Dj Fabo è arrivato in Svizzera verso la stanza della dolce morte: “Voglio morire senza soffrire”

Dj Fabo ha deciso di farla finita e per questo motivo ha già raggiunto la Svizzera dove ha già avviato l’iter per il suicidio assistito. Da oltre tre anni Fabiano Antoniani vive in una situazione davvero drammatica e adesso vuole solo morire, come ha detto lui stesso nell’appello al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dunque per questo motivo è andato in Svizzera dove sostenuto dalla fidanzata e dall‘Associazione Luca Coscioni ha avviato l’iter per il suicidio assistito. La vita di Fabiano venne stravolta lo scorso 13 giugno 2014 quando rimase vittima di un terribile incidente stradale; Fabiano si trovava in auto nella notte del 13 giugno 2014 quando rimase vittima di un terribile incidente, era di ritorno da un locale del dj set milanese per chinarsi a raccogliere il cellulare che gli era sfuggito di mano sbandò e la sua vettura impattò contro un’altra che procedeva sulla corsia d’emergenza.

Nell’incidente, Fabiano fu sbalzato fuori dall’abitacolo e da lì ebbe inizio il suo calvario, perché il giovane rimaste cieco e tetraplegico e costretto a rimanere per sempre intrappolato in quella notte. Da tempo Fabiano ha deciso di volerla fare finita e per questo motivo nella giornata di ieri è giunto in Svizzera accompagnato dalla fidanzata e dall’esponente dei Radicali Marco Cappato, il quale in un post sul suo profilo Facebook: “Fabo mi ha chiesto di accompagnarlo in Svizzera.Ho detto si.#FaboLibero – in Svizzera”. Fabo, ha riferito Filomena Gallo dell’Associazione ‘Luca Coscioni’,  “si sta sottoponendo alle visite mediche previste dai protocolli. Tuttavia potrebbe ancora cambiare idea”. Proprio nei giorni scorsi Dj Fabo ha lanciato il suo ultimo appello nel quale si legge:“È veramente una vergogna che nessuno dei parlamentari abbia il coraggio di mettere la faccia per una legge che è dedicata alle persone che soffrono, e non possono morire a casa propria, e che devono andare negli altri Paesi per godere di una legge che potrebbe esserci anche in Italia. Schiavi di uno Stato che ci costringe ad andare all’estero per liberarci da una tortura insopportabile e infinita”.

Dj Fabo si era anche rivolto all’Associazione Luca Coscioni per arrivare al cuore della politica e proprio per questo motivo, come già anticipato, lo scorso mese di gennaio aveva lanciato un appello al Presidente della Repubblica Mattarella per chiedergli di sbloccare lo stato di impasse voluto dai parlamentari, purtroppo senza ottenere alcun risultato. La storia di Dj Fabo, è stata resa pubblica nel tempo da alcune trasmissioni televisive che si sono occupate di lui, come Le Iene che gli hanno dedicato un servizio, su Twitter poi esiste un hashtag collegato al suo nome, il suo profilo Facebook è seguito da più di mille persone. “Vorrei poter scegliere di morire senza soffrire”, aveva detto Dj Fabo che proprio in queste ore si sta preparando a morire.

Che cosa si intende per eutanasia? Il termine “eutanasia” deriva dal greco: eu=buono, e thanatos=morte. Interpretato letteralmente quindi, esso significa: “buona morte”. Nel significato corrente, il termine si è evoluto fino a designare l’atto con cui si aiuta a concludere la vita di un’altra persona, affetta da un male incurabile, allo scopo di evitarle inutili sofferenze. L’eutanasia, quindi, costituisce una forma di “suicidio assistito” praticabile consensualmente, su persone che, pur desiderandolo, non siano più in grado di “suicidarsi” da sole.

Già ai tempi di Platone esisteva la così detta “eugenia”, la soppressione di persone portatrici di handicap, al fine di purificare la stirpe, e tale pratica sembra fosse realmente seguita nel mondo Greco, nell’antica Sparta. Agli inizi dell’era moderna il medico e filosofo inglese Francesco Bacone scriveva ancora che era altamente desiderabile che i medici imparassero “l’arte di aiutare gli agonizzanti a uscire da questo mondo con più dolcezza e serenità”. Ma successivamente nella Germania nazista vi fu anche chi teorizzò e praticò la selezione sistematica degli individui deboli, al fine di realizzare un folle progetto di selezione razziale.

Tuttavia, quello che è specifico della nostra epoca è il profondo mutamento che le condizioni del morire hanno subito a causa del progresso della medicina. Oggi la medicina è in grado di controllare le funzioni dei più importanti organi vitali e quindi di tenere in vita un malato per periodi molto lunghi. La sopravvivenza può dunque sospingersi fino al punto in cui si può ragionevolmente affermare che non stiamo più prolungando la vita, ma stiamo solo procrastinando inutilmente la morte. E tuttavia, questa stessa medicina che può dare la “dolce morte” ha ancora davanti a sé la sfida di dover sconfiggere numerose malattie, come il cancro e l’Aids. Di fronte al problema etico dell’eutanasia, troviamo quindi una cultura scientifica che, dal punto di vista tecniche di cui dispone, appare talora ricca di potenzialità e di speranze, talaltra ancora troppo impotente. Da questa drammatica contraddizione nasce il dibattito etico sull’eutanasia.

Negli ultimi anni il problema sollevato dall’eutanasia ha ricevuto un grande interesse mediatico, ed è tuttora oggetto di vivaci discussioni, sia da parte dei soggetti politici e religiosi che nell’ambito del mondo scientifico. Infatti, i progressi raggiunti ormai dalle tecnologie mediche, pur non riuscendo ancora a curare tutte le malattie conosciute, consentono tuttavia di prolungare artificialmente la vita delle persone che ne siano affette. Il problema è che, posticipando il momento della morte naturale, spesso l’uso di queste tecniche sortisce l’effetto di procurare solo nuove sofferenze ai malati, anche quando essi non hanno più alcuna speranza di guarigione. Di fronte a questa prospettiva, da un punto di vista laico ci si è chiesti se, in tali circostanze, non sia invece doveroso aiutare il malato a concludere dignitosamente la propria esistenza, risparmiandogli perciò inutili sofferenze. Questo è dunque lo scopo dell’ eutanasia.

Tuttavia, concretamente, cioè a seconda della condizione clinica del paziente e della volontà del medico, essa può venire praticata in due forme:
a) Eutanasia passiva: essa presuppone la continuità della terapia del dolore, e contemporaneamente nella sospensione di tutte le terapie e degli strumenti che servono a mantenere in vita artificialmente un malato terminale, in modo da non impedire o da favorire un più rapido soprag- giungimento della morte naturale.
b) Eutanasia attiva: che invece si verifica quando vengono compiuti atti medici (somministrazione di farmaci) preordinati a procurare la morte, in tutti i casi in cui la semplice sospensione delle terapie non sarebbe in sé sufficiente a determinarla.

E’ comprensibile che un tema così delicato alimenti continuamente molteplici dubbi etici. Più in particolare, quando si parla di interferire con mezzi scientifici sulla vita umana, le autorità religiose sono generalmente caute e spesso ostili. Vediamo di spiegare le loro ragioni:

Da un punto di vista religioso, e in particolar modo dal punto di vista della religione cattolica, la vita è un dono di Dio. L’uomo pertanto, non potrebbe disporre della propria vita, né di quella altrui, nel senso che, se essa è un dono divino, solo a Dio spetta scegliere se, quando e come farla cessare.

Ma è appunto sul “se” sul “quando” e sul “come” che si apre la polemica con il punto di vista laico. Le religioni, e non solo quella cattolica, aggiungono anzi che la stessa sofferenza non sia inutile. Essa, toccando la persona nel corpo, rappresenta infatti un’occasione per purificare lo spirito in attesa del trapasso. Ha quindi una funzione “catartica” (o purificatrice). Pertanto, ogni atto umano inteso a porre fine alla vita, è doppiamente ingiusto e condannabile, in primo luogo perché, disponendo della vita, che è dono di Dio, esso contrasta la sua volontà, e la sua autorità, arrivando anzi a metterne in discussione l’esistenza; in secondo luogo perché, interrompendo la purificazione procurata dal dolore, interferisce col disegno divino di redenzione delle anime.

In sintesi, mentre dal punto di vista religioso si tende a difendere a tutti i costi la vita, e quindi a dare un senso alla morte, dal punto di vista laico si tende a difendere a tutti i costi la qualità della vita, anche a costo di procurare la morte.

In concreto, però, sempre dal punto di vista religioso si tende a ritenere che il dolore, oltre a costituire una forma di purificazione per chi che ne è affetto, costituisca anche una prova per coloro che lo assistono. E’ comprensibile che, tanto i medici, quanto i prossimi congiunti di un paziente, tendano a fare, anche nel rispetto dei propri valori religiosi, tutto quanto è possibile per lenire le sofferenze dei malati terminali. Pertanto, di massima, ferma restando l’opinione circa il valore spirituale della sofferenza fisica, la Chiesa cattolica e le altre religioni non si oppongono tuttavia alla ricerca e alla somministrazione di cure palliative idonee a migliorare la qualità della vita del paziente in agonia, fino ad evitare che egli precipiti in una disperazione tale da fargli desiderare o invocare la morte.

Ma in concreto, qual è la posizione assunta dall’opinione pubblica e dalla classe politica sul tema? E come queste posizioni si riflettono sulle soluzioni legislative?

Sia l’opinione pubblica che la classe politica sono divise sul tema dell’eutanasia. La parte più sensibile ai valori religiosi è ovviamente contraria, ma quella che assume il punto di vista laico, proprio attraverso la difesa della “buona morte”, cerca di far prevalere, all’interno dell’ordinamento di uno Stato laico, il valore giuridico della dignità della vita.
In ogni Stato quindi, il legislatore deve trovare una ragionevole mediazione tra queste opposte sensibilità. Le soluzioni adottate nei vari ordinamenti sono tuttavia diverse, perché nell’opinione pubblica dei vari Paesi l’influenza dei valori laici e dei principi religiosi sull’opinione pubblica può essere differente.

Così, su un problema che in realtà riguarda l’umanità intera, da caso a caso, i cittadini dei singoli Stati beneficiano, in concreto, di uno statuto giuridico molto diverso.
a) Negli Stati Uniti la destra religiosa si è sempre opposta alla legittimazione dell’eutanasia; chiamata a decidere sulla questione dopo numerosi e controversi casi, la Corte Suprema Federale ha sancito il diritto di ciascuno Stato di legiferare autonomamente in materia: finora, però, solo l’Oregon ha deciso per la legalità dell’eutanasia.

b) In Olanda invece, dopo un travagliato dibattivo l’eutanasia è legale dal 2002
c) Nel resto d’Europa la dottrina penalistica è concorde nel ritenere che sia sempre illecita l’eutanasia attiva, benché consensuale, mentre tende a giustificare l’eutanasia passiva, quando vi sia il consenso del paziente. In sostanza, la migliore soluzione giuridica che si è finora trovata al problema è quella di evitare l’accanimento terapeutico, garantendo al tempo stesso l’obiezione di coscienza a quei medici che, per le loro convinzioni religiose, si rifiutino di assumersi la responsabilità di interrompere le terapie. In Italia, da un punto di vista privatistico, a norma dell’art. 5 cod. civ. sono vietati gli atti di disposizione del proprio corpo “quando cagionino una diminuzione permanente dell’integrità fisica, o quando siano altrimenti contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume.

Il codice civile del 1942, quindi, senza vietare in maniera assoluta gli atti di disposizione del proprio corpo, fa tuttavia rinvio alla legislazione speciale per determinare, concretamente, e in quali casi, essi siano ammissibili. Il limite della loro ammissibilità deve tuttavia confrontarsi con i valori introdotti dalla Costituzione repubblicana nel 1948, valori rispetto ai quali centrale è la dignità della vita e il rispetto della libertà di coscienza. Per il diritto penale l’eutanasia rappresenta ancora i reati di omicidio volontario (articolo 575 c.p.) o di omicidio del consenziente nel caso si riesca a dimostrare il consenso del malato; le pene, previste dall’articolo 579 del codice penale, vanno dai sei ai quindici anni di reclusione. Anche il suicidio assistito è considerato un reato, ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, mentre, fatta salva l’obiezione di coscienza che può essere sollevata dal singolo medico, devono ritenersi giuridicamente leciti sia la pratica dei trattamenti medico-palliativi finalizzati al mero lenimento del dolore, sia il rifiuto di sottoporre il paziente a forme di accanimento terapeutico.Infatti, l’art. 32 Cost., nel sancire un diritto alla salute, precisa che sono vietati i trattamenti sanitari obbligatori, e questo divieto si è spesso inteso come un diritto individuale a non curarsi, cioè a lasciarsi morire, o quantomeno a sottrarsi a forme di accanimento terapeutico. Il tutto, però, deve aver luogo nel rispetto della volontà del paziente (consenso informato), e, se questi non è più in grado di esprimersi scientemente, nel rispetto della volontà dei prossimi congiunti. E’ però da dire che, civilisticamente, ciascun soggetto può altresì formulare un testamento biologico, fornendo ai medici indicazioni sui trattamenti a cui desidera essere sottoposto nel caso si trovi privo di coscienza, in situazioni di irreversibile infermità.

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