Domenico Diele resta in carcere, per i domiciliari non ci sono braccialetti disponibili

Sconterà la pena ai domiciliari con il braccialetto elettronico nella sua casa a Roma. A dare notizia della decisione del gip è stata l’avvocato Viviana Straccia del foro di Roma, la quale stamattina ha assunto l’incarico subentrando all’avvocato d’ufficio Monica Salerno. Diele sarà ai domiciliari nella sua casa di Roma.

Le prime dichiarazioni di dell’attore arrivano tramite il consigliere regionale Francesco Emilio Borrelli:Sono colpevole, urlerò la mia colpevolezza con tutte le forze”. Non ho scuse, ho sbagliato e devo pagare.

“Devo pagare quello che decideranno i giudici”, ripete Diele, “e se servisse a qualcosa pagherei di tasca mia anche qualunque cosa alla famiglia. In televisione si parla di me come un assassino drogato: non è così”, ha ribadito. Quando si è reso conto di aver sbalzato in aria uno scooter e di aver causato un incidente, Domenico Diele era totalmente disperato. “Cosa ho combinato. ero al telefono, ero al telefono. mi sono distratto soltanto un momento. non mi sono accorto di nulla”. “Non sappiamo niente”, ha detto la mamma che aveva raggiunto il carcere con un borsone contenente vestiti da consegnare la figlio.

Fuori dal carcere di Fuorni, a Salerno, i genitori del giovane. L’attore è stato portato in ospedale per gli accertamenti di rito, la patente era stata sospesa e non poteva guidare. Volto emergente del cinema e della fiction, ha recitato in diversi film, tra cui “Acab”, e in serie di successo, come “DonMatteo“, oltre che nell’ultima serie di Intrepment con Castellitto in cui faceva la parte di un prete.

Quando è arrivata la polizia stradale di Salerno, sottosezione di Eboli, l’uomo è risultato positivo ai test tossicologici, ed è stato inoltre trovato in possesso di hashish e cocaina. L’attore è già uscito dal carcere. Ilaria invece viveva in centro a Salerno assieme al padre. Il 2 luglio avrebbe compiuto 49 anni. Il web intanto si è schieranto contro l’attore, su Twitter migliaia i commenti molto duri che sollevano perplessità e rabbia degli utenti sulla questione, sono tanti a chiedere in modo univoco “nessuna clemenza“.

 Domenico Diele potrebbe lasciare il carcere e tornare nella sua casa a Roma. Ma per il momento resta in cella. Al termine dell’udienza di convalida del fermo cui è stato sottoposto da tre giorni con l’accusa di omicidio stradale aggravato, l’attore che all’alba di sabato, a uno svincolo auto- stradale in provincia di Salerno, ha investito e ucciso con la sua Audi la quarantottenne Ilaria Dilillo, si è visto concedere dal gip Fabio Zunica gli arresti domiciliari, ma con l’obbligo di indossare il braccialetto elettronico in modo da poter essere sempre monitorato dalle autorità di polizia.

Ed è per questo motivo che Diele resta nel carcere di Fuorni: il braccialetto elettronico da assegnargli non è stato trovato. Al momento non ce ne uno disponibile. Potrebbe essere reperito oggi, ma potrebbero volerci anche dei giorni. Non è la prima volta che succede. Andò così pure per il faccendiere napoletano Valter Lavitela.

Anche lui dovette rimanere in carcere, pur avendo ottenuto i domiciliari, perché non si riusciva a reperire l’apparecchio che avrebbe dovuto indossare ventiquattrore su ventiquattro. E ci sono anche tanti altri casi meno noti. Perché sono pochi i braccia- letti disponibili, e in certi casi i giudici modificano il provvedimento consentendo comunque al detenuto di trasferirsi a casa e disponendo una sorveglianza strettissima da parte di polizia o carabinieri.

Teoricamente potrebbe accadere così anche per Diele, ma per il momento l’obbligo del braccialetto rimane e l’attore non potrà quindi lasciare la cella come ha sperato quando il suo awocato gli ha comunicato la decisione del gip. A Salerno ieri cerano anche i suoi genitori, che gli hanno portato due borsoni di biancheria pur sperando di non doverglieli lasciare. Invece è stato necessario.

L’udienza di convalida è durata circa due ore, durante le quali Diele ha messo a verbale la sua ricostruzione della dinamica dell’incidente. Provocato, secondo quello che lui sostiene, non da uno stato psicofisico alterato a causa dell’assunzione di droga (è risultato positivo sia ai cannabinoidi sia agli oppiacei), ma da un momento di distrazione dovuto al tentativo di comporre un numero telefonico sul cellulare. La Procura di Salerno dovrà ora esaminare le perizie eseguite sul luogo dell’incidente per accertare quanto di vero ci sia nella ricostruzione dell’attore. Sono molti i dettagli da stabilire, anche se il quadro delle responsabilità è già decisamente chiaro.

Si procede per omicidio stradale aggravato, una accusa che potenzialmente può portare a una condanna fino a 16 anni di carcere, e per il corretto prosieguo dell’inchiesta bisognerà accertare ancora numerosi particolari: velocità al momento dell’incidente, segni di frenata o eventuale assenza. Potrebbe essere necessario anche verificare i tabulati telefonici per avere conferma che Diele in quel momento era al cellulare, e addirittura, ma questo è soprattutto un auspicio dell’attore, si potrebbe ricorrere a una perizia tecnica sul suo telefonino per stabilire se è veramente difettoso come lui sostiene.

In ogni caso Diele non avrebbe potuto essere alla guida di quell’auto non solo perché aveva preso droga, ma anche perché aveva la patente sospesa, provvedimento al quale era già la seconda volta che veniva sottoposto, e sempre per questioni legate alla sua dipendenza dagli stupefacenti.

Nicola Dilillo, il padre di Ilaria, lo aveva detto già domenica: «Quell’attore certamente non resterà in carcere quanto meriterebbe». Però, pur con tutto il pessimismo dell’uomo distrutto, non si aspettava che per Domenico Diele l’opportunità di lasciare la casa circondariale di Fuomi si presentasse così presto. Ma Nicola, un appuntato dei carabinieri in pensione, crede nella giustizia e nei tribunali, e lo stesso vale per suo figlio Francesco, anche lui ufficiale di polizia giudiziaria, e anche lui votato al più assoluto rispetto della legge e dei magistrati.

I due uomini, dopo la decisione del giudice delle indagini preliminari di concedere a Diele gli arresti domiciliari con l’obbligo di indossare il braccialetto elettronico, si sono incontrati con il loro avvocato, Michele Tedesco. Sono rimasti nel suo studio per oltre metà pomeriggio, ragionando sul provvedimento del gip e soprattutto su come potranno muoversi loro adesso. Scontata la costituzione di parte civile della famiglia Dilillo, che non potrà non essere accolta. Il resto lo decideranno quando il quadro sarà più chiaro, quando potranno leggere i primi atti del fascicolo aperto dalla Procura dopo la tragedia di sabato notte e quando il gip depositerà l’ordinanza emessa ieri. «I signori Dilillo sono persone perbene e rispettose delle istituzioni, non vogliono commentare ora un provvedimento che ancora non conoscono», spiega l’avvocato Tedesco.

Loro no, ma in famiglia non tutti ce la fanno a restare calmi. Milena Cortellino, la cugina di Ilaria, che vive in Puglia e domenica era a Salerno per i funerali, non l’accetta che Diele possa tornarsene a casa invece di restare nella cella dove è rinchiuso da sabato. «Ovviamente la giustizia in Italia non esiste! L’omicidio stradale di un folle senza patente, drogato, recidivo, si paga con i domiciliari! È vergognoso», ha scritto sul suo profilo Face- hook. Ma parlandole ci si accorge che ha ancora più rabbia. «Sono indignata. Non trovo una parola diversa da questa: indignata. E mi sembra anche ovvio che lo sia io e che lo sia tutta la nostra famiglia. Ma non finisce così, mio zio è un uomo determinato, si sta già muovendo, sicuramente farà tutto quello che potrà per impedire questo scempio».

Milena non ha parlato con l’avvocato, non sa della cautela del legale e degli stessi suoi parenti. Lei parla con il cuore, alla cugina era legatissima, si erano viste l’ultima volta ad aprile, e la foto ricordo di quell’incontro, loro due sedute su un divano rosso e abbracciate, Ilaria l’aveva subito postata sui social. «Non è possibile che quell’uomo abbia i domiciliari. Ma come funziona la giustizia in Italia? Forse lo fanno uscire perché è un attore, perché è un personaggio famoso? È mai possibile una cosa del genere? O forse lui ha i soldi e si può permettere avvocati di grido (in realtà Diele è assistito da una giovane legale che famosa non lo è, ndr). Insomma, qualunque sia il motivo, ci aspettavamo che restasse ancora in cella. E invece lo lasciano andare. Sono proprio disgustata».

Il braccialetto elettronico

In questo articolo si darà conto dalla esperienza, iniziata nell’autunno del 2012, di applicazione del sistema di controllo elettronico delle persone sottoposte alla misura cautelare degli arresti domiciliari da parte di alcuni magistrati dell’ufficio del giudice per le indagini preliminari di Roma.

Si prenderà spunto da tale resoconto per illustrare i presupposti applicativi e le concrete opportunità di utilizzo del sistema, cercando di trarre qualche valutazione prospettica sul sistema cautelare in generale e sulle ricadute di un più vasto utilizzo della tecnologia nell’affrontare l’emergenza carceraria, caratterizzata da un cronico sovraffollamento, senza rinunciare alle esigenze processuali sottese all’adozione di una misura cautelare di importante impatto quale quella degli arresti domiciliari.

Non è oggetto dello studio la più ampia, e per certi versi differente, problematica dell’esecuzione della pena; si ritiene, comunque, che il lavoro svolto possa stimolare il dibattito sulle possibili ricadute dell’impiego del sistema di controllo a distanza per i soggetti di cui all’art. 47-ter, comma 4-bis, o.p., anche nel caso previsto dall’art. 1, legge 26 novembre 2010, n. 199. Si può fin d’ora anticipare che, anche nella fase esecutiva e di sorveglianza, cominciano a registrarsi le prime applicazioni dello strumento da parte di alcuni magistrati di sorveglianza di Roma.

Codice di Procedura Penale – Art. 275-bis (Particolari modalità di controllo) – Legge 19 gennaio 2001, n. 4 «Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 24 novembre 2000, n. 341, recante disposizioni urgenti per l’efficacia e l’efficienza dell’amministrazione della giustizia»
1) Nel disporre la misura degli arresti domiciliari anche in sostituzione della custodia cautelare in carcere, il giudice, se lo ritiene necessario in relazione alla natura e al grado delle esigenze cautelari da soddisfare nel caso concreto, prescrive procedure di controllo mediante mezzi elettronici o altri strumenti tecnici, quando ne abbia accertato la disponibilità da parte della polizia giudiziaria.
2) L’imputato accetta i mezzi e gli strumenti di controllo di cui al comma 1 ovvero nega il consenso all’applicazione di essi, con dichiarazione espressa resa all’ufficiale o all’agente incaricato di eseguire l’ordinanza che ha disposto la misura.
3) L’imputato che ha accettato l’applicazione dei mezzi e strumenti di cui al comma 1 è tenuto ad agevolare le procedure di istallazione e ad osservare le altre prescrizioni impostegli.

Restando al caso previsto dall’art. 275-bis c.p.p., l’applicazione del braccialetto deve essere accettata dall’indagato (275-bis, comma 2, c.p.p.). Peraltro, l’ultima parte del comma 1 dell’art. 275- bis c.p.p. prevede che il giudice, in caso di non accettazione, applichi la custodia in carcere.
Il procedimento per l’applicazione prevede che sia il giudice ad accertare presso la polizia giudiziaria la disponibilità del braccialetto (275-bis, comma 1, c.p.p.). Ne consegue che il pubblico ministero che voglia chiedere l’applicazione di tale procedura di controllo dovrà semplicemente indicarlo nella propria richiesta di misura. È ovvio, peraltro, che le richieste dovranno prendere in considerazione la reale disponibilità dei braccialetti e comunque essere formulate con riferimento a specifici casi in cui la custodia in carcere non è necessaria, ma si imponga un più incisivo controllo del soggetto collocato agli arresti domiciliari.
È questo, all’evidenza, il principale portato applicativo che deriva dall’utilizzo della tecnologia: lo strumento di controllo a distanza può costituire, nell’applicazione pratica, un presidio essenziale per il giudice che intenda applicare una misura cautelare certamente gravosa, quale quella degli arresti domiciliari, ma – per sua natura – incapace di assicurare, in modo assoluto, alcune esigenze cautelari particolarmente sentite.
L’esperienza giudiziaria insegna che la misura degli arresti domiciliari presenta, rispetto alla custodia cautelare, un minus sia per quanto concerne il pericolo di fuga dal processo (pericolo che potremmo definire assoluto: la fuga all’estero), sia per quanto concerne il pericolo di fuga nel processo (allontanamento temporaneo dal domicilio: magari per prendere contatti con i correi o le vittime).
È noto, altresì, che la misura degli arresti domiciliari è, di regola, idonea a presidiare le esigenze di contrasto alla reiterazione del reato, in misura certamente minore rispetto alla custodia cautelare.
La possibilità di contatto con terzi, ancorché in violazione di precisi obblighi imposti dal giudice, derivante dall’essere il soggetto costretto alla permanenza nella dimora è certamente superiore a quella del carcere, con la conseguenza che per i reati che si consumano mediante contatti immateriali o indiretti o che richiedono una – seppur limitata – capacità di movimento, il pericolo di reiterazione potrebbe non essere adeguatamente presidiato: si pensi, per la prima tipologia, ai delitti che si consumano on line o a distanza e, per la seconda tipologia, ai delitti concernenti lo spaccio di stupefacenti nei quali – non di rado – il prevenuto prosegue l’attività illecita presso l’abitazione muovendosi nelle pertinenze di essa o dello stabile per contattare e incontrare i propri clienti ovvero per prelevare o celare lo stupefacente.

I limiti intrinseci di efficacia della misura degli arresti domiciliari discendono dalla natura stessa della misura che richiede una, seppur minima, collaborazione da parte del sottoposto nel rispetto delle prescrizioni accessorie.
A diverse considerazioni deve giungersi per i reati che richiedono per la loro consumazione (reiterazione) una ampia e notevole libertà di movimento: la perpetrazione di predazioni (furti e rapine), come pure i delitti attinenti la libertà sessuale e morale della persona, possono essere adeguatamente ostacolati dagli arresti domiciliari rafforzati dall’applicazione dello strumento elettronico di controllo. Lo strumento è in grado di annullare quella residua capacità di movimento del soggetto il quale, non di rado, è solito approfittare delle maglie larghe del controllo domiciliare per tornare a commettere delitti, con la quasi certezza dell’impunità, risultando formalmente ristretto agli arresti domiciliari.
Diverse considerazioni devono svolgersi per quanto riguarda la tutela delle esigenze cautelari attinenti il pericolo di inquinamento probatorio; dal punto di vista generale, l’utilizzo dello strumento di vigilanza a distanza della persona sottoposta alla misura degli arresti domiciliari non sembra costituire un presidio ulteriore, rispetto agli arresti, della specifica esigenza cautelare probatoria.
Un’ulteriore specifica previsione di applicazione del braccialetto elettronico, è stata recentemente introdotta all’art. 282-bis, comma 6, c.p.p. per rafforzare la misura cautelare dell’allontanamento dalla casa familiare o dai luoghi frequentati dalla persona offesa.
Le funzionalità di Outdoor – GPS tracking – (si veda il paragrafo n. 4. Modalità di applicazione e contesto di riferimento) sono state recentemente prese in considerazione dal legislatore che, con l’intento di rafforzare la sicurezza e per incrementare il contrasto della violenza di genere, ha previsto l’applicazione del braccialetto elettronico quale strumento di rafforzamento della misura cautelare dell’allontanamento dalla casa familiare o dai luoghi frequentati dalla persona offesa, a norma dell’art. 282-bis, c.p.p.2.

Nel caso in cui la misura venga applicata per uno dei reati elencati all’art. 282-bis, comma 6, c.p.p., la nuova normativa ha previsto che la sua esecuzione possa avvenire anche con le modalità previste dall’art. 275-bis c.p.p. cioè con “mezzi elettronici o altri strumenti tecnici”.
Si noti che il rinvio all’art. 275-bis c.p.p. è operato “alle modalità di controllo previste dall’art. 275-bis”.
Si tratta di una, apparentemente, ambigua formulazione nella parte in cui non si esclude, in modo palese, che si possa prescindere dal consenso del soggetto cautelato, consenso previsto dalla norma oggetto di rinvio per il caso degli arresti domiciliari.
Un’interpretazione sistematica delle disposizioni in discorso, che tenga conto delle caratteristiche specifiche della misura cautelare di cui all’art. 282-bis c.p.p., del tutto incompatibile con il consenso del soggetto cui la misura viene applicata in quanto poste a presidio delle esigenze di sicurezza e tutela della vittima che assumono carattere preminente, sembra condurre ad affermare che, nel caso in esame, il consenso dell’indagato non è previsto.
In effetti, se fosse possibile affidarsi esclusivamente alla buona volontà del soggetto sottoposto di sottostare alla misura del divieto di avvicinamento, non avrebbe alcun senso aggravare detta misura cautelare con l’applicazione dello strumento di controllo a distanza di cui all’art. 275-bis c.p.p.: la previsione delle modalità di controllo remoto costituiscono, nel caso di specie, l’estremo baluardo a difesa della persona offesa di fronte a violazioni della misura cautelare che potrebbero porre a rischio l’incolumità fisica della vittima, senza dover ricorrere a misure coercitive di maggiore impatto.
Anche il dato lessicale, se correttamente inteso, conforta l’interpretazione proposta; il legislatore non ha operato il richiamo alle disposizioni contenute nell’art. 275-bis c.p.p., ma unicamente alle modalità di controllo ivi previste, con ciò operando la precisa scelta di consentire al giudice di applicare le modalità di controllo a distanza ai soggetti sottoposti alla misura di cui all’art. 282-bis c.p.p., indipendentemente dalle altre condizioni previste dall’art. 275-bis c.p.p.
L’esperienza giudiziaria ha, purtroppo, insegnato che, non di rado, la misura dell’allontanamento dalla casa familiare o dagli altri luoghi frequentati dalla persona offesa, non solo è stata spesso violata, ma ha consentito la reiterazione da parte dell’in- dagato delle condotte violente o persecutorie solitamente connesse a reati commessi in ambito familiare o relazionale \ affettivo, dando luogo, in casi fortunatamente rari, ad ulteriori e dramma tici atti di aggressione anche con conseguenze importanti o addirittura esiziali.
Le modalità di controllo a distanza, introdotte dalla legge n. 119 del 2013, costituiscono un duttile ed efficiente strumento nelle mani del giudice penale che, in luogo di misure maggiormente afflittive, potrà applicare la misura dell’allontanamento dalla casa familiare con la ragionevole certezza che detta misura non sarà violata.

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