Shock a Scampia: bambina di 3 anni morta nel bagagliaio di un’auto

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Tragedia nel campo rom di Scampia sulla circumvallazione. Secondo la versione della mamma, mentre giocava con altri bambini, sarebbe stata chiusa in un cofano di auto; ma ci sono sospetti anche che la piccola sia stata dimenticata in auto in una giornata dalle alte temperature. La madre non l’ha vista rientrare e l’ha cercata per ore. L’avrebbe trovata priva di sensi nell’auto.

Una bambina di 3 anni e mezzo è giunta mortaall’ospedale San Giovanni Bosco di Napoli dopo essere rimasta in auto per diverso tempo.

L’anomalia della piccola ferita alla fronte ha aperto nuovi scenari sui motivi della morte della bimba. Momenti di tensione per la disperazione dei parenti.

Non si sa ancora se la bimba sia stata messa lì di proposito o se l’abbia fatto volontariamente – improbabile visto l’età.

9 su 10 da parte di 34 recensori Napoli Scampia. Al momento del ritrovamento la bimba era già morta ma i familiari disperati hanno tentato l’impossibile portandola all’ospedale San Giovanni Bosco dove i sanitari non hanno potuto far altro che constatarne il decesso.

Alla periferia nord di Napoli, a soli tre chilometri dal centro storico e dal lungomare più bello del mondo. Morire a Scampia, in quel quadrilatero circondato da tonnellate di immondizie, da cubature di cemento abusivo, da baracche e fili di ferro che disegnano il degrado abitato da nomadi. È qui – in questo luogo da sempre dimenticato da Dio e dagli uomini – che si sublima il destino ignobile e cattivo destinato a una bambina che a tre anni e mezzo avrebbe meritato di più. Almeno un asilo, il sostegno di assistente sociale, o anche solo la carezza di una mano amica. In questo inferno dimenticato da tutti si consuma invece la sorte di Martina Mihajlovic, venuta alla luce a Napoli nel gennaio del 2014.

Sotto una stella sfortunata. «Dimenticata»nell’auto sotto il sole di un’estate rovente all’interno di uno dei macchinoni che occupano l’area popolata da una comunità che qui nessuno è mai riuscito nemmeno a censire, la bimba è morta per asfissia. Nata sotto una stella sfortunata. Ma questo non può bastare, almeno perla giustizia degli uomini, a liquidare tutto come un «incidente».

No. I fatti. Cominciamo dalla fine. C’è un solo dato certo: alle 16,30 di ieri un corteo di Mercedes accompagnano in ospedale, al San Giovanni Bosco, il corpo ormai senza vita di una bambina dai lineamenti sottili e dai lunghi capelli bruni. Quando arriva al pronto soccorso Martina ha ancora la bocca spalancata: tragica icona di quell’ultimo anelito di ossigeno che le è mancato. Almeno una trentina di rom residenti nel campo di Scampia sovrastato dall’asse mediano accompagnano la salma. La madre e la nonna si disperano. All’ospedale convergono le Volanti dell’Ufficio prevenzione generale e del commissariato locale.

Le indagini. Che cosa è realmente successo? Ed è da questo momento che scattano i primi dubbi. Interrogata, la mamma di Martina si contraddice due volte. «Era in compagnia del nonno. Mentre giocava con gli amichetti del campo – racconta agli investigatori – qualcuno l’ha chiusa nel bagagliaio di un’auto». Ipotesi di un tragico gioco finito nel peggiore dei modi. Poi, dopo un’ora, cambia versione: «Quando l’abbiamo trovata – spiega – si trovava sul sedile anteriore della nostra macchina. Sulla fronte aveva una piccola ferita».

Un’anomalia, quella della ecchimosi sulla tempia sinistra, che tuttavia non convince gli inquirenti. Sul posto in serata è giunta anche il sostituto di turno Anna Frasca, che adesso coordina le indagini sotto la supervisione del procuratore della Repubblica facente funzioni Nunzio Fragliasso e dell’aggiunto Lugi Frunzio.

Tra dubbi e omertà. Non convicono, le dichiarazioni dei parenti. E per questo – in attesa dell’autopsia sulla salma della piccola, già disposta dalla magistratura – la Polizia di Stato ha per ore interrogato la madre, il nonno della vittima e una decina di persone. Che cosa è veramente successo ieri mattina, intorno alle dieci, nel campo rom in cui giocava Martina? La sua fine è dovuta veramente a un tragico «nascondino» tra bambini, o piuttosto nasconde una verità inconfessabile? Nulla può escludersi. E (per quanto improbabile), tra le ipotesi al vaglio resta anche quella che la piccola, feritasi, possa aver cercato rifugio in macchina e perso i sensi, o essersi addormentata, complice anche il caldo. L’auto non risulterebbe, dal primo sopralluogo degli investigatori, essere stata chiusa con le sicure né dall’esterno né dall’interno.
In ospedale. Al San Giovanni Bosco, in ospedale, si è presto radunata una folla di amici e parenti della piccola Martina. Scene di strazio e disperazione. Un fatto è certo: quando è giunta al pronto soccorso la bambina il cuore della bimba aveva già cessato di battere. Il resto – ma sono dettagli puramente tecnici – lo aggiungeranno i risultati dell’autopsia. La sola cosa certa è che ieri, a Scampia, è morta senza un perché una bambina di tre anni e mezzo. Uccisa dal degrado e dal sole.

C’è silenzio nel campo rom della circumvallazione di Scampia. I bambini che solitamente schiamazzano in mezzo alle baracche, sono spariti, nascosti a gruppetti dietro alle case, impauriti dal trambusto e dall’orrore che ha travolto il campo. La piccina morta dentro l’auto, fino a qualche ora prima giocava assieme a loro, e pure se vogliono sentirsi duri come gli adulti, adesso quei bambini sono affranti, ripiegati, sconvolti.
Il campo della Circumvallazione è diverso da quello di Cupa Perillo che è molto più noto alle cronache. Qui le baracche non sono fatte di lamiere e materiale di risulta: ci sono casette e prefabbricati, cemento e qualche servizio in più. Soprattutto c’è l’idea che l’immondizia non deve essere necessariamente raccolta in mezzo al campo, e questo non è un gran bene perla cittadinanza perché i cumuli immensi di pattume di ogni genere vengono accatastati ai margini del campo, lungo la recinzione che si affianca alla strada provinciale, quella strada che spesso viene invasa dai rifiuti in eccesso. Il tema dei roghi, invece è identico a quello che devasta Cupa Perillo: anche qui, con cadenza fissa, l’immondizia viene data alle fiamme generando quel fumo nero e acre che aggredisce i polmoni e non consente di respirare.

Qualche giorno fa un papà rom di fronte alle domande insistenti sull’origine dei roghi di immondizia si difese spiegando che «sono loro, i bambini, che li appiccano. Giocano così…». Oggi quelle parole hanno un suono decisamente più drammatico: la colpa delle nefandezze degli adulti scaricata sulle spalle innocenti dei bimbi, proprio come quelle di Martina che, chissà come e perché, è rimasta intrappolata in un’automobile rovente sotto un sole impietoso e assassino. Pure nelle prime fasi del racconto di questo orribile evento ci sono state voci incontrollate: giocava Martina, era solo un gioco. Il fatto è che il confine tra gioco è tragedia, in questi luoghi è talmente labile che nessuno riesce a stabilirlo, nemmeno quegli adulti che, adesso, piangono disperati per la tragedia della piccina morta.
Anche in questo campo proliferano sporcizia e degrado, anche qui, con la fine dell’anno scolastico, i bambini si raggruppano, di buon mattino e non sanno cosa fare per trascorrere la giornata. Proprio l’altro giorno cercavamo di capire com’è la vita di un bambino in un campo rom quando finisce la scuola e non c’è molto da fare, uno di loro, un piccolino di nemmeno otto anni cercava di fare il gradasso: «Andiamo in giro a rompere tutto. E rubiamo, sì rubiamo», sorrideva con un visi- no d’angelo e due occhietti che sprizzavano energia, nemmeno capiva quel che diceva, gli sembrava di sentirsi grande dicendo al mondo che era capace di rubare.

Ieri pomeriggio negli occhi dei bambini del campo della circumvallazione non c’era nemmeno un pizzico di gioia. Nessuno aveva il costumino per andarsi a gettare nelle piscine gonfiabili che, come ogni estate, spuntano come funghi davanti ad ogni baracca. Quell’acqua viene lasciata lì dentro per giorni e giorni finché non imputridisce, anche quello può essere un pericolo per i bimbi che si lanciano senza saper nuotare e potrebbero affogare anche in quel mezzo metro d’acqua davanti alla porta di casa: «Ma no – le mamme sono sicure – loro sanno come cavarsela». Ecco, l’idea più diffusa in un campo rom, non solo in quello della circumvallazione dove ieri s’è verificatala tragedia, è che i bambini sono capaci di cavarsela in ogni situazione.
Così il livello di attenzione è bassissimo. Nessuno si meraviglia se un piccolo scompare per un po’ di tempo, nessuno si domanda cosa ha fatto, cosa sta facendo: se la caveranno. E invece non funziona sempre così.
Proprio da un campo rom (non questo di Scampia dov’è morta la piccola Martina) veniva un bambino di nove anni sorpreso qualche tempo fa dalla polizia municipale in macchina con un uomo adulto. Due agenti dell’unità operativa Tutela Minori, retta dal capitano Sabina Pagnano, fermarono l’auto e parlarono con ilpiccolo. Scoprirono che il bambino, in cambio di una pizza, andava ad appartarsi di frequente con l’uomo. Il ragazzino raccontò candidamente che non c’era niente di male e che lui non perdeva la sua mascolinità perché a quel perverso bastava toccare e farsi toccare. Quando riportarono il bambino nel campo, lamammaspiegò dinon sapere cosa facesse il bambino quando andava in giro, non era importante saperlo perché lui, a nove anni, sapeva come cavarsela e sarebbe tornato al campo senza problemi.
Mentre scende la sera sul campo della circumvallazione, si accendono le luci nelle baracche e nelle casette di cemento. Qualche adulto rientra dell’ospedale dov’è andato a portarel’ultimo saluto a Martina, nessuna parola, solo un silenzio irreale tutt’intorno.
Un silenzio virtualmente spezzato dalla rabbia del presidente della municipalità Apostolos Paipais che proprio ieri mattina ha effettuato un sopralluogo nel campo di Cupa Perillo e che dal giorno dell’elezione si batte perla cancellazione di questi campi degradati e per la tutela delle famiglie e dei bambini che vivono lì dentro: «Avevo pensato di tenere le bandiere della municipalità a mezz’asta per questa immane tragedia. Ma poi ho deciso di rimuoverle del tutto, sia quella tricolore che quella del comune di Napoli: da sempre chiedo l’intervento dell’amministrazione e delle autorità per la gestione di questi campi, nessuno mi ha ascoltato. Io non voglio che sia la morte di una piccina a svegliare le coscienze, è una cosa orribile. Chi ha la possibilità di intervenire deve farlo prima, alle prime richieste di aiuto. Non adesso difronte al corpicino di una piccina morta. Sono disperato, bisogna salvare questi bimbi».

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