mercoledì , 17 gennaio 2018

Dj Fabo è morto circondato dall’amore della famiglia. Il radicale Cappato: “Suicidio assistito per altri due in Svizzera”

Un altro esilio della morte. In Svizzera, come Dj Fabo. Gianni Trez è morto ieri, nella stessa struttura dell’associazione “Dignitas”, poco distante da Zurigo, dove lunedì si è addormentato per sempre Fabiano Antoniani. Il pensionato veneto della Telecom ha scelto di dire addio alla sua famiglia che gli è stata accanto fino all’ultimo istante: la moglie Emanuela e la figlia Marta gli hanno stretto le mani, lui si è lasciato andare. Sereno, anche mentre il liquido letale scivolava lungo il tubicino del sondino.

E così, alle 11 di ieri mattina, ha deciso di firmare l’armistizio con la morte per non darla vinta a quel cancro che, giorno dopo giorno, da due anni lo stava consumando. Un calvario, quello di Giovanni, iniziato con la scoperta della malattia e una prima operazione. Sembrava tutto risolto, invece è arrivata una raggelante ricaduta. Poi un’altra operazione e nuove cure. Ma sempre più spesso erano i dolori lancianti e la sofferenza atroce ad avere la meglio. «Ha iniziato a preparare le carte, ha fatto un primo colloquio da solo e non ha mai avuto dubbi, noi non lo abbiamo minimamente influenzato. So che è difficile crederlo ma era tranquillo, diceva sempre che per lui è stato più facile morire che vivere soffrendo e senza dignità» ha spiegato la moglie Emanuela all’ Ansa. Ha aggiunto: «In queste strutture arrivano tanti italiani, due settimane fa è venuto anche il nonno di una conoscente. Noi siamo in ballo da mesi. È impensabile che chi vive queste situazioni, oltre alla sofferenza, debba avere l’incombenza di organizzare questi viaggi. Mio marito voleva morire in Italia». Li ha definiti «pellegrinaggi crudeli» perché costringono le persone a dover andare Inori di casa e ha specificato: «Sono arrabbiata perché nel nostro Paese non si può decidere come morire nonostante ci sia una legge ferma in Parlamento da anni».

La storia di Gianni, come quella di Dj Fabo, scuote le coscienze e divide l’opinione pubblica. E a proposito di Fabiano, oggi dovrebbe essere cremato a Zurigo. Poi la famiglia deciderà cosa fare. Nel frattempo l’uomo che lo ha accompagnato in Svizzera, l’esponente radicale Marco Cappato, si è autodenunciato ai Carabinieri. «Ho raccontato quello che ho fatto. Ho inoltre precisato che stiamo aiutando altre persone.

Due hanno già ottenuto il “semaforo verde’ e hanno già un appuntamento in Svizzera» ha spiegato il tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, che ha specificato: «Le aiuteremo materialmente ed economicamente». Il radicale ha poi fatto mettere a verbale che «insieme a Mina Welby e Gustavo Fraticelli abbiamo assistito in questi anni un centinaio di persone, fornendo informazioni e aiuto». Ha detto ancora commosso Cappato: «Continueremo a farlo finché non saremo fermati, perché allora lo Stato dovrà assumersi le sue responsabilità.

Ora ha due strade: far finta di nulla oppure incriminarmi, e io spero che lo faccia». A questo punto il verbale dell’autodenuncia dovrebbe essere nelle mani del pm Tiziana Siciliano, responsabile del pool “ambiente, salute e lavoro”. Ha concluso Cappato: «Se ci sarà l’occasione di difendere davanti a un giudice quello che ho fatto, lo farò in nome di principi costituzionali e libertà fondamentali, che sono più forti di un codice penale scritto in epoca fascista e dove ancora non si fa differenza tra l’aiuto a un malato che vuole interrompere una sofferenza e sbarazzarsi di una persona di cui ci si vuole liberare».

Il Paese discute, si schiera. Chi sembra avere ancora molta paura è invece la politica. Il premier Paolo Gentiloni, ieri a Milano, ha rilasciato una tiepida dichiarazione: «Mi sento colpito dalla vicenda come tutti i nostri concittadini. Il governo guarda con rispetto al confronto parlamentare che c’è e che credo sia doveroso. La legge su cui la Camera è chiamata a pronunciarsi, però, riguarda il testamento biologico, e non l’eutanasia». Gli fa eco il ministro della Salute Beatrice Lorenzin: «Esprimo solidarietà umana alla fidanzata e alla famiglia, c’è una normativa in Parlamento, che sta lavorando in modo sobrio. Il governo non interverrà». Non sia mai. Da Palazzo Chigi, insomma, ci si atteggia a Ponzio Pilato. Condanna senza appello è quella che arriva invece dalla Santa Sede, che definisce la vicenda di Dj Fabo una «sconfitta per la società». La vita è un dono di Dio. Per chi ci crede.

IL “TESTAMENTO” DI FABO

Io, Fabiano Antoniani, Dj Fabo, nato a Milano il 9 febbraio 1977, all’età di sette anni frequento la scuola di musica per imparare a suonare la chitarra. Visto il talento, i miei genitori mi costringono a frequentare il Conservatorio di Milano, ma a causa del mio comportamento ribelle vengo espulso.
*****
Appena diplomato da geometra inizio a lavorare per svariate aziende. Per otto anni lavoro con la mia seconda passione, il moto cross, mi occupo del reparto commerciale del team supermotard Daverio e contemporaneamente lo pratico come sport. Ma nel 2009, a causa di un incidente durante una gara, sono costretto ad abbandonare il mondo del motocross. *****
Mi trasferisco nei periodi estivi ad Ibiza per un periodo di studi in cui ricomincio a lavorare con la musica più moderna. Subito mi rendo conto che il mio posto è dietro la consolle! In poco tempo inizio a suonare un po’ ovunque. *****
Inizio ad avere un nome e successo, mi cercano spesso per suonare nei locali più importanti. Ma in uno dei rientri in Italia, dopo aver suonato una sera in un locale di Milano, tornando a casa, un rovinoso incidente mi spezza i sogni e la mia vita. *****
Preferisco stare solo ora, che non poter vivere come prima. Vivo a casa di mia madre a Milano con una persona che ci aiuta e la mia fidanzata che passa più tempo possibile con me. Mi portano fuori, ma spesso non ne ho voglia. Le mie giornate sono intrise di sofferenza e disperazione non trovando più il senso della mia vita ora. Fermamente deciso, trovo più dignitoso e coerente, per la persona che sono, terminare questa mia agonia. Fabiano Antoniani

“Fabo è morto alle 11.40.Ha scelto di andarsene rispettando le regole di un Paese che non è il suo”, con queste parole Marco Cappato dell’Associazione Luca Coscioni ha annunciato la morte di Fabo. “Ha morso un pulsante per attivare l’immissione del farmaco letale: era molto in ansia perché temeva, non vedendo il pulsante essendo cieco, di non riuscirci. Poi però ha anche scherzato”, ha raccontato Cappato che ha anche annunciato che al suo rientro in Italia nella giornata di oggi andrà ad autodenunciarsi dando conto dei suoi atti ed assumendosi tutte le responsabilità. Ha lasciato questa terra Fabiano Antoniani, 39enne di Milano noto come Dj Fabo diventato purtroppo cieco e tetraplegico in seguto ad un grave incidente stradale, il quale da tempo aveva annunciato la sua volontà di volerla fare finita e per questo motivo aveva anche lanciato nei mesi scorsi un appello al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Nei giorni scorsi Dj Fabo si era recato in Svizzera accompagnato dalla mamma e dalla fidanzata e da alcuni suoi amici tra cui Marco Cappato, per iniziare il suo percorso verso la morte. Gli ultimi momenti della sua vita sono stati raccontati nella giornata di ieri da Cappato il quale ha spiegato che Fabo ha morso un pulsante per attivare l’immissione del farmaco letale. “Era molto in ansia perchè tremava, non vedendo il pulsante essendo cieco, di non riuscirci. Poi però ha anche scherzato”, ha aggiunto Cappato. “Sono finalmente arrivato in Svizzera e ci sono arrivato, purtroppo, con le mie forze e non con l’aiuto del mio Stato. Volevo ringraziare una persona che ha potuto sollevarmi da questo inferno di dolore, di dolore, di dolore. Questa persona si chiama Marco Cappato e lo ringrazierò fino alla morte. Grazie Marco. Grazie mille”, era stato il suo ultimo messaggio arrivato via Twitter, attraverso l’associazione Coscioni.

Un uomo circondato dall’amore della famiglia e della fidanzata, degli amici sempre presenti che non lo hanno mai lasciato da solo, ma purtroppo non riusciva più a vivere in quelle condizioni.La decisione di farla finita è arrivata dopo il grave incidente che l’estate del 2014 lo aveva reso cieco e tetraplegico; da quel momento Fabo ha avuto la certezza di dover vivere in una condizione irreversibile e che la sua vita poteva essere soltanto quella di un uomo con la mente lucida ma prigioniero del suo corpo. Una battaglia durata anni, quella di Fabiano Antoniani in arte conosciuto come Dj Fabo, che ha dovuto fare i conti anche con la politica per regolamentare l’eutanasia e permettere a ciascun individuo di essere libero di scegliere.  Le ultime parole di Fabo sono state comunque di gioia: “Ci ha detto che si sentiva finalmente libero, e ci era arrivato con le sue forze, con la sua tenacia, la sua dignità”.

«Io volere morire»: così ha detto Fabiano Antoniani. Ed è morto. Alle 11 e40 di ieri, per sua volontà. Ribadita con forza, senza alcun dubbio o esitazione. Se n’è andato in silenzio, in una casetta di legno con delle larghe finestre bianche, dov’era arrivato sabato scorso. Intorno a lui distese di prati verdi, un ruscello artificiale su un letto di rocce color ebano. «Con la bocca ha azionato il pulsante che ha permesso l’immissione del farmaco letale. Pochi minuti e si è addormentato. Poi, è morto» ci ha raccontato Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni e leader radicale, che era lì con lui. Su quello che accadrà ora vige assoluto riserbo: nel momento in cui scriviamo la famiglia non ha ancora reso noto nulla in merito al funerale.

Paolo Berta, tetraplegico dal 1980 dopo un tuffo in mare «Anch’io, paralizzato, avevo deciso di morire. Ma ci ho ripensato»

Un tuffo gli ha cambiato la vita. Giovane, sportivo, pieno di amici: Paolo Berta aveva 24 anni quando in pochi secondi è successo l’irreparabile. «Ho staccato i piedi da terra nel punto giusto, mi sono piegato in avanti, ho fatto tutto bene come al solito, ma mi sono giocato la vita». Forse la bassa marea o l’intervallo tra due onde calcolato male, fatto sta che il ragazzo ha battuto la testa e si è rotto l’osso del collo. «Sono rimasto paralizzato subito, sentivo solo un male feroce sotto la nuca, ma il resto del corpo era morto». Tetraplagia, fu il responso. «All’inizio volevo morire, non credevo che mi fosse successa una cosa simile.

Avevo dolori indicibili. Ricordo ancora la prima operazione: mi hanno fatto due buchi nel cranio per inserire dei tasselli d’acciaio e appendere alla testa due pesi da dieci chili. Servivano per tenermi in trazione il collo, ma era una sofferenza senza fine».

Berta spiega con lucidità ogni dettaglio nel libro appena scritto, insieme a Edoardo Angelino, “Un tuffo nella vita”. Racconta anche che, una volta a Paolo Berta presiede Idea Onlus
casa, dopo 13 mesi di pellegrinaggio in vari ospedali italiani e stranieri, il desiderio di farla finita era costante. «Quando ho capito che non avrei mai più potuto fare niente da solo, ho chiesto a un medico di aiutarmi a morire. Non volle. Allora studiai il modo di farmi investire dalle auto. Quando si è disperati ci sono solo due cose: o si fa male a se stessi, o si fa male agli altri».

Dj Fabo era disperato e ha voluto porre fine al suo dolore. «Se la vita è un dono ciascuno è libero di fare di quel dono ciò che vuole», dice Berta, che racconta del suo vicino diletto all’ospedale, Roberto, che si è lasciato morire. «Provate voi a stare fermi, attaccati a un respiratore e Dj Fabo non poteva neanche vedere. Ognuno deve essere libero di decidere della propria esistenza». La perdita di un amico ha cambiato il corso delle cose per Berta. «Ho deciso che dovevo uccidere il vecchio Paolo e costruire, nei limiti della mia condizione, una nuova persona. Mi sono reinventato». Al servizio degli atri. Di chi, come lui, è costretto su un carrozzina, ma non si arrende. Berta da vent’anni è presidente dell’associazione Idea, che si occupa di disabili, è consigliere ad Alessandria delegato perle politiche sociali.

Si è aperta la cataratta, e la voglia di morire cattura implacabile non sappiamo se gli italiani, ma di certo i notiziari, le comunicazioni dei social, e infine anche noi, che non siamo immuni dal contagio delle emozioni. Pare che non si aspettasse altro che un segnale, e la voce scarnificata di Fabiano Antoniani ha avuto la forza di far saltare la resistenza alla voglia di andarsene, possibilmente verso il nulla, verso lo zero di dolore (ma anche lo zero di vita), una schiera di morituri che ci salutano partendo verso la clinica di Zurigo.

Il versetto dell’inno “Fratelli d’Italia” di Goffredo Mameli è perfetto per glorificare la faccenda: «Siam pronti alla morte». Con un aggiustamento, però: non l’Italia ma la Svizzera «chiamò». E questo è il problema sollevato da questa rincorsa al beverone mortale. Ho scritto «rincorsa», e si pensa a una schiera di candidati suicidi, ma in realtà essa è più simbolica e mediaticamente appetita che numericamente sostanziosa. Essa però ha una potenza fragorosa e accende la luce su un’Italia politica e parlamentare che non sa che pesci pigliare e tira in lungo. Non per pigrizia, non è questo, almeno si spera, ma per una frattura insanabile tra punti di vista che non sanno trovare punti di mediazione in principi che entrambe le parti ritengono non negoziabili. Chi ritiene un diritto scegliere di morire non accetta annacquamenti, perché ciò che è fondamentale non si può illanguidire. D’altra parte, chi sostiene insuperabile il comandamento “non uccidere” non vuole deflettere.

La via scelta del radicale Marco Cappato è – consapevole che la politica sotto elezioni non rischia di alienarsi una tra le due posizioni – di spingere la magistratura a surrogare la politica. Si è autodenunciato per violazione della legge che punisce chi aiuta il suicida. Il procuratore di Milano, Francesco Greco, non si tira indietro. Dice che valuterà. E però indica come stella polare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. E qui è chiaro come il sole che di certo c’è un punto, un comma, che spiana la strada verso il suicidio assistito. Persino l’aborto grazie alla Corte di Strasburgo è diventato non solo legalizzabile, ma addirittura un diritto universale in nome della salute e della libertà della donna.

Comunque sia, tocchi alla politica o sia essa surrogata dalla magistratura, il semaforo verde per questa pratica di pietà (ma è pietà vera?) o di diritto (ma è diritto vero?) in Italia tarda senz’altro. Pateticamente Paolo Gentiloni afferma che è «doveroso il confronto parlamentare». Ma sa bene che oggi non ne uscirebbe nulla. E sarebbe un ben strano confronto tra il leone dei mass media, al 95 per cento a taglia unica, e il piccolo gruppo di oppositori i quali saranno trattati, per ben che vada, come dei matti fuori del tempo, ma più probabilmente come torturatori di disgraziati.

E non sarebbe una bella sfida, sarebbe un referendum alla Barabba. Risultato praticamente certo: impasse. Allora, via verso il cantone elvetico della buona morte, che in realtà è sempre livida, e nessuno, neanche i truccatori di Hollywood, possono cambiare il suo colore profondo. Così ora c’è una catena di persone ferite dalla disperazione che si sta iscrivendo a questo pellegrinaggio verso il Santuario di Madonna Morte. L’offerta per il sacrifìcio di se stessi sull’altare della dipartita è di circa diecimila euro, anche se il valore della fiala di barbiturico che procura il sonno eterno è di 60 euro. Del resto, l’apparato medico e quello scenico hanno la loro importanza, e il decoro peraltro assolutamente asettico, come dev’essere per forza in Svizzera che sopporta anzi supporta la morte purché sia batteriologicamente pura, ha il suo prezzo in moneta forte, anche nei momenti estremi.

E ci si domanda perché, già che la vita è molto cara, dev’essere un lusso anche morire. Farlo in casa, con decoro, sarebbe un risparmio di fatiche, dolore ulteriore e anche di denaro.
La domanda di molti è se per caso quando una cosa diventi lecita, facile e a poco prezzo, al di là del dilemma etico, non diventi alla fine una via d’uscita comoda per uno Stato a cui la cura di malati terminali o di pazienti cronici costa un sacco di soldi, e ai familiari molta pena; così da spingere neppure troppo inconsciamente il malato a togliere il proprio peso dalle
spalle della collettività e dei propri cari. Comunque, la vicenda di Fabiano incide nella vita comune. E l’emulazione, quella che gli americani chiamano pull-effect, è un fenomeno palpabile. Forse ad essere osservati morire dal mondo ci si sente meno soli, e la pubblicità a questo gesto colma il bisogno di dare un senso alla desolazione di quella cameretta e di quel pulsante che Fabiano, detto dj Fabo, ha fatto funzionare con un morso. Oggi la ribalta luminosa su questa oscurità che è la morte, comunque la si orpelli, tocca a un veneto di 53 anni, un signore prostrato da un cancro. La moglie se la prende anch’essa con lo Stato, che non soccorre, e al Parlamento che non legifera.

Altri usciranno allo scoperto, attratti dalla calamita di un’attenzione pubblica prima girata da un’altra parte. Da che parte era girata? Verso i matrimoni o unioni gay. Sembrava esistessero solo quelli. L’Italia era bloccata lì. Una volta aperta la strada a queste famiglie omosessuali benedette dallo Stato, le celebrazioni sono state poco più di 900. Che su una popolazione di 60 milioni di italiani si dimostrano essere una iper-minoranza, la cui potenza mediatica è inversamente proporzionale alla consistenza numerica.

Vale lo stesso per il suicidio assistito? Le cifre fornite da “Dignitas”, l’associazione svizzera che ha come propaggine la omonima clinica zurighese, sono queste: in un anno ha “accompagnato alla morte” 195 candidati provenienti dall’estero. 73 tedeschi, 47 inglesi, 30 francesi, 9 americani, 5 canadesi, 5 israeliani, 5 austriaci. Il numero di italiani non compare, forse per evitare grane agli accompagnatori. Di certo gli affiliati italiani, pronti a servirsi di questa possibilità, risultano 392. Esattamente lo 0,000065 per cento degli italiani. Numero basso, ma significato alto. La sofferenza ha un significato, o è oro buttato nei tombini? O anche questa è una domanda inutile? Eppure la vita di queste domande è fatta.

Una dolce morte, quella di dj Fabo. In esilio, però. I suoi occhi si sono chiusi per sempre in Svizzera, in una struttura Dignitas a pochi chilometri da Zurigo. «Ci sono arrivato con le mie forze e non con l’aiuto dello Stato» aveva specificato una volta arrivato Oltralpe. Prima dell’addio, «Fabo ha scherzato insieme ai parenti e agli amici accorsi per salutarlo, ha mangiato uno yogurt svizzero che ha trovato buonissimo» ci ha spiegato ancora Cappato, che ha aggiunto: «Fabiano ha anche ironizzato sul fatto che se l’assistenza medica alla morte volontaria non fosse andata a buon fine, almeno aveva mangiato una cosa squisita». Era preoccupato infatti di non riuscire a mordere il telecomando nel punto giusto perché non lo vedeva. Non è andata così. Ha fatto quello che voleva fare.

Ma qualche istante prima ha chiesto alle persone che più amava: «Mettete sempre la cintura di sicurezza, non potete farmfavore più grande». Il riferimento è all’incidente in macchina che lo ha ridotto tetraplegico e cieco, quel maledetto 13 giugno 2014. Poi ha parlato un po’ con la fidanzata Valeria, che non lo ha mai lasciato solo in questa coraggiosa battaglia. Infine, ha detto grazie anche Marco Cappato. «Volevo ringraziare la persona che ha potuto sollevarmi da questo inferno di dolore, di dolore, di dolore. Questa persona si chiama Marco Cappato e lo ringrazierò fino alla morte. Grazie Marco. Grazie mille».

È stato proprio l’esponente radicale a portarlo fino in Svizzera guidando il Van grigio, complice del suo ultimo viaggio. Sempre Cappato, pochi minuti dopo l’addio alla vita del ragazzo, ha scritto su Twitter: «Fabo è morto alle 11.40. Ha scelto di andarsene rispettando le regole di un Paese che non è il suo».

E mentre l’Italia dei palazzi sta a guardare, tanti italiani si schierano dalla parte del radicale, dicenodosi pronti a giocare questa partita con la casacca della sua squadra. C’è chi gli scrive sui social «Guai a chi ti tocca», perché il 45enne rischia fino a 12 anni di carcere. All’articolo 580 del codice penale italiano si legge infatti: «Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni».

Nonostante tutto, Cappato non si è mai preoccupato delle conseguenze del suo gesto. Ha scelto di aiutare Fabo e lo ha fatto fino in fondo. «Oggi andrò ad autodenunciarmi» ci ha spiegato, e ha aggiunto: «Non ho paura di cosa succederà». Non ha avuto paura neppure dj Fabo di mostrare la sua condizione. Ha chiesto più volte pubblicamente aiuto per chi, come lui, vive il dolore quotidianamente. Giusto? Sbagliato? Di fronte a gesti così umani le battaglie ideologiche forse non sono utili. Fabiano ha scelto di andare in Paradiso «per fare una festa e gran casino», aveva detto. Ci credeva, forse, in quel giardino dell’Eden. Con questa certezza è partito per il suo viaggio senza ritorno. Quel viaggio che è anche verso la tutela della libertà di scelta di ciascun individuo.

Fabiano Antoniani se ne è andato come desiderava, essendo la sua vita ridotta allo stato vegetativo e quindi per lui insopportabile. Per morire si è dovuto recare in Svizzera assistito da amici e medici. In Italia si può crepare solo se non vuoi. Se invece vuoi, non puoi.
La discussione sull’eutanasia è inutile perché chi partecipa al dibattito non usa argomenti razionali, ma ricorre all’arte della retorica: quella della sacralità della vita e quella della libertà individuale. Due modi di ragionare che non si incontreranno mai e non produrranno un compromesso accettabile. In effetti le leggi che dovrebbero regolare la materia giacciono in Parlamento e nessuno osa toglierle dal cassetto, anzi dalla cassa mortuaria.

Cosicché chissà per quanti anni ancora saremo costretti a polemizzare invano: da una parte i cattolici che pretendono di trasferire le proprie idee anche a chi ne ha di opposte, comunque diverse; dall’altra i laici che chiedono, con petulanza, una cosa: aiutare chi non ne può più a non esserci più, senza entrare nel merito. Personalmente non credo nell’aldilà e neppure nell’aldi quà, dove però sono costretto a stare per mancanza di alternative. Dico soltanto che non si possono confondere casi estremi, quale quello di Fabiano, con casi di ordinaria sofferenza.

Aprire alla eutanasia comporterebbe il rischio di una strumentalizzazione della pratica allo scopo di eliminare persone inutili alla società oltre che a se stesse; ma vietarla a tutti sarebbe una forma di dittatura intollerabile, se si considera – anche sul piano della fede – che il libero arbitrio è stato legittimato perfl- no da Dio e sarebbe un atto di presunzione degli uomini se volessero negarlo ai loro simili. Sono pertanto padrone di scegliere l’inferno e di realizzare il mio progetto con la collaborazione di altri aspiranti dannati quanto me. Dov’è il problema etico? Se una persona ha facoltà di decidere della propria esistenza, deve essere posto in condizione anche di decidere come e quando morire, specialmente se ha dei motivi validi a livello logico. Insomma, smettiamola di imporre la nostra volontà agli altri e rassegniamoci a constatare che ciascuno ha il diritto di optare se rimanere qua a ogni costo oppure di emigrare all’altro mondo senza buttarsi dal quinto piano.

Dare una mano a Fabiano a evitare tanto dolore non è una riedizione delle teorie hitleriane, ma un gesto di pietà, un aiuto fraterno a un giovane stanco di patire in modo disumano. Bisogna poi distinguere, sempre. Ieri il Giornale ha scritto che il disc jockey è come Eluana. Non è vero: Eluana era incosciente o incapace di comunicare, quindi era arduo interpretare il destino che ella immaginasse per sé. Mentre il ragazzo ex artista ha espresso quale fosse il proprio obiettivo compiutamente, e ha implorato affinché qualcuno collaborasse con lui a coglierlo. Due episodi che non si somigliano. Occorre discernere e non fare di ogni erba un fascio. Gli uomini e le donne non sono erbe né tantomeno erbacce.

Ha dovuto pagare per morire. Al prezzo di circa 10mila euro Fabo è riuscito a liberarsi di quella che lui definiva«non vita», uscendo dall’incubo che lo immobilizzava a letto, paralizzato dal collo in giù, senza poter muovere un dito, senza poter deglutire, senza poter urinare e defecare spontaneamente, senza poter vedere nulla se non il buio della sua notte infinita.

Ieri a Fabo è stata praticata l’eutanasia in una clinica svizzera specializzata nel trattamento del fine vita, dove è stato rigorosamente valutato ed è stata ritenuta idonea e quindi accettata la sua volontà di morire, ma soprattutto dove è stata rispettata la sua dignità di uomo. Lui, nelle scorse settimane, si era rivolto al Parlamento italiano ed al nostro presidente della Repubblica per sollecitare l’iter della legge sul testamento biologico e sulle disposizioni anticipate di trattamento, per poter legalmente rifiutare nel suo Paese l’alimentazione e l’idratazione artificiale alle quali era sottoposto da due anni e mezzo, e per poter essere sedato in attesa della fine che desiderava e che chiedeva.

Invece Fabo ha dovuto scegliere diversamente, non avendo ottenuto alcuna risposta, se non la notizia dell’ennesimo rinvio in Aula della calendarizzazione della legge, e si è fatto quindi accompagnare oltralpe per realizzare le sue ultime volontà.

A Fabo nel centro clinico elvetico è stata preparata una dose mortale di pentobarbital in una flebo che lui stesso ha dovuto aprire con la bocca ed azionare volontariamente per permettere il deflusso del liquido nelle sue vene fino al suo cuore, che si è arrestato poco dopo secondo il protocollo terapeutico attuato. Questa procedura si chiama “suicidio assistito” proprio perché è il paziente stesso che deve bere o attivare la flebo in modo autonomo, e non il medico cardiologo che non è autorizzato a sopprimere la vita, ma che comunque è presente e lo assiste con il compito di certificare l’ultimo battito cardiaco, in compagnia di un collega anestesista e rianimatore che invece ha il compito di intervenire nel caso di complicazioni o di un tardivo ripensamento del paziente stesso.

Fabo non era in coma, non era in stato vegetativo, ma era cosciente, lo è sempre stato dal giorno del suo incidente, e da due anni e mezzo non ha mai perso la capacità di ragionare, di pensare o di esprimere le sue volontà, e chiedeva con forza che venissero ascoltate. Il suo drammatico appello in video a Sergio Mattarella ha avuto milioni di visualizzazioni sul web, ed ha scosso le coscienze degli italiani, molti dei quali si sono immedesimati in quel corpo paralizzato e cieco che parlava e chiedeva aiuto, ed oltre il 50% dei connazionali si sono schierati con lui. Chi di voi d’altronde si augurerebbe di continuare a vivere in quelle condizioni? Chi di voi non vorrebbe porre fine a tanta sofferenza non finalizzata a nessun grado di miglioramento? Chi di voi non avrebbe invocato la morte?

Fabo avrebbe potuto continuare a giacere in quello stato anche per anni, essendo lui un giovane uomo con gli organi vitali sani ed esenti da patologie, ma a quale prezzo e soprattutto a quale scopo? E con quale dignità di vita? Siamo tutti bravi in questo Paese a parlare della sacralità della vita quando siamo sani, quando siamo attivi in tutte le nostre funzioni, e quando siamo chiamati a giudicare l’orrore di un suicidio. Ma la nostra vita è sacra quando è dignitosa, quando non è umiliata dalla malattia incurabile, quando non implica una sofferenza continua, quando non dipende in tutto e per tutto dagli altri, o da macchinari che la alimentano a forza, contro il destino crudele e contro la nostra volontà.

A Fabo è stata negata la sua dignità, quella di morire nel suo Paese, e gli è stato negato il rispetto della sua libertà di coscienza, che a fatica aveva conservato ed espresso dal suo letto di dolore, ma il suo grido di aiuto disperato è stato utile ariaccendere le coscienze su un argomento che ci riguarda tutti e su una legge che ormai non può essere rimandata oltre. Una legge non per morire ma per evitare l’accanimento terapeutico, per rispettare la volontà di ognuno di noi sul nostro fine vita, sulla nostra determinazione a chiedere la sospensione delle cure quando sono inutili, quando non guariscono, quando non ce la facciamo più.

Nel nostro Paese è in vigore da decennila 194, la legge sull’aborto chirurgico con la quale si auto – rizzano i medici a sopprimere la vita nascente, ad eliminare feti di tre mesi ed oltre affetti da patologie, anche se compatibili con la vita, come per esempio la sindrome di Down, allo scopo di proteggere lo stato psico-fisico della madre. In moltissimi casi, però, gli aborti vengono praticati su feti in prevalenza sani, vivi, già formati e a cuore battente, ed i ginecologi operano con la stessa finalità, quella di salvaguardare la salute della donna. Quale è la differenza tra l’induzione della morte in un bambino malato e non ancora nato e quella di una persona in vita condannata e immobilizzata in una sorte peggiore della più grave delle malattie? Quale è la differenza tra la vita nascente e la vita terminale? Non hanno ambedue i segni vitali attivi ed un cuore che batte?

Io sono un medico, e nella mia professione sono stata addestrata ed abilitata a custodire ed a proteggere la vita sempre, e l’ho fatto con convinzione in ogni situazione, a volte anche contro ogni logica. Ma oggi, qualora mi fossi trovata nella condizione di Fabo, io non avrei avuto nessun dubbio, avrei fatto la stessa sua scelta, quella di non continuare a “vivere” quella non vita, quella di interrompere un’esistenza forzata e artificiale senza dignità e soprattutto senza alcuna speranza. Anche io, come Fabo, ieri avrei cercato in ogni modo l’aiuto per una nuova alba.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *