Diabete shock, Ogni giorno 73 decessi a causa della malattia

Avere una laurea ci garantisce una maggiore sicurezza contro il diabete obesità: per le persone con solo le scuole primarie la percentuale di ammalarsi di diabete è triplicata rispetto a chi possiede una laurea. Facendo un paragone anche con l’età, i più obesi fanno alzare questa statistica di quasi il doppio a differenza dei meno istruiti.

3 milioni di italiani hanno diabete ed almeno un altro milione malato ma non sa di esserlo. Perché il diabete non ha sintomi precisi, o almeno manda segnali facilmente confondibili con altre malattie. La forma di diabete diffusa, la Tipo 2, il pancreas produce insulina ma le cellule dell’organismo non riescono a utilizzarle. I fattori di rischio principale di questa malattia sono: la familiarità, la sedentarietà, l’ipertensione, e trigliceridi molto alti e soffrire della sindrome dell’ovaio policistico. Il diabete come dicevamo, non dà segnali precisi, di solito ci si basa sui valori della glicemia nel sangue se è alta ci sono anche altre possibili spie che indica diabete: sete intensa insolita, frequente bisogno di urinare, dimagrimento inspiegabile, disturbi della vista, tendenza a stancarsi facilmente e i disabili tasti inspiegabile.

Avere un titolo di studio protegge da diabete e obesità: per le persone con solo la licenza elementare, infatti, il rischio diabete è quasi tre volte più elevato rispetto ai laureati, e controllando l’effetto dell’età anche l’eccesso di peso raddoppia tra i meno istruiti. E’ quanto emerso nella decima edizione dell’Italian Diabetes & Obesity Barometer Report, promossa da Italian Barometer Diabetes Observatory (Ibdo) Foundation in collaborazione con Istat, oggi a Roma alla Camera dei Deputati nel corso di un incontro promosso da Daniela Sbrollini, vice presidente della XII Commissione affari sociali e sanità della Camera dei Deputati.

“Nella popolazione adulta, eliminando l’effetto dell’età, un laureato ha un rischio di ammalarsi di diabete quasi tre volte più basso di chi ha solo la licenza elementare, per le donne lo svantaggio tra le meno istruite è ancora più elevato”, dice Roberta Crialesi, dirigente Servizio sistema integrato salute, assistenza, previdenza e giustizia, Istat. Dalle rilevazioni Istat 2015 emerge come la disuguaglianza sociale sia particolarmente accentuata a partire dai 45 anni. Tra i 45 e i 64 anni la prevalenza del diabete è del 2,9% tra i laureati, del 4% tra i diplomati, mentre raggiunge il 9,8% tra coloro che hanno al massimo conseguito la licenza elementare.

Forte il legame con gli stili di vita: la prevalenza di diabete è pari al 15,1% tra le persone obese – solo il 3,6% tra i normopeso – e all’8,6% tra chi non pratica attività fisica, rispetto al 1,7% tra coloro che praticano abitualmente una attività sportiva. Anche per quanto riguarda l’obesità e il sovrappeso sono marcate le differenze rispetto al titolo di studio conseguito: tra le persone con almeno la laurea le persone sovrappeso e obese sono il 32,8%, quota che sale al 42,8% tra i diplomati e al 52,7% tra chi ha la licenza media, per raggiunge il 60,4% tra quanti hanno conseguito al massimo la licenza elementare. Tale andamento si osserva in tutte le fasce di età, sia per gli uomini che per le donne.In Italia – ricorda Ibdo Foundation – il diabete colpisce 3,27 milioni di persone, una su 18, a cui va aggiunto circa 1 milione di persone che non sanno di avere la malattia.

Il diabete e le malattie correlate hanno causato quasi 75 mila morti nel 2015. Sovrappeso e obesità colpiscono 1 italiano su 10, oltre 21 milioni di connazionali, e l’Italia risulta ai primi posti in Europa per obesità infantile, la prevalenza dei bambini obesi è del 9,8% con percentuali più alte nelle regioni del centro e del sud. “Il diabete è decisamente una patologia ‘sociale’ dal momento che, per la sua elevata prevalenza, coinvolge di fatto la popolazione intera – dichiara Domenico Cucinotta, coordinatore Italian Barometer Diabetes Report e direttore del dipartimento di medicina clinica e sperimentale dell’Università di Messina – Nel nostro paese infatti, considerando i più di 3,5 milioni di persone con diabete noto, i circa 1,5 milioni che non sanno di averlo e i 4,5 milioni con prediabete, risulta che quasi 10 milioni di italiani devono fare i conti o sono comunque destinati a fare i conti con questa patologia, e a questi vanno aggiunti i loro familiari. Tra 10 anni, in ogni famiglia italiana vi sarà una persona con diabete o un soggetto prediabetico”, conclude.

:Il diabete è una condizione caratterizzata dall’aumento dello zucchero nel sangue che viene definita glicemia. Ormai gran parte della popolazione ne è a conoscenza, il valore della glicemia è compreso tra gli 80 e 110 milligrammi per decilitro di sangue. E sopra 126 a digiuno si parla di diabete, ovvero tra 110 e 126 si parla di ridotta tolleranza, quindi un valore che mette in allarme quanto in quanto molto spesso se non si cambia stile di vita si diventa diabete.

Il diabete di tipo uno, è una patologia che colpisce più frequentemente i giovani, addirittura gli infanti cinque fino a 20 25 anni, ma può comparire anche più tardi il quale ha bisogno di insulina dall’inizio dell’iperglicemia per tutta la vita.

Diabete di tipo due, ossia il diabete dell’adulto è caratterizzato da un aumento della glicemia, ma non dalle caratteristiche tipiche di insorgenza del diabete di tipo uno che ha bisogno del trattamento di farmaci per via orale, questa forma di diabete colpisce il 90% della popolazione.

I sintomi del diabete di tipo uno, il paziente urina molto, bevono 2/3 litri di acqua al giorno, eccessiva perdita di peso, e hanno una condizione che clamorosamente viene messa in evidenza, i sintomi sono così eclatanti che è impossibile non accorgersi del problema.

Mentre il diabete di tipo due, la situazione è molto più complessa. Spesso, ma non sempre il diabete di tipo due è una patologia sintomatica, il paziente ha glicemia 140/150 e con queste glicemia a digiuno non ci sono dei veri e propri sintomi, perché l’aumento delle urine avviene quando si superano i 180 e allora appare la cosiddetta glicosuria.

Il paziente affetto da diabete di tipo due, aumenta di peso e mangia di più, sentirsi sempre più stanco è un campanello d’allarme per una futura diagnosi.

Circa il 12% degli italiani tra i 40 ed i 90 anni, sono affetti, spesso senza saperlo, da diabete. Il nome deriva dal greco e si riferisce alla frequente, tipica necessità di urinare. Questo si verifica tuttavia nella fase conclamata di una malattia caratteristicamente subdola, che crea danni a vari livelli, prima di manifestarsi con sintomi chiari. Secondo le previsioni degli studiosi, la patologia, nel nostro paese, è destinata a raddoppiare entro il 2025, con un devastante impatto sociale ed economico.

Tutto questo è dovuto essenzialmente alla scarsa attività fisica ed alle abitudini alimentari errate. Si passa attraverso una serie di stadi ingravescenti. Con una dieta ricca di zuccheri o amidi non integrali, ad ogni pasto si determina un brusco rialzo della glicemia.

Tutto questo zucchero non viene utilizzato dai muscoli, soprattutto nelle persone sedentarie. Poiché il glucosio libero, determinerebbe pericolose ossidazioni di proteine e strutture organiche, il nostro organismo opportunamente reagisce con un servomeccanismo, che è quello della secrezione di insulina da parte del pancreas. L’ormone trasforma lo zucchero in grasso e lo deposita come riserva energetica.

In una prima fase quindi il soggetto ingrassa. Poiché però il nostro corpo è programmato per non aumentare di peso oltre un certo livello, incrementandosi la massa grassa, diminuisce la sensibilità all’ormone. Questa diminuita reattività protegge dall’obesità abnorme, ma determina un aumento dei livelli di zucchero nel sangue. Se il tasso di glucosio rimane elevato per un periodo prolungato di tempo, la continua stimolazione di una insulina, pur poco efficace, causa l’esaurimento di quella parte del pancreas deputata a produrla.
Nel corpo non più capace di secernere insulina, gli zuccheri aumentano sempre più, ma non viene depositato grasso. Si passa alla fase magra, terminale, in cui, gli elevati livelli di glucosio, non più controllati, danneggiano cuore, reni, retina ed arterie.

Non basta ridurre la glicemia

Oggi ai farmaci antidiabetici viene chiesto qualcosa in più che contrastare solo l’iperglicemia: devono aiutare a perdere peso, ridurre il rischio di ipoglicemie, proteggere l’apparato cardiovascolare e i reni, abbassare la pressione arteriosa. E molti dei nuovi antidiabetici sembrano efficaci anche in questo, come gli inibitori del Dpp-4, gli analoghi del Glp-1 e gli inibitori Sglt-2. Proprio l’EMA (l’Agenzia del farmaco europea) ha appena approvato una combinazione precostituita di inibitore Dpp-4 e Sglt-2. Sempre più spesso infatti si sommano i benefici di due farmaci mettendoli insieme in un’unica compressa.

Per curare il diabete di tipo 2 si inizia con il farmaco gold standard, la metformina; se questa non è sufficiente, si aggiunge un Glp-1 o un Sglt-2 e se anche questi non dovessero bastare a raggiungere un buon controllo glicemico, si procede ad una combinazione precostituita (ovvero una compressa che li contiene tutti e due).

IdegLira efficace per raggiungere i target glicemici
Questo farmaco è la prima combinazione di un’insulina a lunga durata (degludec) e un’agonista del recettore del Glp-1 (liraglutide) in singola somministrazione, già disponibile in Europa. Proprio questa particolare combinazione si è dimostrata efficace, nei pazienti con diabete di tipo 2 non controllato dalla terapia con insulina glargine 100 U (20-50 unità), per raggiungere il target di glicemia a digiuno, senza episodi di ipoglicemia e aumento di peso, più frequentemente rispetto all’aumento del dosaggio dell’insulina glargine 100 U.

A dimostrarlo sono stati i nuovi dati emersi dallo studio DUAL V – IdegLira, presentati all’ultimo Annual Meeting dell’EASD (l’European Association for the Study of Diabetes).

Antidiabetici a confronto
Una metanalisi pubblicata sulla rivista Jama ha messo a confronto le varie classi di farmaci disponibili per definire meglio le linee guida nella terapia del diabete di tipo 2. Questa “network metanalysis” ha valutato l’efficacia e la sicurezza dei farmaci realizzando un confronto virtuale, cioè usando un comparatore comune (per esempio il placebo) per effettuare confronti diretti tra i vari antidiabetici disponibili. Sono stati quindi presi in considerazione i risultati di 300 sperimentazioni di farmaci. I ricercatori hanno messo a confronto le terapie iniziali a base di un solo farmaco (per esempio quelle con metformina), poi quelle con l’associazione di 2 antidiabetici e infine di 3 (quando spesso viene introdotta l’insulina). Si tratta di un’indagine importante per i diabetologi perché permette loro di orientarsi nel definire la corretta terapia all’interno dei 3 step previsti nel trattamento del diabete, potendo decidere con quale farmaco iniziare e quali eventualmente affiancargli per una maggiore efficacia e una riduzione degli effetti collaterali e dei rischi. Perché la metanalisi ha anche indagato su mortalità totale e cardiovascolare, il rischio di ipoglicemie e la perdita o l’aumento di peso.

I risultati hanno mostrato che non ci sono farmaci migliori nella terapia iniziale, sia somministrati da soli sia in associazione ad altri.

La metformina rimane la prima scelta nel trattamento del diabete di tipo 2 in fase iniziale; in alternativa, nei pazienti che non la tollerano, si possono usare – sempre da soli – gli Sglt-2.
Per quanto riguarda le associazioni di 2 farmaci, tutte si sono dimostrate ugualmente efficaci nel controllo della glicemia, anche se la combinazione metformina-Sglt-2 è risultata più efficace nel ridurre il rischio di ipoglicemie rispetto alla combinazione metformina- sulfonilurea, attualmente la più usata. La combinazione metformina- Glp-1 è invece più efficace per ridurre il peso. Sempre per ridurre il peso, anche la tripla combinazione metformina-sulfonilurea-Glp-1 è migliore sull’associazione di metformina-sulfonilurea-Sglt-2.

Pioglitazone per la steatosi epatica
Arriva da uno studio condotto da ricercatori dell’Università della Florida (USA) la conferma che il pioglitazone è efficace nel trattamento della steatosi epatica non alcolica. Il pioglitazone è un antidiabetico appartenente alla classe dei tiazolidinedioni ed ha dimostrato di poter controllare non solo la glicemia ma anche di ridurre la steatosi epatica nel 58% dei partecipanti allo studio, che avevano prediabete o diabete di tipo 2 ed erano risultati positivi alla biopsia per la steatosi epatica non alcolica.

La steatosi epatica è un accumulo di trigliceridi nel fegato e si associa ad un rischio maggiore di sviluppare il diabete e le sue complicanze, sia microvascolari che macrovascolari. Non esistono al momento farmaci per curarla e l’unica terapia, spesso non sufficiente, è il cambiamento dello stile di vita raccomandato al paziente, ovvero dieta e attività fisica.
Il fatto quindi che il pioglitazone si sia dimostrato efficace nel trattare la steatosi epatica è un ottimo risultato, perché non solo permette di curare questa patologia ed evitare che si evolva in forme più gravi di malattia epatica, come la cirrosi, ma anche di poter prevenire il diabete, di cui questa condizione rappresenta un fattore di rischio.

Liraslutide efficace per perdere peso
Non importa se si tratti di sovrappeso o di obesità a vari livelli di gravità: liraglutide si dimostra efficace nella riduzione del peso corporeo e nel migliorare il controllo della glicemia. Lo dimostrano i dati, frutto di tre anni di studio, presentati in occasione deH’VIII Congresso nazionale della Società Italiana dell’Obesità (SIO), tenutosi a Roma. Lo studio di fase 3a SCALE (Satiety and Clinical Adiposity – Liraglutide Evidence) ha coinvolto adulti con prediabete e obesità oppure sovrappeso con comorbidità: un gruppo (1.505 pazienti) ha assunto liraglutide 3 mg, un altro placebo (749) per 3 anni, entrambi in aggiunta a dieta ipocalorica e ad aumento dell’attività fisica.

Attenzione a diabete e sovrappeso

La sindrome dell’ovaio policistico è un disordine endocrino che colpisce fino al 10% delle donne in età riproduttiva. Si tratta di una malattia molto complessa che coinvolge l’ipotalamo, l’ipofisi, le ovaie, il surrene e il tessuto adiposo periferico e che non va confusa con l’ovaio multicistico, condizione che può essere presente nel 25-30% delle donne regolarmente mestruate e con ovulazione.
I sintomi
Ciclo irregolare, acne, sovrappeso e peluria eccessiva sul viso spesso vengono scambiati come normali cambiamenti puberali, specie se si tratta di ragazze in età adolescenziale. Potrebbero essere invece le quattro spie della sindrome dell’ovaio policistico (Pcos).
In età adulta la sindrome causa difficoltà nel concepimento, con cicli mestruali irregolari e livelli eccessivi di ormoni maschili, che interferiscono con l’ovulazione: questo aspetto diventa un grosso problema nell’età adulta, quando emerge il desiderio di un figlio.
“L’assenza cronica di ovulazione, una delle condizioni che caratterizzano la sindrome dell’ovaio policistico, porta infatti l’ovaio a produrre più androgeni e di conseguenza alla crescita dei peli, caduta dei capelli e all’incremento delle masse muscolari inducendo in un gran numero di casi sovrappeso, obesità, diabete e sindrome metabolica”, commenta Vincenzo Toscano, presidente eletto AME, Associazione Medici Endocrinologi, e Direttore della Cattedra e UOC di Endocrinologia Facoltà di Medicina, Ospedale Sant’Andrea a Roma, che aggiunge: “in questi casi è fondamentale una buona anamnesi che vada a scovare nella storia clinica della paziente tutta una serie di fattori premonitori che possono condurre alla diagnosi di Pcos”.
Un legame pericoloso
Inoltre, nel 30% dei casi, se trascurata, porta ad alterazioni metaboliche come obesità, sovrappeso, diabete e insulino-resistenza: un quadro clinico con importanti ricadute sulla salute e sul benessere psicologico della donna. “In presenza di una diagnosi di Pcos sono ancora troppo pochi i ginecologi che richiedono esami come il test di carico al glucosio e il profilo lipidico”, spiega ancora Toscano, “seppure i due test vengano fortemente raccomandati dall’Ameri- can Congress of Obstetricians and Gynecologists e sarebbero fondamentali per prevenire il decorso della malattia verso una forma più complessa con alterazioni oltre che
endocrine anche metaboliche”.
Come si cura
“Nonostante la patologia sia molto diffusa e caratterizzi fino al 10% delle donne in età fertile, le opzioni terapeutiche sono solo sintomatiche e le stesse di 10 anni fa”, precisa Roberto Castello, past president AME e direttore del Reparto di Medicina Generale a Borgo Trento, Verona. “Oltre ad una dieta equilibrata e ad una attività fisica costante, la terapia deve essere personalizzata e valutata in base ai bisogni della paziente. Una particolare attenzione deve essere prestata nelle pazienti in cerca di una gravidanza. In questo caso un cambio radicale dello stile di vita, specie se presenti obesità o sovrappeso, è consigliabile ricorrendo a farmaci che migliorino una condizione di insulino-resistenza e pro- ovulatori come il clomifene, terapia di elezione per le pazienti che desiderano una gravidanza. Studi recenti hanno mostrato come la supple- mentazione con gli inositoli potrebbe avere un suo spazio nel trattamento di questa sindrome”.

C’è soprattutto la sedentarietà alla base delle patologie cardiovascolari e del diabete

Se già non era un dato certo, ci ha pensato l’ultimo Congresso della Società Europea di Cardiologia a puntare il dito sullo stile di vita sedentario come causa delle principali malattie del nostro secolo.
La sedentarietà e l’assenza di attività fisica durante la giornata hanno raggiunto ormai proporzioni epidemiche e rappresentano la 4a causa di mortalità e disabilità nel mondo occidentale.
La sedentarietà infatti, porta all’obesità e alla sindrome metabolica, due condizioni che sono l’anticamera del diabete.

Lo sport da guardare
“Gli italiani – spiega Michele Gulizia, Direttore Cardiologia Ospedale Garibaldi di Catania – dicono sì allo sport, ma solo se da guardare alla TV. Appena il 33,2% tra i 18 e i 69 anni infatti può essere considerato realmente ‘attivo’, il 35,8% lo è ‘parzialmente’ (ossia fa qualche attività nel tempo libero senza però raggiungere i livelli raccomandati) e il 31% è completamente sedentario. Perfino nei minori, un recente rapporto ha evidenziato un quadro drammatico e tutt’altro che confortante: il 23% non svolge regolarmente attività motorie nel tempo libero, l’11% nemmeno a scuola e il 63% cammina globalmente non più di mezz’ora al giorno”.
Grasso addominale
“La diagnosi di sindrome metabolica (aumento dei trigliceridi, riduzione del colesterolo “buono” o HDL, pressione alta, glicemia elevata, steatosi epatica) sulla base della misura del girovita è importante per predire le malattie cardiovascolari” – spiega Leonardo Bolognese – Direttore Cardiologia Ospedale di Arezzo. Soprattutto dopo che uno studio giapponese ha scoperto che il troppo grasso sul girovita fa aumentare lo spessore dei ventricoli”. Studi recenti, infatti, consigliano di abbandonare la determinazione dell’Indice di Massa Corporea (IMC) a favore della misurazione della circonferenza addominale per definire il rischio cardiovascolare del paziente. Secondo le recenti indicazioni dell’International Diabetes Foundation, nei soggetti di razza caucasica si considera normale un girovita inferiore a 94 cm nell’uomo e a 80 cm nella donna. “Le persone obese, in particolare, presentano un rischio 3,3 volte superiore rispetto alle normopeso”, prosegue Bolognese. “Un problema se pensiamo che il 10% della popolazione è sovrappeso e che l’ipertrofia del ventricolo sinistro è una condizione in cui il muscolo diventa meno elastico. Condizione che inizialmente non dà sintomi ma può manifestarsi con difficoltà respiratorie, dolore toracico, vertigini e capogiri: effetti della difficoltà che ha il cuore a pompare il sangue” – spiega Michele Gulizia, Direttore Cardiologia Ospedale Garibaldi di Catania.

Il grasso pesa sul cuore già da bambini
L’epidemia di obesità nei bambini e negli adolescenti ha reso necessario prestare sempre maggiore attenzione all’influenza dell’eccesso di grasso sia sulla struttura che sulla funzione del cuore. Lo studio ‘ORIGIN’ (Outcome Reduction with an Initial Glargine Intervention) aveva lo scopo di valutare la frequenza e l’incidenza di anomalie cardiovascolari in una coorte di bambini in età prescolare aumentati di peso negli ultimi 12 mesi.

Lo studio è stato condotto dagli specialisti dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma insieme all’università di Tor Vergata, alla Sapienza e alla Federazione Italiana di Medici Pediatri tra marzo 2013 e marzo 2014 nella città di Roma. I risultati dell’analisi statistica hanno mostrato che gli obesi avevano una più alta massa del ventricolo sinistro rispetto ai pari sovrappeso; oltre ad un valore più alto nel diametro di eiezione ventricolare sinistro. Sempre nei bambini obesi sono stati riscontrati valori più alti di grasso intorno all’epicardio rispetto al gruppo dei sovrappeso e dei normopeso.

Per le statistiche, in Italia, una persona su diciotto è malata di diabete. Quasi 4 milioni i pazienti. Ma, queste statistiche, non corrispondono alla realtà. Perché, a quella cifra, va aggiunto almeno un altro milione. Uomini e donne che non sanno di essere malati perché rifiutano di farsi le analisi nonostante siano a rischio perché obesi. E perché, il numero è in vertiginosa crescita, si vergognano di far sapere di essere diabetici.

Una condizione molto particolare quella italiana. Nel resto dei Paesi occidentali, della malattia, se ne parla senza problemi. Non esiste questa strisciante, paradossale, clandestinità.
Sono gli specialisti a disegnare un simile scenario. La denuncia è della Società italiana di diabetologia che recentemente ha dato appuntamento ai suoi iscritti a Riccione. Da dove è partita la denuncia. «Una situazione grave, la nostra – spiega Giorgio Sesti presidente della Società e ordinario di Medicina sperimentale all’ateneo di Catanzaro – Dobbiamo continuare a fare i conti con una diffusa ignoranza nei confronti del diabete. Non c’è la percezione della patologia, non ci si informa e, purtroppo, in molti casi si sta zitti per paura di perdere il posto di lavoro. Questo fa si che si arrivi a chiedere aiuto quando la situazione è grave. Quando le patologie collegate al diabete sono ormai invalidanti. Pensiamo solo alla salute degli occhi. Ricordiamo, inoltre, che la mortalità della popolazione diabetica è 3 volte superiore rispetto a quella della popolazione senza diabete». La confusione, sui contorni della disfunzione, regna sovrana.

Si stimano altri 3,5 milioni di italiani in una condizione di pre-dia- bete: quelli che presentano forti fattori di rischio, inclusa la familiarità genetica, e che, nell’arco di 3-5 anni, paleseranno i sintomi in modo chiaro. In tempi brevi si potrebbe arrivare a contare in Italia 8-9 milioni di diabetici.

Strano questo Paese. Da una parte abbiamo a che fare con un sommerso imbarazzato che non si può neppure quantificare e, dall’altra, continuano a nascere gruppi sportivi di pazienti diabetici. Dalla bicicletta alla maratona. Alla Milano-Sanremo di metà marzo si è presentato un team di diabetici. Il 12 novembre 2016 il Presidente Mattarella ha premiato i campioni dell’Italia che resiste e sa aiutare gli altri: 40 onorificenze tra cui quella a Monica Priore, che ha ricevuto l’alta onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana «per la testimonianza dell’importante contributo dello sport nel superamento dei limiti derivanti dalla malattia».

Monica Priore è campionessa di nuoto, da quando aveva 5 anni convive con il diabete di tipo 1. Nel suo curriculum la traversata dello Stretto di Messina (5 km in meno di 2 ore) la Capri – meta di Sorrento (22 km in 6 ore e 30). Monica è l’altra faccia di questa Italia che sta male. Ha anche scritto una autobiografia “Il mio mare ha l’acqua dolce” nella quale descrive la sua vita a partire dalla diagnosi fino alle imprese sportive. «Abbiamo grandi esempi di persone che, pur malete, firmano grandi imprese. Eppure, i pazienti ancora arrivano da noi e ci dicono “ho un po’ di diabete” – ricorda Francesco Purrello, ordinario di Medicina interna all’università di Catania e presidente eletto della Società – ma non è possibile parlare in questi termini. La malattia c’è o non c’è».
I risultati dell’ultima edizione dell’Italian Diabets & Obesity Barometer Report portano a pensare che la nostra provinciale paura possa diventare un colossale flagello: oltre un milione di malati in più negli ultimi quindici anni.

A livello percentuale la media nazionale delle persone colpite si attesta intorno al 5,4% mentre erano il 3,8 nel 2000. La diffusione si deve al crescere dell’età media ma anche all’aumento di sovrappeso e obesità. Uno su dieci, da noi, ha la diagnosi di diabete perché le sue misure sono oversize. L’Italia risulta ai primi posti in Europa per obesità infantile: la prevalenza dei bambini obesi è del 9,8% con percentuali più alte nelle regioni del Centro e del Sud.

“I risultati a 3 anni dello studio SCALE in pazienti con sovrappeso o obesità e prediabete trattati con modificazione dello stile di vita e liraglutide sono importanti per almeno due aspetti”, ha detto Luca Busetto, professore associato di Medicina interna, Dipartimento di medicina, Università di Padova. “In primo luogo, dimostrano in maniera inequivocabile che il maggior calo ponderale ottenuto con la terapia farmacologica, in questo particolare gruppo di pazienti, consente un maggiore beneficio metabolico, in termini di ritorno alla glicemia normale e di prevenzione della progressione al diabete.

Secondo, il fatto che i risultati siano sostanzialmente simili nelle diverse classi di Indice di Massa Corporea conferma che la scelta dell’intensità della terapia nel paziente con obesità deve essere guidata più dal quadro clinico che dall’entità dell’eccesso ponderale. Ricordiamo che liraglutide 3 mg è un farmaco iniettivo da utilizzare una volta al giorno per il trattamento dell’obesità: si tratta di un analogo del Glp-1 (glucagon-like peptide-1) simile per il 97% al Glp-1 endogeno, un ormone che viene rilasciato in risposta all’assunzione di cibo. Come il Glp-1 umano, liraglutide 3 mg regola l’appetito favorendo il senso di sazietà e diminuendo la fame e il desiderio di cibo, quindi riducendone l’assunzione.

Come per gli altri agonisti dei recettori del Glp-1, stimola la secrezione di insulina e riduce la secrezione di glucagone in maniera glucosio-dipendente. In Europa, liraglutide 3 mg è indicato in associazione a dieta ipocalorica e aumento dell’attività fisica per la gestione del peso in pazienti adulti obesi o in sovrappeso in presenza di almeno un’altra comorbidità legata al peso, quali disglicemia (prediabete o diabete di tipo 2), ipertensione, dislipidemia o apnea notturna.

Nell’organismo di una persona con diabete di tipo 1 il sistema immunitario riconosce le cellule beta del pancreas per distruggerle. Per riconoscerle utilizza dei target. Se i ricercatori conoscono i target si possono sviluppare dei marcatori per sapere se il sistema immunitario è attivo contro quell’obiettivo e di conseguenza se la persona è predisposta al diabete.
Alcuni di questi target sono già noti agli studiosi, altri no. Quelli noti sono insulina, GAD, IA-2. Si tratta delle espressioni di alcune proteine che vengono riconosciute dal sistema immunitario. Questi target sono già dosabili in laboratorio e vengono utilizzati nella pratica clinica (attraverso un esame del sangue) per diagnosticare il diabete autoimmune in caso di iperglicemia. Ai tre noti si è aggiunto di recente un altro target, 10 ZT-8, non ancora impiegato però nella clinica.

Lo studio condotto dal San Raffaele ha permesso di identificare con precisione un’altra proteina target di cui si sospettava l’esistenza, denominata tetraspannina 7.
Qual è il vantaggio di aver identificato un’ulteriore proteina?
Più autoanticorpi si è in grado di individuare e meglio si riesce a calcolare il rischio di predisposizione al diabete di tipo 1. Esistono infatti degli algoritmi che permettono di stabilire la misura del rischio: con un solo autoanticorpo il rischio di ammalarsi di diabete è di poco maggiore rispetto al resto della popolazione, ma se si hanno 2 o più autoanticorpi
il rischio aumenta notevolmente.
La funzionalità delle beta cellule
Tipo: osservazionale Dove: Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, Università di Pisa Obiettivo: individuare nuovi biomarcatori per una diagnosi precoce del diabete
Fase dello studio: concluso
“Da alcuni anni – spiega il dottor Roberto Lupi, Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, Università di Pisa – nel nostro laboratorio, stiamo portando avanti studi su un ormone scoperto nel 2012, la beta- trofina, che sta attirando l’attenzione come biomarcatore precoce di malattia, ma forse anche come molecola per la cura del diabete mellito,
sia tipo 1 che 2, poiché potenzialmente in grado di stimolare la formazione di nuove cellule produttrici di insulina”. Lo studio dei ricercatori pisani, presentato al 52° Congresso Annuale EASD di Monaco, ha arruolato 24 persone non diabetiche, 22 con diabete di tipo 1 e 15 pazienti trapiantati di pancreas, nei quali sono stati misurati i livelli plasmatici di betatrofina. “I livelli di quest’ormone – spiega Lupi – sono risultati correlati positivamente con le concentrazioni di C-peptide e questo suggerisce un possibile ruolo della betatrofina come biomarcatore della funzionalità pancreatica. A riprova di ciò è stata osservata anche la normalizzazione dei valori di betatrofi- na nei pazienti trapiantati di pancreas. È emersa inoltre una correlazione positiva tra livelli di betatrofi- na e presenza di autoanticorpi (anti- GAD e anti-IA2) e questo starebbe ad indicare una possibile associazione con l’autoimmunità nel paziente diabetico e ad indicare un possibile futuro utilizzo, se confermato da ulteriori studi, della molecola come marcatore per la diagnosi del diabete di tipo 1”.
La betatrofina è un ormone prodotto nell’uomo dal fegato e forse anche dal tessuto adiposo. Il suo ruolo fisiologico è quello di potenziare l’attività dell’insulina a livello dei tessuti periferici. Studi condotti su modelli animali suggeriscono che la betatrofina è in grado di indurre anche la replicazione delle cellule beta, attraverso meccanismi non ancora noti.

La somministrazione di Insulina come farmaco, in questi stadi più avanzati di malattia, è indispensabile e salva la vita a questi pazienti. Fortunatamente però, nella stragrande maggioranza dei casi (75%), questa patologia, di origine primariamente

alimentare, può essere curata con la sola dieta. Sempre più frequentemente tuttavia, a questa ed all’incremento dell’esercizio fisico, si preferisce la comoda compressa, i cosiddetti antidiabetici orali. Essi funzionano comunque, solo nel 40% dei casi e, nel 30% di coloro che rispondono, dopo 3 mesi circa si verifica assuefazione. Alcune ricerche svolte nel lungo periodo, hanno inoltre dimostrato, che nei soggetti che assumono questi farmaci, rispetto a quelli che controllano il diabete con la sola dieta, il rischio di attacco cardiaco ed ictus, aumenta di due volte e mezzo.

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