Diabete e glicemia sottocontrollo, arriva il sensore impiantato sotto pelle che comunica con lo smartphone

Una nuovissima tecnologia arriva per dare una mano ai malati di diabete, e cercare di prevenire crisi ipoglicemiche. Infatti, è arrivato in Italia dispositivo Eversense prodotto dall’azienda Roche Diabetes Care, un innovativo sensore impiantato sottopelle, creato per tenere sotto continuo monitoraggio del valore di zucchero nel sangue fino a tre mesi senza necessità di sostituirlo settimanalmente.

L’attuale dispositivo, è stato testato cinque pazienti all’inizio di marzo i quali hanno potuto misurare H 24 livelli di glucosio nel sangue che vengono automaticamente spediti sullo smartphone attraverso un’ App.

“Gli algoritmi predittivi avvertono il paziente di probabili episodi di ipo o iperglicemia. Il paziente – spiega l’azienda in una nota – può condividere questi dati con il proprio diabetologo in ogni momento attraverso il portale dedicato”. Il sistema viene inserito durante una seduta ambulatoriale di pochi minuti. Il sensore viene impiantato a livello sottocutaneo sulla parte superiore del braccio, con un’incisione millimetrica. Consente di monitorare costantemente i livelli glicemici per un periodo di 90 giorni, rispetto ai 7 o 14 giorni dei sistemi non impiantabili disponibili sul mercato fino a questo momento.

Il diabete si diffonde anche in altri continenti

Il diabete fa registrare una crescita del numero dei casi maggiormente in Asia, Oceania ed Africa, rispetto all’Europa e al Nord-America, “probabilmente dovuta all’acquisizione in questi continenti di modelli comportamentali ed alimentari squisitamente occidentali”, ha affermato Silvio Settembrini del Board Economico dell’Associazione Medici Endocrinologi.
“Modelli culturali sbagliati, eccesso di introito alimentare, ridotta attività fisica, semplificazione dei meccanismi di adattamento alla quotidianità della vita (informatizzazione, computer, telefonia mobile, accessi on line, ecc.) rendono gli individui sempre meno propensi al movimento fisico, indispensabile per un corretto equilibrio metabolico, e per converso la ricerca esasperata di una compensazione edonistica attraverso il cibo, giustificano l’evidenza di una comparsa contestuale di diabete ed obesità, la cosiddetta diabesità”, spiega ancora il dottor Settembrini. A questo si aggiunge anche il fatto che l’esasperata urbanizzazione ha degli effetti sul nostro organismo, anche a livello di stress. Ma c’è qualcos’altro che ci rende più “fragili” allo sviluppo del diabete: la modifica del microambiente intestinale (il cosiddetto microbiota) e le sue funzioni, dovuta agli attuali processi industriali di produzione di alimenti, confezionati e conservati, che spesso contengono additivi, coloranti, conservanti chimici ed eccipienti di varia natura.
La conseguente modifica del microbiota porta alla riduzione dei meccanismi endogeni di protezione del diabete (produzione di incretine).

Vivi in città? Sei più a rischio

Nel 1960 un terzo della popolazione mondiale viveva nelle città. Oggi si tratta di più della metà e nel 2050 sarà il 70%. “Questa è una tendenza che, di fatto, negli ultimi 50 anni sta cambiando il volto del nostro Pianeta e che va valutata in tutta la sua complessità. Grandi masse di persone si concentrano nelle grandi città, attratte dal miraggio del benessere, dell’occupazione e di una qualità di vita differente, e la popolazione urbana mondiale, soprattutto nei Paesi
medio-piccoli cresce anno dopo anno” spiega Andrea Lenzi, coordinatore di Health City Institute, gruppo di esperti che ha recentemente messo a punto il manifesto “La Salute nelle città: bene comune”, per offrire a istituzioni e amministrazioni locali spunti di riflessione per guidarle nello studio dei determinanti della salute nei
contesti urbani.

UN FILO SOTTILE MA EVIDENTE LEGA IL FENOMENO DELL’INURBAMENTO ALLA CRESCITA DI MALATTIE COME IL DIABETE. ESISTE INFATTI UNA SUSCETTIBILITÀ GENETICA A SVILUPPARE QUESTA MALATTIA, A CUI SI ASSOCIANO FATTORI AMBIENTALI LEGATI ALLO STILE DI VITA.
Oggi sappiamo che vive nelle città il 64% delle persone con diabete, l’equivalente di circa 246 milioni di abitanti, e anche questo numero è destinato a crescere. In più, vivere in città aumenta da 2 a 5 volte il rischio di sviluppare il diabete.Il compito quindi è chiaro: per combattere il diabete è necessario aumentare l’attenzione sulla salute e sullo sviluppo urbano in modo da creare ‘città vivibili’. In breve, occorre creare un ambiente urbano che promuova la salute e incoraggi stili di vita salutari.

Monitoraggio glicemico continuo: la cura gold standard

Ad affermarlo è la Endocrine Society che ha pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism una linea guida che raccomanda il monitoraggio glicemico continuo nelle persone con diabete di tipo 1 adulte. I dispositivi per il controllo continuo della glicemia (spesso abbinati al microinfusore) offrono infatti numerosi vantaggi, perché controllano continuamente i valori di glucosio e avvertono con allarmi in caso di ipo o iperglicemia. Sono particolarmente indicati nel diabete di tipo 1, che a volte risulta meno stabile e dove l’insulina può creare delle ipoglicemie, ma possono essere usati anche per brevi periodi o al bisogno nelle persone con diabete di tipo 2 soggette a iperglicemie frequenti. Gli autori delle linee guida raccomandano anche l’uso del microinfusore invece della terapia multiniettiva, soprattutto in coloro che hanno ipoglicemie frequenti, variabilità glicemica o uno stile di vita particolare per cui l’uso di questo dispositivo può semplificare la quotidianità.

Negli Stati Uniti
la Mayo Clinic ha pubblicato, a fine 2016, 4 documenti che si concentrano sulla corretta tecnica iniettiva dell’insulina. Sono il frutto del lavoro di 150 esperti provenienti da tutto il mondo, che hanno affrontato il tema sotto diversi aspetti.
Un importante contributo a questo lavoro è stato dato anche dai diabetologi italiani che, sotto le sigle dell’AMD -Associazione Medici Diabetologi, OSDI-Operatori Sanitari di Diabetologia Italiana e SID-Società Italiana di Diabetologia hanno prodotto un documento con una serie di raccomandazioni, da cui abbiamo estrapolato in sintesi i consigli principali.
La stesura di questi documenti nasce dall’esigenza di impartire le giuste indicazioni ai pazienti, ai medici e agli operatori sanitari sul modo corretto di iniettare l’insulina: se buona parte dei diabetici di tipo 1 e 2 non raggiunge i target glicemici raccomandati (così come risulta da recenti ricerche), il motivo può esserdovuto anche alle modalità di somministrazione dell’insulina.

L’azione dell’insulina
Ma perché è tanto importante eseguire correttamente l’iniezione? Perché serve a garantire un’ottimale azione del farmaco (l’insulina o i nuovi farmaci iniettabili per la cura del diabete).
Tanto per cominciare l’insulina deve essere iniettata nel tessuto sottocutaneo (che è lo strato tra derma e muscolo), evitando l’iniezione intramuscolare che, per via di un assorbimento più rapido, potrebbe causare un’ipoglicemia.
La profondità di iniezione nel tessuto sottocutaneo non influenza invece l’azione dell’insulina,ma è fondamentale la scelta dell’ago più adatto per garantire un assorbimento ottimale del farmaco. È importante anche aspettare 10 secondi al termine dell’iniezione (quando il pistone è arrivato a fine corsa) prima di estrarre l’ago dalla cute.

Dove iniettare l’insulina
Gli analoghi ad azione rapida dell’insulina e gli analoghi basali possono essere iniettati in corrispondenza di qualsiasi punto del corpo, perché questo non influenza il loro assorbimento. L’insulina umana regolare, invece,deve essere iniettata in corrispondenza dell’addome, perché qui il suo assorbimento è più rapido e costante.

Come evitare le lipodistrofie
La formazione di lipodistrofie non è ancora del tutto chiara, ma vi contribuiscono il trauma ripetuto da iniezioni fatte in zone molto circoscritte, il riutilizzo dell’ago e anche alti dosaggi di insulina, che agirebbero sul tessuto adiposo come fattore di crescita.
In caso di lipodistrofie la pelle diventa dura e si nota la presenza di duroni o noduli; non sempre però sono visibili, ma solo nel tempo si può notare un rigonfiamento della pelle. Per questo occorre ispezionare e autopalpare le sedi di iniezione (anche il medico dovrebbe farlo ad ogni visita di controllo). Sono facilmente individuabili anche con la tecnica del pizzicotto.

Per evitarle è essenziale ruotare le sedi di iniezione, non riutilizzare lo stesso ago più volte (fra tutti i pazienti che riutilizzano l’ago, il 70% sviluppa lipodistrofie), applicare la tecnica del pizzicotto e inserire l’ago con un’angolazione a 45° rispetto alla cute se si usano aghi lunghi più di 4 mm.Oltre ad essere dolorose, le lipodistrofie riducono lo spazio per nuove iniezioni: inoltre, iniettare l’insulina in aree lipodistrofiche ne modifica l’assorbimento in modo variabile e imprevedibile,provocando crisi ipoglicemiche anche gravi e influenzando il compenso glicemico.

Le iniezioni nei bambini
In età pediatrica l’ago più sicuro è il 4 mm x 32G (dove G sta per diametro dell’ago), al fine di minimizzare inavvertite iniezioni intramuscolari che possono provocare fenomeni di variabilità glicemica. Nei bambini compresi fra 2 e 6 anni l’ago andrebbe usato con la tecnica del pizzicotto.

Dieta veg in caso di diabete
Gli ultimi dati Eurispes ci dicono che quasi 5 milioni di italiani hanno deciso di abbandonare il consumo di carne e di questi il 10% ha eliminato anche tutti i prodotti di origine animale. La dieta vegetariana e vegan ha dei benefici accertati sulla salute dell’uomo, ma questo è valido anche nel caso di chi ha il diabete? Ne hanno discusso i partecipanti al 15° Congresso Nazionale dell’Associazione Medici Endocrinologi a Roma. “Un’alimentazione corretta fa parte del percorso terapeutico delle persone affette da diabete mellito di tipo 2”, spiega Giovanni De Pergola, responsabile dell’Ambulatorio di Nutrizione Clinica, UOC di Oncologia Universitaria, Policlinico di Bari. “Diversi modelli alimentari hanno dimostrato di migliorare i
parametri metabolici nel paziente con diabete: la dieta mediterranea, le diete vegetariane e vegane, le diete ipolipidiche e quelle povere in carboidrati. In particolare, la dieta mediterranea, soprattutto se associata ad una riduzione della quantità dei carboidrati, non soltanto riduce i livelli di emoglobina glicata ma aumenta la percentuale dei casi di remissione da diabete e ritarda la necessità di ricorrere ai farmaci. D’altro canto, le diete vegana e vegetariana si sono mostrate più efficaci rispetto alle diete convenzionali proposte dalle società scientifiche diabetologiche su peso corporeo, controllo glicemico, lipidi plasmatici, sensibilità all’insulina dovuta ad aumento di acido linoleico e stress ossidativo, anche indipendentemente dalle modificazioni di peso. Nel confrontotra diete vegetariane e vegane va però considerato che i vegani possono manifestare un deficit clinicamente importante di vitamina B12 e iodio”.

“Ad oggi non sono disponibili studi che abbiano messo a confronto la dieta mediterranea con la dieta vegetariana o vegana” – prosegue Silvio Settembrini, Board AME, Malattie Metaboliche e Diabetologia Asl Napoli 1 Centro, “pertanto non è possibile esprimere una preferenza chiara e su base scientifica per i pazienti con diabete di tipo 2. Un’alimentazione vegana potrebbe ridurre il rischio di sovrappeso, obesità e cardiopatie ma anche accentuare il rischio di anemia, di carenza di calcio con osteoporosi e sviluppo di carenze vitaminiche e minerali. Un punto di vista condivisibile è che si possa raccomandare una dieta a prevalente quota vegetariana, con circa il 15% di proteine animali, importante soprattutto per i soggetti anziani che potrebbero risentire di un minor apporto proteico. Al di fuori delle valutazioni scientifiche e nutrizionali, un altro fattore molto importante da considerare è lo stile di vita del paziente”, prosegue Settembrini. “La dieta mediterranea, ad esempio, viene spesso suggerita oltre che per il maggior numero di dati scientifici a favore, anche perché è molto più vicina ai nostri gusti ed alle abitudini alimentari tradizionali. Il diabete è una malattia che condiziona tutta la vita del paziente in quanto necessita di una modifica delle sue abitudini, ma è parimenti noto quanto sia difficile modificare le scelte alimentari, soprattutto se corrispondono ad un modo di sentire e a scelte etiche. Quindi, in attesa di disporre di studi che confrontino l’impatto sul diabete di tipo 2 dei diversi regimi alimentari (dieta mediterranea, dieta vegetariana e vegana) è importante considerare le scelte alimentari delle persone con diabete, modificandole per garantire un’efficacia terapeutica ma cercando di non stravolgere eccessivamente le abitudini alimentari e la vita stessa del paziente”, conclude.

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