alimentari contenuti nei distributori “EAT Alimentazione Sostenibile” hanno, inoltre, un significativo ridotto contenuto di sale e un maggior apporto di fibre, due fattori essenziali per proteggere la salute di tutti.
Ora l’alternativa c’è,
oltre al gusto scegli la qualità.
Alimentare la tua salute dipende solo da te.

Al giorno d’oggi si stima che circa 285 milioni di persone siano affette da diabete. Si prevede che in futuro esse aumenteranno ancora, soprattutto a causa dei cambiamenti nello stile di vita delle persone (fast food, abuso di bevande zuccherate, mancanza di esercizio fisico, ecc.), che non tocca solo i paesi industrializzati ma sempre di più anche i paesi emergenti. È quindi un tema particolarmente attuale e interessante, anche guardando al futuro, e per questo ho deciso di svolgere il mio lavoro di maturità su questo argomento.
Il diabete è una malattia molto complessa, e sebbene sia documentata nella storia dell’uomo sin dai tempi degli egizi, ancora nel 2010 sono tanti gli interrogativi che essa pone.
Fondamentale per l’insorgere della malattia è il ruolo svolto dall’insulina, l’ormone che regola l’assorbimento degli zuccheri nel sangue. Il metabolismo è l’insieme di reazioni biochimiche che si svolgono nel corpo, i suoi meccanismi sono molto complessi e minuziosamente intrecciati: è perciò facile capire come una disfunzione dell’ormone può gettare il corpo umano nel caos più totale. La scoperta dell’insulina nel 1921 ha segnato una tappa fondamentale nella cura del diabete, permettendo di salvare le vite dei malati, che prima di questa data erano destinate a morire poco tempo dopo la diagnosi poiché non si conosceva nessuna cura efficace. Invece con le iniezioni di insulina (prima animale, e poi, grazie ai progressi dell’ingegneria genetica, umana), è ora possibile per la maggior parte di essi condurre una vita tutto sommato normale (nonostante sia richiesto un grande impegno per tenere sotto controllo la propria malattia, da cui non è possibile al giorno d’oggi guarire).
Oltre a quella degli aspetti biologici, può essere altrettanto interessante un’analisi di quelli storico-sociali. Infatti, il diabete è presente in tutte le società contemporanee e ha una certa rilevanza, anche economica. Basta pensare alle case farmaceutiche che fanno sempre più fortuna con la produzione di farmaci, insulina e apparecchiature, o più semplicemente al grande numero di persone, medici e personale specializzato, che costantemente si prende cura dei pazienti diabetici. È quindi un fenomeno piuttosto vasto, che merita un approfondimento su più fronti.
Il mio lavoro di maturità si svolge nell’ambito di due materie, biologia e storia, e questo mi permette di approfondire il fenomeno da un lato tanto medico-clinico quanto sociale. Dopo una parte più teorica, in cui getterò le basi biologiche per capire certi aspetti del corpo umano, esporrò la malattia nel suo insieme, descriverò i diversi tipi che esistono e le terapie possibili. Seguirà poi una parte prettamente storica, che riporterà l’evoluzione della malattia nel tempo. Infine cercherò di dare un po’ di informazioni per capire il contesto sociale in cui è presente la malattia: dopo alcuni dati statistici sulla diffusione della malattia, seguiranno delle informazioni sulla sua importanza economica (con anche dei dati relativi alla malattia in Svizzera e in Ticino) e infine riporterò un paio di interviste così da potersi fare un’idea di cosa vuole dire concretamente vivere quotidianamente con questa malattia.

Definizione di diabete
Nel linguaggio comune, con il nome diabete si intende il diabete mellito. È bene sapere che esiste un’altra patologia, totalmente diversa, chiamata diabete insipido. L’unico elemento in comune è che entrambe le malattie presentano abbondanti quantità di urine, e da ciò deriva il nome. Infatti, “diabete” deriva dal greco diabeinein e significa letteralmente “attraversare” (dià: attraversare, baino: vado) e allude “al fluire dell’acqua, come in un sifone”.

Le analogie però finiscono qui, sono in effetti due malattie completamente diverse per cause e sintomi. Questo lavoro di maturità tratterà unicamente il diabete mellito.
Per cominciare a capire questa malattia si può partire proprio dal suo nome. Come è già stato detto, diabete significa “passare attraverso” e descrive l’abbondanza di urine. Mellito invece deriva dal latino mel: miele, dolce.

Il nome deve la sua origine ai tempi in cui i dottori si affidavano ai loro sensi per diagnosticare una malattia, e la nominavano di conseguenza. Le urine dei diabetici possono infatti contenere zucchero, e avere per questo un gusto molto dolce. Ciò succede quando le cellule non riescono ad assimilare lo zucchero (glucosio) proveniente dall’alimentazione in maniera adeguata, che, se presente in quantità eccessive, è per la maggior parte filtrato attraverso i reni ed espulso con le urine. Il glucosio però è molto importante per tutte le cellule. È di fatto una sorta di “carburante” che fornisce l’energia per il loro normale funzionamento. Se esso non può essere assimilato, il metabolismo non procede più in maniera ottimale, e a questo punto compaiono i sintomi del diabete.
3. L’organismo sano
Per capire bene cosa succede in un organismo diabetico è bene sapere cosa succede in un individuo sano.
3.1 Glueidi: definizione e metabolismo
Il metabolismo è l’insieme di tutte le reazioni chimiche che avvengono nel corpo del vivente: costruire, demolire e rinnovare è una necessità per tutte le cellule. Esse, per ricavare energia, scompongono le macromolecole introdotte con la dieta durante la digestione (proteine, glucidi e lipidi) in molecole più piccole: amminoacidi, zuccheri semplici, acidi grassi e glicerolo. Si chiama catabolismo l’insieme dei processi di demolizione delle molecole, anabolismo l’insieme dei processi di sintesi.
Le vie metaboliche sono diverse e complesse, ma quelle fondamentali sono numericamente poche e pressoché uguali in tutti i viventi.
La respirazione cellulare è una delle più importanti vie metaboliche ed è la principale fonte di energia per molti degli esseri viventi, tra cui l’uomo, e avviene a partire dal glucosio; è bene però sapere che per ricavare energia le cellule possono anche demolire gli acidi grassi e il colesterolo presenti nel corpo.
I glucidi si dividono in due principali categorie: quelli semplici e complessi. Gli zuccheri semplici si dividono a loro volta in monosaccaridi e disaccaridi; quelli complessi sono invece polisaccaridi.
Sono delle molecole molto importanti sia per le piante, sia per gli animali. Possono avere diverse funzioni: la principale e la più conosciuta è la funzione energetica, poiché rappresentano sia una riserva, sia una fonte di energia. I glucidi hanno però anche una notevole importanza metabolica. Infatti, rappresentano, sia nel regno vegetale che in quello animale, il punto di partenza per la sintesi di tutti gli altri composti organici.
All’esterno della cellula essi hanno anche una funzione di costruzione, ad esempio la cellulosa è una componente strutturale delle piante. Infine, i carboidrati svolgono anche un ruolo funzionale, possono fungere da messaggeri chimici nella comunicazione fra cellule.
A livello puramente chimico si può dire che sono molecole organiche composte da carbonio, idrogeno e ossigeno.

I monosaccaridi sono glucidi monomolecolari, idrosolubili e direttamente assimilabili, questo vuol dire che possono attraversare la barriera intestinale e passare nel sangue direttamente. Il monosaccaride per eccellenza, e quello che interessa in relazione a questo lavoro, è il glucosio. Altri monosaccaridi sono ad esempio il galattosio e il fruttosio.
I disaccaridi sono glucidi bimolecolari composti da due monosaccaridi legati tra di loro attraverso un cosiddetto legame glucosidico. Sono composti solubili ma non direttamente assimilabili. Esempi di disaccaridi sono il lattosio (componente del latte) e il saccarosio (il comune zucchero da cucina).

I polisaccaridi sono glucidi polimolecolari, non solubili e non direttamente assimilabili, composti da lunghe catene di monosaccaridi che possono essere lineari o ramificate. Ci sono due categorie di polisaccaridi: quelli di riserva, e quelli di rivestimento. Esempi di polisaccaridi di rivestimento sono la cellulosa e la chitina, componenti della parete cellulare delle piante, rispettivamente degli insetti. I polisaccaridi di riserva invece costituiscono la riserva di energia di un organismo, sotto forma di amido (nei vegetali) e di glicogeno (negli animali; quindi nell’uomo).
II glicogeno è un polisaccaride di glucosio molto ramificato e compatto. È presente negli animali nei muscoli e nel fegato, dove è immagazzinato sotto forma di granuli. È una sorta di deposito di energia da cui la cellula può attingere in base alle sue necessità; per questo motivo, negli stessi granuli sono presenti anche gli enzimi necessari alla sintesi e alla demolizione del glicogeno.

Il glucosio è un glucide monomolecolare ed è lo zucchero presente nel sangue. È ricavato principalmente attraverso l’alimentazione ed è la principale risorsa energetica del corpo umano. Si trova in molti cibi e bevande (non necessariamente dolci di gusto), soprattutto sotto forma di carboidrati (amido), glucosio e fruttosio. È essenziale per la sopravvivenza degli individui mantenere la sua concentrazione a livelli ottimali.
È chiamata glicemia la concentrazione ematica di glucosio; viene considerato normale (normoglicemia) un valore di 1g di glucosio per litro di sangue che corrisponde a circa 5,6 millimoli per litro (mmol/L = mM), l’unità di misura più utilizzata. Si chiama ipoglicemia una situazione in cui la concentrazione di glucosio nel sangue scende sotto le 5 mM. È considerata invece iperglicemia una concentrazione ematica di oltre 5 mM. Negli organismi diabetici si tollerano dei valori leggermente più alti in quanto la regolazione della glicemia è più problematica, sono pertanto considerati normali e accettabili dei livelli glicemici entro le 4-7 mM.

Sistema endocrino e ormoni
Il sistema endocrino è molto importante per il mantenimento dell’omeostasi, l’equilibrio interno del corpo. Insieme con il sistema nervoso, si occupa di regolare le funzioni di tutte le cellule, tutti i tessuti, tutti gli organi. È fondamentale nell’adattamento dell’organismo ai cambiamenti ambientali, in quanto i suoi organi, le cosiddette ghiandole endocrine, sono in grado di captare le variazioni dei parametri interni e possono rispondere producendo speciali messaggeri chimici, molecole organiche chiamate ormoni (così chiamati dal greco ormon = risvegliare, stimolare), che sono poi rilasciate nel sangue per esocitosi in grande quantità. I capillari che circondano la ghiandola esocrina sono più sottili, e quindi più permeabili, rispetto ai capillari normali; gli ormoni secreti possono passare rapidamente nel flusso sanguigno, tramite il quale sono poi trasportate alle cellule bersaglio.

Il sistema nervoso e quello endocrino si influenzano a vicenda, infatti i neuroni possono trasmettere alle ghiandole endocrine impulsi nervosi con l’ordine di attivarsi; allo stesso tempo, gli ormoni possono modificare alcune funzioni nervose e il comportamento stesso dell’individuo.
Gli ormoni si classificano in tre categorie: gli ormoni steroidei (derivati dalla molecola di colesterolo), gli ormoni peptidici (formati da tre o più amminoacidi, sono i più complessi e con maggior peso molecolare) e gli ormoni amminici (che derivano da singoli amminoacidi, ad esempio gli ormoni tiroidei). L’insulina è un esempio di ormone peptidico.
Esiste una specificità tra organi e ormoni; infatti, tramite il sangue, essi vengono a contatto con tutti i tessuti e le cellule, ma solo gli organi bersaglio sono in grado di riconoscerli. Ciò avviene grazie alla presenza sulla loro membrana plasmatica di recettori specifici. Gli ormoni riescono a suscitare una risposta già a concentrazioni molto basse (10-8 – 10-12 mol/L), poiché hanno un’elevata affinità con i recettori. In questo modo, un singolo segnale che arriva alla cellula è in grado di influenzare milioni di eventi molecolari. Allo stesso modo, l’elevata affinità tra ormone e recettore permette a ormoni strutturalmente simili di avere effetti anche molto diversi.

L’azione dell’insulina sui metabolismo energetico
Il pancreas è una ghiandola che si trova nel torace. Essa secerne il succo pancreatico nel duodeno durante la digestione, ed è perciò una ghiandola esocrina. Allo stesso tempo però svolge anche una funzione endocrina in quanto secerne e immette nella circolazione sanguigna due ormoni importantissimi per il metabolismo: l’insulina e il glucagone. Essi sono prodotti nelle cosiddette isole di Langerhans (dal nome del loro scopritore), che sono composte da tre tipi di cellule: a, p e 5, che producono rispettivamente glucagone, insulina e somatostatina.
Esse compongono circa il 2% del tessuto endocrino pancreatico; sono riccamente vascolarizzate, così che possano riversare nel sangue gli ormoni prodotti, e innervate da numerose fibre nervose, in modo che il sistema nervoso possa intervenire sul metabolismo.

L’insulina è un ormone peptidico composto da 51 amminoacidi, composto da due catene polipeptidiche unite da due ponti di solfuro. Essa viene sintetizzata nel pancreas endocrino sotto forma di un precursone inattivo a catena singola, la preproinsulina, che successivamente viene trasformata, per rimozione della sequenza segnale, in proinsulina e sotto questa forma conservata nei granuli di secrezione delle cellule beta. Quando un’elevata concentrazione di glucosio nel sangue stimola la secrezione di insulina, il peptide C si stacca dalla molecola grazie a degli enzimi specifici e la proinsulina viene convertita nella forma attiva e matura dell’ormone.

L’insulina e il glucagone sono ormoni antagonisti: entrambi sono sempre presenti in piccole quantità nel sangue, ma è il rapporto tra i due ormoni, in continua variazione, ad assicurare il mantenimento di una concentrazione ottimale di glucosio nel sangue.
L’equilibrio tra insulina, glucagone e glicemia è molto sottile e può per questo motivo essere influenzato da diversi fattori. Ad esempio, facendo sport, movimento o altre attività faticose, le cellule richiedono molta più energia e quindi anche più glucosio; la glicemia scende in poco tempo.
Dopo un pasto, durante la digestione, gli zuccheri complessi vengono scomposti a molecole semplici di glucosio, prima nella bocca dalla saliva e più tardi nell’intestino tenue attraverso degli enzimi digerenti, e sotto questa forma sono assimilati nel sangue attraverso la parete intestinale, facendo aumentare la glicemia. Un’elevata concentrazione di glucosio attiva un processo all’interno delle cellule beta del pancreas, che, stimolate anche dall’azione del sistema nervoso parasimpatico, rilasciano per esocitosi l’ormone insulina. Al contrario, il sistema nervoso simpatico inibisce la produzione di insulina quando il livello di glucosio nel sangue è sufficientemente basso. L’azione congiunta di questi due sistemi permette di mantenere la concentrazione di glucosio nel sangue quasi costante, nonostante vi siano grandi variazioni nell’assunzione di glucosio con la dieta.

Quando la glicemia aumenta e l’insulina viene rilasciata dal pancreas, prevalgono i processi anabolici. Una parte del glucosio, secondo necessità, viene utilizzato per produrre energia immediata; quello in eccesso è invece impiegato nella sintesi di composti di riserva energetica: glicogeno nelle cellule epatiche e nel tessuto muscolare, trigliceridi (lipidi) nelle cellule adipose. La glicemia a questo punto scende e torna ai livelli normali.

Se invece, in seguito a una diminuzione del tasso di glucosio (ad esempio dopo un periodo di digiuno), il rilascio dell’insulina è inibito e aumenta la secrezione di glucagone, predominano i processi catabolici; il glicogeno delle cellule epatiche e il glicerolo del tessuto adiposo sono scomposti a molecole di glucosio, che è in seguito immesso nel sangue e ne riequilibra la concentrazione.

Il glucosio è la principale fonte di energia per le nostre cellule, ma non può semplicemente entrare nella cellula. C’è infatti bisogno dell’insulina, che agisce con un meccanismo di riconoscimento di tipo chiave-serratura, e facilita l’entrata del glucosio nella cellula. L’assunzione di glucosio da parte delle cellule è mediata da un trasportatore, chiamato GLUT4, che durante i periodi di digiuno si trova all’interno delle cellule, sulla membrana di alcune vescicole. Quando vengono ingeriti alimenti ricchi di carboidrati, il livello di glucosio sale al di sopra dei suoi valori normali e il pancreas inizia il rilascio di insulina, che va a interagire con un recettore specifico posto sulla membrana delle cellule. Questo innesca il movimento delle vescicole verso la membrana, con la quale si fondono esponendo le molecole di GLUT4, i trasportatori: il glucosio può entrare nella cellula. I differenti stadi del trasporto del glucosio sono descritti in dettaglio nella didascalia della figura.

L’organismo diabetico
Un organismo è definito diabetico quando non è in grado di controllare queste variazioni metaboliche, perché il pancreas non produce abbastanza o del tutto insulina, o perché le cellule sono resistenti alla sua azione. Come vedremo in seguito, a seconda del tipo di carenza di insulina la malattia viene distinta principalmente tra Tipo 1 e Tipo 2. In comune a entrambe le forme c’è il fatto che nel sangue è presente un elevato tasso di glucosio, ma le cellule non possono averne accesso e restano quindi prive della loro abituale fonte di energia. Per sopperire a questa mancanza, l’organismo è costretto a trovare vie metaboliche alternative per la produzione di energia e ricorre quindi alla degradazione delle proteine dei muscoli e degli acidi grassi del tessuto adiposo.

I primi e più caratteristici sintomi del diabete sono minzione e sete eccessive. Ciò avviene perché l’organismo cerca di eliminare il glucosio in eccesso filtrandolo attraverso i reni per eliminarlo con le urine, che sono quindi abbondanti e contengono glucosio in grandi quantità (glicosuria). L’organismo è di conseguenza disidratato e a questo punto sopraggiunge anche una forte sete per compensare la perdita di liquidi (polidipsia).

Una modificazione metabolica caratteristica del diabete è quella relativa all’ossidazione degli acidi grassi. Infatti, in mancanza di insulina, si riscontrano elevati livello di glucosio nel sangue ma scarsa disponibilità all’interno delle cellule. Di conseguenza, le cellule si adattano ad utilizzare come fonte di energia prevalentemente acidi grassi. Il metabolismo degli acidi grassi, in mancanza di insulina, sfugge al controllo dell’organismo e vengono quindi prodotte in grandi quantità sostanze chiamate corpi chetonici. Questa condizione è chiamata chetosi.
A basse concentrazioni, i corpi chetonici possono sono un’importante fonte di energia per i muscoli e i tessuti periferici, e in parte anche per il cuore e il cervello (in caso di digiuno prolungato, quando le scorte di glucosio sono esaurite).

Se prodotti in quantità troppo elevate però essi possono risultare tossici: acido acetoacetico e acido D-p-idrossibutirrico, infatti, sono acidi carbossilici che ionizzano e rilasciano protoni. Se la quantità di protoni supera le difese dell’organismo, il pH ematico può abbassarsi notevolmente e portare a un’acidosi. L’acetone invece è un composto volatile che deriva dall’acido acetoacetico: normalmente è presente in quantità molto limitate ed è subito espulso tramite i polmoni; se però aumenta la quantità degli altri corpi chetonici, aumenta anche l’acetone che sopra certi livelli è anch’esso tossico per l’organismo. Siccome l’organismo lo vuole espellere sempre tramite i polmoni, il respiro della persona presenta l’odore caratteristico della frutta matura.

La combinazione di chetosi e acidosi è detta chetoacidosi ed è una condizione che può diventare molto pericolosa, portare al coma e, se non corretta, anche alla morte.
Allo stesso tempo inoltre, vista la mancanza di glucosio nelle cellule, si assiste per assurdo a un’elevata secrezione di ormoni che stimolano la sintesi di glucosio mediante gluconeogenesi (quando un composto non glucidico viene convertito in glucosio) e glicogeno lisi (quando il glicogeno conservato nel fegato viene scomposto a molecole semplici di glucosio). In questo modo viene riversato in circolo nuovo glucosio, che va ad aggravare l’iperglicemia già presente.

Questa condizione può essere riscontrata al primo manifestarsi della malattia (solamente del Tipo 1, quando la carenza di insulina è totale) o in seguito a un grave scompenso glicemico causato da alterazioni della terapia insulinica, ad esempio a causa del cattivo funzionamento degli apparecchi o, più in generale, da situazioni di grave stress, sia fisico che psicologico. Bisogna notare tuttavia che questa non è una condizione cui sono confrontati i diabetici quotidianamente, piuttosto è un segnale d’allarme che indica al paziente che la sua malattia è fuori controllo e che bisogna prendere i provvedimenti adeguati.

Un altro aspetto da tenere in considerazione è il fatto che i sintomi descritti sopra possono anche mancare, e questo è particolarmente pericoloso se la glicemia resta alta per molto tempo (anni), perché può causare diversi danni a reni, occhi, cuore, piedi.
La diagnosi del diabete si basa su misurazioni biochimiche del sangue e delle urine, così da captare le variazioni del metabolismo. Il metodo più utilizzato è il test di tolleranza al glucosio. Al paziente vengono somministrati 100g di glucosio disciolti in acqua dopo una notte a digiuno e gli viene misurata la glicemia a più riprese, prima dell’assunzione del glucosio e poi a intervalli di trenta minuti per alcune ore. Un organismo sano non ha problemi ad assimilare il glucosio: la sua glicemia non supererà le 9-10 mM, nella maggior parte dei casi non si riscontrerà la presenza di glucosio nelle urine. Una persona diabetica invece mostrerà problemi nell’assorbimento: la concentrazione di glucosio ematica salirà oltre la soglia renale (10mM) e le urine conterranno zucchero.

Il diabete di Tipo 1 e di Tipo 2 sono le due forme principali sotto cui la malattia si manifesta, e sono quelle di cui si parlerà più nel dettaglio nei capitoli seguenti, qui di seguito sarà data una breve descrizione delle loro caratteristiche. In seguito saranno esposti altri tipi particolari di diabete esistenti, ma non saranno approfonditi particolarmente e non saranno nemmeno menzionati più avanti.

Il diabete di tipo 1
Molto frequentemente il diabete di tipo 1 comincia nei bambini o negli adolescenti, infatti un tempo era chiamato “diabete giovanile” (o anche “insulino- dipendente”), ma potrebbe presentarsi a ogni età. È la forma meno diffusa tra le due principali, infatti colpisce solo un diabetico su cinque. La carenza di insulina è totale, perché le cellule dove essa è prodotta sono distrutte dal proprio sistema immunitario. La diagnosi è abbastanza rapida: qualche giorno o settimana dopo la comparsa dei primi sintomi, che sono molto evidenti, perché il corpo non è in grado di sopravvivere senza l’insulina che permette l’assorbimento del glucosio. L’unica cura possibile è attraverso iniezioni giornaliere di insulina, ma hanno un ruolo altrettanto importante nella terapia una sana alimentazione e regolare attività fisica.
Come anche nel tipo 2, si sa che c’è una marcata componente ereditaria nell’apparizione del diabete di tipo 1, ma serve un fattore scatenante per far insorgere la malattia. Siccome non è ancora bene chiaro quale sia e che ruolo abbia il fattore scatenante che, sommato alla predisposizione genetica, determina la comparsa della malattia, non è per ora possibile prevenire questa forma di diabete.

Il diabete di tipo 2
Questo diabete, un tempo noto come “dell’età adulta” o “non insulino- dipendente”, è la forma più diffusa e insorge di solito dopo i 40 anni. Negli ultimi anni si assiste sempre più frequentemente all’apparizione del diabete di tipo 2 tra i bambini e gli adolescenti, conseguenza di un aumento globale dell’obesità e di uno stile di vita troppo sedentario. Come già detto, il ruolo dell’ereditarietà è ben conosciuto; il fattore scatenante più frequente è l’obesità, conseguenza di uno stile di vita troppo sedentario. Per questo motivo, per il diabete di tipo 2 esiste un certo grado di prevenzione, che si basa essenzialmente sulla promozione di uno stile di vita sano, sull’attività fisica regolare e sulla lotta all’obesità.
La mancanza di insulina in questo caso è relativa: il pancreas produce in effetti ancora dell’insulina, ma non a sufficienza, in più le cellule sono resistenti alla sua azione. La causa di questa insulino-resistenza è un difetto dei meccanismi di assimilazione; mancanza di esercizio fisico e obesità peggiorano la situazione. Soprattutto all’inizio di un diabete di tipo 2 l’insulina è ancora disponibile a sufficienza, siccome il pancreas cerca di sopperire all’insulino-resistenza producendone di più. Con il tempo però non riesce a tenersi al passo con le richieste dell’organismo, la produzione di insulina diminuisce sensibilmente, ed è per questo che le cure per il diabete di tipo 2 variano molto con lo scorrere del tempo. Inizialmente esso può essere curato migliorando lo stile di vita (dimagrimento, alimentazione più sana, attività fisica), e quindi diminuendo sensibilmente la resistenza delle cellule all’insulina. Con il tempo però si rende spesso necessaria una cura farmacologica con medicamenti che stimolano la produzione di insulina o che ne migliorano l’azione; dopo molti anni possono diventare necessarie le iniezioni di insulina.

Siccome la carenza di insulina è relativa e la resistenza delle cellule alla sua azione è inizialmente lenta e aumenta solo con il passare del tempo, il diabete di tipo 2 può passare inosservato anche per parecchi anni, non presentando sintomi evidenti fino a che un controllo glicemico o la comparsa di una complicazione non evidenzia la malattia. Questo fatto è particolarmente pericoloso se si considera che il diabete di tipo 2 è in assoluto la forma più diffusa, colpisce infatti circa il 90% della popolazione diabetica.

 II diabete gestazìona/e
Nel corso di una gravidanza, il corpo della donna subisce numerose variazioni ormonali in favore di un ottimale sviluppo del feto, il metabolismo della madre deve sopportare quindi un carico notevole di cambiamenti.
Il diabete gestazionale18 è una forma particolare di diabete che può svilupparsi durante la gravidanza proprio a causa degli ormoni prodotti in questa particolare condizione, che provocano un aumento del livello di zuccheri nel sangue.
Nella maggior parte delle donne, l’aumentata richiesta di insulina per contrastare l’azione degli ormoni della gravidanza è compensata da una maggior produzione da parte dell’organismo, ma nel 5 percento circa dei casi19 la produzione endogena non è più sufficiente e quindi la glicemia aumenta, facendo apparire il diabete gestazionale.
È importante diagnosticare per tempo e curare questa condizione poiché alti livelli glicemici possono essere pericolosi sia per la madre sia per il bambino. Infatti le sostanze presenti nel sangue della madre passano al feto tramite la placenta, e quindi anche il glucosio e i corpi chetonici20. Se essi sono presenti in livelli troppo elevati, possono causare danni allo sviluppo del feto. Infatti a partire dalla 13a settimana di gravidanza il pancreas del feto comincia a produrre insulina, quindi se c’è troppo glucosio nel suo sangue la produzione di insulina sarà eccessiva rispetto al reale fabbisogno del feto. Da questo deriva un aumento ponderale eccessivo (il bambino nascerà troppo grande e troppo pesante, oltre i 4 kg) e il rischio di ipoglicemia alla nascita, quando verrà a meno l’apporto di glucosio dal sangue della madre mentre la produzione di insulina rimarrà elevata.
Ma anche per la madre aumentano i rischi di complicazioni durante la gravidanza, infatti essa avrà una maggiore probabilità di contrarre infezioni alle vie urinarie o di sviluppare ipertensione gestazionale. Il diabete può anche causare un eccesso di liquido amniotico, rischio di doglie premature e maggiore frequenza di parto cesareo.
Se il diabete è diagnosticato per tempo e i valori di glicemia vengono mantenuti nella norma, queste complicanze possono essere molto ridotte se non del tutto evitate. La gravidanza complicata dal diabete è una condizione che richiede impegno e consapevolezza da parte della madre. È infatti solo grazie a un attento controllo delle glicemie che la madre può garantire un sano e regolare sviluppo al suo bambino.

La cura del diabete gestazionale si basa su un’alimentazione sana ed equilibrata, associata ad un lento aumento del peso. In alcuni casi ciò non basta e si rende quindi necessaria un’insulinoterapia. Per un controllo ottimale del metabolismo è indispensabile ripetere regolarmente la misurazione della glicemia, indipendentemente dal tipo di terapia o dieta.
Il diabete gestazionale non causa alcun sintomo soggettivo, per cui deve essere “cercato” con un test screening in genere fra la ventiquattresima e la ventottesima settimana.
Il test diagnostico è essenzialmente uguale a quello utilizzato per diagnosticare gli altri tipi di diabete, basato sulla somministrazione di una soluzione di glucosio a digiuno e la seguente misurazione della glicemia a intervalli regolari. Se vengono superati determinati valori limite, viene diagnosticato il diabete gestazionale.
In linea di principio, il diabete gestazionale può colpire qualsiasi donna in gravidanza. Tuttavia un rischio più elevato si riscontra in alcune categorie di donne:
• Età oltre i 30 anni
• Sovrappeso, obesità
• Ipertensione
• Diabete mellito in famiglia
• Bambino di oltre 4 kg in gravidanze precedenti
• Aborti o bambini nati morti in precedenza
• Diabete gestazionale in una precedente gravidanza
In questi casi è opportuno eseguire il test screening già alla 14esima settimana e se risulta negativo ripetuto poi alla 24esima.
Il diabete gestazionale è una delle poche forme di diabete temporaneo, infatti il più delle volte i valori tornano normali subito dopo la nascita del bambino. Le donne colpite hanno però un alto grado di probabilità di sviluppare più avanti negli anni un diabete di tipo 1 o 2.
Gli studi più recenti sono giunti alla conclusione che il diabete gestazionale costituisce un problema crescente, che, purtroppo, in molti casi continua a non essere riconosciuto. In Svizzera attualmente a tutte le donne viene effettuato il test screening, si spera così di individuare più casi possibili al fine di ridurre le complicanze dovute a questa condizione. Negli ultimi anni grandi progressi sono stati fatti nella conoscenza e nella gestione del diabete in gravidanza. È tuttavia necessario che tanto da parte dei medici quanto da parte delle donne si mantenga alto questo livello di controllo, in modo da assicurare un metabolismo equilibrato e ridurre al minimo le complicazioni.

Altre forme di diabete
Il diabete può comparire anche in altre forme e per altri motivi oltre ai due
principali già citati, passiamoli velocemente in rassegna
• MODY (Maturity Onset Diabetes of the Young): Diabete dell’età adulta a insorgenza giovanile. È una rara forma di diabete (colpisce un diabetico su cento) di tipo adulto che si manifesta nei giovani intorno ai vent’anni. È simile nelle sue caratteristiche al diabete di tipo 2, può venir sviluppata solo in presenza di geni specifici, che danneggiano le cellule produttrici di insulina, e di conseguenza si ha una sottoproduzione dell’ormone. Come nel tipo 2, anche questo tipo di diabete può essere curato con una dieta personalizzata e l’attività fisica regolare; può rendersi tuttavia con il tempo necessaria l’assunzione di farmaci e/o insulina.
• LADA (Latent Autoimmune Diabetes of Adult). È una rara forma intermedia tra il tipo 1 e il tipo 2, che colpisce circa il 10% degli adulti diabetici non insulino- dipendenti. Essi sono normalmente giovani (tra i 20 e i 40 anni), sono magri e presentano nel loro sangue differenti anticorpi diretti contro le cellule produttrici di insulina. All’inizio non è necessaria l’assunzione di insulina tramite iniezioni, ma con il tempo essa si rende il più delle volte necessaria.
• Siccome l’insulina è prodotta nel pancreas, il diabete può comparire anche nel caso esso sia danneggiato per svariati motivi, in particolare:
o Pancreatite (infiammazione del pancreas)
o Fibrosi cistica (malattia genetica ereditaria grave che fa insorgere tra le altre cose un’insufficienza pancreatica)
o Emocromatosi (accumulo eccessivo di ferro in organi e tessuti, tra cui il pancreas, che gradualmente danneggia le cellule che producono insulina)
o Asportazione del pancreas in seguito a un incidente o una malattia (ad esempio un cancro). Poiché non viene più prodotta insulina, insorge il diabete di tipo 1
• Alcuni farmaci possono far aumentare la glicemia o ostacolare l’azione corretta dell’insulina, ad esempio steroidi, diuretici, betabloccanti o vasodilatatori, immunosoppressori.
• La produzione in eccesso da parte dell’organismo di alcuni ormoni (come il cortisone, l’adrenalina o l’ormone della crescita) può aumentare il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 in quanto essi hanno un’azione iperglicemizzante e contrastano l’azione dell’insulina.

Il ruolo dell’ereditarietà
Sia il diabete di tipo 1 che il diabete di tipo 2 hanno una comprovata componente ereditaria. L’aspetto che a tutt’oggi è ancora poco conosciuto è come queste due malattie siano trasmesse ed è per questo oggetto di studio di molti genetisti. Abbastanza frequentemente vengono scoperte nuove mutazioni genetiche nel diabete di tipo 2, ma esse non spiegano che una piccola percentuale di questa forma di diabete.
I malati di diabete di tipo 1 possiedono alcuni geni predisponenti, localizzati sulla 6a coppia di cromosomi, e rappresentano l’elemento favorevole di base. Tuttavia, essi non sono la sola causa del diabete: infatti, nella popolazione europea generale, il 50% delle persone possiede uno di questi fattori predisponenti senza essere diabetiche (i diabetici di tipo 1 rappresentano solo lo 0,4-0,5% di questa popolazione). Questo fatto mostra come altri elementi, oltre alla componente ereditaria a tutt’oggi conosciuta, debbano per forza entrare in gioco per portare un organismo a sviluppare un diabete: essi possono essere determinati virus o tossine alimentari, batteriche o chimiche, ma anche altri caratteri ereditari ancora non del tutto identificati. Che il diabete di tipo 1 non sia una malattia puramente ereditaria, è provato da differenti studi su gemelli identici: nel caso che uno dei due presenti questa forma di diabete, non è detto che anche l’altro si ammali; esso diventa infatti diabetico solo nel 25-30% dei casi.
La combinazione di ereditarietà e fattori ambientali scatena una reazione di difesa da parte del nostro sistema immunitario. Il diabete di tipo 1 è per questo definito una malattia autoimmune, in quanto è lo stesso organismo che aggredisce e a poco a poco distrugge se stesso: nel diabete, le cellule colpite sono le cellule beta del pancreas, che producono l’insulina necessaria al corpo. Questo processo non è immediato, si sviluppa nel corso di alcuni mesi o più anni. I primi sintomi del diabete appaiono quando circa il 90% delle cellule beta sono andate distrutte.
Si può riassumere il processo di apparizione del diabete di tipo 1 in questo modo:

Anche se pure il diabete di tipo 2 è strettamente legato ai fattori ereditari, si sa che i geni coinvolti non sono situati sul cromosoma 6 come nel diabete di tipo 1; i meccanismi di trasmissione di questo tipo sono di fatto quasi sconosciuti,.
Gli studi su gemelli identici hanno però dimostrato che, nel caso uno dei due diventi diabetico di tipo 2, l’altro ha un’elevata probabilità di sviluppare la malattia entro breve: per la precisione, quasi il 70% entro sei anni e più del 90% entro dieci anni. Questi dati sono stati costatati anche nel caso che i due gemelli vivessero in un ambiente differente. Si può quindi concludere che il diabete di tipo 2 ha una componente ereditaria molto più rilevante, sebbene meno conosciuta, rispetto al tipo 1. In questo tipo di diabete, che non è una malattia autoimmune, hanno ad ogni modo un grande peso anche altri fattori quali l’ambiente, lo stile di vita, il peso: circa l’80% dei diabetici di tipo 2 è infatti sovrappeso.
In generale, il rischio di ammalarsi di diabete aumenta se la malattia è già presente in famiglia. Nella tabella seguente sono riportate alcune cifre che mostrano la probabilità di contrarre la malattia in diverse situazioni.

Il trattamento del diabete
Poiché come si vedrà in seguito una glicemia elevata troppo a lungo può avere serie conseguenze sull’organismo, è fondamentale cercare di mantenerla sempre entro i limiti raccomandati (4-7 mM). È per questo molto importante condurre uno stile di vita sano, fare attività fisica regolare, mangiare cibi e bevande adeguati, assumere i farmaci o l’insulina del caso e fare controlli frequenti. Tutti questi accorgimenti permettono al malato di vivere una vita in linea di massima normale. Per questi motivi, nel caso del diabete molto più che in altre patologie, è molto importante la partecipazione attiva del paziente nel trattamento della sua malattia; è necessario che ci sia una buona collaborazione e comunicazione tra il medico, il paziente e le persone a stretto contatto con esso.
Nel mio lavoro non intendo esporre in modo esaustivo in cosa consiste il trattamento della malattia. Esso è personalizzato a seconda delle esigenze del paziente e può quindi variare molto da persona a persona, perciò mi limiterò a illustrare i principi generali su cui si basa.
Inoltre lo scopo del mio lavoro è piuttosto quello di dare le basi biologiche per capire la patologia in modo da poterla introdurre in un contesto storico sociale, il lato più pratico del trattamento della malattia passa quindi in secondo piano.27 Nei capitoli seguenti cercherò tuttavia di dare un’idea generale dei principi su cui si basa il trattamento della malattia, in particolare il controllo della glicemia e la terapia con farmaci e/o insulina.

5.1 Monitorare la glicemia
Come è già stato detto, è importante mantenere il livello di glucosio nel sangue entro le 4 e le 7 mmol/L. Per fare ciò, è molto importante misurare quotidianamente e regolarmente la glicemia, così da poter, se necessario, apportare tempestivamente cambiamenti al dosaggio di farmaci o insulina. Esistono due modi per controllare quotidianamente il livello di glucosio nel sangue: il test delle urine e l’esame del sangue.
Il test delle urine era fino a pochi decenni fa l’unico metodo che poteva essere utilizzato dai pazienti a casa, la sua utilità è però piuttosto limitata: esso indica infatti solamente la presenza di glucosio nelle urine, che si manifesta quando la glicemia supera le 10 mmol/L, ma non è in grado di fornire informazioni su un livello leggermente alto (7-10 mmol/L) o su un livello troppo basso di glucosio nel sangue. Per questo, al giorno d’oggi è molto più importante la misura della glicemia attraverso un prelievo di sangue, che fornisce risultati più precisi e affidabili. In generale, si preleva una goccia di sangue e la si pone su una striscia, essa viene in seguito inserita in un apparecchio per la misurazione (glucometro) che mostra poi il risultato sul display.
Esiste anche un test, che si effettua dal medico, chiamato test dell’emoglobina glicosilata (HbA1c), che permette di misurare il livello di glucosio nel sangue nell’arco delle 6-8 settimane precedenti il test e che esprime i risultati in percentuale: un valore intorno al 7% è da considerarsi buono, se è più elevato indica la necessità di un controllo più rigoroso della propria malattia. Questo test è molto importante in quanto fornisce una media del livello di glucosio durante più settimane; tuttavia un valore nella norma non è sufficiente per escludere eventuali complicazioni. Essendo un valore medio, non è in grado di mostrare se ci sono state forti oscillazioni tra valori molto alti e valori molto bassi. È quindi molto importante integrare frequenti misurazioni casalinghe con il test HbA1c, in modo da avere una panoramica completa dello stato della propria malattia.
Oggi la misurazione è molto semplice, tanto dal medico quanto a casa, grazie a un vasto assortimento di strumenti che spazia da semplici strisce reattive a sofisticati apparecchi elettronici. Fino a poco tempo fa non era così, infatti solo a partire dagli anni ’80 del secolo scorso è possibile l’automisurazione della glicemia; prima per i controlli quotidiani ci si basava essenzialmente sul test delle urine.
La glicemia è influenzata da alcuni fattori principali: l’alimentazione, l’attività fisica, i farmaci e/o le iniezioni di insulina.
I principi di un’alimentazione sana valgono per tutti, ma i diabetici devono prestare un’attenzione maggiore a che cosa mangiano per equilibrare la quantità di cibi e bevande con gli effetti dei farmaci o dell’insulina. È particolarmente importante fare pasti regolari ricchi di carboidrati, preferibilmente quelli che hanno un impatto meno immeditato sulla glicemia (cioè gli zuccheri complessi, che impiegano più tempo a essere demoliti e assorbiti dall’organismo), in modo da facilitare la gestione del glucosio da parte dell’organismo.
Nel trattamento a insulina è molto importante calcolare in modo preciso la quantità di carboidrati ingeriti, in modo da poterli compensare con la giusta dose di insulina tramite un sistema di equivalenti28. È raccomandato il consumo di cibi ricchi di fibre, soprattutto frutta e verdura; sono invece da limitare i grassi e le carni rosse, così come il consumo di alcol. È sbagliato pensare che i diabetici non debbano mai mangiare zucchero, anche perché sarebbe di fatto impossibile e inoltre l’organismo ha bisogno di essi come fonte principale di energia; tuttavia se ne può limitare la quantità evitando bevande o cibi eccessivamente ricchi di zuccheri (semplici) e in ogni caso preferire alimenti che contengono zuccheri naturali (ad esempio la frutta).
L’attività fisica è benefica per tutti, infatti, praticata regolarmente, migliora la pressione arteriosa e previene l’accumulo di grassi nel sangue, in questo modo esercita un’attività protettrice contro l’aterosclerosi. Inoltre, contribuisce ad aumentare il senso di benessere e il buonumore riducendo il rischio di depressione. Per i diabetici essa ha un ulteriore vantaggio: facilita l’entrata del glucosio nelle cellule, e aiuta quindi a far abbassare la glicemia e quindi a prevenire le complicanze a lungo termine. Nel diabete di tipo 2 aiuta a ridurre la resistenza all’insulina, che quindi è più efficace; nei diabetici di tipo 1 l’insulina iniettata agisce meglio ed è quindi possibile ridurne il dosaggio. Siccome bisogna essere in grado di prevedere l’effetto dello sport sulla glicemia, e di modificare di conseguenza le dosi di farmaci o insulina, è importante che l’attività fisica sia abbastanza regolare. La scelta della disciplina è molto libera e può variare a dipendenza delle condizioni della persona: sbrigare le faccende domestiche, andare a fare la spesa o fare giardinaggio sono delle attività fisiche alla portata di qualsiasi diabetico. Sono anche consigliabili sport che richiedono sforzi sostenuti e regolare quali la camminata, il nuoto, andare in bicicletta. Non è necessario avventurarsi in sport competitivi o attività al di sopra delle proprie capacità, l’importante è porsi degli obiettivi precisi e impegnarsi a raggiungerli.

Farmaci
Per i diabetici di tipo 2, quando la dieta e l’attività fisica non bastano più a tenere sotto controllo la glicemia, può rendersi necessaria l’assunzione di medicamenti detti ipoglicemizzanti (cioè che fanno abbassare la glicemia). È bene fare presente che questi medicamenti non contengono insulina; essa infatti, essendo una un ormone peptidico e quindi una proteina, andrebbe distrutta durante la digestione dai succhi gastrici dello stomaco.
Esistono numerosi tipi di medicamenti che agiscono in modi diversi; non è però lo scopo di questo lavoro di maturità esporre nel dettaglio in cosa consiste la cura farmacologica del diabete. Si cercherà tuttavia qui di seguito di dare un’idea sui tipi di farmaci che esistono e secondo quale principio essi agiscono.
Come è già stato detto, il diabete di tipo 2 risulta dalla combinazione di due fattori principali: una resistenza delle cellule all’azione dell’insulina e una ridotta capacità del pancreas di secernere l’ormone.
Pertanto, usando un concetto semplificato, i farmaci possono agire in tre modi principali:
• stimolando il pancreas a produrre più insulina (Sulfoniluree, Repaglinide e Nateglinide);
• aiutando le cellule a diminuire la loro resistenza all’insulina (Metformina, Tiazolidinedioni);
• rallentando la digestione dei cibi ricchi di carboidrati (Acarbose).
I medicamenti possono essere presi da soli o in combinazione tra loro, a dipendenza delle condizioni del singolo pazienze. La cura può variare molto nel tempo; se a lungo andare nessun medicamento riesce a tenere la glicemia sufficientemente bassa, può rendersi utile un trattamento a insulina. Tra i vari effetti collaterali che si possono riscontrare troviamo l’aumento di peso, l’ipoglicemia, nausea, diarrea, ritenzione di liquidi. Gli effetti cambiano da persona a persona: un medicamento che funziona in modo ottimale per qualcuno potrebbe portare più danni che benefici a qualcun altro. Per questo il trattamento del diabete con i farmaci è molto personalizzato a seconda delle esigenze del paziente e dello stato di salute del paziente, lo scopo della cura è quello di abbassare la glicemia riducendo al minimo le conseguenze sgradevoli che una cura medicamentosa può avere.

Insulina
Siccome l’insulina è un ormone indispensabile alla vita, se il corpo non è più in grado di produrla è necessario introdurla dall’esterno. Per i diabetici di tipo 1 il trattamento a insulina è da subito l’unica cura possibile. I malati di tipo 2 invece potrebbero averne bisogno quando il pancreas subisce un tale calo della produzione che i medicamenti non sono più abbastanza efficaci.
Poiché l’insulina, se presa per via boccale, andrebbe distrutta durante la digestione, oggi l’unica maniera di assumerla è di iniettarla nel tessuto sottocutaneo attraverso vari strumenti: siringhe di plastica monouso, penne munite di cartucce di insulina intercambiabili o pompe a insulina dotate di microinfusore. Esistono diversi tipi di insulina: ad azione ultrarapida, ad azione rapida, ad azione intermedia, ad azione lenta, e miscugli di insulina rapida/ultrarapida e intermedia in proporzioni fisse.
Attualmente, l’insulina è prodotta a partire da colture di batteri o lieviti per ingegneria genetica (cfr. sottocapitolo 5.3.1, pagina seguente), che elaborano l’insulina detta umana (con la stessa composizione chimica di quella prodotta dal pancreas di un organismo sano) o analoga (con una composizione chimica leggermente modificata in modo da ottenere determinate caratteristiche, ad esempio azione molto rapida o molto lenta); in passato essa era estratta dal pancreas di maiali o bovini.
Lo scopo della cura è quello di mantenere la glicemia entro i normali limiti, per questo il trattamento a insulina è molto personalizzato: esistono diversi schemi di assunzione che vanno poi adattati alle necessità del singolo paziente tenendo conto della attività fisica, dell’alimentazione e delle abitudini del paziente.
Ingegneria genetica e insulina
L’ingegneria genetica è una biotecnologia che, come il termine stesso suggerisce, lavora con i geni. I geni sono la più piccola unità dell’informazione ereditaria e compongono il DNA. I geni si trovano nel nucleo di tutte le cellule di un organismo sotto forma di cromosomi e sono responsabili della formazione delle caratteristiche di tutti gli esseri viventi, in quanto il loro scopo è quello di fare in modo che vengano prodotte dall’organismo determinate proteine. Ogni proteina riveste una funzione ben precisa all’interno del corpo e per questo motivo determina le caratteristiche dell’individuo. Il materiale genetico varia infatti non solo da specie a specie (per numero di cromosomi), ma anche da individuo a individuo (per differente sequenza di basi azotate). Eppure, ciò che rende possibile l’ingegneria genetica è il fatto che il codice genetico (il “linguaggio”) utilizzato è, a parte rare eccezioni, uguale per tutti i viventi. Per questo, un qualsiasi microrganismo è capace di leggere e tradurre non solo il proprio DNA ma anche quello di un’altra specie che venga inserito al suo interno.

L’origine delle biotecnologie va ricercata molto indietro nel tempo, infatti l’uomo ha agito sul patrimonio genetico molto prima di sapere perfino cosa fosse un gene: si pensi ad esempio alla selezione operata dall’uomo su piante e animali per ottenere specie con le caratteristiche desiderate. In passato questa selezione era frutto della semplice osservazione dei fenomeni, oggi invece le conoscenze scientifiche e tecnologiche permettono di modificare il patrimonio genetico in modo molto mirato: l’uomo è capace di “leggere, scrivere e riscrivere” il DNA a suo piacimento secondo le sue necessità. I geni possono infatti essere isolati, ricostruiti e inseriti in cellule appartenenti a specie diverse da quelle di provenienza del gene, e in questo nuovo sito essi possono esprimersi producendo le proteine per le quali codificano.
La tecnologia del DNA ricombinante consente di sfruttare una determinata cellula facendole produrre ciò di cui si ha bisogno. L’utilità di questa tecnica, in medicina, sta nel fatto che essa permette di produrre grandi quantità di molecole che scarseggiano in natura o che mancano del tutto in determinati organismi. In questo modo è possibile produrre varie sostanze che sono molto importanti per la cura di malattie dell’uomo: ormoni, vaccini, enzimi e altre sostanze utili per curare disfunzioni dell’organismo. Non solo in tempi recenti ma anche andando più indietro nel tempo, l’uomo ha utilizzato le proteine per trattare le malattie dovute a carenza di determinate sostanze. Il problema per secoli è stato che non si disponeva di abbastanza tessuto umano per estrarle. Infatti la maggior parte di queste molecole è presente nelle cellule in quantità minime, e perciò si è spesso fatto ricorso alle proteine animali.
Fino al 1980 quindi anche l’insulina che i diabetici si iniettavano era di origine suina o bovina. Il problema delle proteine animali è che, pur essendo simili a quelle umane per forma e funzionamento, non hanno la stessa identica struttura di quelle umane. Perciò, oltre al fatto che i preparati non erano perfettamente puri a causa delle difficoltà di estrazione, alcuni pazienti dovevano confrontarsi anche con sgradevoli reazioni allergiche. Siccome il diabete era, allora come oggi, una malattia molto diffusa, la sintesi di insulina per via industriale fu il primo grande obiettivo dell’ingegneria genetica.
Grazie all’ausilio di batteri e altri microrganismi è ora possibile ottenere proteine umane pure. Il processo di fermentazione e in seguito di purificazione avvengono su scala molto grande, si possono così ottenere le quantità desiderate e si riducono al minimo le reazioni immunitarie, perché la loro struttura è identica a quella umana. Inoltre è eliminato il rischio di contaminazione dovuta alle impurità del preparato, che era molto alto invece usando le proteine animali.
Ciò che rende possibile l’ingegneria genetica è il fatto che tutti i viventi, tranne rare eccezioni, utilizzano lo stesso codice genetico. Per questo, un qualsiasi microrganismo è capace di leggere e tradurre non solo il proprio DNA ma anche quello di un’altra specie che venga inserito al suo interno.
La manipolazione del DNA è una tecnica che ha bisogno di due tipi di enzimi specifici: gli enzimi di restrizione, che permettono di tagliare il DNA in sequenze specifiche, e le ligasi, che “incollano” insieme i pezzi. Gli enzimi di restrizione sono prodotti dai batteri come forma di difesa verso altri microrganismi, ma per l’uomo si sono rivelati uno strumento essenziale per la manipolazione del DNA. Oggi si conoscono circa 300 enzimi di restrizione differenti che tagliano il DNA in corrispondenza di sequenze nucleotidiche specifiche.
Per costruire la molecola di DNA ricombinante che produce insulina si ha bisogno del gene umano e di un vettore per trasportarlo: di solito un plasmide prelevato da un batterio. Con lo stesso enzima di restrizione, specifico per la sequenza desiderata, si taglia sia il DNA del gene che il plasmide, in modo da ottenere in entrambi i casi due estremità aperte, compatibili tra loro. In questo modo è possibile inserire il DNA umano nel punto in cui l’anello del plasmide è stato aperto. L’enzima ligasi a questo punto sigilla il legame e si ottiene così la molecola di DNA ricombinante: prodotta artificialmente e con una combinazione genica
assolutamente inedita, non esistente in natura. A questo punto si può introdurre la nuova molecola in cellule batteriche in coltura, dove il materiale genetico si integra in modo permanente al materiale ereditario delle cellule. Ogni volta che il microrganismo si riproduce duplica tutto il suo materiale genetico, quindi anche il DNA ricombinante, e dopo un solo giorno, è già possibile ottenerne circa 1015 copie identiche. Questi batteri modificati vengono quindi inseriti in appositi fermentatori. In condizioni ottimali di temperatura, apporto di ossigeno e nutrienti, i batteri si riproducono e sono in grado di sintetizzare la proteina dell’insulina, a loro estranea ma utilissima all’uomo.
Arrivare alla produzione dell’ormone maturo e attivo però non è stato semplice: infatti, come è stato visto nel capitolo 3.3 , l’insulina non è sintetizzata subito nella sua forma attiva, ma passa prima per i due stadi di preproinsulina e proinsulina. Il problema quindi è che se forniamo ai batteri un gene “classico” per l’insulina, questi traducono il messaggio letteralmente e sintetizzano preproinsulina inattiva. Nel corpo è trasformata nella forma attiva dalle cellule pancreatiche, in coltura invece rimane inattiva, perché le cellule batteriche non sono, evidentemente, in grado di farlo. Per questo, è necessario sintetizzare mediante due plasmidi distinti e differenti la catena A e la catena B separatamente e unirle solo alla fine.
Nel 1978 si ottenne così la prima insulina umana prodotta artificialmente (anche se all’inizio con rese piuttosto scarse). Due anni più tardi, a Londra, 17 pazienti si sottoposero volontariamente all’iniezione della prima insulina prodotta attraverso le tecniche di ingegneria genetica. Nel 1982 l’insulina ricevette il permesso di essere usata su larga scala sugli individui umani, diventando così di fatto il primo medicamento prodotto per ingegneria genetica.
Al giorno d’oggi l’insulina animale non è praticamente più utilizzata, anche se esiste una tecnica che rappresenta una via di mezzo tra la produzione per ingegneria genetica e l’utilizzo di insulina suina. Essa prevede infatti che l’insulina dei maiali venga modificata in laboratorio per assumere la struttura identica a quella umana. Questo è possibile perché l’insulina umana e quella suina differiscono solamente per la posizione di un amminoacido, ed è quindi possibile sostituire quello differente.

Il caso dell’insulina è però un’eccezione, infatti le proteine animali sono normalmente molto difficili da modificare per fargli assumere configurazione uguale a quella umana, è più semplice produrle direttamente con la tecnica del DNA ricombinante. Anche l’insulina è prodotta al giorno d’oggi preferibilmente con questa tecnica.

Ipoglicemia
I malati di diabete trattati con insulina o farmaci che stimolano la produzione di insulina possono incorrere in una condizione chiamata ipoglicemia. Essa sopraggiunge quando il tasso di glucosio del sangue scende sotto un certo livello, intorno alle 4mmol/L, che può essere diverso da persona a persona. L’ipoglicemia si manifesta con un insieme di sintomi più o meno spiacevoli, anch’essi variabili, che possono essere fame, sudorazione, tremito, ansia, pallore, palpitazioni cardiache, ecc.
Questi sintomi sono da considerarsi dei segnali d’allarme emessi dal cervello, stanno a indicare che l’apporto di glucosio (“carburante”) è insufficiente. Se non si prendono misure immediate per fare risalire la glicemia, questa situazione può aggravarsi e possono quindi insorgere anche mal di testa, difficoltà di concentrazione, disorientamento, vista offuscata, aggressività, convulsioni, fino alla perdita di conoscenza.
II trattamento è differente a dipendenza se il paziente è sveglio o ha perso i sensi. In entrambi i casi sono previste due fasi: la prima richiede l’assunzione di zucchero ad assorbimento rapido per far rialzare immediatamente la glicemia; la seconda prevede di mangiare cibo più sostanzioso a base di carboidrati, per evitare un nuovo calo e una successiva ipoglicemia. Se il paziente è cosciente, per la prima fase basta ingerire glucosio puro (sotto forma di pastiglia o zucchero sciolto in acqua) o una bibita zuccherata ipercalorica. Se invece il diabetico è svenuto, è pericoloso farlo bere o mangiare perché c’è il rischio che soffochi, per questo è necessaria un’iniezione di glucagone, che stimola la trasformazione del glicogeno presente nel fegato in glucosio, facendo quindi aumentare la glicemia rapidamente: il diabetico si risveglia normalmente entro 5-10 minuti. In entrambi i casi è necessario assumere zuccheri ad assorbimento lento (carboidrati) non appena la glicemia è tornata a livelli normali o quando si ha ripreso conoscenza. L’ipoglicemia insorge quando c’è troppa insulina in circolo, quindi quando nutrimento, esercizio fisico e insulina non sono adeguatamente equilibrati. Per questo è necessario che essi siano calcolati con cura in funzione dei bisogni quotidiani e regolarmente distribuiti.

Iperglicemia
Dato che le cellule dei diabetici presentano difficoltà nell’assimilare il glucosio presente nel sangue, può spesso capitare che la glicemia sia molto elevata: in questo caso si parla di iperglicemia.35 Poiché questa condizione è sconveniente tanto a breve quando a lungo termine, la cura del diabete è mirata in particolare alla sua riduzione e prevenzione. Quando il diabete non è curato, l’iperglicemia è la sua principale conseguenza, ed è per questo che i suoi sintomi sono spesso il fattore che spinge a fare una visita medica e in seguito a scoprire di soffrire di questa patologia.
L’iperglicemia può avere differenti cause, ad esempio un disequilibrio tra apporto alimentare e attività fisica, un errore o un’impossibilità a prendere i propri farmaci
0 l’insulina, un periodo di malattia, lo stress oppure cambiamenti ormonali.
1 sintomi sono diversi e possono essere molto evidenti oppure quasi assenti, soprattutto nel tipo 2 o se l’organismo si è abituato ad alti livelli di glucosio. Il sintomo più caratteristico, che è anche quello che dà il nome alla patologia, è la minzione frequente e abbondante, a cui il più delle volte segue una forte sete. Può anche esserci debolezza e dimagrimento (quando l’organismo, per sopperire alla mancanza di glucosio brucia i grassi di riserva), vista offuscata, infezioni quali mughetto e cistite.
Il trattamento dipende dalla causa che scatena l’iperglicemia, si può ad esempio mangiare di meno, aumentare l’attività fisica o la quantità di farmaci o insulina. In ogni caso, è molto importante misurare frequentemente la propria glicemia per verificare che essa stia ritornando ad avere valori accettabili.
Anche facendo controlli accurati, a tutti i diabetici può succedere di tanto in tanto che a causa di stress, malattia, una dose sbagliata di farmaci, i livelli di glucosio nel sangue siano troppo elevati; ma se le crisi iperglicemiche si mantengono brevi e sporadiche, non sono da considerarsi particolarmente nocive. Ben diverso è se la glicemia si mantiene costantemente alta e per molto tempo: in questo caso possono sopraggiungere complicanze anche molto gravi sia a breve sia a lungo termine.
Chi è malato di diabete di tipo 1 può incorrere nella situazione illustrata al capitolo 4 (cfr. pp. 11-12), la chetoacidosi diabetica, i cui sintomi possono essere vomito, nausea, dolori addominali e alito dall’odore caratteristico. È in questo caso necessario il ricovero ospedaliero urgente, perché la chetoacidosi, se non curata, può portare al coma e a volte anche alla morte. In ospedale il paziente viene curato tramite somministrazione endovena di insulina, fluidi, potassio e sostanze per diminuire l’acidità del sangue.
I diabetici di tipo 2 con una grave iperglicemia non vanno incontro a chetoacidosi diabetica, perché il loro organismo produce ancora una piccola quantità di insulina e quindi ha ancora accesso a una minima parte di energia sotto forma di glucosio e non è dipendente solo dal tessuto adiposo. Tuttavia, se la glicemia si mantiene molto alta l’organismo rischia di disidratarsi eccessivamente e a volte questa situazione può portare al cosiddetto coma iperosmolare non chetonico. I sintomi in questo caso non sono così evidenti: stanchezza, malessere generale, spesso con febbre, caduta della pressione arteriosa. Questa condizione è altrettanto seria, può portare anch’essa al coma e va curata in ospedale.

Complicazioni a lungo termine
Se la glicemia resta alta per molti mesi o addirittura anni, è molto alto il rischio di complicazioni gravi. Senza voler entrare nei dettagli delle molte e varie patologie che possono insorgere a causa di un diabete scompensato, proveremo nel capitolo che segue a dare un’idea di cosa può succedere quando il glucosio resta per troppo tempo in circolo nel sangue.
Malattie degli occhi
Dopo molti anni di malattia in cui la glicemia resta elevata, i vasi sanguigni sul fondo dell’occhio possono danneggiarsi e può subentrare quindi una patologia chiamata retinopatia. La retina è l’area sensibile alla luce sul fondo dell’occhio e ha bisogno di molto sangue per svolgere al meglio la sua funzione, se i vasi sanguigni sono danneggiati, la vista può risultare danneggiata. Esistono tre tipi progressivi di questa malattia: di fondo, preproliferativa e proliferativa. Se non individuata tempestivamente e curata, la retinopatia può provocare un forte calo della vista e a volte anche cecità.
Un’altra malattia degli occhi che è molto frequente nei diabetici è la cataratta, condizione in cui il cristallino, normalmente trasparente, diventa opaco; questa modifica è dovuta a dei cambiamenti nelle fibre proteiche del cristallino a causa di un livello di glucosio mantenuto alto per molti anni, e può portare a diminuzione della vista e in alcuni casi anch’essa alla cecità.
Malattie cardiovascolari
Si sa che esiste una stretta correlazione tra diabete e ipertensione e iperlipidemia, anche se essa non è del tutto chiara. Essi sono già di per sé disturbi cardiovascolari, ma in più rappresentano anche fattori di rischio per altre malattie, quali le arteriopatie coronariche (quando le due principali arterie che raggiungono il cuore e lo riforniscono di sangue sono colpite da aterosclerosi e di conseguenza il flusso di sangue diretto al cuore è ridotto), i colpi apoplettici (quando l’apporto di sangue, e quindi di ossigeno, al cervello è interrotto a causa di un coagulo o della rottura di un vaso sanguigno) e i disturbi vascolari periferici (quando a causa dei depositi di grasso nelle arterie di gambe e braccia, l’irrorazione sanguigna dei muscoli risulta ridotta, con tutte le conseguenze del caso). In tutti questi casi si ritiene che un alto livello di insulina nella circolazione sanguigna possa essere responsabile dell’apparizione della complicazione.
Malattie dei reni
Si chiama nefropatia il deterioramento dei reni causato da molti anni di diabete. Normalmente i sintomi si manifestano solo quando il danno è già molto esteso, per questo è importante fare frequenti controlli (al sangue e alle urine) per individuare i problemi sul nascere.

I reni sono responsabili per la regolazione della quantità di liquidi e sali nell’organismo e per la filtrazione del sangue, eliminano le scorie producendo urina. I nefroni sono le principali unità funzionali dei reni e possono venire danneggiati da una glicemia mantenuta alta per molti anni oppure da un’ipertensione. La nefropatia è una malattia graduale che si distingue in tre fasi consecutive: la microalbuminuria (prima fase, nelle urine si trovano piccole quantità di una proteina chiamata albumina, segno che i reni cominciano a essere danneggiati, ma reversibilmente), la proteinuria (nelle urine è presente un’anomala quantità di proteine, segno che i reni hanno subito danni permanenti) e infine l’insufficienza renale (proteinuria non curata che porta i reni a non funzionare più adeguatamente, rendendo necessario sottoporsi a dialisi o a un trapianto).
Malattie dei piedi
Nei diabetici sono piuttosto frequenti anche le complicazioni per quanto riguarda i piedi. Può succedere che i nervi delle gambe siano deteriorati a causa dei depositi di glucosio, facendo insorgere una neuropatia periferica, che causa dolore o perdita di sensibilità ai piedi e alle dita dei piedi. Oppure l’apporto di sangue ai piedi potrebbe essere ridotto a causa della restrizione delle arterie periferiche, in questo caso si parla di ischemia periferica. In questo caso vi è un insufficiente apporto di ossigeno e nutrienti a causa dell’aterosclerosi, le ferite guariscono molto lentamente e spesso appaiono ulcere o crampi. Se l’irrorazione sanguigna dei piedi è fortemente ridotta, può rendersi utile un intervento chirurgico; se invece è ostruita, se i piedi sono troppo infetti o se insorge la cancrena, può diventare necessaria l’amputazione parziale o totale del piede.
Depressione
La depressione non è evidentemente conseguenza di una glicemia elevata per molto tempo, ma è molto frequente tra i diabetici: sia per il notevole impegno richiesto dalla gestione della malattia, sia per la minaccia di complicazioni a lungo termine. È importante prevenire questa condizione nel limite del possibile, o altrimenti cercare di risolverla il prima possibile con l’aiuto di uno specialista e, se necessario, di farmaci antidepressivi. Infatti la depressione può avere anche gravi conseguenze sulla persona che, sentendosi stanca e demotivata, non prende sul serio la cura della propria malattia e quindi può andare incontro a ulteriori complicazioni.
Altre patologie
Vi sono altre patologie che possono insorgere se si soffre di diabete da molto tempo. La lipoipertrofia è l’ispessimento della pelle nei punti in cui si inietta l’insulina, è causata da depositi di grasso sotto la pelle.
La disfunzione erettile, o impotenza, può essere causa di un danno nervoso o di problemi circolatori, ma non solo: altri fattori quali effetti collaterali di alcuni farmaci, depressione, stress, ansia possono giocare un ruolo importante nella sua insorgenza tra i diabetici.
È chiamata invece neuropatia autonomica la condizione di deterioramento dei nervi che controllano le funzioni organiche involontarie, per esempio la temperatura corporea, il battito cardiaco o la digestione.

Evoluzione storica della malattìa
Il diabete è una vecchia conoscenza dell’uomo, la sua evoluzione storica può risultare per questo utile a capire come si è arrivati alle conoscenze attuali. La sua origine va ricercata molto indietro nel tempo: infatti, già gli Antichi avevano notato l’esistenza di una malattia caratterizzata da eccessiva sete, fame esagerata e poliuria. Il più grande limite a quei tempi era però il fatto che la maggior parte degli studiosi ignorava la presenza di zucchero, tanto nelle urine quanto nel sangue.
Esistono eccezioni nella medicina indiana e cinese tradizionale, dove il sapore dolce delle urine era stato messo in evidenza già durante l’Antichità, ma a causa degli scambi molto limitati tra le varie culture, il mondo occidentale dovrà aspettare la seconda metà del XVII secolo per essere in grado di distinguere il diabete mellito (zuccherato) da quello insipido (che non ha niente a che vedere con la presenza di glucosio nelle urine o nel sangue).
6.1 Antichità
La prima testimonianza certa dell’esistenza del diabete si trova nel “Papiro di Ebers”, scoperto a Luxor, in Egitto, nel 1872, che si stima risalente al 1550 a.C. Esso contiene un certo numero di rimedi destinati a ridurre le puliurie, e può essere quindi considerato la prima testimonianza che riporta l’esistenza della malattia. Procedendo nel tempo, bisogna sicuramente citare il periodo dell’Antichità grecoromana, che si situa circa dal 500 a.C. al 500 d.C (per quanto riguarda le scoperte riguardanti il diabete).
Il mondo greco non ha prodotto personalità di spicco nello studio del diabete, Illustri studiosi quali Ippocrate (460-370 a.C.) e Socrate (384-322 a.C) fanno solo alcuni accenni al diabete, si può quindi dire che il contributo principale dei greci è stato quello di proporre il nome che da lì in avanti è stato usato per descrivere la malattia. Dai latini il diabete era infatti chiamato in diversi modi, spesso utilizzando delle perifrasi per descriverne i sintomi: Hidrops ad matulam, profluvium urinae, tabes urinalis, tabes diuretica, polyuria.
In particolare, il naturalista ed erudito latino Celso (Aulus Cornelius Celsius, vissuto intorno al I secolo d.C) segnala la malattia sotto il nome di “Nimia urinae profusio” (eccessiva profusione di urina), mettendo bene in evidenza l’aspetto più caratteristico della malattia, la poliuria, che era l’oggetto di studio privilegiato a quel tempo.

È poi Areteo di Cappadocia che spicca particolarmente per la sua descrizione dei sintomi, delle cause e della cura della malattia. Latino anche lui, non si conosce per certo l’epoca in cui ha vissuto ma lo si può situare in anni appena successivi all’attività di Celso. Ad Areteo è comunemente attribuita la paternità del nome: come si è visto, prima di allora i latini preferivano utilizzare delle perifrasi descrittive, invece lui ha preso il termine coniato dai greci e ne è stato il vero divulgatore. Egli ne ha per primo compreso veramente l’etimologia, infatti il nome si ispira al fatto che le bevande attraversano il corpo senza fermarsi, come attraverso un sifone. La sede principale della sete sarebbe, a detta di Areteo, lo stomaco; il dimagrimento dei malati sarebbe dovuto a una liquefazione delle carni che si trasformano in urina. Per quando riguarda le cause, egli pensa che il diabete sia dovuto a una malattia acuta, o risulti dall’introduzione nel corpo di un veleno tossico per la vescica e per i reni, che somiglia a quello di una specie particolare di vipera. Per calmare la sete dei diabetici, egli consiglia soprattutto la frutta e il vino dolce, commettendo di fatto un grave errore.

Qualche anno dopo Areteo, un altro illustre medico dell’Antichità, rivolgerà una parte dei suoi studi al diabete: Claudio Galeno (Claudius Galenus, medico privato dell’imperatore Marco Aurelio ma di origini greche, vissuto dal 129 al 201 d.C.). Egli afferma di avere visto nel corso della sua carriera soltanto due casi di diabete e lo considera quindi una malattia rara. Ciononostante, riuscirà a perfezionarne la sintomatologia, osservando che la causa del diabete è da ricercare nei reni:
« così, si potrebbe mettere in causa l’atonia dei reni, quando non possono mantenere l’urina al loro interno, ma non quella delle altre parti del corpo attraverso le quali passa la bevanda ».
Gli autori latini e bizantini che seguono Galeno hanno ricevuto in eredità numerosi scritti, non si sono tuttavia limitati a una semplice copiatura: essi sono stati infatti modificati secondo la loro epoca e le loro esperienze personali, in particolare per quanto riguarda i regimi alimentari adottati, mostrando a volte senso critico su quanto gli autori precedenti avevano scritto.

Medioevo e Rinascimento
Durante il Medioevo, le conoscenze per quanto riguarda il diabete evolvono come quelle di quasi tutte le altre malattie: le innovazioni provengono soprattutto da Oriente. Se è vero però che la medicina araba si è spesso ispirata alle opere di Ippocrate e Galeno, sembra che in materia di diabete i suoi rappresentanti medievali abbiano avuto influssi anche da alcune concezioni della medicina indiana. I maggiori progressi fatti in questo periodo vanno attribuiti al più illustre medico islamico del tempo, Avicenna (980-1037 d.C.), che nella sua opera Canon Medicinae attira l’attenzione sulla dolcezza delle urine parlando di “urine mellite” e affermando che l’origine della malattia è da situarsi nel fegato.
Durante il Rinascimento non ci sono stati progressi particolarmente degni di nota, tutti gli autori ammettevano come un dogma gli scritti di Galeno e li trascrivevano fedelmente. L’unico che si avvicina a fare una scoperta interessante è il veneziano Vittorio Trincavella (1476-1568), egli è stato il primo a tentare una prova oggettiva sulla qualità delle urine, che non ebbe tuttavia successo. Infatti, dopo un assaggio delle urine, egli afferma che hanno lo stesso gusto delle tisane assorbite dal paziente, e conclude, troppo frettolosamente, che le tisane erano senza dubbio zuccherate.
Nello stesso periodo, un medico svizzero detto Paracelso (vero nome Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus Von Hohenheim, 1493-1541) sostiene che il diabete è una malattia che causa alterazioni nel sangue e attribuisce questo disturbo a una sostanza salina. Con tutta probabilità si trattava del glucosio presente nel sangue, ma, sfortunatamente, Paracelso ha male interpretato la sua scoperta. Negli anni seguenti continuano i dibattiti su quale fosse la dieta giusta da adottare.
Riassumendo, gli autori antichi donavano una spiegazione della malattia basata sulle loro intuizioni e sulle loro osservazioni, rifacendosi anche a dei principi filosofici. Le ipotesi principali situavano la sede della malattia nello stomaco, nei reni, nel fegato oppure nel sangue.

corpo umano, per costruire, sviluppare, rinnovare le sue strutture e mantenere le funzioni vitali di tutti i suoi organi ed apparati, nonché per svolgere qualsiasi attività esterna (lavoro muscolare) necessita di un apporto costante di energia: tale energia viene fornita dagli alimenti sotto forma di sostanze che, armonicamente organizzate, costituiscono anche i tessuti dell’organismo stesso (tessuto osseo, muscolare, nervoso, ecc.) e quindi, i vari organi ed apparati; queste sostanze vengono definite princìpi nutritivi o nutrienti e sono:
CARBOIDRATI O GLUCIDI O ZUCCHERI
GRASSI O LIPIDI
PROTEINE O PROTIDI
VITAMINE
SALI MINERALI
ACQUA
ALCOL
In sintesi, quindi, le funzioni nutritive degli alimenti sono fondamentalmente le seguenti:
1) fornire materiale energetico per la produzione di calore, lavoro ed altre forme di energia (funzione energetica);

2) fornire materiale plastico per la crescita e la riparazione dei tessuti (funzione plastica);
3) fornire materiale ‘regolatore” dei processi biologici (funzione regolatrice o protettiva).
L’energia necessaria all’organismo, fornita dagli alimenti sotto forma di energia chimica, è successivamente trasformata, durante i processi digestivi, in calore e lavoro meccanico. L’unità di misura di tale energia si esprime in CALORlE (kcal) ed è fornita in maniera diversa dai vari nutrienti:
1 grammo di CARBOIDRATI fornisce 4 calorie 1 grammo di GRASSI fornisce 9 calorie 1 grammo di PROTEINE fornisce 4 calorie 1 grammo di ALCOL fornisce 7 calorie
Ogni individuo necessita quotidianamente di una determinata quantità di energia, il fabbisogno energetico giornaliero, il cui ammontare dipende da precisi parametri:
– Fabbisogno energetico a riposo (circa il 60-70 % del fabbisogno totale), rappresentato dal fabbisogno energetico necessario per il normale svolgimento di tutte le funzioni vitali dell’organismo e determinato in condizioni di digiuno e di completo rilassamento muscolare. Tale quota di energia dipende dalla struttura fisica (statura e peso corporeo, con particolare riguardo alla massa muscolare posseduta ed agli organi interni), dall’età, dal sesso, da particolari condizioni fisiologiche, come accrescimento, gravidanza e allattamento, per le quali è richiesto un aumento del fabbisogno energetico, o patologiche (stress, febbre, altre malattie intercorrenti).
– Fabbisogno energetico per lo svolgimento dell’attività fisica, sia essa lavorativa o ricreazionale (circa il 2030 % del fabbisogno totale);
– Fabbisogno energetico per l’utilizzazione, da parte dell’organismo, degli alimenti che vengono ingeriti (circa il 10-15 % del fabbisogno totale).
La quantità di energia di cui ciascun individuo necessita giornalmente deve essere fornita, in proporzioni ben fisse che saranno discusse più avanti, dai diversi princìpi nutritivi sopra elencati e può essere quantificata mediante I’utilizzo di un’apposita tabella, elaborata dall’Istituto Nazionale della Nutrizione, denominata L.A.R.N. (livelli di assunzione raccomandati di nutrienti), alla quale si rimanda per informazioni più dettagliate.

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