mercoledì , 17 gennaio 2018

Diabete shock, perchè le donne rischiano più degli uomini?

Ma cosa rende il diabete un fattore così ‘cattivo’ nelle donne? Un uomo diabetico corre ad esempio un rischio di coronaropatia superiore di 2,16 volte rispetto a quello rilevabile nella popolazione generale, mentre per una donna diabetica tale rischio sale del 44% in più, fino a diventare 2,86 volte superiore rispetto a quello della popolazione generale; la situazione è analoga nel caso dell’ictus, il cui rischio è superiore del 27% nelle diabetiche che negli uomini che soffrono della stessa malattia, e anche se il cosiddetto piede diabetico è più frequente e compare più precocemente negli uomini, la mortalità associata alle amputazioni è maggiore per le donne.

Nella donna, inoltre, il diabete ha una ricaduta particolarmente negativa per quanto riguarda la coronaropatie e l’ictus. Anche a fronte di stime anche attestano come il versante della prevenzione risulti egualmente efficace e praticato presso i due sessi, è ormai evidente che, esattamente come avvenuto in ambito oncologico, la ricerca medica si debba mettere ora in viaggio lungo quella strada in grado di studiare il diabete da un punto di vista squisitamente femminile di modo da realizzare nuove classi di farmaci specificamente efficaci per le donne e passibili di inclusione nel novero di quella parità di diritti che passa anche da uno studio medico o da un istituto di ricerca.

Ed anche i fattori ormonali hanno un loro peso: nel maschio, bassi livelli di testosterone sono un fattore di rischio di cardiopatia ischemica, mentre nella donna ad aumentare questo rischio è al contrario la presenza di elevati livelli di testosterone. E non solo: nelle donne con diabete la riduzione del rischio cardiovascolare resta minore che negli uomini (rispettivamente 23% e 17%) dal momento che, probabilmente, nelle donne sui fattori di rischio cardiovascolari c’è minore attenzione. Il diabete è più pericoloso per le donne che per gli uomini. Ma perché le donne vanno meno bene nell’equilibrio glicemico e metabolico? Insomma bisognerebbe tenere maggiormente conto di questa differenza di genere per personalizzare il trattamento di questa patologia.

L’indice di massa corporea (Bmi, body mass index) medio è di 30,2 contro il 29,2 degli uomini; le gravemente obese sono il 18,8% contro il 10,1% dell’universo maschile (il Bmi normale è considerato compreso tra 18,50 e 24,99).

Il primo elemento a sfavore delle donne è che il diabete rappresenta per loro un super-fattore di rischio cardiovascolare: il rischio è infatti due volte più ‘forte’ nel sesso femminile. Nella donna, inoltre, il diabete ha una ricaduta particolarmente negativa sul fronte della coronaropatie e dell’ictus. Il rischio di coronaropatia tra i maschi con diabete è 2,16 volte maggiore che nella popolazione generale; ma per le donne diabetiche questo rischio è di 2,86 volte superiore. Ciò significa che le donne con diabete, rispetto alla controparte maschile, hanno un rischio di coronaropatia aumentato del 44%, mentre il rischio di ictus è superiore del 27% rispetto agli uomini. Ma cosa rende il diabete un fattore così ‘cattivo’ nelle donne? Alcuni studi hanno dimostrato che un cattivo compenso glicemico sembra condizionare maggiormente il rischio di ictus nelle donne.

Ed anche i fattori ormonali hanno un loro peso: nel maschio, bassi livelli di testosterone sono un fattore di rischio di cardiopatia ischemica, mentre nella donna ad aumentare questo rischio è al contrario la presenza di elevati livelli di testosterone. Nonostante i passi avanti registrati nelle cure, inoltre, nelle donne con diabete la riduzione del rischio cardiovascolare resta minore che negli uomini (rispettivamente 23% e 17%). Come mai? Un’ipotesi è che nelle donne i fattori di rischio cardiovascolari siano trattati con minor attenzione. Tra i muri da abbattere in questo caso vi è l’errata percezione che le donne abbiano un rischio cardiovascolare inferiore agli uomini: a loro vengono ad esempio somministrate meno di frequente le statine e si assiste ad una disparità di sesso anche nel trattamento con farmaci antipertensivi. Donne e uomini, poi, si comportano diversamente pure nei confronti delle complicanze del diabete. La neuropatia – complicanza del diabete che colpisce il sistema nervoso periferico – sembra ad esempio più frequente e più precoce nella sua insorgenza negli uomini, in cui più facilmente evolve verso il piede diabetico e l’amputazione, ma è nelle donne che la mortalità associata alle amputazioni risulta più elevata.

Ma perché le donne vanno meno bene nell’equilibrio glicemico e metabolico? Certamente nel diabete delle donne hanno un loro peso le specificità dell’organismo femminile, “Il succedersi di pubertà, gravidanza, età menopausale con le variazioni ormonali connesse può spiegare la maggiore variabilità del compenso metabolico nelle donne ed è possibile e probabile che il pattern ormonale femminile influenzi una diversa risposta di genere al trattamento insulinico”.

Nel caso del diabete di tipo 2 si aggiunge un fattore meno frequente nel tipo 1 e che mette a repentaglio l’equilibrio metabolico: le donne con diabete di tipo 2 sono più spesso dei maschi in sovrappeso (spesso determinato anche da ragioni ormonali). L’indice di massa corporea (Bmi, body mass index) medio è di 30,2 contro il 29,2 degli uomini; le gravemente obese sono il 18,8% contro il 10,1% dell’universo maschile (il Bmi normale è considerato compreso tra 18,50 e 24,99).

Il rischio cardiovascolare è più alto nelle donne con diabete di tipo 2, mentre nel tipo 1 maschi e femmine sono in condizioni simili.

Per quanto riguarda il rischio cardiovascolare (una delle più serie complicanze di un diabete non compensato), nel diabete di tipo 1 non vi sono sostanziali differenze di genere, mentre nel diabete di tipo 2 la donna risulta più esposta al rischio. Le donne con diabete di tipo 2 hanno un rischio cardiovascolare da 3 a 5 volte più alto delle donne non diabetiche, nell’uomo, invece, il rischio è due volte maggiore.

Per ciò che concerne il profilo lipidico e quindi il colesterolo “cattivo” (Ldl, da distinguere da quello “buono”, Hdl), risulta che nel diabete di tipo 1, a parità di trattamento (con statine) e con medesima percentuale di raggiungimento di valori ottimali (41%), tra uomini e donne vi sia una condizione molto simile. Nel diabete di tipo 2, invece, non è così: le donne con valori di Ldl inferiori a 100 mg/dl sono di meno (-7%) sia alla diagnosi sia durante la malattia. Fanno più fatica degli uomini a raggiungere l’obiettivo 100.

Il diabete minaccia la sessualità della donna

Sì, il diabete può colpire la funzione sessuale della donna, quanto quella dell’uomo. Anche nella donna la componente biologica è essenziale nella sessualità. Regola d’oro per entrambi: la salute fisica è una condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per una vita sessuale soddisfacente. Questa base biologica è poi fortemente modulata dall’amore, dalle emozioni, dai sentimenti. In che modo il diabete può colpire la donna anche sul fronte sessuale? Innanzitutto, il diabete causa alterazioni metaboliche, con tendenza all’aumento di peso, e questo modifica l’immagine corporea e l’autostima. Inoltre, maggiore è il sovrappeso associato al diabete, maggiore è la produzione di molecole infiammatorie, che causano non solo dolore ma inondano letteralmente il cervello provocando un abbassamento dell’umore, fino alla depressione, la più potente nemica del desiderio sessuale e dell’eccitazione. Con l’aumentare della durata del diabete compaiono alterazioni microangiopatiche, che coinvolgono i piccoli vasi sanguigni, e neuropatiche, a carico delle terminazioni nervose, che influiscono sul grado di lubrificazione vaginale e sulla congestione sessuale genitale, prerequisiti essenziali per il raggiungimento del piacere e dell’orgasmo. Non solo. Esistono due complicanze specifiche del diabete nella donna: peggiore è il controllo glicemico, maggiore è la probabilità di avere sia le vaginiti ricorrenti da candida, che causano infiammazioni – vaginiti e vestiboliti – spesso responsabili del dolore sessuale (dispareunia) all’inizio del rapporto, sia le cistiti, soprattutto da Escherichia Coli, il cui rischio aumenta di tre volte rispetto alla popolazione non diabetica. La probabilità che il diabete colpisca la sessualità della donna dipende dall’età di comparsa del diabete, dalla sua durata, dalla gravità e dal grado di controllo delle glicemia. In positivo, una diagnosi precoce e un buon controllo del diabete sono essenziali non solo per allungare l’aspettativa di salute in generale, ma anche, e specificamente, per proteggere e valorizzare la sessualità. Data l’età di sua moglie, è comunque indispensabile una diagnosi accurata, anche su altre possibili disfunzioni ormonali, legate alla premenopausa. Detto questo, lei si ricorda di corteggiarla? E di farla sentire bella e unica per lei?

Restare normopeso, con dieta appropriata e variata – Fare un’ora di esercizio fisico aerobico al giorno: questo contribuisce ad avere un normale peso corporeo, mantiene più giovani e sani vasi e nervi, e rallenta la comparsa di sofferenze vascolari e neurologiche – Dormire otto ore per notte: la carenza di sonno aumenta l’appetito per cibi grassi e dolci, peggiorando il diabete.

Il diabete mellito sta dilagando nel mondo. Una crescita inarrestabile ovunque: nei paesi sviluppati, in quelli emergenti e in quelli ancora in via di sviluppo. Nelle zone del mondo più sviluppate (Europa, Nord America, Australia) cresce meno che in Africa, Asia e Sud America ma cresce comunque moltissimo. Gli individui affetti dalla malattia nel mondo sono ormai vicini ai 400 milioni e la stima è che raggiungano i 600 milioni entro il 2035. Per questo la lotta al diabete è una delle tre emergenze sanitarie identificate dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS o WHO), insieme alla malaria e alla tubercolosi, unica delle tre ad essere malattia non trasmissibile, anche se questo concetto, come scritto più avanti, potrebbe non essere del tutto corretto. Cresce soprattutto il diabete tipo 2, che rappresenta circa il 90% dei casi in Italia, fortemente legato anche nel nostro Paese all’eccesso ponderal, a sua volta riferibile a iperalimentazione e a scarsa attività fisica ma anche alla struttura stessa della società. Una società che sembra essere infettata da un “virus” che lentamente condiziona lo sviluppo della malattia in tante persone. Un “virus” che è alimentato da industrializzazione, meccanizzazione, urbanizzazione, stress psico-fisico, ricerca di una facile ricompensa nel cibo che, d’altro canto, è di semplice accesso, larga diffusione di alimenti ad elevato tenore calorico, grande pressione pubblicitaria nei confronti di prodotti alimentari, modificazioni dieto-indotte e di tipo obesiogeno e diabetogeno della flora batterica dell’intestino, probabile presenza di sostanze con azioni negative (endocrine disruptors) sui meccanismi di controllo della glicemia in quello che mangiamo, beviamo e respiriamo. Un “virus” che, accanto alla forte componente genetica, fa dubitare del fatto che il diabete debba continuare ad essere annoverato fra le malattie non trasmissibili. La malattia ovviamente non è virale e tecnicamente non è trasmissibile ma esiste una predisposizione al diabete che viene ereditata e gli individui che lasciano alle generazioni successive questa eredità sono sempre più numerosi. Esiste poi la trasmissione da una generazione all’altra di uno stile di vita malsano (troppo cibo e poca attività fisica) e di un ambiente poco salutare. Condizioni che sono largamente indipendenti dal libero arbitrio dell’individuo e che vanno ricondotte ai contesti familiari e sociali in cui gli individui nascono, crescono e vivono. Ci sono zone del mondo in cui al momento della nascita l’individuo ha una probabilità di quasi il 100% di sviluppare diabete tipo 2 nel corso della vita. Questa probabilità sta diventando elevata, troppo elevata, anche per chi nasce in Italia, nonostante la malattia sia poligenica e multifattoriale e non monogenica. L’imprinting diabetogeno è importante: se in casa c’è abbondanza di dolciumi, il bambino considererà che fanno parte dell’alimentazione quotidiana. Se in casa nessuno mangia verdura, l’adolescente crederà che sia normale non nutrirsene. Se nel frigorifero di casa accanto all’acqua minerale c’è la bottiglia della bibita zuccherata i minori riterranno quella un liquido alternativo con cui dissetarsi. Se in famiglia nessuno fa attività fisica ma si passa il tempo libero davanti alla TV o al computer, quel comportamento sarà considerato il riferimento a cui ispirarsi. Il diabete tipo 2 non è virale ma lo stile di vita diabetogeno lo è. E sta infettando il mondo. Il diabete ha un notevole impatto socio-sanitario ma esso stesso ha una forte spinta da parte della società moderna.

Non cresce solo il diabete tipo 2 ma cresce anche il diabete tipo 1, seppure meno in termini assoluti , causato da una aggressione autoimmune: il proprio viene considerato estraneo e da distruggere e in questo caso si tratta delle cellule che producono insulina. Una autoimmunità che non sembra essere estranea a fattori ambientali patogeni la cui natura è poco definita ma che sembrano in parte coincidenti con alimenti, farmaci, inquinamento. Anche in questo caso, quindi, la struttura della società moderna contribuisce allo sviluppo della malattia. Il diabete tipo 1 è la varietà di malattia che più colpisce l’opinione pubblica per la necessità delle persone affette di somministrarsi insulina più volte al giorno e per il fatto di comparire soprattutto in bambini, talora piccolissimi, adolescenti o giovani adulti. Il diabete tipo 2 ancora oggi purtroppo viene sottovalutato, sia da chi ne è affetto che dai suoi familiari e, non raramente, anche dagli “addetti ai lavori”. Fra i primi sono ancora troppo diffuse espressioni gergali come “ho un po’ di diabete”, “porto la glicemia alta”, “ha un po’ di zucchero nel sangue” oppure “ho il diabete alimentare ma se mi impegno scompare” o “ha il diabete che viene agli anziani”. Fra i secondi è abbastanza frequente rilevare che il diabete è considerato una malattia cronica che, in quanto molto diffusa, può essere affrontata con un approccio minimalista. In effetti la percezione di malattia è spesso errata: il diabete è una malattia molto complessa, sistemica e da affrontare seriamente perché può condizionare in maniera importante la vita di chi ne è affetto. Il diabete non è curabile ma è controllabile e il buon controllo permette di avere una vita piena di gioie e soddisfazioni nella famiglia, nel lavoro, nello sport. Il cattivo controllo, però, può portare a disabilità e anche premorienza. In Italia i casi noti di diabete erano circa 1,5 milioni nel 1985 e si avvicinano ora ai 4 milioni , quindi sono più che raddoppiati in 30 anni. Si tratta di un caso ogni 16 residenti. E accanto ai casi noti non vanno dimenticati i casi non diagnosticati perché spesso, e talora per anni e anni, la malattia non dà segni di sé. Si stima che siano un milione gli italiani con la malattia misconosciuta. In totale, quindi, circa 5 milioni di persone in Italia ha il diabete, pari ad 1 caso ogni 12 residenti. E il numero degli individui affetti salirà probabilmente a 7 milioni fra 15-20 anni. I dati epidemiologici italiani suggeriscono circa 250.000 nuove diagnosi di diabete tipo 2 e circa 25.000 nuove diagnosi di diabete tipo 1 ogni ann. Il diabete ha una rilevanza sociale oltre che sanitaria e questo è stato sancito, in Italia prima ancora che negli altri Paesi del mondo, da una legge (n. 115 del 1987) che è diventata un punto di riferimento ineludibile. Una legge che ha anche valorizzato il ruolo dell’assistenza da parte dei centri diabetologici. Una legge che ha largamente ispirato numerosi documenti nazionali e regionali dei successivi 30 anni  e anche il Piano Nazionale della Malattia Diabetica deliberato nel 2013 dal Ministero della Salute. Un Piano che ha consolidato il modello italiano di cura della malattia e identificato diverse aree di intervento per rendere omogenei gli interventi di prevenzione, diagnosi, monitoraggio e cura delle persone con diabete che vivono in Italia. Un modello che consta, oltre che dei medici di famiglia, di una rete capillare di centri specialistici diffusi su tutto il territorio nazionale, basati su competenze multiprofessionali (diabetologo, infermiere, dietista, talora psicologo e/o podologo, e secondo necessità cardiologo, nefrologo, neurologo, oculista, ecc.) e che forniscono con regolarità consulenze per circa il 50% delle persone con diabete, prevalentemente, ma non esclusivamente, quelle con malattia più complessa e/o complicata. Per effetto di questa rete l’Italia è il Paese occidentale con il più basso livello medio di HbA1c e i più bassi tassi di complicanze croniche e di eccesso di mortalità nelle persone con diabete. A tale proposito va sottolineato il ruolo dell’assistenza diabetologica nel ridurre la mortalità nelle persone con diabete: coloro che sono assistiti nei centri diabetologici hanno una minore mortalità totale e cardiovascolare rispetto a chi non li frequenta. Anche per questo il Piano Nazionale della Malattia Diabetica prevede una presa in carico di tutte le persone con diabete da parte dei centri diabetologici, con l’applicazione di una incisiva gestione integrata con i medici di famiglia . Una presa in carico che è previsto avvenga già nella fase iniziale della malattia. È stato infatti recepito il concetto che il team diabetologico non dovrebbe intervenire per la prima volta quando si è sviluppato grave scompenso metabolico o quando si sono sviluppate complicanze della malattia perché la comparsa di queste condizioni cliniche testimonierebbe l’inefficacia di quello che è accaduto prima di quel momento e sancirebbe il fallimento del sistema di cura. Sarebbe paradossale se l’assistenza specialistica non svolgesse la sua parte quando potrebbe cambiare la storia naturale della beta-cellula e, quindi, della malattia ma venisse chiamata di fatto a decretare un insuccesso. E sarebbe parimenti paradossale che i circa 2500 diabetologi italiani e i loro team non fossero coinvolti nella cura quando questa mira a prevenire il danno d’organo e venissero chiamati in causa solo quando questo si è verificato, talora in maniera eclatante (infarto, ictus, insufficienza renale avanzata, retinopatia grave, piede diabetico, ecc.).

I team diabetologici italiani costano circa 1% del totale della spesa sostenuta per curare le persone con diabete e possono incidere in misura assai significativa sull’altro 99%, riducendolo. Prevenendo le complicanze croniche che rappresentano Enzo Bonora tano il 90% della spesa, fra ricoveri, specialistica e farmaci. Accorciando la durata delle degenze con una presa in carico al momento dell’accoglimento nei reparti di chirurgia, ortopedia, ginecologia, ecc. Ottimizzando l’uso dei farmaci anti-iperglicemizzanti e dei dispositivi per il monitoraggio e la cura. Evitando sprechi con la terapia insulinica (la voce di spesa maggiore fra i farmaci antidiabetici). Osservando una scrupolosa appropriatezza nelle prescrizioni di esami di laboratorio e strumentali. Collaborando nelle scelte sulle strategie di cura operate a livello nazionale, regionale e locale. Il team diabetologico è importante ma la persona con il diabete deve essere protagonista della cura. Non esiste alcuna altra malattia cronica in cui il ruolo dell’individuo affetto è così importante e decisivo sull’esito. Un ruolo che è tanto maggiore quanto più precocemente compare la malattia, considerando che questa, al giorno d’oggi, grazie ai successi della cura, può durare molte decadi. L’età media alla diagnosi del diabete tipo 2 in Italia è attualmente 50-55 anni ma ormai non pochi soggetti con questa varietà di diabete ne ricevono la diagnosi prima di aver compiuto 30 anni, soprattutto nelle etnie non caucasiche, ed hanno quindi la prospettiva di vivere con la malattia per 50-60 anni. Senza dimenticare che i diabetici tipo 1, la cui diagnosi avviene quasi sempre prima dei 20 anni e non infrequentemente nei prima anni di vita, spesso raggiungono e superano gli 80 anni di età e totalizzano quindi una durata di malattia di 7-8 decadi e anche più. Si tratta di persone che vivono con la malattia gli anni della scuola, dell’attività sportiva e del lavoro, con quello che questo comporta in termini di inserimento in contesti dove il diabete talora è erroneamente interpretato da terzi come un problema, una limitazione, un ostacolo, una disabilità. Ignorando il fatto che una persona con diabete può raggiungere tutti i traguardi nella vita: dalla possibilità di essere più volte madre al successo come attore, cantante, musicista o uomo di stato, dal vincere molteplici medaglie olimpiche al conquistare la vetta di altissime montagne. Ciononostante, è innegabile che il prezzo da pagare per questi e altri successi, solo apparentemente meno importanti, consista in una meticolosa applicazione personale nella cura. La stima è che nel corso della vita una persona con diabete debba imporsi un’azione specifica in termini di alimentazione, attività fisica, assunzione di farmaci, controlli glicemici domiciliari, esecuzione di esami di laboratorio o strumentali, visite mediche da 100 a 500 mila volte, in rapporto alla durata della sua malattia. Questa persona, quindi, va educata alla gestione della malattia in tutte le sue numerose sfaccettature. E vanno educati anche coloro che stanno intorno alla persona con diabete: nella famiglia, nella scuola, nell’ambiente di lavoro o ricreativo. Quella persona potrebbe avere bisogno dell’assistenza degli altri e gli altri non possono ignorare di cosa ha bisogno una persona con diabete per poter esprimere sé stessa in tutti gli ambiti e non possono ignorare cosa devono fare in alcune circostanze per una persona con diabete (ad esempio in occasione di una ipoglicemia severa). Considerando i 4 milioni di cittadini affetti da diabete , è possibile affermare che praticamente la malattia è oggi presente in ogni famiglia italiana, se la consideriamo allargata ai parenti di secondo/terzo grado. Se non è un genitore o un figlio, si tratta di un fratello, un nonno, uno zio, un nipote. Una famiglia in cui avere un proprio membro, e talora più membri, con il diabete significa modificare, a volte o sempre, le abitudini alimentari per non creare troppe difformità a tavola fra chi ha e chi non ha il diabete o, più saggiamente, per seguire tutti uno stile di vita più sano che riduca il rischio che altri della famiglia sviluppino la malattia. Una famiglia in cui la presenza del diabete in un proprio membro comporta, se questo è un piccolo bambino oppure un anziano o una persona non autosufficiente, la necessità di aiutarlo, se non proprio accudirlo, nelle sue necessità quotidiane o periodiche: assumere farmaci, misurare la glicemia, fare sport o anche solo una passeggiata, andare dal pediatra o dal medico di famiglia, recarsi in ospedale dal diabetologo, ecc. Una famiglia in cui assistere una persona con diabete può determinare assenza dal lavoro o rinuncia ad attività ricreative o alle vacanze. Tutti segni inequivocabili del peso sociale della malattia.

Il diabete, è inutile celarlo, può diventare una malattia grave, con un impatto notevolissimo sulla qualità della vita quando causa disabilità. Il diabete è la prima causa di cecità, la seconda causa di insufficienza renale terminale con necessità di dialisi o trapianto, la prima causa di amputazione non traumatica degli arti inferiori, una concausa di metà degli infarti e degli ictus. I dati epidemiologici documentano che in Italia ogni 7 minuti una persona con diabete ha un attacco cardiaco, ogni 26 minuti una persona con diabete sviluppa un’insufficienza renale, ogni 30 minuti una persona con diabete ha un ictus, ogni 90 minuti una persona subisce un’amputazione a causa del diabete e ogni 3 ore una persona con diabete entra in dialisi. Complicanze tanto gravi da far sì che il diabete sia responsabile di una premorienza stimata mediamente in 7-8 anni. Il diabete non è una malattia fastidiosa, un numero asteriscato su un referto di laboratorio, con cui convivere. Il diabete, sarebbe sbagliato nasconderlo, è una malattia che può uccidere e non poche volte lo fa senza dare grossi segni della sua presenza, come un killer silenzioso. In Italia ogni 20 minuti una persona muore a causa del diabete anche se il diabete spesso non è menzionato nella sua scheda di morte. Il diabete costa moltissimo alla comunità. In Italia la quota di spesa che il Fondo Sanitario Nazionale si accolla per curare le persone con diabete, una malattia che condiziona un più facile sviluppo di qualsiasi altra malattia, è di circa 15 miliardi di euro all’anno, pari ad oltre il 10% del totale. Questa somma è calcolata utilizzando i costi reali dei ricoveri e della varie prestazioni specialistiche e non le tariffe virtuali. Utilizzando questi ultimi, comunque, la spesa, seppure inferiore a quella di altri Paesi occidentali, è comunque ingente e ammonta a circa 10 miliardi di euro per anno. A questa grande quantità di denaro pubblico vanno aggiunti circa 3 miliardi di euro di spese dirette sostenute dalle persone e dalle loro famiglie e non meno di 10-12 miliardi di euro di costi indiretti, molti dei quali a carico delle casse dello stato per prepensionamenti e assenze dal lavoro. Il totale ammonta a 25-30 miliardi di euro, l’equivalente di una finanziaria o, come si usa dire oggi, di un patto di stabilità. Una somma in continuo aumento e che fra poco non sarà più sostenibile se non si riuscirà a circoscrivere la diffusione del “virus”. Per questo “virus” esiste un solo vaccino: la conoscenza della malattia, dei suoi fattori di rischio, del modo di prevenirla cambiando lo stile di vita degli individui ma anche cambiando la struttura della società per evitare il “contagio”.

Il diabete mellito tipo 2 ha assunto le caratteristiche e le dimensioni di una vera propria emergenza sanitaria a causa della sua elevata prevalenza. Secondo stime attuali, si contano nel mondo circa 415 milioni di soggetti affetti da diabete mellito e questo numero è destinato ad aumentare a 642 milioni nel 2040. La dimensione del problema, la diffusione a tutte le fasce d’età, la gravità delle complicanze associate alla malattia fanno del diabete uno dei maggiori problemi sanitari su scala globale.

PREVALENZA DEL DIABETE I dati di prevalenza del diabete disponibili in Italia derivano da studi di coorte o da fonti informative di tipo amministrativo. Le fonti ufficiali del Ministero della Salute sono costituite sia dai dati di monitoraggio annuale dello stato di salute della popolazione condotto dall’ISTAT, sia dal sistema di sorveglianza PASSI (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia) . L’ISTAT utilizzando un set di indicatori costruiti sulla base delle informazioni raccolte nell’indagine multiscopo sulle famiglie “Aspetti della vita quotidiana”, basate su questionario cartaceo o intervista faccia a faccia, ha rilevato che alla fine degli anni ’80 la prevalenza del diabete noto era pari al 2.5%. I dati riportati nell’annuario statistico ISTAT 2015 indicano che il diabete interessa il 5,4% degli italiani (5,4% dei maschi e 5,4% delle femmine), pari a oltre 3 milioni di persone. I valori standardizzati, che tengono conto del cambiamento nella composizione per età e sesso della popolazione italiana nel corso degli anni, indicano un incremento del tasso di prevalenza del 90% negli ultimi 13 anni (dal 3.9% nel 2001 al 4,8% nel 2014). Un’altra rilevante fonte di informazioni sulla malattia diabetica è costituita dall’Osservatorio ARNO, relativa ad un campione complessivo della popolazione di quasi 10 milioni di soggetti afferenti a 32 ASL sparse sul territorio nazionale. I dati del 2015 dimostrano, sulla base di varie fonti informative (dati di consumo di farmaci, registro delle esenzioni per patologia e schede di dimissione ospedaliera), che il tasso di prevalenza totale del diabete è pari al 6.2%, quasi un punto percentuale in più rispetto ai dati ISTAT . Dallo stesso registro ARNO è altresì emersa una differenza di genere nella prevalenza del diabete che risulta pari al 6.6% negli uomini e al 5.9% nelle donne, già emersa a partire dal 2000 e rimasta inalterata nel corso del tempo. Anche nell’ambito del sistema di sorveglianza PASSI, il diabete risulta più diffuso tra gli uomini (4,9% vs. 3,7% nelle donne). Tale differenza era stata già osservata in uno studio condotto nella regione Veneto fra il 2001 ed il 2004, che aveva evidenziato un aumento del tasso di prevalenza standardizzata dal 3.9% al 4.35% nei soggetti di genere maschile e dal 3.47% al 3.76% nel genere femminile. Tale differenza nei tassi di prevalenza potrebbe riflettere le diverse metodologie di raccolta dei dati impiegate in queste indagini. Dall’analisi dei dati ISTAT 2014 emerge, inoltre, come la prevalenza di diabete aumenti con l’età, fino a raggiungere il 20.3% nelle persone di età ≥75 anni. Dato confermato dall’indagine PASSI 2013, che ha evidenziato che nella fascia 50-69 anni una persona su dieci dichiara di avere ricevuto una diagnosi di diabete .

IL DIABETE

Il diabete rappresenta una sfida per le persone che ne sono affette e devono essere protagoniste della cura, per i medici e gli altri professionisti che devono diagnosticarlo, monitorarlo e trattarlo conoscendone le innumerevoli sfaccettature, per gli amministratori della salute e i politici che devono poter garantire l’accesso alle cure migliori e all’innovazione nel rispetto della sostenibilità e dei principi di equità e uguaglianza. Questo volume è il terzo, dopo quelli del 1996 e del 2012, che la Società Italiana di Diabetologia pubblica per fare il punto sullo stato del diabete in Italia. Il volume raccoglie contributi scritti da membri autorevoli delle maggiori istituzioni pubbliche, da medici, specialisti e non, e da altri professionisti esperti della malattia, da rappresentanti delle persone con diabete. L’obiettivo del volume è illustrare al lettore i principali aspetti epidemiologici e clinici della malattia, focalizzando non tanto eziologia, patogenesi e fisiopatologia ma piuttosto l’organizzazione dell’assistenza, cioè quello che l’Italia mette in campo per la lotta al diabete. La malattia è comune, cronica, complessa, sistemica nell’origine e nell’espressione clinica, eterogenea ed estremamente dispendiosa, sia in termini economici che di energie profuse da chi la cura e da chi viene curato. Il diabete richiede un approccio multidisciplinare e multiprofessionale, perfettamente inserito nel modello italiano di cura, basato su interazioni virtuose e sinergie vere fra team specialistici e medici di famiglia. Sono in tanti in Italia ad occuparsi di diabete e sono in tanti gli Italiani con la malattia. Questo volume vuole contribuire a far sì che i primi possano fornire il meglio possibile ai secondi.

Il diabete mellito sta dilagando nel mondo. Una crescita inarrestabile ovunque: nei paesi sviluppati, in quelli emergenti e in quelli ancora in via di sviluppo. Nelle zone del mondo più sviluppate (Europa, Nord America, Australia) cresce meno che in Africa, Asia e Sud America ma cresce comunque moltissimo. Gli individui affetti dalla malattia nel mondo sono ormai vicini ai 400 milioni e la stima è che raggiungano i 600 milioni entro il 2035 .

Per questo la lotta al diabete è una delle tre emergenze sanitarie identificate dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS o WHO), insieme alla malaria e alla tubercolosi, unica delle tre ad essere malattia non trasmissibile, anche se questo concetto, come scritto più avanti, potrebbe non essere del tutto corretto. Cresce soprattutto il diabete tipo 2, che rappresenta circa il 90% dei casi in Italia , fortemente legato anche nel nostro Paese all’eccesso ponderale, a sua volta riferibile a iperalimentazione e a scarsa attività fisica ma anche alla struttura stessa della società. Una società che sembra essere infettata da un “virus” che lentamente condiziona lo sviluppo della malattia in tante persone.

Un “virus” che è alimentato da industrializzazione, meccanizzazione, urbanizzazione, stress psico-fisico, ricerca di una facile ricompensa nel cibo che, d’altro canto, è di semplice accesso, larga diffusione di alimenti ad elevato tenore calorico, grande pressione pubblicitaria nei confronti di prodotti alimentari, modificazioni dieto-indotte e di tipo obesiogeno e diabetogeno della flora batterica dell’intestino, probabile presenza di sostanze con azioni negative (endocrine disruptors) sui meccanismi di controllo della glicemia in quello che mangiamo, beviamo e respiriamo. Un “virus” che, accanto alla forte componente genetica, fa dubitare del fatto che il diabete debba continuare ad essere annoverato fra le malattie non trasmissibili.

La malattia ovviamente non è virale e tecnicamente non è trasmissibile ma esiste una predisposizione al diabete che viene ereditata e gli individui che lasciano alle generazioni successive questa eredità sono sempre più numerosi. Esiste poi la trasmissione da una generazione all’altra di uno stile di vita malsano (troppo cibo e poca attività fisica) e di un ambiente poco salutare. Condizioni che sono largamente indipendenti dal libero arbitrio dell’individuo e che vanno ricondotte ai contesti familiari e sociali in cui gli individui nascono, crescono e vivono. Ci sono zone del mondo in cui al momento della nascita l’individuo ha una probabilità di quasi il 100% di sviluppare diabete tipo 2 nel corso della vita. Questa probabilità sta diventando elevata, troppo elevata, anche per chi nasce in Italia, nonostante la malattia sia poligenica e multifattoriale e non monogenica.

L’imprinting diabetogeno è importante: se in casa c’è abbondanza di dolciumi, il bambino considererà che fanno parte dell’alimentazione quotidiana. Se in casa nessuno mangia verdura, l’adolescente crederà che sia normale non nutrirsene. Se nel frigorifero di casa accanto all’acqua minerale c’è la bottiglia della bibita zuccherata i minori riterranno quella un liquido alternativo con cui dissetarsi. Se in famiglia nessuno fa attività fisica ma si passa il tempo libero davanti alla TV o al computer, quel comportamento sarà considerato il riferimento a cui ispirarsi. Il diabete tipo 2 non è virale ma lo stile di vita diabetogeno lo è. E sta infettando il mondo. Il diabete ha un notevole impatto socio-sanitario ma esso stesso ha una forte spinta da parte della società moderna.

Non cresce solo il diabete tipo 2 ma cresce anche il diabete tipo 1, seppure meno in termini assoluti, causato da una aggressione autoimmune: il proprio viene considerato estraneo e da distruggere e in questo caso si tratta delle cellule che producono insulina. Una autoimmunità che non sembra essere estranea a fattori ambientali patogeni la cui natura è poco definita ma che sembrano in parte coincidenti con alimenti, farmaci, inquinamento. Anche in questo caso, quindi, la struttura della società moderna contribuisce allo sviluppo della malattia. Il diabete tipo 1 è la varietà di malattia che più colpisce l’opinione pubblica per la necessità delle persone affette di somministrarsi insulina più volte al giorno e per il fatto di comparire soprattutto in bambini, talora piccolissimi, adolescenti o giovani adulti.

Il diabete tipo 2 ancora oggi purtroppo viene sottovalutato, sia da chi ne è affetto che dai suoi familiari e, non raramente, anche dagli “addetti ai lavori”. Fra i primi sono ancora troppo diffuse espressioni gergali come “ho un po’ di diabete”, “porto la glicemia alta”, “ha un po’ di zucchero nel sangue” oppure “ho il diabete alimentare ma se mi impegno scompare” o “ha il diabete che viene agli anziani”. Fra i secondi è abbastanza frequente rilevare che il diabete è considerato una malattia cronica che, in quanto molto diffusa, può essere affrontata con un approccio minimalista. In effetti la percezione di malattia è spesso errata: il diabete è una malattia molto complessa, sistemica e da affrontare seriamente perché può condizionare in maniera importante la vita di chi ne è affetto. Il diabete non è curabile ma è controllabile e il buon controllo permette di avere una vita piena di gioie e soddisfazioni nella famiglia, nel lavoro, nello sport. Il cattivo controllo, però, può portare a disabilità e anche premorienza. In Italia i casi noti di diabete erano circa 1,5 milioni nel 1985  e si avvicinano ora ai 4 milioni, quindi sono più che raddoppiati in 30 anni.

Si tratta di un caso ogni 16 residenti. E accanto ai casi noti non vanno dimenticati i casi non diagnosticati perché spesso, e talora per anni e anni, la malattia non dà segni di sé. Si stima che siano un milione gli italiani con la malattia misconosciuta. In totale, quindi, circa 5 milioni di persone in Italia ha il diabete, pari ad 1 caso ogni 12 residenti. E il numero degli individui affetti salirà probabilmente a 7 milioni fra 15-20 anni. I dati epidemiologici italiani suggeriscono circa 250.000 nuove diagnosi di diabete tipo 2 e circa 25.000 nuove diagnosi di diabete tipo 1 ogni anno.

Il diabete ha una rilevanza sociale oltre che sanitaria e questo è stato sancito, in Italia prima ancora che negli altri Paesi del mondo, da una legge (n. 115 del 1987) che è diventata un punto di riferimento ineludibile. Una legge che ha anche valorizzato il ruolo dell’assistenza da parte dei centri diabetologici. Una legge che ha largamente ispirato numerosi documenti nazionali e regionali dei successivi 30 anni (11) e anche il Piano Nazionale della Malattia Diabetica deliberato nel 2013 dal Ministero della Salute . Un Piano che ha consolidato il modello italiano di cura della malattia e identificato diverse aree di intervento per rendere omogenei gli interventi di prevenzione, diagnosi, monitoraggio e cura delle persone con diabete che vivono in Italia.

Un modello che consta, oltre che dei medici di famiglia, di una rete capillare di centri specialistici diffusi su tutto il territorio nazionale, basati su competenze multiprofessionali (diabetologo, infermiere, dietista, talora psicologo e/o podologo, e secondo necessità cardiologo, nefrologo, neurologo, oculista, ecc.) e che forniscono con regolarità consulenze per circa il 50% delle persone con diabete, prevalentemente, ma non esclusivamente, quelle con malattia più complessa e/o complicata. Per effetto di questa rete l’Italia è il Paese occidentale con il più basso livello medio di HbA1c e i più bassi tassi di complicanze croniche e di eccesso di mortalità nelle persone con diabete. A tale proposito va sottolineato il ruolo dell’assistenza diabetologica nel ridurre la mortalità nelle persone con diabete: coloro che sono assistiti nei centri diabetologici hanno una minore mortalità totale e cardiovascolare rispetto a chi non li frequenta .

Anche per questo il Piano Nazionale della Malattia Diabetica prevede una presa in carico di tutte le persone con diabete da parte dei centri diabetologici, con l’applicazione di una incisiva gestione integrata con i medici di famiglia. Una presa in carico che è previsto avvenga già nella fase iniziale della malattia. È stato infatti recepito il concetto che il team diabetologico non dovrebbe intervenire per la prima volta quando si è sviluppato grave scompenso metabolico o quando si sono sviluppate complicanze della malattia perché la comparsa di queste condizioni cliniche testimonierebbe l’inefficacia di quello che è accaduto prima di quel momento e sancirebbe il fallimento del sistema di cura. Sarebbe paradossale se l’assistenza specialistica non svolgesse la sua parte quando potrebbe cambiare la storia naturale della beta-cellula e, quindi, della malattia ma venisse chiamata di fatto a decretare un insuccesso. E sarebbe parimenti paradossale che i circa 2500 diabetologi italiani e i loro team non fossero coinvolti nella cura quando questa mira a prevenire il danno d’organo e venissero chiamati in causa solo quando questo si è verificato, talora in maniera eclatante (infarto, ictus, insufficienza renale avanzata, retinopatia grave, piede diabetico, ecc.).

I team diabetologici italiani costano circa 1% del totale della spesa sostenuta per curare le persone con diabete e possono incidere in misura assai significativa sull’altro 99%, riducendolo. Prevenendo le complicanze croniche che rappresentano il 90% della spesa, fra ricoveri, specialistica e farmaci. Accorciando la durata delle degenze con una presa in carico al momento dell’accoglimento nei reparti di chirurgia, ortopedia, ginecologia, ecc. Ottimizzando l’uso dei farmaci anti-iperglicemizzanti e dei dispositivi per il monitoraggio e la cura. Evitando sprechi con la terapia insulinica (la voce di spesa maggiore fra i farmaci antidiabetici). Osservando una scrupolosa appropriatezza nelle prescrizioni di esami di laboratorio e strumentali.

Collaborando nelle scelte sulle strategie di cura operate a livello nazionale, regionale e locale. Il team diabetologico è importante ma la persona con il diabete deve essere protagonista della cura. Non esiste alcuna altra malattia cronica in cui il ruolo dell’individuo affetto è così importante e decisivo sull’esito. Un ruolo che è tanto maggiore quanto più precocemente compare la malattia, considerando che questa, al giorno d’oggi, grazie ai successi della cura, può durare molte decadi. L’età media alla diagnosi del diabete tipo 2 in Italia è attualmente 50-55 anni ma ormai non pochi soggetti con questa varietà di diabete ne ricevono la diagnosi prima di aver compiuto 30 anni, soprattutto nelle etnie non caucasiche, ed hanno quindi la prospettiva di vivere con la malattia per 50-60 anni. Senza dimenticare che i diabetici tipo 1, la cui diagnosi avviene quasi sempre prima dei 20 anni e non infrequentemente nei prima anni di vita, spesso raggiungono e superano gli 80 anni di età e totalizzano quindi una durata di malattia di 7-8 decadi e anche più.

Si tratta di persone che vivono con la malattia gli anni della scuola, dell’attività sportiva e del lavoro, con quello che questo comporta in termini di inserimento in contesti dove il diabete talora è erroneamente interpretato da terzi come un problema, una limitazione, un ostacolo, una disabilità. Ignorando il fatto che una persona con diabete può raggiungere tutti i traguardi nella vita: dalla possibilità di essere più volte madre al successo come attore, cantante, musicista o uomo di stato, dal vincere molteplici medaglie olimpiche al conquistare la vetta di altissime montagne. Ciononostante, è innegabile che il prezzo da pagare per questi e altri successi, solo apparentemente meno importanti, consista in una meticolosa applicazione personale nella cura.

La stima è che nel corso della vita una persona con diabete debba imporsi un’azione specifica in termini di alimentazione, attività fisica, assunzione di farmaci, controlli glicemici domiciliari, esecuzione di esami di laboratorio o strumentali, visite mediche da 100 a 500 mila volte, in rapporto alla durata della sua malattia. Questa persona, quindi, va educata alla gestione della malattia in tutte le sue numerose sfaccettature. E vanno educati anche coloro che stanno intorno alla persona con diabete: nella famiglia, nella scuola, nell’ambiente di lavoro o ricreativo. Quella persona potrebbe avere bisogno dell’assistenza degli altri e gli altri non possono ignorare di cosa ha bisogno una persona con diabete per poter esprimere sé stessa in tutti gli ambiti e non possono ignorare cosa devono fare in alcune circostanze per una persona con diabete (ad esempio in occasione di una ipoglicemia severa). Considerando i 4 milioni di cittadini affetti da diabete, è possibile affermare che praticamente la malattia è oggi presente in ogni famiglia italiana, se la consideriamo allargata ai parenti di secondo/terzo grado. Se non è un genitore o un figlio, si tratta di un fratello, un nonno, uno zio, un nipote.

Una famiglia in cui avere un proprio membro, e talora più membri, con il diabete significa modificare, a volte o sempre, le abitudini alimentari per non creare troppe difformità a tavola fra chi ha e chi non ha il diabete o, più saggiamente, per seguire tutti uno stile di vita più sano che riduca il rischio che altri della famiglia sviluppino la malattia. Una famiglia in cui la presenza del diabete in un proprio membro comporta, se questo è un piccolo bambino oppure un anziano o una persona non autosufficiente, la necessità di aiutarlo, se non proprio accudirlo, nelle sue necessità quotidiane o periodiche: assumere farmaci, misurare la glicemia, fare sport o anche solo una passeggiata, andare dal pediatra o dal medico di famiglia, recarsi in ospedale dal diabetologo, ecc.

Una famiglia in cui assistere una persona con diabete può determinare assenza dal lavoro o rinuncia ad attività ricreative o alle vacanze. Tutti segni inequivocabili del peso sociale della malattia. Il diabete, è inutile celarlo, può diventare una malattia grave, con un impatto notevolissimo sulla qualità della vita quando causa disabilità. Il diabete è la prima causa di cecità, la seconda causa di insufficienza renale terminale con necessità di dialisi o trapianto, la prima causa di amputazione non traumatica degli arti inferiori, una concausa di metà degli infarti e degli ictus. I dati epidemiologici documentano che in Italia ogni 7 minuti una persona con diabete ha un attacco cardiaco, ogni 26 minuti una persona con diabete sviluppa un’insufficienza renale, ogni 30 minuti una persona con diabete ha un ictus, ogni 90 minuti una persona subisce un’amputazione a causa del diabete e ogni 3 ore una persona con diabete entra in dialisi. Complicanze tanto gravi da far sì che il diabete sia responsabile di una premorienza stimata mediamente in 7-8 anni.

Il diabete non è una malattia fastidiosa, un numero asteriscato su un referto di laboratorio, con cui convivere. Il diabete, sarebbe sbagliato nasconderlo, è una malattia che può uccidere e non poche volte  lo fa senza dare grossi segni della sua presenza, come un killer silenzioso. In Italia ogni 20 minuti una persona muore a causa del diabete anche se il diabete spesso non è menzionato nella sua scheda di morte. Il diabete costa moltissimo alla comunità. In Italia la quota di spesa che il Fondo Sanitario Nazionale si accolla per curare le persone con diabete, una malattia che condiziona un più facile sviluppo di qualsiasi altra malattia, è di circa 15 miliardi di euro all’anno, pari ad oltre il 10% del totale.

Questa somma è calcolata utilizzando i costi reali dei ricoveri e della varie prestazioni specialistiche e non le tariffe virtuali. Utilizzando questi ultimi, comunque, la spesa, seppure inferiore a quella di altri Paesi occidentali, è comunque ingente e ammonta a circa 10 miliardi di euro per anno. A questa grande quantità di denaro pubblico vanno aggiunti circa 3 miliardi di euro di spese dirette sostenute dalle persone e dalle loro famiglie e non meno di 10-12 miliardi di euro di costi indiretti, molti dei quali a carico delle casse dello stato per prepensionamenti e assenze dal lavoro. Il totale ammonta a 25-30 miliardi di euro, l’equivalente di una finanziaria o, come si usa dire oggi, di un patto di stabilità. Una somma in continuo aumento e che fra poco non sarà più sostenibile se non si riuscirà a circoscrivere la diffusione del “virus”. Per questo “virus” esiste un solo vaccino: la conoscenza della malattia, dei suoi fattori di rischio, del modo di prevenirla cambiando lo stile di vita degli individui ma anche cambiando la struttura della società per evitare il “contagio”.

Il futuro dei farmaci per il diabete di tipo 1

Da un’analisi di Global Data emerge che il mercato dei farmaci per la cura del diabete di tipo 1 è in crescita. In ogni caso, le insuline umane e gli analoghi dell’insulina rimarranno le terapie principali per il diabete di tipo 1, considerando che nessuno dei trattamenti in fase di studio per i prossimi 10 anni avrà ancora la capacità di rigenerare pienamente le betacellule del pancreas. D’altro canto, alcuni farmaci attualmente utilizzati per il diabete di tipo 2, come gli agonisti del recettore del glucagon-like peptide-1 (Glp-1 Ra) e gli inibitori del riassorbimento tubulare del glucosio (inibitori Sglt 2), potrebbero essere approvati anche come terapia del diabete di tipo 1 a partire dal 2017, come trattamenti aggiuntivi alle insuline, soprattutto nei pazienti obesi o in quelli con un fenotipo misto di diabete di tipo 1 e 2.
Arriva in America una nuova insulina
La Food and Drug Administration ha dato l’ok per l’immissione sul mercato statunitense della nuova insulina Toujeo prodotta da Sanofi. Si tratta di una nuova formulazione di insulina glargine, un analogo dell’insulina umana prodotto con la tecnica del DNA ricombinante. Ha una lunga durata d’azione, si somministra una volta al giorno ed è indicata per il controllo glicemico dei pazienti adulti con diabete di tipo 1 e 2.

Niente glibenclamide per il diabete gestazionale
Le linee guida italiane per il trattamento del diabete in gravidanza prevedono il solo uso dell’insulina, mentre all’estero è previsto anche l’utilizzo di antidiabetici orali, come glibenclamide e metformina. In una metanalisi pubblicata sul British Medicai Journal risulta che la metformina e l’insulina hanno un’efficacia nettamente superiore alla glibenclamide nella terapia del diabete gestazionale. La metanalisi ha evidenziato che l’uso di glibenclamide e gliburide, rispetto ad insulina e metformina, si associa ad una maggiore frequenza di macrosomia e ipoglicemia neonatale, proprio due dei rischi del diabete gestazionale. Al contrario, la metformina è migliore dell’insulina nel controllare l’aumento di peso materno, ma si associa ad un maggiore tasso di nascite pretermine e ad una minore età gestazionale al parto.

 Liraglutide anche per l’obesità
La Commissione Europea ha dato l’autorizzazione alla commercializzazione di liraglutide 3 mg per il trattamento dell’obesità. Questo farmaco è un analogo del GLP-1 a somministrazione unica giornaliera e il suo utilizzo sarà raccomandato in aggiunta a dieta ipocalorica e a incremento dell’attività fisica per la gestione del peso corporeo in pazienti adulti in sovrappeso od obesi, e in presenza di almeno una comorbidità come prediabete o diabete di tipo 2, ipertensione, dislipidemia o apnea ostruttiva durante il sonno.
Lixisenatide sicuro anche per il cuore
Sono stati preannunciati da Sanofi i risultati dello studio Elixa di fase III-b sul farmaco Lixisenatide, un agonista del ricettore del GLP-1. Non ancora approvato negli Stati Uniti, il farmaco della Sanofi si è dimostrato sicuro anche nei pazienti con diabete di tipo 2 con alto rischio cardiovascolare. Allo studio, che ha
arruolato 6.000 pazienti seguendoli per oltre 4 anni, ha partecipato attivamente anche l’Italia.
Metformina sempre migliore
Anche in monoterapia, questo farmaco, gold standard della terapia del diabete di tipo 2, si dimostra più efficace delle sulfaniluree e della meglitinide. Lo ha affermato uno studio svedese, che ha confermato l’efficacia della metformina anche sul lungo periodo: al contrario di come avviene infatti per altri antidiabetici orali usati inizialmente in monoterapia, non è necessario aggiungere un altro farmaco ipoglicemizzante oppure passare ad un altro farmaco più potente e/o all’insulina per mantenere a target l’emoglobina glicata. In pratica, la metformina riesce a mantenere un migliore compenso glicemico per più tempo.
Ricordiamoci, comunque, che quello che può condizionare il mantenimento di un buon compenso glicemico ed un più o meno rapido progredire del diabete è soprattutto la modificazione dello stile di vita: attenzione quindi alla dieta, aumentare l’attività fisica e controllare il proprio peso corporeo.
La vista migliora grazie ai nuovi farmaci
L’edema maculare diabetico è una delle complicanze del diabete: colpisce gli occhi e può portare alla perdita progressiva della vista. Per fortuna oggi esistono farmaci in grado di arrestare la progressione di questa patologia e in alcuni casi migliorare la vista dei pazienti che ne sono affetti. Un recente studio pubblicato sul New England Journal of Medicine ha constatato che i farmaci aflibercept, bevacizumab e ranibizumab migliorano tutti e tre la vista, con un effetto legato all’acuità visiva base, mentre il primo dei tre medicinali è più efficace nei casi più gravi, quella cioè in cui l’acuità visiva è già scarsa. Ricordiamo che tutti e tre i farmaci si somministrano con una iniezione intravitreale.
Moltiplicare le cellule di insulina
È uno degli obiettivi dei ricercatori che sperimentano nuovi farmaci per la cura del diabete: su oltre 100 mila
moltiplicarsi. È quanto emerso da uno studio finanziato dalla Juvenile Diabetes Research Foundation, che ha mostrato che la sostanza sperimentale chiamata “harmine”
potenziali candidati, solo un farmaco è riuscito nell’impresa di guidare le cellule beta a
spinge a una divisione e moltiplicazione di cellule beta adulte umane in coltura.

Tempo fa avevamo riportato i risultati di uno studio secondo cui erano tantissimi gli italiani che usavano Internet per reperire informazioni sul diabete. Ma “Dottor Google” è stato oggi soppiantato da “Dottor Social”: secondo il Diabetes Web Re- port 2016, quasi il 70% delle persone che ricercano informazioni sulla propria malattia su Internet (che sono il 90% delle persone che hanno il diabete) consulta i forum di pazienti, community che offrono non solo informazioni ma rappresentano un terreno comune di confronto con persone che hanno lo stesso problema.
“Lo scopo di Diabetes Web Report è quello di osservare, analizzare e studiare i comportamenti delle persone in rete in tema di salute, in particolare di coloro che hanno il diabete, dei medici e non solo” dice Lucio Corsaro, Direttore generale Medi-Prag- ma. SECONDO I DATI OTTENUTI, OLTRE IL 90% INFATTI CERCA INFORMAZIONI IN MERITO ALLA PROPRIA MALATTIA SUL WEB. DI QUESTI QUASI IL 70% CONSULTA I FORUM DI PAZIENTI, CONTRO IL 52% CHE DICHIARA DI AFFIDARSI AI MOTORI DI RICERCA, MENTRE IL 42% CERCA INFORMAZIONI SUI SITI DI ASSOCIAZIONI DI PAZIENTI E IL 35% INTERPELLA I SOCIAL MEDIA. La tendenza a soppiantare la mera ricerca su Internet in favore di un bisogno di confronto con i pari è confermata da quello che un paziente su due dichiara essere il maggior influen- cer sulla malattia sul web: il portale della community del diabete.
Al secondo posto, con un netto stacco, segue il portale della più importante associazione di pazienti, considerata solo dal 6% un punto di riferimento in Internet sul tema diabete.
Pur considerando importanti queste fonti, il 68% delle persone con diabete sostiene che sia il diabe- tologo la fonte principale di informazioni che condiziona le scelte e i comportamenti inerenti la gestione della malattia, seguito da Internet secondo il 19%, dal medico di base (7%) e da parenti e amici (5%). Anche il medico conferma la tendenza dei pazienti
a consultare e confrontarsi su Internet per quanto riguarda la propria malattia. Il 99% dei medici afferma di avere pazienti che riportano informazioni dal web, rispetto all’80% dello scorso anno. In particolar modo il 54% dei medici afferma che questo accade regolarmente.
D’altro canto il medico dimostra un atteggiamento sempre più positivo rispetto a questa tendenza.
Ben l’87% – contro il 73% del 2015 – dichiara l’utilizzo di Internet per cercare informazioni sulla malattia una tendenza positiva, soprattutto se supportata dal consiglio del professionista.
“L’utilizzo dei motori di ricerca per ottenere informazioni sulla salute e sulle patologie, in particolare su quelle da cui si è affetti, è un fenomeno ormai diffuso ed in essere da tempo, che coinvolge largamente anche le persone con diabete” dice Ketty Vaccaro, Presidente del Health Web Observatory e responsabile Salute e Welfare del Censis. “Stiamo assistendo però a un’evoluzione di tendenza e i risultati di questa indagine lo dimostrano: IL MEDICO VIRTUALE STA PERDENDO TERRENO A FAVORE DEL BISOGNO DI CONFRONTO TRA PARI FACILITATO DAL WEB. ED INFATTI IL CONFRONTO È PRIMA DI TUTTO CON I PARI, CON CHI CONDIVIDE LA STESSA CONDIZIONE, EMOTIVA E DI SALUTE,
IL CUI LUOGO PRIVILEGIATO SONO I FORUM DI PAZIENTI, CHE SI COLLOCANO TRA I PRINCIPALI INFLUENCER IN TEMA DI DIABETE E RAPPRESENTANO UNA SORTA DI ‘DOTT. SOCIAL’ CHE SI AFFIANCA E TALVOLTA SOPPIANTA IL ‘DOTT. GOOGLE’. Ma il bisogno di dialogo e confronto si traduce anche in un nuovo modo di rapportarsi, sempre meno subordinato, con il medico curante ‘reale’, con il quale si può anche parlare e verificare quanto appreso su Internet. Il nuovo healthnauta non si ferma alla ricerca autogestita di informazioni ma diventa sempre più protagonista della condivisione e del confronto di informazioni ed esperienze legate al vissuto di malattia”.

Il diabete fa registrare una crescita del numero dei casi maggiormente in Asia, Oceania ed Africa, rispetto all’Europa e al Nord-America, “probabilmente dovuta all’acquisizione in questi continenti di modelli comportamentali ed alimentari squisitamente occidentali”, ha affermato Silvio Settembrini del Board Economico dell’Associazione Medici Endocrinologi.
“Modelli culturali sbagliati, eccesso di introito alimentare, ridotta attività fisica, semplificazione dei meccanismi di adattamento alla quotidianità della vita (informatizzazione, computer, telefonia mobile, accessi on line, ecc.) rendono gli individui sempre meno propensi al movimento fisico, indispensabile per un corretto equilibrio metabolico, e per converso la ricerca esasperata di una compensazione edonistica attraverso il cibo, giustificano l’evidenza di una comparsa contestuale di diabete ed obesità, la cosiddetta diabesità”, spiega ancora il dottor Settembrini. A questo si aggiunge anche il fatto che l’esasperata urbanizzazione ha degli effetti sul nostro organismo, anche a livello di stress. Ma c’è qualcos’altro che ci rende più “fragili” allo sviluppo del diabete: la modifica del microambiente intestinale (il cosiddetto microbiota) e le sue funzioni, dovuta agli attuali processi industriali di produzione di alimenti, confezionati e conservati, che spesso contengono additivi, coloranti, conservanti chimici ed eccipienti di varia natura.
La conseguente modifica del microbiota porta alla riduzione dei meccanismi endogeni di protezione del diabete (produzione di incretine).

LA CITTÀ ETERNA È STATA SCELTA PER IL 2017 DAL PROGRAMMA CITIES CHANGING DIABETES, UN PROGETTO GLOBALE PER FAR FRONTE ALLA SFIDA CHE IL DIABETE PONE NELLE GRANDI CITTÀ. Si tratta di un’iniziativa che coinvolge istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore, con l’obiettivo di evidenziare il legame fra il diabete e le città e promuovere iniziative per salvaguardare la salute dei cittadini e prevenire la malattia. Il programma Cities Changing Diabetes® ha visto in questi primi anni il coinvolgimento di sette grandi città: Houston, Copenhagen, Tianjin, Shanghai, Vancouver, Johannesbourg e Città del Messico. Nel 2017 sarà la volta di Roma. In queste città i ricercatori elaborano dati e svolgono ricerche per identificare chiaramente lo scenario e capire le aree di vulnerabilità. Inoltre, si cerca di comprendere i bisogni insoddisfatti delle persone con diabete, di identificare le politiche di prevenzione, oltre a comprendere come migliorare la rete di assistenza. In ultima analisi, si vuole individuare e comprendere, tramite case studies, come certi ambienti urbani favoriscano l’insorgenza del diabete di tipo 2 e le sue complicanze.

Vivi in città? Sei più a rischio Nel 1960 un terzo della popolazione mondiale viveva nelle città. Oggi si tratta di più della metà e nel 2050 sarà il 70%. “Questa è una tendenza che, di fatto, negli ultimi 50 anni sta cambiando il volto del nostro Pianeta e che va valutata in tutta la sua complessità. Grandi masse di persone si concentrano nelle grandi città, attratte dal miraggio del benessere, dell’occupazione e di una qualità di vita differente, e la popolazione urbana mondiale, soprattutto nei Paesimedio-piccoli cresce anno dopo anno” spiega Andrea Lenzi, coordinatore di Health City Institute, gruppo di esperti che ha recentemente messo a punto il manifesto “La Salute nelle città: bene comune”, per offrire a istituzioni e amministrazioni locali spunti di riflessione per guidarle nello studio dei determinanti della salute nei
contesti urbani. UN FILO SOTTILE MA EVIDENTE LEGA IL FENOMENO DELL’INURBAMENTO ALLA CRESCITA DI MALATTIE COME IL DIABETE. ESISTE INFATTI UNA SUSCETTIBILITÀ GENETICA A SVILUPPARE QUESTA MALATTIA, A CUI SI ASSOCIANO FATTORI AMBIENTALI LEGATI ALLO STILE DI VITA.Oggi sappiamo che vive nelle città il 64% delle persone con diabete, l’equivalente di circa 246 milioni di abitanti, e anche questo numero è destinato a crescere. In più, vivere in città aumenta da 2 a 5 volte il rischio di sviluppare il diabete.
Il compito quindi è chiaro: per combattere il diabete è necessario aumentare l’attenzione sulla salute e sullo sviluppo urbano in modo da creare ‘città vivibili’. In breve, occorre creare un ambiente urbano che promuova la salute e incoraggi stili di vita salutari.

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