Ikea shock, mamma di un bimbo disabile licenziata in tronco perchè non rispetta i turni

Marica Ricutti 39 anni, laureata in scienze alimentari, lavorava da diciassette nello stabilimento di Corsico, prima al bistrot a piano terra e da qualche mese al ristorante del primo piano. Flessibilità che le è sempre stata assicurata.

Madre separata con due figli, di cui uno disabile, licenziata perché non può entrare a lavorare alle 7 del mattino. Maricaha fatto notare a più riprese che, per accudire i figli, rispettare quei turni le sarebbe stato impossibile. Eppure a Marica – trentanove anni, milanese – sono bastate due giornate “storte” – ampiamente “preannunciate” all’azienda – per vedersi arrivare a casa una lettera di licenziamento in tronco. La settimana scorsa è arrivato il licenziamento in tronco essendo venuto meno il rapporto di fiducia con la lavoratrice (che ha l’articolo 18) in due occasioni nelle quali la donna si è presentata al lavoro in orari diversi da quello previsto.

“In merito alla situazione di Marica RicuttiIkea Italia sta svolgendo tutti gli approfondimenti utili a chiarire compiutamente gli sviluppi della vicenda”. “Solo dopo aver completato questa analisi, Ikea Italia commenterà le decisioni prese e le ragioni che ne sono alla base”. L’azienda”, si legge in una nota nota, “vuole valutare al meglio tutti i particolari e le dinamiche relative alla lavoratrice oggetto della vicenda. Nel frattempo, per solidarietà, i dipendenti del centro di Corsico hanno indetto due assemblee seguite da un’ora di sciopero ciascuna. “In questi giorni organizzeremo raccolte firme, presidi e volantinaggi”.

La vicenda è stata raccontata anche da Francesco La Forgia capogruppo gli articolo 1- mdp il quale ha sulla sua pagina Facebook ha scritto: “I suoi colleghi annunciano uno sciopero di solidarietà. E già questo fa ben sperare, in un Paese nel quale abbiamo messo i lavoratori gli uni contro gli altri. Una storia che racconta del fatto che quel pezzo di Statuto dei Lavoratori, che storicamente è stato immaginato per far entrare la Costituzione nelle fabbriche e che qualcuno ha voluto smantellare, non è un ferro vecchio del passato. Ma uno strumento della modernità perché libera i lavoratori dal ricatto, una categoria questa sì ottocentesca”. 

L’Ordinamento è improntato alla tutela del lavoro dei portatori di handicap e dei loro familiari, al fine di evitare che la prestazione di attività lavorativa resa dagli stessi possa risultare inconciliabile con le particolari esigenze derivanti dalla condizione di portatore di handicap o del familiare. Esistono alcuni particolari istituti legali messi a disposizione della famiglia “lavoratrice” che al proprio interno è costretta a fare fronte a situazioni di gravità ed onerosità connesse allo status di disabilità di uno o più dei suoi componenti.

COMMENTO
La situazione di gravità, richiesta dalla legge, di un soggetto affetto da handicap è certificata a cura di apposite commissioni costituite presso le ASL di cui all’art. 4, comma i, della legge 104/1992 , integrata da un medico Inps ai sensi dell’art. 20. comma 1. del decreto legge 1° luglio 2009. n. 78 .
La gravità certifica la presenza di una minorazione, singola o plurima, che abbia ridotto l’autonomia personale, correlata all’età, in modo da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale o in quella di relazione.

La normativa in materia, in caso di non tempestiva pronuncia da parte delle commissione medica (cioè decorsi novanta giorni dalla domanda), consente che gli accertamenti siano effettuati, in via provvisoria, da un medico specialista nella patologia denunciata, in servizio presso l’unità sanitaria locale da cui è assistito l’interessato. L’accertamento è a carattere provvisorio, in quanto esplica i suoi effetti fino all’emissione dell’accertamento definitivo ad opera della commissione che deve, in ogni caso, pronunciarsi entro centottanta giorni dalla data di presentazione della domanda. Da notare, con riferimento ad alcuni particolari soggetti, che l’art. 94, comma 3, L. n. 289/2002 , ha previsto una procedura alternativa alla certificazione della citata commissione ASL. La situazione di gravità dei soggetti affetti dalla sindrome di Down, per esempio, può essere accertata anche dal medico di base, previa richiesta di presentazione del cariotipo (patrimonio cromosomico di un organismo); in tali casi il disabile resta esente da ulteriori visite e controlli. Altra situazione particolare riguarda gli invalidi di guerra considerati portatori di handicap in situazione grave: per questi, l’attestazione della gravità può avvenire anche da parte dei Ministeri competenti al momento della concessione dei benefici pensionistici (INPS, circ. n. 128/2003 ).

Oltre alla situazione di gravità, un secondo principio guida in materia, è quello del “referente unico” per l’assistenza alla persona in situazione di handicap grave. Il referente unico rappresenta l’unico soggetto al quale la legge attribuisce particolari tutele sul lavoro al fine di potersi ritagliare spazi e condizioni (permessi, congedi, ecc.) per l’assistenza al familiare bisognoso, senza rischiare di compromettere la stabilità del rapporto di lavoro.
Per esempio, l’art. 33 della L. n. 104/1992 , in materia di permessi giornalieri, sancisce che il diritto alla fruizione degli stessi non può essere riconosciuto a più di un lavoratore dipendente per l’assistenza alla stessa persona con handicap in situazione di gravità. Tuttavia, per l’assistenza allo stesso figlio con handicap in situazione di gravità, il diritto è riconosciuto ad entrambi i genitori, anche adottivi, che possono fruirne alternativamente. Il lavoratore dipendente in ogni caso, ha diritto di prestare assistenza nei confronti di più persone in situazione di handicap grave, a condizione che si tratti del coniuge o di un parente o affine entro il primo grado o entro il secondo grado qualora i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione di gravità abbiano compiuto i 65 anni di età oppure siano anch’essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti. Il lavoratore che usufruisce dei permessi che risiede in un comune situato a distanza stradale superiore a 150 chilometri rispetto a quello di residenza del lavoratore, deve attestare con titolo di viaggio, o altra documentazione idonea, il raggiungimento del luogo di residenza dell’assistito.

Sul punto, il Ministero del Lavoro ha chiarito che quando il disabile assuma il domicilio anche solo per un determinato periodo di tempo, presso la residenza di diversi parenti entro il secondo grado, è necessario che ciascun avente diritto presenti, di volta in volta, l’istanza per ottenere il riconoscimento dei permessi di cui all’art. 33. L. n. 104/1992 , al fine di prestare legittimamente la dovuta assistenza (Nota 9 agosto 2011, n.32, prot. n. 25/II/001454 ). Ciò a conferma di quanto già fissato dalla legge circa il fatto che i permessi possono essere riconosciuti esclusivamente ad un unico soggetto per ciascun disabile senza che sia possibile stabilire preventivamente che, rispetto ad un determinato arco temporale, siano più d’uno i soggetti che usufruiranno dei permessi in questione.

Abbiamo fatto più volte accenno ai permessi exart. 33 della L. n. 104/1992 , che tra le tutele in ambito disabilità è certamente tra gli istituti più conosciuti ed utilizzati.
L’art. 33 citato, ai commi 2 e 3, prevede che i familiari e parenti che assistono una persona con handicap in situazione di gravità, possono chiedere ai rispettivi datori di lavoro:
1. in caso di minore con handicap in situazione di gravità, entro il compimento del dodicesimo anno di vita del bambino, di prolungare il congedo parentale, per un periodo massimo non superiore a tre anni; a condizione che il bambino non sia ricoverato a tempo pieno presso istituti specializzati, salvo che, in tal caso, sia richiesta dai sanitari la presenza del genitore; la richiesta può essere avanzata dalla lavoratrice madre o, in alternativa, dal lavoratore padre (art. 33, D.Lgs. 151/2001 ); durante il congedo spetta una indennità giornaliera stabilita in misura pari al 30% della retribuzione;
2. in alternativa al prolungamento del congedo parentale di cui sopra, di usufruire di due ore di permesso giornaliero retribuito fino al compimento del terzo anno di vita del bambino (art. 33, co. 2, L. 104/1992);
3. a condizione che la persona con handicap in situazione di gravità non sia ricoverata a tempo pieno, di fruire di tre giorni di permesso mensile retribuito, anche in maniera continuativa; la richiesta può essere avanzata dal coniuge, parente o affine entro il secondo grado, ovvero entro il terzo grado qualora i genitori o il coniuge del soggetto in situazione di gravità abbiano compiuto i sessantacinque anni di età oppure siano anche essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti (art. 33, co. 2, L. 104/1992); anche tale permessi giornalieri sono, per i genitori di cui al punto 1, alternativi al prolungamento del congedo parentale.
Anche il lavoratore (maggiorenne) che sia esso stesso portatore di handicap in situazione di gravità, può usufruire, alternativamente, dei permessi di cui ai precedenti punti 2 e 3, con l’aggiunta di potere scegliere, ove le condizioni aziendali lo consentano, la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio. In altri termini, il lavoratore portatore di handicap ha diritto a due ore di permesso giornaliero retribuito oppure a tre giorni di permesso mensile retribuito, fruibile anche in maniera continuativa (INPS, circ. n. 37/1999 ).
La domanda di fruizione del permesso può essere cambiata (da permessi orari a permessi giornalieri e viceversa) da un mese all’altro o anche nell’ambito dello stesso mese nel caso sopraggiungano esigenze improvvise (INPS, circ. n. 133/2000 ).
Il datore di lavoro deve anticipare, per conto dell’INPS, un importo corrispondente alla retribuzione che sarebbe spettata per le ore di permesso – determinata con le modalità previste per i permessi giornalieri c.d. per allattamento – da porre a conguaglio. L’indennità comprende sia la gratifica natalizia che le altre mensilità aggiuntive (INPS, mess. n. 13032/2005 ).
Il lavoratore con disabilità grave, che già beneficia dei permessi ex lege n. 104/1992 per se stesso, può cumulare il godimento dei tre giorni di permesso mensile per assistere un proprio familiare con handicap grave, senza che debba essere acquisito alcun parere medico legale sulla capacità del lavoratore di soddisfare le necessità assistenziali del familiare anch’esso in condizioni di disabilità grave (INPS, circ. n. 53/2008 ).
Diversamente, la diretta fruizione dei permessi da parte dei lavoratori portatori di handicap ne impedisce il contemporaneo utilizzo da parte dei genitori, parenti o affini.
I giorni di permesso, invece, potranno essere riconosciuti al lavoratore non disabile, familiare convivente del lavoratore portatore di handicap anche se quest’ultimo già fruisce dei permessi per se stesso, a condizione che:
– il lavoratore portatore di handicap, pur beneficiando dei propri permessi, abbia una effettiva necessità di essere assistito da parte del familiare lavoratore convivente;
– nel nucleo familiare non sia presente un altro familiare non lavoratore in condizione di prestare assistenza (INPS, circ. n. 37/1999 ;INPS, circ. n. 133/2000 ; Min.Lav. nota prot. n. 4582/2006 );
– i due soggetti interessati (lavoratore non disabile e lavoratore portatore di handicap) fruiscano dei giorni di permesso nelle stesse giornate (INPS, circ. n. 128/2003 ).
Torna utile ricordare, altresì, che i lavoratori mutilati e agli invalidi civili con riduzione della capacità lavorativa superiore al 50% (quindi, non necessariamente in situazione di gravità) possono usufruire ogni anno di un congedo per cure non superiore a trenta giorni, da godere anche in modo frazionato (art. 7. D.Lgs. n. 119/2011 ). Il congedo è accordato dal datore di lavoro su domanda del dipendente, accompagnata dalla richiesta di un medico del SSN con la quale si attesti la necessità della cura in relazione all’infermità invalidante riconosciuta.
Il periodo di congedo non rientra nel periodo di comporto malattia ed il dipendente ha diritto al trattamento economico spettante in caso di assenze per malattia. Il lavoratore è tenuto a documentare l’avvenuta sottoposizione alle cure: in caso di trattamenti terapeutici continuativi, la giustificazione dell’assenza può essere prodotta anche in via cumulativa.
Da notare che l’onere economico del congedo in questione, anche se computato secondo il regime della malattia, resta a carico del datore di lavoro e non dell’INPS.

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