Dieta estrema shock: Digiuno curativo per la sclerosi multipla: morta donna, indagato il medico

L’uomo ha presentato un esposto alla Procura del capoluogo umbro, che dovrà ora accertare le cause del decesso. La donna, di origine sarda, era affetta da una forma di sclerosi multipla

La donna, 57 anni, originaria della provincia di Cagliari, era venuta in Umbria per tentare una cura contro la sclerosi multipla e si era rivolta al dottor Massimo Melelli Roia (62), chirurgo esperto in digiuno terapia per curare varie malattie. Non uno qualsiasi, bensì un medico regolarmente iscritto all’albo, esperto in agopuntura e digiunoterapia. Lì il professionista proponeva l’agopuntura e soprattutto la digiuno-terapia, una pratica che lui stesso definiva “migliore delle diete per sconfiggere ed eliminare i più pericolosi nemici della salute, cioè tutte le sostanze inquinanti e tossiche, sia esogene che endogene”.

Nella notte tra lunedì e martedì – si legge sulla Nazione – si è però sentita male in un residence nel quale la coppia alloggiava.

Quando la donna ha accusato il malore il marito ha subito chiamato i soccorsi. La donna infatti è morta mentre veniva trasportata in ospedale. Il marito distrutto dal dolore ha sporto immediatamente denuncia, ripercorrendo le ultime settimane di vita della moglie: la sclerosi a placche le permetteva di deambulare, ma quell’idea fissa di perdere peso l’ha condotta oltre le proprie possibilità. In appena ventuno giorni, Maria Carmela aveva perso almeno una decina di chili.

Sono in corso gli accertamenti da parte della procura per capire la vera causa della morte della donna, di origini sarde, affetta da sclerosi multipla.

L’uomo avrebbe spiegato cosa era accaduto nei giorni precedenti il decesso. La procura di Perugia ha aperto un’inchiesta per valutare eventuali responsabilità del medico che ha convinto Maria Carmela a seguire la digiuno-terapia.

Sul sito – il professore è in silenzio stampa come chiarito dal suo avvocato – vengono segnalati diversi casi molto importanti: “Numerosissimi esempi ci danno modo di constatare la diretta corrispondenza che spesso si ritrova tra la terapia del digiuno e il miglioramento delle condizioni cliniche dei pazienti”. Gli esami faranno comprendere se quella scellerata terapia del digiuno praticata dal medico sia la causa della morte.

Sul corpo di Maria Carmela potrebbe essere effettuata l’autopsia per verificare l’eventuale legame tra il digiuno e la morte. Secondo il coniuge della signora Maria Carmela il decesso sarebbe stato causato prevalentemente dalla digiuno terapia e la stessa Procura di Perugia ha aperto un’inchiesta con l’ipotesi di omicidio colposo.

1) Digiuno nel mondo vegetale – Scoprire che anche il mondo vegetale “digiuna” per molti è una sorpresa; in genere, non si parla di digiuno, ma di “sonno invernale”: le foglie cadono, la linfa scende e le piante vivono un periodo di quiescenza sino all’arrivo della primavera, senza assumere carbonio dall’aria o minerali dal terreno… Anche i tuberi e i bulbi vivono questo “sonno invernale”.

2) Digiuno nel mondo animale – L’ibernazione (con relativo digiuno) è comune tra gli insetti, e molti vertebrati (orsi, pipistrelli, roditori, marmotte ecc..), nonché rane, lucertole e salamandre si auto-seppelliscono sotto il terreno prima dell’arrivo del gelo e passano così l’inverno; le chiocciole chiudono con una secrezione l’apertura del loro guscio: questo “velo” è permeabile all’aria e permette la respirazione alla chiocciola, che passa il periodo freddo digiunando e dormendo nella parte più interna. Quella di ibernarsi (digiunando) è una strategia adottata da parecchi animali per superare la carestia invernale, mentre molti uccelli hanno risolto il “problema” emigrando in lidi più temperati o caldi.

3) Digiuno come protesta (sciopero della fame) – Questo tipo di digiuno è diventato famoso come “lotta non violenta” grazie a Ghandi, che lo utilizzò per protestare contro la politica britannica e anche per purificare l’India dopo alcuni crimini; il suo digiuno più lungo si protrasse per 21 giorni. Ghandi conosceva questa pratica anche nella sua componente igienista e salutistica. L’irlandese Mc Swiney, che si considerava prigioniero politico, come il resto del suo gruppo (Irlanda, 1920), morì dopo 74 giorni di digiuno; Joseph Murphy dopo 64 giorni; nove compagni di Murphy digiunarono per più di 90 giorni, poi ricominciarono a mangiare. In Italia, conosciamo gli scioperi della fame dei radicali, che non erano veri e propri digiuni, ma diete a base di caffè e cappuccini; gli ultimi digiuni di protesta fatti da Marco Pannella, anidri (senza acqua), sono pericolosi per la salute, se la loro durata eccede la capacità dell’organismo (in genere, poco più di 7 giorni) di sostenerli.

4) Digiuno per esibizione – Una moda iniziata verso la fine del 1800. Merlatti, nel 1885, digiunò a Parigi per 50 giorni, solo per esibizione; Jacques digiunò a Londra, nel 1890, prima per 42 giorni e in seguito per 50 giorni; nel 1891, Succi fece numerosi digiuni sia per esibizione che per motivi scientifici e nel 1888, a Firenze, fu assistito anche dal dottor Luciani, uno dei più grandi fisiologi italiani del tempo, durante un digiuno di 30 giorni. In tempi recenti, il 20 ottobre 2003, a Londra, il “mago” David Blaine ha vinto la sua sfida, facendosi imprigionare dieci metri sotto terra e restando digiuno per 44 giorni. 5) Digiuno forzato – Sono riportati, in letteratura, digiuni forzati di marinai e passeggeri su scialuppe di salvataggio, o di minatori intrappolati in miniera; il dr. Dewej narra di un suo paziente, un ragazzino delicato e magro, che aveva avuto lo stomaco distrutto da una soluzione di soda caustica, e riferisce che il suo corpo impiegò 75 giorni per esaurire le riserve, dopodiché rimase solo pelle e ossa.

5) Digiuno religioso, magico ecc. – Il digiuno ha rappresentato, nel passato, una pratica molto utilizzata da varie religioni in particolari occasioni (quaresima, ramadan) ed è citato sia nel nuovo che nel vecchio Testamento: ci sono i digiuni di 40 giorni di Mosè e di Isaia, e il digiuno di 40 giorni di Gesù. Rispetto a quest’ultimo, occorre fare una riflessione importante; nel Vangelo è scritto testualmente: «… e dopo 40 giorni ebbe fame»; senza entrare nel merito religioso, è importante costatare che chi ha scritto quella frase era sicuramente una persona preparata perché, se nell’immaginario comune durante il digiuno si soffre la fame, solo i competenti sanno che invece durante il digiuno l’appetito scompare (per ricomparire quando finiscono le riserve energetiche)… Chi ha scritto la frase conosceva molto bene la fisiologia del digiuno.

Digiuno e riserve energetiche L’astensione dal cibo evoca nella mente della maggioranza delle persone immagini di carestie, sofferenze, denutrizione infantile, morte. Molti dicono: «Io non potrei mai farlo». Se però ci fermiamo a riflettere, scopriamo che tutti noi digiuniamo regolarmente da quando siamo nati; infatti ci asteniamo dal cibo, regolarmente, tra un pasto e l’altro e anche, in genere, per tutta la notte. Potremmo quindi, come diceva un mio maestro, affermare che noi umani passiamo la maggior parte della nostra vita a digiunare. La “paura” del digiuno scaturisce principalmente da una cattiva informazione: gli esseri umani possono vivere pochi minuti senza respirare, alcuni giorni senza bere acqua, diverse settimane senza assumere cibo. Proprio come un’automobile ha un’autonomia di circa 400-600 chilometri, dopo un pieno di benzina, così ogni persona – anche se magra, purché non sia denutrita – ha delle riserve energetiche nell’organismo, da utilizzare in caso di emergenza; emergenza che, per l’uomo, può durare anche diverse settimane. Gli organismi unicellulari (amebe) possono vivere senza cibo dai 4 ai 21 giorni, muoiono quando le riserve interne finiscono.

Digiuno e inedia Molti confondono il digiuno con l’inedia (la fame acuta), cioè con la fase che interviene quando le riserve energetiche dell’organismo terminano; nessun digiuno volontario arriva a quel punto: si interrompe molto, molto prima. Il termine “digiuno” indica l’astensione dal cibo per un periodo più o meno lungo, cioè una pratica utilizzata per raggiungere un risultato; i motivi e gli obiettivi per cui essa viene messa in atto possono essere vari. Il digiuno rappresenta la prima fase dell’astensione dal cibo, in cui l’organismo vive grazie alle proprie riserve, senza intaccare gli organi e le strutture “nobili” fondamentali per la sopravvivenza. Il termine “inedia” o “inanizione” indica invece la seconda fase dell’astensione dal cibo, che sopravviene quando finiscono le riserve energetiche dell’organismo e questo, per sopravvivere, è costretto a utilizzare le strutture indispensabili alla sopravvivenza (cuore, sistema nervoso, reni ecc.) Molti confondono i due termini o li usano indifferentemente; per chiarezza, sarebbe bene parlare di “digiuno”, se ci si riferisce a una pratica (salutistica, spirituale, religiosa ecc.) e l’organismo dispone di “riserve energetiche”, e parlare invece di “inedia” se, dopo il digiuno, non ci si rialimenta e si intaccano le strutture nobili dell’organismo. Che l’organismo umano, e anche quello degli altri animali, abbia la possibilità di “sopportare” o, meglio, di gestire dei periodi di mancanza di cibo è un fatto assodato. È proprio grazie a questa “risorsa” che siamo riusciti a sopravvivere, per periodi “limitati”, a carestie e/o diminuzioni drastiche di approvvigionamento alimentare. Il fatto che possiamo vivere diverso tempo assumendo unicamente dell’acqua, vuol dire solo che abbiamo questa capacità, questa risorsa… Sono stati poi vari autori, del passato e contemporanei, a mettere in relazione detta risorsa con un piacevole e inaspettato effetto collaterale del digiuno: la capacità dell’organismo di utilizzare l’astensione dal cibo anche come strumento di pulizia e rigenerazione interna, tramite il processo dell’autolisi. Per comprendere al meglio la pratica del “digiuno igienista” è importante conoscere e comprendere i presupposti che sono alla base del Movimento Igienista; tra questi, il triangolo della salute, la tossiemia e i concetti di salute, malattia e ortopatia meritano una menzione particolare.

La fisiologia del digiuno In che modo il corpo umano si adatta a un prolungato digiuno?

Studi su individui sottoposti a digiuno indicano come meglio utilizzare il cibo quando è scarso e anche come la richiesta di proteine e di calorie sia collegata.

Il orpo ha una capacità notevole di sopravvivere senza cibo per lunghi periodi. Vi è il caso ben documentato di Terence MacSwiney, il rivoluzionario irlandese e sindaco di Cork che nel suo famoso sciopero della fame in una prigione inglese nel 1920 sopravvisse per 74 giorni prima di morire di inedia. t stato dimostrato più volte che il biblico periodo di digiuno di 40 giorni e 40 notti è senz’altro nelle possibilità di un adulto sano.

Recenti esperimenti di digiuno totale da parte di persone obese al fine di ridurre il peso hanno dato dei risultati notevoli. Degli individui obesi sono stati senza cibo fino a otto mesi e sono usciti dalla prova in buone condizioni. In che modo il corpo si adatta a un digiuno prolungato? Quantunque il sapere come sopravvivere nonostante la fame non sia di grande utilità per migliorare il problema della fame cronica e delle carestie che colpiscono gran parte dell’umanità come risultato di povertà, siccità e guerre, il quesito non manca di importanza pratica.

Dalle ricerche sulle risposte del corpo alla privazione di cibo possiamo imparare molto sui suoi specifici bisogni nutrizionali. Studi sugli adattamenti fisiologici e biochimici al digiuno hanno chiarito un gran numero di problemi, dalle diete appropriate per ridurre il peso a piú efficienti regimi di utilizzazione del cibo quando questo venga a diminuire in periodi di emergenza. Inoltre, essi hanno aumentato le conoscenze sulla malattia da digiuno chiamata « marasma » che è in aumento in molti paesi in via di sviluppo perché le madri rinunciano a un allattamento prolungato e i loro figli non ricevono una dieta sostitutiva adeguata durante un periodo tanto critico nello sviluppo corporeo. Studi sperimentali sugli effetti della privazione di cibo per periodi molto lunghi cominciarono verso l’inizio del secolo.

Uno studio classico fu condotto nel 1915 da F. G. Benedict del Carnegie Nutrition Laboratory a Boston; egli studiò un soggetto volontario che digiunò per 31 giorni. Negli anni ’40 Ancel Keys e i suoi collaboratori all’Università del Minnesota studiarono dei volontari tenuti a dieta di semi-digiuno (circa 1600 calorie al giorno) per 168 giorni. Questi esperimenti sono stati seguiti da prove di astinenza da cibo per il trattamento dell’obesità; i pionieri in questo campo furono Garfield G. Duncan della Pennsylvania School of Medicine e Walter Lyon Bloom del Piedmont Hospital di Atlanta.

Un gran numero di pazienti obesi si sono sottoposti a un trattamento di digiuno totale per lunghi periodi di tempo sotto attenta osservazione, in centri dell’America del nord e dell’Europa e in tutti i casi non vi sono state serie complicazioni. I digiuni più lunghi riportati sono stati quelli di due donne trattate da T. J. Thompson e collaboratori allo Stobhill Generai Hospital e al Ruchill Hospital di Glasgow. Una era una donna di 30 anni che non toccò cibo per 236 giorni riducendo il suo peso da 127 a 83 chilogrammi; l’altra paziente, una donna di 54 anni, digiunò per 249 giorni e ridusse il suo peso da 128 a 94 chilogrammi. Dei 13 pazienti digiunanti del gruppo di Thompson, nessuno dimostrò alcun effetto secondario negativo che si potesse attribuire a mancanza di cibo.

Vi sono stati parecchi casi di decesso altrove tra i pazienti obesi digiunanti, ma in tutti i casi, tranne uno, i decessi erano apparentemente dovuti a condizioni mediche preesistenti che erano state aggravate dalla obesità più che dal digiuno in se stesso. L’unica eccezione è stata quella di una ragazza di 20 anni che in 30 settimane di digiuno totale ridusse il suo peso da 118 a 60 chilogrammi. Sette giorni dopo aver ripreso a nutrirsi, il suo battito cardiaco divenne irregolare e mori di una fibrillazione ventricolare al nono giorno. E. S. Garnett e i suoi collaboratori del Generai Hospital di Southampton in Inghilterra trovarono che questa paziente non soltanto aveva perso il tessuto adiposo, ma aveva anche consumato, durante il digiuno, metà della massa di tessuto non adiposo del corpo, compresa parte del tessuto fibroso del muscolo cardiaco.

Per spiegare la capacità del corpo di mobilitare le sue risorse interne per sopravvivere in assenza di cibo, dobbiamo passare prima in rivista i suoi fabbisogni chimici. L’elemento di prima necessità, è naturalmente il combustibile che fornisce energia alle funzioni vitali. Di solito il principale combustibile è il glucosio, e il suo utilizzatore più importante è il cervello, per il quale il glucosio è essenziale quanto l’ossigeno. Una rapida caduta del livello dello zucchero nel sangue, che deve fornire continuamente glucosio al cervello, produce alterazioni del comportamento, confusione, corna e, se prolungata, danni strutturali al cervello che provocano la morte. Nel corpo a riposo il cervello consuma circa 2/3 di tutto il glucosio che viene fornito con la circolazione, mentre consuma circa il 45% del rifornimento di ossigeno. La maggior parte del terzo restante di glucosio va ai muscoli scheletrici e ai globuli rossi. Il cervello umano richiede tra i 100 e i 145 grammi di glucosio (equivalenti a circa 400-600 calorie) al giorno.

La principale riserva di glucosio del corpo, sotto forma di glicogeno nel fegato, è notevolmente inferiore a 100 grammi, e parte di questa riserva non è ordinariamente a disposizione perché il fegato tende a conservare una certa quantità di glicogeno per delle eventuali situazioni di emergenza che il corpo deve essere pronto a fronteggiare. Come risultato, la riserva di combustibile del fegato può sopperire alle necessità del cervello soltanto per poche ore. Infatti il glucosio di riserva non è sufficiente per la durata del digiuno notturno tra la cena e la colazione. Tra i pasti il fegato comincia a radunare dai tessuti del corpo i materiali per sintetizzare il glucosio richiesto.

Abbiamo trovato, esaminando alcuni individui nel nostro laboratorio all’Istituto di Tecnologia del Massachusetts, che in un individuo che ha consumato un pasto alle ore 22 certi amminoacidi che sono precursori della sintesi del glucosio cominciano ad accumularsi nel plasma sanguigno verso l’una di notte e continuano ad aumentare fino alla colazione. L’aumento degli amminoacidi sta a indicare che le proteine nei muscoli scheletrici vengono decomposte a poco a poco per fornire il materiale necessario per la produzione di glucosio da parte del fegato. L’analisi del sangue mostra anche che nello stesso tempo il sangue contiene acidi grassi liberi che derivano dalla decomposizione dei trigliceridi nei tessuti grassi e sono capaci di fornire energia ad altri tessuti oltre a quelli del sistema nervoso.

I n effetti, se la decomposizione delle proteine continuasse alla velocità iniziale, i muscoli scheletrici si esaurirebbero rapidamente e il corpo non potrebbe sopravvivere per lungo tempo. Come vedremo, col prolungarsi del digiuno entrano in gioco altre fonti di energia per il cervello. Prendiamo innanzitutto in esame il contributo delle proteine. Durante il primo periodo di digiuno. il corpo di un uomo medio (65 chilogrammi) sintetizza circa 160 grammi di glucosio al giorno. La maggior parte è prodotta dal fegato, ma anche la corteccia renale sintetizza una quantità apprezzabile di glucosio. La perdita di proteine implicata e le perdite sostanziali di minerali del corpo (come calcio, potassio e magnesio) provocano una perdita dell’acqua associata nel corpo con queste sostanze, e questo è il principale fattore responsabile della perdita di peso iniziale.

Tuttavia, man mano che il digiuno continua, una parte sempre maggiore della perdita di peso è imputabile al consumo di grasso corporeo. Grammo per grammo, il grasso è molto più ricco di energie di quanto non lo siano altre sostanze nutrienti; il grasso fornisce circa 9 calorie per grammo di peso nel corpo, mentre le proteine forniscono soltanto 2 calorie per grammo e i carboidrati soltanto I caloria per grammo. Di conseguenza, ogni unità di consumo di grasso corporeo dà molta più energia al corpo digiuno. Questo è probabilmente il principale fattore che rallenta la perdita di peso man mano che il digiuno si prolunga (si veda l’illustrazione in basso). Infine il grasso consumato durante la continua perdita di peso in persone obese fornisce essenzialmente tutte le energie necessarie al corpo. Vi è un interessante problema relativo a che cosa significhi la perdita di peso a livello cellulare.

Questa perdita si concreta in diminuzione della grandezza cellulare o in una riduzione del numero delle cellule? Studi svolti su animali hanno mostrato che il digiuno totale o quasi totale può ridurre il numero delle cellule o delle fibre dei muscoli scheletrici. Nell’uomo sono stati condotti pochi studi specifici per quanto riguarda questo problema. Le radiografie del torace di persone digiunanti hanno indicato che il cuore si riduce in misura, ma non hanno indicato invece se questo è dovuto a una riduzione della grandezza delle cellule o del loro numero. Jules Hirsch della Rockefeller University ha ottenuto delle informazioni un po’ più consistenti. Egli ha studiato un gruppo di adulti obesi che erano stati alimentati soltanto con 600 calorie al giorno e avevano perso 45 chili di peso corporeo.

Esaminando le cellule dei tessuti grassi, raccolte mediante una siringa ipodermica, aveva trovato che le cellule erano diminuite in grandezza di circa il 45%. Tuttavia, il numero delle cellule non era cambiato in modo apprezzabile, tranne che in poche persone le quali avevano raggiunto perdite particolarmente forti di grasso corporeo. George F. Cahill jr. dell’Elliott P. Joslin Research Laboratory della Diabetes Foundation, che è lo studioso più importante degli aspetti biochimici del digiuno nell’uomo, ha osservato le variazioni del metabolismo di persone obese durante il digiuno. Analizzando il contenuto di metaboliti del sangue dal muscolo scheletrico, ha trovato che all’inizio del digiuno (poco tempo dopo che un pasto è stato digerito e assorbito) il sangue mostra un aumento di amminoacidi liberati dalle cellule del muscolo. Di questi amminoacidi, che forniscono il substrato per la sintesi del glucosio da parte del fegato, il pití importante è l’alanina.

Inoltre risulta che l’alanina somministrata per iniezione può aumentare la produzione di glucosio, come è mostrato da un aumento del livello del glucosio nel sangue. La quantità di alanina liberata dalle cellule del muscolo è sorprendente, in quanto l’alanina costituisce soltanto il 7% del contenuto totale di amminoacidi nelle proteine cellulari. Sembra che la maggior parte dell’alanina liberata dalle cellule durante il digiuno non sia direttamente prodotta dalla decomposizione delle proteine, ma che sia sintetizzata dall’immediato precursore dell’alanina, l’acido piruvico, mediante l’aggiunta di un gruppo amminico fornito da altri amminoacidi liberati dalla decomposizione delle proteine. C ahill ha proposto un ciclo per la conversione dell’alanina in glucosio e la riconversione in alanina; è qualcosa di analogo al ciclo di Cori per il lattato.

Secondo il modello di Cahill, il ciclo dell’alanina, come il ciclo di Cori, rimette semplicemente in ciclo una determinata quantità di glucosio. Inoltre, però, il ciclo dell’alanina offre un mezzo efficiente per trasportare al fegato l’azoto derivato dagli amminoacidi liberati dalla decomposizione delle proteine muscolari. Col prolungarsi del digiuno, un numero di fattori generali viene in aiuto all’organismo. La velocità del metabolismo basale rallenta e il bisogno di calorie da parte del corpo viene ulteriormente ridotto dalla perdita di tessuto metabolicamente attivo. La persona digiunante si impegna in un’attività meno spontanea e risparmia nel consumo di energia, in modo da usare più efficientemente l’energia disponibile per compiere un certo carico di lavoro. La sua capacità di sopravvivere, dipenderà naturalmente anche da variabili individuali, quali le sue dimensioni corporee, e le sue riserve di grasso e da variabili ambientali quali la temperatura e l’umidità. Molto importante, tuttavia, è la questione del consumo di proteine. Il corpo durante il digiuno ricorre presto a forti misure per preservare la sua integrità. Esso si trova di fronte a due richieste apparentemente inconciliabili. Il cervello ancora richiede un rifornimento giornaliero di energia equivalente ad almeno 100 grammi di glucosio; ma la sintesi di glucosio a quella velocità esaurirebbe rapidamente le proteine dalle quali la vita dipende. I trigliceridi del tessuto grasso costituiscono una fonte per la sintesi del glucosio, ma essi possono fornire soltanto circa 16 grammi al giorno. Allo scopo di ottenere il resto del fabbisogno giornaliero di glucosio, circa 90 grammi, il corpo dovrebbe decomporre circa 155 grammi di proteine muscolari. Questo fatto implicherebbe una perdita giornaliera di 25 grammi di azoto. Il contenuto di azoto del corpo di un adulto ammonta a circa 1000 grammi, e una perdita di più del 50% di questa quantità è letale. Quindi un uomo a digiuno non potrebbe vivere più di tre settimane se dovesse consumare azoto a quella velocità. Il corpo, in effetti, controlla in misura graduale la sua perdita di proteine. Le cellule dei muscoli scheletrici riducono la loro liberazione di alanina, e la sintesi del glucosio da parte del fegato diminuisce.

Cahill, e il suo collaboratore Oliver E. Owen, trovarono che in un uomo adulto obeso alla quinta o sesta settimana di digiuno, il fegato e i reni producevano soltanto 24 grammi di glucosio al giorno e che quasi tutto questo glucosio andava al cervello. Dove e come il cervello si procura il resto dell’energia necessaria? Cahill scoprí che il deficit era compensato da una fonte sostitutiva di energia derivata dai tessuti grassi. Il sangue dei soggetti obesi digiuni mostrava un accumulo di corpi chetonici: acido acetacetico e dei suoi derivati, acetone e acido beta-idrossibutirrico.

Queste sostanze producevano energia durante l’ossidazione, e il cervello evidentemente si era adattato a utilizzarli come substrati energetici al posto del glucosio. D i solito il metabolismo degli acidi grassi non crea chetoni. In risposta al digiuno, tuttavia, gli acidi grassi vengono liberati dai depositi di grasso e vengono ossidati nel fegato ad acido acetacetico il quale viene poi trasportato dal sangue ad altri tessuti per fornire loro energia. L’accumulo di chetoni nel sangue durante il digiuno — e anche in persone a dieta ad alto contenuto di grassi — era noto da qualche tempo come quella condizione chiamata chetosi. Appare ora chiaro che la chetosi da digiuno segnala una risposta alla diminuzione del rifornimento di glucosio del corpo, come suggerí Hans A. Krebs dell’Università di Oxford alcuni anni fa. Le prove indicano che il cervello adotta prontamente i corpi chetonici, in particolare beta-idrossibutirrato, come fonte di energia sostitutiva, probabilmente entro la prima settimana di digiuno.

Il gruppo di Oxford ha recentemente dimostrato (in studi condotti su animali da esperimento) che il cervello è dotato del meccanismo enzimatico necessario per utilizzare i corpi chetonici. Questi studi suggeriscono che il cervello umano probabilmente può cominciare a utilizzare i corpi chetonici per far fronte al suo fabbisogno di energia, non appena questi metaboliti hanno raggiunto nel sangue che rifornisce il cervello un livello abbastanza alto. La decomposizione delle proteine del corpo non viene completamente eliminata. Anche nel digiuno prolungato, l’azoto continua a essere escreto nell’urina sotto forma di urea e di ammoniaca.

Questo riflette il ricambio essenziale delle proteine corporee che continua in qualsiasi momento. Nel nostro laboratorio abbiamo valutato la quantità di questo ricambio di base misurando la produzione di azoto urinario in soggetti che venivano alimentati con una dieta priva di proteine, ma con un contenuto adeguato di calorie. Confrontando la loro perdita giornaliera di azoto con quella riportata in soggetti giunti alla quarta settimana di digiuno, abbiamo trovato che la perdita dei soggetti obesi digiuni non era notevolmente più alta. Questo fatto potrebbe significare che i soggetti digiuni producevano qualcosa come 5 grammi di glucosio al giorno che può essere ottenuto attraverso il ricambio di base delle proteine corporee.

Il corpo non può fare completamente a meno del glucosio, perché la maggior parte dei tessuti ne ha bisogno per rifornire il ciclo dell’acido tricarbossilico (TCA), che tra le altre cose sintetizza l’adenosintrifosfato (ATP) ricco di energia, dal quale dipende gran parte delle reazioni chimiche del corpo. Ciononostante, la piccolissima perdita supplementare di proteine mostrata dai soggetti obesi durante il digiuno prolungato indica che, grazie alla sostituzione dei chetoni ai fini energetici, il loro fabbisogno di ‘glucosio è limitato a poco più di quanto è fornito dal ricambio ordinario delle proteine del corpo. Una delle conseguenze della conservazione delle proteine da parte del corpo durante il digiuno è che la produzione di urina ai fini dell’escrezione dell’azoto è ridotta.

Quindi un uomo a digiuno ha bisogno di una minore assunzione d’acqua. Se la sua perdita per sudorazione è minima, una tazza d’acqua al giorno è sufficiente per mantenere il bilancio idrico del corpo. Quali sono i meccanismi che operano i cambiamenti adattativi del metabolismo durante il digiuno prolungato? Questo problema deve essere ancora studiato. Non c’è dubbio che si troverà che gli ormoni hanno una parte importante. È noto che l’ormone pancreatico insulina è un importante regolatore dell’attività chimica nel ciclo ordinario giornaliero del corpo del mangiare e del non mangiare. Durante la digestione di un pasto, l’assorbimento di glucosio e di amminoacidi dal tratto intestinale stimola la secrezione di insulina; l’ormone a sua volta stimola la sintesi di grasso e inibisce la sua decomposizione, promuove l’assunzione di glucosio e di amminoacidi da parte delle cellule muscolari e inibisce la sintesi del glucosio da parte del fegato.

Dopo che il pasto è stato assorbito il livello dell’insulina del sangue cade e durante un digiuno prolungato il suo livello è inferiore al normale. Cahill ha trovato che durante il digiuno prolungato il glucagone, l’ormone pancreatico i cui effetti sono opposti a quelli dell’insulina, si trova a un livello più alto rispetto all’insulina. Il glucagone agisce normalmente per stimolare la sintesi del glucosio da parte del fegato. È possibile, quindi, che l’alterazione del bilancio tra i due ormoni nel sangue durante il digiuno serva ad accrescere l’attività del fegato nel formare glucosio e metabolizzare i grassi. Si sta studiando la possibile partecipazione di altri ormoni, particolarmente dell’ormone della crescita della ghiandola pituitaria anteriore e degli ormoni glucocorticoidi della ghiandola surrenale, ma finora non sembra che questi abbiano un ruolo primario nell’adattamento metabolico al digiuno. V i è una considerevole alterazione nel ruolo della corteccia del rene durante il digiuno prolungato.

La corteccia del rene passa da una posizione di collaboratore secondario nella sintesi del glucosio a quella di maggior produttore; in un obeso alla sesta settimana di digiuno la corteccia del rene sintetizza più glucosio dagli amminoacidi di quanto non faccia il fegato. Si pensa che questo cambiamento sia imputabile, almeno in parte, a un cambiamento del bilancio acido-base nel sangue causato da un aumento della produzione di corpi chetonici nell’organismo. La capacità di un adulto di sopravvivere al digiuno prolungato non è la stessa nei bambini, in particolare se molto piccoli. In un bimbo •privato di cibo la crescita si arresta quasi immediatamente, a causa dell’alta richiesta di energia necessaria a costruire le proteine. Il bambino assume la condizione emaciata nota come marasma. Nel caso dove una deficienza di proteine sia più pronunciata di una deficienza di calorie il bambino mostra i sintomi di una malattia chiamata kwashiorkor.

Un bambino che in tenera età, e per un periodo abbastanza lungo, ha sofferto di denutrizione non raggiungerà mai la grandezza normale per la sua età, anche se in seguito è nutrito sufficientemente da ristabilire una normale crescita. Questa è una delle cause della piccola corporatura di molta gente che vive in paesi poveri. Particolarmente critico è il primo anno di vita, il periodo di e presvezzamento ». Poiché il cervello è ancora in fase di crescita e di sviluppo durante questo periodo, è possibile che una sottoalimentazione dia luogo a un arresto fisico permanente del sistema nervoso centrale. Myron Winick del Cornell University Medical Center di New York ha trovato, in studi sperimentali condotti su ratti, e mediante l’analisi dei cervelli di bambini morti di marasma, che il cervello sottoalimentato aveva un contenuto di DNA inferiore alla norma.

La denutrizione aveva interferito con la divisione cellulare e aveva lasciato, nell’animale o nel bambino, un deficit permanente del numero delle cellule nel cervello. Gli esperimenti di Winick con i ratti mostravano anche che quando la madre era sottoalimentata durante la gravidanza, la cattiva nutrizione della prole dopo la nascita aveva degli effetti ancora più gravi sul cervello. Nelle città dei paesi meno sviluppati molte madri di famiglie con basso reddito interrompono presto l’allattamento, o per andare a lavorare o per imitare le classi più ricche. Come risultato il marasma infantile sta diventando comune in numerosi paesi. Un rapporto particolarmente ben documentato di questa tendenza, e sulle sue cause, è stato fatto da Fernando Mónckeberg dell’Università del Cile, il quale ha studiato la situazione in quel Paese. Quali utili conclusioni possiamo trarre dagli studi finora condotti sull’adattamento del corpo al digiuno? Prima di tutto consideriamo il modo migliore per far fronte a situazioni di emergenza nelle quali il rifornimento di cibo è molto limitato.

Poco cibo, naturalmente, è meglio di niente. Eppure c’è un paradosso a questo proposito. L’edema da mancanza di cibo si incontra difficilmente in casi di digiuno totale, ma si sviluppa abbastanza spesso in condizioni di semidigiuno. Inoltre, il tempo di sopravvivenza di una persona semidigiuna può essere realmente abbreviato se egli tenta di sostentarsi con una dieta consistente principalmente in carboidrati e deficiente in proteine. In tali circostanze un bambino può facilmente cadere vittima di kwashiorkor. Perché una persona può essere colpita da questa malattia quando mangia poco, mentre ciò non si verifica mai nel digiuno totale quando la persona non assume per niente proteine? I tipici sintomi clinici del kwashiorkor sono: apatia, perdita di appetito, edema e alterazioni della pelle e dei capelli. Con attenta analisi del sangue e di altri tessuti, si trova che c’è una notevole diminuzione della concentrazione e dell’attività degli enzimi chiave. Alla luce dei fatti noti circa l’adattamento del corpo a mancanza o deficienza di cibo, possiamo dedurre la ragione della deficienza enzimatica.

In un bambino o in un adulto semidigiuno il cervello continua probabilmente a dipendere principalmente dal glucosio come fonte energetica. Fornendo un po’ di glucosio per mezzo del cibo, il bisogno di sintetizzare glucosio dalle proteine del corpo sarebbe ridotto. Di conseguenza c’è soltanto una modesta liberazione di amminoacidi dai muscoli scheletrici nel flusso sanguigno. Se l’individuo semidigiuno riceve col suo cibo poche proteine o niente affatto, la quantità di amminoacidi liberi nel sangue non è sufficiente per la sintesi, da parte del corpo, degli enzimi essenziali e di altre proteine tissutali. Quindi il corpo mostra i rovinosi risultati della deficienza proteica. Questo è esattamente ciò che è stato osservato nella recente carestia nel Biafra. La popolazione si sostentava quasi esclusivamente delle radici amidacee di manioca. L’edema e altri sintomi della deficienza proteica acuta erano più rilevanti nei bambini. Un’alta frequenza di kwashiorkor si sta sviluppando ora tra i profughi del Pakistan orientale in India in quanto molti bambini in tenera età non hanno cibo proteico. In questi fenomeni possiamo vedere un’indicazione delle condizioni che hanno dato luogo all’evoluzione delle attuali risorse metaboliche dell’uomo.

Nella fase della sua preistoria, della caccia e della raccolta di vegetali, i periodi di fame dell’uomo prendevano la forma di sottoalimentazione generale e il corpo sviluppava adattamenti per migliorare l’efficienza metabolica in quelle situazioni. Solo di recente le popolazioni umane dipendono in grande misura dalla coltivazione di piante commestibili particolari, situazione che il corpo umano non è preparato ad affrontare. Non abbiamo ancora sufficienti conoscenze circa i meccanismi che fanno sí che il cervello devii dal glucosio ai corpi chetonici come principale fonte energetica per poter indurre questa deviazione artificialmente al fine di preservare l’integrità del corpo. Tutto quello che si può suggerire è che in un caso di emergenza in cui si ha riduzione di cibo possa essere meglio estendere il consumo del limitato rifornimento di proteine e/o di carboidrati a tutto il giorno, prendendo piccole quantità a frequenti intervalli in modo che i periodi di digiuno e la conseguente decomposizione delle proteine del corpo per la sintesi del glucosio vengano abbreviati. Maggiori informazioni di uso pratico sono disponibili sulle diete per ridurre il peso, poiché la maggior parte degli studi dell’adattamento al digiuno sono stati condotti in soggetti obesi. E chiaro che non c’è modo di raggiungere una riduzione permanente di peso senza ridurre l’assunzione di calorie a una quantità inferiore di quelle spese. Maggiore sarà la differenza tra l’assunzione e il consumo di energia calorica, più rapida sarà la diminuzione del peso. Che dire delle varie diete speciali che sono diventate popolari? Una dieta ad alto contenuto di proteine o ad alto contenuto di carboidrati dovrebbe tendere, in teoria, a minimizzare la perdita delle proteine corporee. ‘È stato anche proposto che parte di proteine e carboidrati ingeriti sia utilizzata per produrre calore corporeo dopo un pasto e perciò non contribuisca a formare grasso corporeo. In pratica, tuttavia, queste considerazioni sono probabilmente troppo trascurabili per essere importanti al fine di preservare la salute o ridurre il peso. Nel complesso si deve dire che certe strane diete non hanno alcuna base scientifica; ogni successo apparente che esse possono avere sembra essere dovuto solamente alla loro scarsa appetibilità o, come nel caso di diete a basso contenuto di carboidrati o alto contenuto proteico, alla rapida perdita di peso iniziale dovuta a perdita di acqua corporea. La migliore dieta per dimagrire è sempre quella che è bilanciata nei suoi ingredienti e con un contenuto calorico abbastanza basso da produrre la perdita di peso alla velocità desiderata. Da un punto di vista puramente biochimico, il modo più efficace per perdere peso, come hanno mostrato gli esperimenti di digiuno, è il completo digiuno nel periodo durante il quale il grasso viene consumato come principale fonte di energia per il cervello e gli altri tessuti. Tuttavia, il digiuno completo per un periodo di tempo molto lungo può essere pericoloso. Esso non dovrebbe essere prescritto a pazienti che rappresentino un rischio elevato e in tutti i casi si deve aver cura di evitare troppo esercizio nelle fasi iniziali e astenersi dal continuare il digiuno per troppo tempo. Duncan, dell’Università della Pennsylvania, che ha forse avuto la maggior esperienza con questo metodo di trattamento dell’obesità, ha trattato pazienti a digiuno per un totale superiore a 1300 casi senza decessi. Ogni digiuno è stato limitato a 10 giorni o 2 settimane, con pazienti che ritornavano per ripetuti digiuni a diversi intervalli. Duncan avverte che ogni digiuno totale superiore a due settimane deve ancora essere considerato come esperimento di ricerca. Si deve sottolineare che nessuno dovrebbe intraprendere un digiuno totale per ridurre il peso, senza un preventivo accertamento medico, senza ricovero in ospedale e senza accurata e continua sorveglianza medica.

Il digiuno è un’esperienza fisiologica di straordinaria efficacia nell’ attivare i processi di disintossicazione propri del nostro organismo. La sua origine si perde nelle antichissime tradizioni dei popoli primitivi,essendo da sempre praticato quale rito di guarigione o di significato religioso .

Anzi possiamo ragionevolmente affermare che il corpo umano sia perfettamente progettato per far fronte a un prolungato periodo di astensione dal cibo.Diversamente sarebbe impossibile spiegare la sopravvivenza dell’uomo primitivo sulla terra in un contesto ambientale sfavorevole e in cui la disponibilità di alimenti era del tutto saltuaria.

Ma l’uomo al pari di tutti gli altri animali, nella sua complessità metabolica è in grado di sfruttare al meglio le risorse alimentari disponibili e di “ farne tesoro” per metterle a disposizione nei periodi di scarsità.Tutt’ altro significato assume nel nostro contesto attuale di società del benessere la pratica del digiuno.

Esso può rappresentare un momento importante di “riappropriazione” del nostro corpo ,di riscoperta dei suoi bioritmi fisiologici ormai pressoché misconosciuti nell’esperienza quotidiana o forzati alle nostre esigenze,di sintonizzazione con i ritmi della natura che talvolta ci spaventano.

Esperienza psicologica intensa ,nel corso dei secoli il digiuno è presente in tutte le grandi religioni dal cristianesimo al buddismo all’islamismo e al giudaismo rappresentando un momento mistico di elevazione a Dio e di purificazione. Nel corso del Novecento il digiuno è stato notevolmente rivalutato nelle sue valenze terapeutiche soprattutto per merito degli studi e dell’esperienza della scuola igienistica americana (SHELTON) e si è riproposto all’attenzione degli operatori della salute in tutto il mondo. Il netto,preconcetto rifiuto da parte del mondo medico-scientifico lo ha collocato in un ruolo ingiustamente marginale nell’ambito delle terapie naturali ed è solo grazie all’impegno di qualche medico coraggioso che la pratica terapeutica del digiuno si è potuta diffondere e può essere sperimentata in tutta la sua straordinaria efficacia.

Oggi pertanto esso rappresenta una terapia naturale di facile praticabilità, anche autogestita una volta che sia stata sufficientemente maturata e approfondita ;è infatti fondamentale imparare a conoscere come il proprio corpo vive l’esperienza del digiuno ,quali reazioni e quali sintomi emergono durante i processi di disintossicazione .

Tra i vari metodi che stimolano la rigenerazione, quello del digiuno terapeutico occupa senz’altro una posizione privilegiata. Il nostro organismo è abituato ad assumere periodicamente una certa quantità di alimenti e regola quindi i propri ritmi in base a ciò. Digiunare interrompe radicalmente questi ritmi e stimola quindi il rinnovamento delle diverse funzioni fisiologiche, mentali e spirituali.

È quindi periodicamente necessario eliminare le scorie e disintossicare l’organismo, e il digiuno terapeutico è senza dubbio il mezzo migliore.La generale disintossicazione di tutto l’organismo comporta anche un grande sforzo, soprattutto per il sangue che deve trasportare scorie e tossine, per il ricambio che brucia le riserve, per il fegato che funge da centrale di disintossicazione e per i reni e l’intestino, attraverso i quali si eliminano le scorie.

Una così radicale disintossicazione favorisce la rigenerazione e il ringiovanimento, rafforza le funzioni organiche e attiva il sistema immunitario, effetti che si fanno sentire per lungo tempo e che comunque si possono rinnovare ripetendo la cura.Il periodo migliore in cui sottoporsi a un digiuno terapeutico è la primavera, perché nei freddi mesi autunnali e invernali gran parte di noi segue abitudini ancora meno salutari che nel resto dell’anno e a primavera nel nostro sangue si sono ormai accumulate molte scorie e tossine che contribuiscono a provocare un diffuso senso di stanchezza.

Una settimana di digiuno a primavera di solito basta per eliminare questa condizione e per ritornare in forma . Si può poi ripetere la settimana di digiuno in autunno per stimolare il sistema immunitario e aumentare quindi la resistenza dell’organismo ai maggiori rischi di infezioni virali nei mesi d’inverno.

Sono tre i modi in cui si può ottenere il peso desiderato con il digiuno: – digiuno terapeutico breve, della durata di 7 giorni, – digiuno periodico ( 1-2 giorni la settimana) tenendo presente che nei giorni che intercorrono tra un digiuno e l’altro ci si deve controllare per non recuperare il peso perso.- Digiuno intermittente: come nel Ramadan mangiare solo la sera oppure a giorni alterni.

Il digiuno terapeutico elimina tossine,scorie, sottoprodotti metabolici e residui di cellule e tessuti accumulatisi dopo qualche malattia, che possono appesantire o bloccare le difese immunitarie. Il digiuno è per molte parti del corpo una vera e propria vacanza (non devono digerire e metabolizzare cibo) e consente quindi di mettere a disposizione del sistema immunitario molte forze. La natura stessa ci indica quando l’organismo non deve assumere cibo, riducendo o addirittura eliminando, in presenza di alcune malattie, lo stimolo della fame. Lo si constata, per esempio, negli stati febbrili a cui spesso si accompagna l’inappetenza, e in molte malattie dell’apparato digerente. Durante la cura del digiuno tutto l’organismo si rafforza e rigenera, i meccanismi di autoguarigione sono più efficienti e combattono meglio i fattori di rischio e le malattie già insorte.

Corpo, funzioni intellettuali e vita spirituale costituiscono nella medicina naturale – e lo conferma anche la moderna medicina psicosomatica -un’unità indivisibile. Poiché i tre livelli esistenziali interagiscono costantemente, gli effetti del digiuno terapeutico non si limitano al corpo ma si estendono anche alle funzioni intellettuali e spirituali.

Concretamente queste conseguenze si traducono in un predominio del nervo vago all’interno del sistema neurovegetativo, e che regola molte importanti funzioni organiche. Questo nervo è responsabile del rilassamento, del riposo e del risparmio di energie, mentre il suo antagonista, il sistema simpatico, che di solito predomina nelle ore di veglia, favorisce il consumo di energia, la produzione di forza e l’attività. Il passaggio dal predominio del simpatico a quello del vago che è tipico del digiuno è paragonabile a quello che si ottiene con il training autogeno: già dopo qualche giorno ci si sente meglio in generale e il morale è alto. La disintossicazione radicale e l’attivazione delle difese immunitarie comportano effetti favorevoli su anima e mente e stimolano i sistemi di autoguarigione della psiche. Questi effetti a livello psicologico si protraggono per molto tempo oltre la fine del digiuno e si manifestano tra l’altro anche attraverso un miglioramento delle capacità intellettuali.

IL DIGIUNO COME STRUMENTO DI PREVENZIONE

All’origine di gran parte delle malattie c’è un indebolimento più o meno temporaneo del sistema immunitario, responsabile soprattutto delle infezioni virali o batteriche. Noi viviamo continuamente in un vero e proprio mare di germi patogeni senza ammalarci, perché la natura ci ha provvisto di difese immunitarie molto efficaci, e soltanto quando questi meccanismi di difesa non sono più in grado di intervenire i germi patogeni hanno la possibilità di agire. Ciò vale per tutti i tipi di malattia. L’inefficienza del sistema immunitario può avere cause o origine diverse: è particolarmente acuta, per esempio, nei mesi freddi, quando l’organismo non riesce ad adattarsi alle condizioni atmosferiche: insorgono così raffreddori e influenze.

È molto diffusa anche l’insufficienza del sistema immunitario provocata da un’alimentazione sbagliata: molte difese possono funzionare efficientemente soltanto se l’organismo non soffre di alcuna carenza, quindi quando riceve non soltanto un apporto calorico sufficiente o eccessivo (sovrappeso), ma anche un’adeguata quantità di vitamine, sali minerali e oligoelementi per poter svolgere tutte le funzioni organiche necessarie, comprese quelle del sistema immunitario. Tutti sanno, per esempio, che esiste un rapporto tra efficienza del sistema immunitario e apporto di vitamina C. Chi è in sovrappeso – perché di solito segue un’alimentazione sbagliata – è più soggetto degli altri a malattie e infezioni. Il sistema immunitario, inoltre, è bloccato da tossine e scorie che si accumulano soprattutto nelle cellule e nei tessuti. Anche in questo caso la causa è un rapporto sbagliato con il cibo e uno stile di vita poco sano, poiché anche un’alimentazione sbagliata all’insegna dell’abuso di alcool e tabacco o una vita sedentaria influiscono negativamente sulle difese immunitarie. Oggi, inoltre, a tutto ciò si aggiungono anche le sostanze tossiche presenti nell’ambiente, alle quali non ci si può più ormai sottrarre in nessun luogo. I meccanismi di difesa non riescono a combattere da soli tutti questi fattori di rischio. Poiché molti dipendono da noi e dal nostro stile di vita, occorre intervenire eliminando le abitudini dannose, alimentari e non, affinché il nostro organismo sia in grado di difendersi in modo ottimale da molte malattie. Il digiuno terapeutico disintossica e depura tutto l’organismo: a ciò contribuisce anche evitare di assumere, durante la cura, tutti i medicinali non indispensabili e non prescritti dal medico, in particolare i cosiddetti prodotti da banco: analgesici, tranquillanti e sonniferi che non pochi si «autoprescrivono» senza rifletterci sopra troppo. Il digiuno

terapeutico è quindi una buona occasione per liberarsi anche dalla dipendenza da alcuni farmaci. II digiuno terapeutico, quindi, stimolando il sistema immunitario, elimina numerosi fattori di rischio per la nostra salute, che spesso sono all’origine di molte delle malattie tipiche della nostra civiltà. Ciò vale soprattutto per il sovrappeso, all’origine soprattutto delle affezioni del sistema cardiocircolatorio.

Decongestionando molti organi e il metabolismo, il digiuno consente ai meccanismi di difesa e autoguarigione di eliminare i danni e di combattere i disturbi già presenti prima che si trasformino in malattie, fungendo così da mezzo di prevenzione.Il digiuno terapeutico ha un ruolo di primo piano nella prevenzione di molte malattie in quanto stimola il sistema immunitario e combatte molti fattori di rischio connessi all’alimentazione moderna, al nostro stile di vita e all’inquinamento. Non può ovviamente essere una panacea: chi digiuna periodicamente, ma tra un digiuno e l’altro riprende le vecchie abitudini di sempre non ne sfrutta il potenziale di prevenzione a lungo termine. La cura del digiuno deve quindi essere l’inizio di uno stile di vita più sano. I digiuni periodici sono consigliati a tutti: in particolare lo sono nei casi di stanchezza diffusa, inefficienza del sistema immunitario, sovrappeso o alterazione di molti parametri ematici (come colesterolemia, glicemia, uremia, ecc.), universalmente considerati fattori di rischio.

Il digiuno, per i suoi estesi effetti, può essere considerato uno strumento terapeutico utile per combattere molte malattie, accompagnato o meno da altre terapie. Come i medicinali, anche il digiuno in alcuni casi deve essere seguito solo dietro prescrizione medica o comunque sotto controllo medico, se si vogliono evitare effetti collaterali.

Le malattie del sistema cardiocircolatorio, oggi molto diffuse, sono in tutti i Paesi industrializzati una delle principali cause di decesso. Sono in genere da ricondurre a uno stile di vita e a un’alimentazione sbagliati: troppi grassi e proteine, sovrappeso, vita sedentaria e stress sono i principali fattori di rischio. Il digiuno terapeutico può agire positivamente su gran parte di questi fattori: normalizza il peso, elimina i grassi e i depositi proteici in eccesso e rilassa mente e spirito. In questo modo ostacola il progredire dell’aterosclerosi, combattendo le prime alterazioni dei vasi sanguigni. Poiché l’indurimento delle arterie è all’origine di molte affezioni dell’apparato cardiocircolatorio (anche dell’infarto miocardico), prevenendolo si evitano anche malattie più gravi. È efficace anche contro l’ipertensione che costituisce un altro importante fattore di rischio. Spesso l’effetto del digiuno è così duraturo da consentire l’eliminazione dei farmaci antipertensivi. Reagisce bene alla cura del digiuno anche chi soffre di angina pectoris, una malattia caratterizzata dal restringimento delle coronarie dovuto a spasmi nervosi o a processi di aterosclerosi, a causa della quale il cuore non riceve un adeguato apporto d’ossigeno, e che può provocare danni gravi (in particolare l’infarto). Il digiuno terapeutico consente un notevole miglioramento del quadro clinico nei soggetti affetti da questa malattia e ne previene le temute complicazioni.

Anche i pazienti affetti da altre malattie cardiache traggono beneficio dal digiuno, in primo luogo perché la rinuncia al cibo decongestiona la circolazione, elimina l’eventuale stasi venosa grazie al completo svuotamento  degli organi dell’apparato digerente e migliora l’irrorazione della regione addominale. Il digiuno è efficace anche contro l’aritmie cardiache.

Il miglioramento della circolazione durante il digiuno terapeutico favorisce lo svuotamento delle vene delle gambe in particolare, e quindi è particolarmente utile per chi soffre di varici: perfino le recidive ulcere varicose del polpaccio reagiscono bene a una cura del digiuno (prevalentemente lunga).

Per ovvi motivi l’astensione dal cibo è una terapia particolarmente utile contro le malattie dell’apparato digerente e del ricambio. L’eliminazione degli alimenti solidi, che devono essere digeriti e utilizzati da questo apparato, ne riattiva i meccanismi di autoguarigione mettendolo, nel giro di breve tempo, in condizione di sconfiggere affezioni acute o croniche.

Il digiuno terapeutico breve è indispensabile contro le infiammazioni acute del tratto gastrointestinale accompagnate da diarrea, basteranno 2-3 giorni di digiuno per eliminare completamente questi disturbi.È consigliabile a chi soffre di disturbi epatici, in particolare a chi ha un fegato grasso (ipertrofico) o soffre di gonfiori nella regione del fegato, provocati dal ristagno di sangue nella regione addominale. Anche l’infiammazione cronica del fegato e la cirrosi epatica allo stadio iniziale migliorano notevolmente con un’adeguata cura del digiuno.

Lo stesso vale anche per alcune malattie del pancreas che possono essere curate con questo metodo sotto controllo medico. Il digiuno è una terapia particolarmente importante per curare alcuni disturbi metabolici e il sovrappeso. Il digiuno terapeutico è efficace contro la gotta, una malattia del metabolismo che colpisce le articolazioni, per i suoi effetti disintossicanti e depurativi. Contribuisce a normalizzare il peso e a decongestionare il metabolismo dei diabetici. Questa terapia è utile anche per combattere le malattie che colpiscono l’apparato urinario e gli organi sessuali, in particolare le infiammazioni di reni e vescica e la nefrosclerosi (rene atrofico).

A volte con una cura del digiuno si riesce a ridurre le dimensione dei calcoli renali o alla vescica, che poi vengono eliminati per via naturale attraverso le vie urinarie.

Sono stupefacenti gli effetti del digiuno terapeutico contro i miomi uterini, tumori muscolari benigni che colpiscono non poche donne e che di solito vengono asportati chirurgicamente. Con un’adeguata cura del digiuno sotto controllo medico, si possono eliminare senza ricorrere a interventi cruenti: per l’organismo il mioma è una specie di «deposito» che in questo modo esso è indotto a smantellare, così come smantella quelli adiposi. Questa terapia è particolarmente efficace contro alcune malattie della cute che, in quanto principale organo escretore dell’organismo, soffre del l’accumulo di tossine e scorie e ne manifesta la presenza con impuritàj infiammazioni e altre affezioni croniche. Gli effetti normalizzanti e disin tossicanti sul metabolismo ringiovaniscono la pelle e ne eliminano eventuali disturbi. Anche la psoriasi più persistente migliora notevolmente con un adeguato digiuno terapeutico e può scomparire completamente con più cure ripetute nel corso dello stesso anno. Un’altra importante indicazione del digiuno è costituita dalle malattie reumatiche, soprattutto dalle infiammazioni croniche delle articolazioni: i reumatismi infatti sono una conseguenza dell’accumulo di scorie e tossine nei tessuti, e il digiuno le elimina, normalizzando il metabolismo nelle articolazioni e stimolando il sistema immunitario.

Il digiuno terapeutico è efficace anche contro le emicranie e le cefalee croniche o frequenti, che possono essere conseguenza di una sorta di intossicazione cronica provocata dall’accumulo di tossine e scorie nell’organismo. La radicale disintossicazione che la rinuncia al cibo porta con sé fa presto sentire le sue conseguenze, anche se spesso questa terapia non basta, ma deve essere completata da altri metodi naturali. Vale la pena di tentare con questa terapia anche contro l’asma bronchiale e le malattie respiratorie croniche in cui si ottengono notevoli miglioramenti che possono essere accresciuti con altri interventi.

Il digiuno è uno strumento potentissimo venuto alla ribalta negli ultimi decenni, con svariata letteratura scientifica ma in realtà presente da secoli nelle sacre scritture di qualunque sapere esoterico e quindi sapere religioso.
Uno strumento potentissimo in grado di innescare nel corpo cambiamenti che nessun farmaco è in grado di portare, per questo è estremamente sconsigliato il fai da te e soprattutto per quello prolungato riferirsi sempre ad un medico competente in materia.

In Europa, uno dei primi medici ad osservare e documentare gli effetti del digiuno anche su un’ampia gamma di malattia è stato il tedesco Otto Buchinger a cui hanno fatto seguito tanti ricercatori come il professor Andreas Michalsen che definisce così il digiuno:
” Un periodo di tempo limitato in assenza di cibo solido in cui il corpo utilizza esclusivamente le proprie riserve di energia senza provocare danni alla salute”

Esistono varie forme di digiuno dalle più restrittive alle più blande dove comunque l’assunzione di brodi vegetali o succhi di frutta e verdura non dovrebbe eccedere le 500 calorie al giorno, sottolinea sempre Michalsen e la cui scelta deve essere un atto volontario del soggetto il quale deve evitare cibi solidi e sostanze stimolanti come caffè, energizzanti nicotina…

Spiega Michalsen che l’organismo ha la capacità fisiologica di passare dall’utilizzo di alimenti esterni a quello di riserve interne di nutrienti. le riserve di glicogeno nel fegato (Nell’uomo, il glicogeno funge da riserva energetica glucidica. Esso viene depositato prevalentemente nel fegato e nel muscolo scheletrico, tuttavia è presente anche in altri tessuti, tra cui cuore, reni, e tessuto adiposo) e nei muscoli sono limitate e si esauriscono in linea di massima dopo le 24 ore dopo le quali l’energia viene attinta dalle riserve di grassi.
Le proteine vengono rilasciare per rilasciare aminoacidi per la glucogenesi per portare glucosio al cervello.

Il fatto di restringere le calorie apportate dall’esterno a 500 fa si che si attivi una risposta neuroendocrina atta a modulare il sistema cardiovascolare, metabolico e psicologico.
Numerosi pazienti affetti anche da patologie croniche, si è scientificamente riscontrato, hanno notevoli benefici dal digiuno terapeutico.

Nel 2002 la Società tedesca per la nutrizione ed il digiuno ha pubblicato le prime linee guida proprio per il digiuno terapeutico (www.karger.com/Article/Abstract/64270)
Un digiuno terapeutico con 200-500 calorie per 7-21 giorni è risultato efficace per il trattamento di reumatismi, sindrome del dolore cronico,ipertensione, sindrome metabolica,malattie cronico degenerative ed infiammatorie (dottor Longo e cellule staminali attivate)  ed ancora disturbi psicosomatici, depressione, emicrania, sindrome instestino irritabile
Si ha infatti una spiccata riduzione di cortisolo (effetto antinfiammatoiro) dell’insulina, degli ormoni della tiroide con aumento di serotonina e dopamina (sensazione di serenità e soddisfazione). 

Una nuova ricerca dell’Intermountain Medical Center Heart Institute, negli USA, ha coinvolto 230 persone le quali sono state sottoposte ad un digiuno di 24 ore durante il quale era concessa solo l’assunzione di acqua. Al termine delle 24ore i test clinici sui partecipanti alla ricerca avevano evidenziato che la condizione di digiuno aveva indotto nell’organismo la riduzione del 14% del colesterolo LDL ovvero cattivo, che era stato utilizzato come fonte energetica al posto del glucosio. Durante il digiuno i soggetti, inoltre, producevano una maggiore quantità dell’ormone della crescita (Gh), capace di svolgere un’azione di protezione sui muscoli e sul bilancio metabolico.

Secondo un nuovo studio condotto presso il National Institute on Aging di Baltimora, il digiuno per uno o due giorni alla settimana, può contribuire a migliorare la condizione degli individui affetti da morbo di Alzheimer e il Parkinson. I ricercatori hanno scoperto che l’arresto quasi tutti assunzione di cibo per brevi periodi di tempo innesca un meccanismo di protezione all’interno del cervello che funziona anche contro gli effetti dei disturbi neurodegenerativi poichè la restrizione calorica riduce lo stress al quale sono sottoposte le cellule cerebrali, favorendone la crescita e migliorando le connessioni sinaptiche.

Valter Longo, professore Edna M. Jones di Gerontologia e Scienze biologiche presso l’USC Davis School di Gerontologia e direttore del USC Longevity Institute, ha esaminato gli effetti del digiuno sia nei topi e gli esseri umani, osservando che quando questi mammiferi digiunavano, i loro globuli bianchi è diminuita. Il risultato è stato che i loro corpi “riciclati” vecchie cellule immunitarie, innescando così la produzione di nuove cellule immunitarie.

Fa scattare un salto rigenerativo che induce le cellule staminali a creare nuovissimi globuli bianchi, cosi rigenerando essenzialmente tutto il sistema immunitario.

I ricercatori della Johns Hopkins University hanno studiato gli effetti del digiuno in concomitanza con la dieta chetogenica (alto contenuto di grassi, basso apporto di carboidrati), dopo la prova iniziale ha dimostrato che il digiuno di acqua ed astinenza di carboidrati ha ridotto la frequenza delle crisi epilettiche per più della metà dei pazienti, divenendo quindi interessante metodo per aiutare pazienti affetti da crisi epilettiche.

Anche se il corpo può sostenere un digiuno sino a 40 giorni (attingendo alle riserve ) un digiuno dopo 1-2 settimane inizia a mettere in pericolo l’organismo.

Cosa accade durante il digiuno?

Tutto il processo metabolico può essere riassunto come segue:

Prime 4-8 ore

L’organismo utilizzerà il glucosio presente in circolo, successivamente inizierà la glicogenesi ovvero la produzione di glucosio a partire dal glicogeno nel fegato.

Dopo 16 ore
Verrà intaccato il glicogeno nei muscoli, quindi l’organismo inizierà ad utilizzare i grassi. Dal loro metabolismo verranno prodotti trigliceridi e glicerolo.

Nel giro di pochi giorni
Vi sarà un aumento di corpi chetonici (derivati dal metabolismo dei grassi) che andranno a soddisfare il fabbisogno energetico al posto del glicosio. A questo punto la durata del digiuno viene determinata in base alla massa grassa.
La scomparsa della sensazione di fame e lieve euforia provocata dai corpi chetonici nel corpo favoriranno la riuscita del digiuno.

Solo dopo aver esaurito le scorte di grasso inizieranno ad essere intaccati i muscoli con conseguente degradazione delle proteine necessarie per il mantenimento della sintesi di glucosio.
Sulla base di questo diviene importante che in particolare il digiuno prolungato venga sempre assistito da medici preparati.

Possiamo distinguere due tipi di digiuno fondamentali, il digiuno prolungato (terapeutico) e quello breve.

Il digiuno terapeutico

Il digiuno terapeutico non è una pratica moderna: già Platone, Socrate e Plutarco lo praticavano perché ritenevano che migliorasse le loro prestazioni psico-fisiche; gli arabi e gli egiziani lo consigliavano come cura per le malattie. Se si vuole ridurre il rischio di patologie, digiunare una volta al mese lo si può considerare come un momento di “disintossicazione”, ma è anche indispensabile badare a cosa mangiamo ogni giorno: questa è la condizione base per il mantenimento di un buono stato di salute e per vivere a lungo.

Come accennato il digiuno prolungato va seguito strettamente da medici specializzati. Il fai da te è decisamente vietato, visti gli alti rischi di compromissione dell’intero organismo.

In Italia uno dei massimi esponenti che ha studiato la digiuno terapia è il dottor Massimo Melelli Roia , medico di Perugia formatosi all’Accdemia di Pechino e all’Università di Mosca.
Si è avvicinato a questa “terapia” dal 1991 dopo il congresso “digiuno come salvarsi la vita” dove la digiunoterapia è stata associata con esiti molto favorevoli anche a casi oncologici.
Da quel momento ha iniziato ad applicarla da pazienti affetti da patologie reumatologiche con esiti positivi sino all’80% (con risultati documentabili).
Il dottor Melelli accanto al digiuno affianca anche l’agopuntura che ne esalta i risultati positivi, (in particolare sui pazienti affetti da sclerosi multipla) ed ancora l’idrocolonterapia, l’oligoterapia …un piano terapeutico personalizzato.

Digiuno e chemioterapia

Il professor Walter Longo, dell’Università della California, in una sua ultima ricerca ha concluso che il digiuno breve rallenta la diffusione dei tumori, riduce gli effetti secondari della chemioterapia. Le cellule tumorali a causa del loro alto indice di proliferaizone richiedono molta energia che ottongono dal metabolismo del glucosio.
Il digiuno riduce il livello di glucosio insieme a quelli dell’insulina e dell’ormone IGF-1  atto alla proliferazione cellulare.
In questa condizione di “carestia” di risorse le cellule sane entrano in uno stato di riposo mentre quelle tumorali entrano in stress.L’astinenza dal cibo indurrebbe addirittura la rigenerazione del sistema immunitario, risvegliando le cellule staminali dormienti e portandole a uno stato di auto rinnovamento. La ricerca è stata condotta dallo stesso scienziato italiano Valter Longo e pubblicata su Cell Stem Cell.

“Non potevamo prevedere che il digiuno prolungato avrebbe un effetto così notevole nel promuovere la rigenerazione a base di cellule staminali del sistema ematopoietico,” ha affermato Longo, che detiene un appuntamento giunto alla USC Dornsife Collegio di Lettere, Arti e delle Scienze.“Quando si muore di fame, il sistema tenta di risparmiare energia, e una delle cose che può fare per risparmiare energia è quello di riciclare un sacco di cellule immunitarie che non sono necessarie, in particolare quelle che potrebbero essere danneggiate. Quello che abbiamo iniziato a notare in entrambe il nostro lavoro e il lavoro umano degli animali è che il numero di globuli bianchi scende con il digiuno prolungato. Poi, quando si ri-alimenta, le cellule del sangue tornano. Così abbiamo iniziato a pensare, dove provengono? “

Ricordo però la lettura di:
CANCRO: FALSI POSITIVI PER UN GIRO D’AFFARI DI 100 MILIARDI DI DOLLARI IN CHEMIOTERAPIA

Il digiuno di un giorno

Il professor Melelli Roia riconosce anche nel digiuno breve di un giorno una volta alla settimana, la capacità di mantenere in stato di benessere l’organismo.
Un esempio può essere dalla domenica dopo cena sino al martedì mattino quando si fa colazione.
Diviene importante bere tantissimi liquidi con calorici, come tisane o infusi non zuccherati per una quantità di circa 3 litri.
Se si osservano queste regole, prosegue, difficilmente si avvertono fenomeni di malessere.
Può presentarsi un lieve mal di testa. Se si vuole protrarre il digiuno a 3 giorni (sotto controllo medico) consiglia l’utilizzo di succhi vegetali, estratti, centrifugati..perchè i primi giorni l’organismo espelle molte tossine che possono produrre emicrania, nausea, rendendo magari difficile la gestione della giornata soprattutto se si va a lavoro, quindi una minima quantità di zuccheri evita una reazione troppo violenta dell’organismo.

Il digiuno di un giorno (comunque breve) mette in riposo l’apparato digerente e permette all’organismo di espellere l’accumulo di tossine. Il lavoro del sistema immunitario si alleggerisce di conseguenza.
Il digiuno quindi rivitalizza, rigenera i tessuti, elimina i radicali liberi.
Sempre Melelli afferma che andrebbe fatto osservare alle coppie prima di concepire i figli ( come prevedono i Veda) in modo da ripulire l’organismo da tossine e predisporlo al meglio per il concepimento. Con l’epigenetica abbiamo infatti visto come si è dimostrato scientificamente quanto l'”ambiente” salute genitoriale determini e moduli il dna del nascituro ( già sempre affermato dall’antico sapere vedico..)


Consigli generali per un digiuno di un giorno fai da te

Se viene praticato per 24 ore per una volta al mese non presenta grandi controindicazioni, come indicato l’importante è bere molto. Evitare di protrarlo da soli per oltre i 2-3  giorni.

– l giorno prima digiuno
Non mangiare di più il giorno prima del giorno di digiuno, poichè produce effetti contrari. Mangiare cibi leggeri, puliti (preferibilmente biologici) come frutta, verdura, noci, burro di noci e chicchi germinati. Se amate mangiare la carne, limitare l’assunzione i giorni precedenti al digiuno, e mangiare cibi leggeri facilmente digeribili verso l’ora di cena, come verdure a foglia verde, verdure, frutta e noci. Bere molta acqua (meglio se distillata o purificata) e non bere qualsiasi bevanda alcolica o contenenti caffeina. L’obiettivo è quello di non mangiare dopo l’ora di cena.

– Durante il diguno
Durante il digiuno bere moltissimi liquidi (circa 3 litri) non zuccherati, con energizzanti (caffè, thè, energy drink…) e non gassati. Avvicinarsi al digiuno con umiltà, le prime volte iniziare riducendo solo l’apporto calorico, poi alimentare, ingerendo solo entrifugati o spremute e via via arrivare al digiuno con solo liquidi (acqua tisane non eccitanti). Ridurre l’intensa attività fisica, l’ideale sarebbero solo lunghe, lente camminate.

– Fine digiuno
Porre molta attenzione al reintegro del mangiare, al post digiuno perchè soprattutto se il nostro stile dietetico è disequilibrato, se si mangia male, lo stomaco che si riapre ci farà mangiare ancora di più e di tutto, annullando tutto il lavoro fatto, apportando più danni.

– Aspetto psicologico
L’aspetto psicologico con cui si affronta diventa fondamentale, secondo il caposcuola dell’igienismo, Herbert Macgolfin Shelton, esistono varie controindicazioni al digiuno, una fra queste la paura.
Se c’è paura, tutte le energie vengono utilizzate per alimentarla. Durante il digiuno la persona diviene più sensibile al conflitto, alla preoccupazione quindi diviene importnate la capacità di equilibrarli. Per questo molti medici associano al digiuno pratiche meditative, di respirazione, mindfulness.


Il digiuno è assolutamente da evitare

In presenza di bruciori di stomaco, esofagite da reflusso e gastrite
Nei cardiopatici con aritmie
Nei diabetici
In gravidanza ed allattamento
In presenza di malattie metabiliche (solo stretto controllo medico)
Cirrosi epatica ed insufficienze renali
Persone che hanno subito trapianti
Durante terapie con conrticosteroidi
Pregressi disturbi dell’alimentazione (come anoressia)

Il digiuno come visto è una cura, innesca un’autoguarigione per questo non va sottovalutata con un fai da te casereccio, mescolando mode o credenze. Per gli occidentali il digiuno, infatti, sebbene non sia una realtà sconosciuta, lo adottano con fini differenti, solo per ottenere un corpo fisico esile, apportando una restrizione alimentare calorica: la persona riduce l’apporto calorico complessivo per controllare il proprio peso, o una restrizione cognitiva: la persona esclude alcuni cibi ritenuti ingrassanti (dolci, pasta, pane, grassi ecc..); spesso la persona con DCA (disturbi del comportamento alimentare) si autoimpone divieti rigidi non giustificati da un punto di vista nutrizionale.

La sclerosi multipla, purtroppo, è una malattia che colpisce soltanto nel nostro paese 114000 persone e ogni anno conta 3409 diagnosi. Così come accade spesso per le ricerche, anche in questo caso l’efficacia di questa terapia è stata testata sui topi;  nel corso di questa sperimentazione,  si è appurato che le staminali neurali da un lato secernono sostanze capaci di proteggere i tessuti danneggiati, mentre dall’altro sono in grado di differenziarsi in cellule che producono nuova mielina che va a sostituirsi a quella danneggiata dalla malattia. Come?  Attraverso una puntura lombare,  attraverso la quale come già anticipato, le cellule neurali di origine fetale vengono immesse nel liquido cerebrospinale del paziente.

SCLEROSI MULTIPLA

La sclerosi multipla colpisce il sistema nervoso centrale. Nel mondo si contano oltre 2,5 milioni di persone con SM, di cui 400.000 in Europa e circa 62.000 in Italia. La distribuzione della malattia non è uniforme: è più diffusa nelle zone lontane dall’Equatore a clima temperato, in particolare Nord Europa, Stati Uniti, Nuova Zelanda e Australia del Sud. La prevalenza della malattia al contrario sembra avere una progressiva riduzione con l’avvicinarsi all’Equatore. La SM può esordire a ogni età della vita, ma è diagnosticata per lo più tra i 20 e i 40 anni e nelle donne, che risultano colpite in numero doppio rispetto agli uomini. Per frequenza, nel giovane adulto è la seconda malattia neurologica e la prima di tipo infiammatorio cronico. La causa o meglio le cause sono ancora in parte sconosciute, tuttavia la ricerca ha fatto grandi passi in avanti nel chiarire il modo con cui la malattia agisce, permettendo di arrivare a una diagnosi e a un trattamento precoce che consentono alle persone con SM di mantenere una buona qualità di vita per molti anni. La SM è complessa e imprevedibile, ma non riduce l’aspettativa di vita, che per le persone ammalate è comunque paragonabile a quella della popolazione generale.

Il sistema nervoso centrale L’encefalo e il midollo spinale costituiscono il sistema nervoso centrale. L’encefalo è composto da cervello (da cui originano i nervi cranici, tra cui i nervi ottici), cervelletto e tronco encefalico. Attraverso il sistema nervoso periferico, una rete di comunicazione molto complessa e diffusa in tutti gli organi, il cervello invia impulsi nervosi al corpo, presiedendo così al controllo delle attività di tipo volontario (funzione motoria) e involontario (motilità dei visceri). In direzione opposta, i segnali trasmessi dagli organi di senso (funzione sensitiva) permettono di percepire l’ambiente esterno (per esempio vedere le immagini o udire i suoni) e interno (per esempio percepire la sete o la necessità di urinare). La trasmissione degli impulsi nervosi è quindi bidirezionale.

La mielina Il sistema nervoso centrale è costituito principalmente da particolari cellule, i neuroni, e da fasci di fibre nervose (assoni), che comunicano tra loro formando una rete complessa. La loro funzione è condurre le informazioni in entrata e in uscita dal sistema nervoso centrale, sotto forma di impulsi elettrici. I dendriti sono invece le fibre che si ramificano a partire dal neurone e che gli permettono di ricevere i segnali nervosi dalla periferia o da altri neuroni. La maggior parte dei neuroni presenta un numero molto alto di dendriti che veicolano quindi moltissimi impulsi provenienti da altri neuroni o prodotti da stimoli ambientali. Gli assoni sono circondati e protetti dalla guaina mielinica: la mielina è un rivestimento grasso prodotto da particolari cellule del sistema nervoso centrale chiamate oligodendrociti. La mielina, che funziona da isolante, facilita e rende estremamente veloce la conduzione degli impulsi nervosi, proprio come il rivestimento dei cavi elettrici. La distribuzione della guaina mielinica sulle fibre nervose non è uniforme ma presenta dei punti di interruzione, definiti nodi di Ranvier, in corrispondenza dei quali si ha l’effettivo passaggio dell’impulso nervoso, che “salta” da un nodo a quello successivo a una velocità che può raggiungere i 400 km/ora.

Come tutte le sostanze grasse, la mielina ha una consistenza gelatinosa e un colore biancastro; pertanto, le zone del sistema nervoso centrale più ricche di mielina sono definite sostanza bianca, le zone più povere – per esempio la corteccia cerebrale costituita dai corpi cellulari – sostanza grigia. Nel sistema nervoso centrale sono presenti, oltre ai neuroni, altre cellule che svolgono importanti funzioni.

Il danno alla mielina Nella sclerosi multipla si verificano un danno e una perdita di mielina in più aree (da cui il nome «multipla») del sistema nervoso centrale. Queste aree di perdita di mielina (o «demielinizzazione») sono di grandezza variabile e prendono il nome di placche. Le placche possono evolvere da una fase infiammatoria iniziale a una fase cronica, in cui assumono caratteristiche simili a cicatrici (da cui il nome «sclerosi»). Gli assoni che attraversano le aree in cui vi è infiammazione e perdita di mielina possono risultare danneggiati o interrotti, talvolta in modo grave e irreversibile.Fortunatamente, il sistema nervoso centrale ha la capacità di riformare la mielina distrutta in corrispondenza delle placche, anche se la riparazione può avvenire in modo incompleto. I sintomi della SM I sintomi della SM sono dovuti all’interruzione nella conduzione o alla desincronizzazione (alterato funzionamento) degli impulsi nervosi in corrispondenza delle aree di perdita di mielina e di danno dell’assone. L’intensità dei sintomi dipende da quanto è estesa l’area di perdita di mielina e da quanto è grave il danno degli assoni, mentre la tipologia dipende dalla sede. I sintomi potranno manifestarsi, ad esempio, come un repentino calo visivo o sdoppiamento della vista, oppure in una debolezza o vera e propria mancanza di forza a un arto o ancora sotto forma di sensazioni anomale come punture di spillo in una zona del corpo. La durata dei sintomi dipende dal tempo impiegato dal sistema nervoso centrale per eliminare l’infiammazione (giorni) e riformare la mielina (da settimane a mesi), e dal grado di riparazione che il sistema nervoso riesce ad attuare.

Una riparazione completa del danno si verifica in circa il 10% dei casi. Questo processo di ripristino è molto dinamico e può svolgersi, talvolta, nell’arco di parecchi mesi. Nel restante 90%, l’esito più frequente è una lesione limitata alla guaina mielinica, mentre in un terzo dei casi il danno interessa significativamente anche l’assone (fibra nervosa). Le cause della SM La ricerca delle cause e dei meccanismi che scatenano la SM è ancora in corso. Alla base della perdita di mielina c’è un’alterazione nella risposta del sistema immunitario che, in condizioni normali, ha il compito di difendere l’organismo da agenti esterni, principalmente virus e batteri.

Il sistema immunitario esercita questo controllo attraverso linfociti, macrofagi e altre cellule che circolano nel sangue e che, in caso di necessità, attaccano e distruggono i microrganismi estranei, sia direttamente sia attraverso la liberazione di anticorpi e altre sostanze chimiche. Nella SM il sistema immunitario attacca i componenti del sistema nervoso centrale scambiandoli per agenti estranei. Questo meccanismo di danno si definisce «autoimmune» o, più in generale, «disimmune». Uno dei principali bersagli della risposta immunitaria alterata è la “proteina basica della mielina” che, come dice il nome, è uno dei costituenti della mielina stessa. Le cellule del sistema immunitario attraversano le pareti dei vasi sanguigni, superando la barriera emato-encefalica, e penetrano nel sistema nervoso centrale causando infiammazione e perdita di mielina. La barriera emato-encefalica è una rete di capillari che divide la circolazione sanguigna del cervello dal resto del torrente circolatorio, impedendo così alla maggior parte delle sostanze e delle cellule di entrare nel sistema nervoso centrale.

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