Ferrara, coniugi uccisi, confessione del figlio. “Uccisi perché mi definivano fallito”

La faccia delle vittime coperta, come fece Pietro Maso con i suoi genitori. L’allarme finto, il pianto, la recita, come Erika De Nardo. Se Riccardo Vincelli fosse un po’ più vecchio, probabilmente saprebbe che il modo in cui ha ucciso i suoi genitori nel sonno è agghiacciante, sì, ma che altri ci hanno pensato prima di lui. E che prima di lui, oltre ad aver distrutto la propria famiglia, si sono perduti per sempre. Saprebbe che coinvolgere un amico, o due come fece Maso a Montecchia di Crosara 26 anni fa, colpendo madre e padre con una mazza e soffocandoli con una coperta, o il fidanzato, come fece Erika, che 16 anni fa a Novi Ligure finì con 97 coltellate la madre e il fratellino e inscenò la rapina, non è una buona idea. Troppo alto il rischio di contraddirsi. E finire in carcere in meno di 24 ore.

Ma Riccardo Vincelli tutte queste cose non poteva saperle e dall’alto dei suoi 16 anni immaginava forse di aver ideato il delitto perfetto. Così con l’amico Manuel Sartori, che per gli inquirenti l’avrebbe aiutato a uccidere «per vicinanza», ha aspettato le 3 del mattino di martedì 10 gennaio. Nell’oscurità, armato di ascia, è entrato nella camera dei suoi a Pontelangorino, nel ferrarese. E ha colpito. Sei volte la mamma, Nunzia Di Gianni, tre volte il papà, Salvatore Vincelli, noti ristoratori della zona, nessun debito, nessun problema economico, la vita divisa tra casa e fornelli, il cuore diviso tra i due figli. Alessandro, il maggiore, ha 25 anni e studia cinema a Torino. Al fratellino, con cui appare piccolo nella foto d’infanzia postata su Facebook, è legatissimo. Forse per questo, la mattina in cui ha recitato il ritrovamento dei suoi genitori, Riccardo non ha avuto il coraggio di chiamarlo. Ha scelto una zia. Piangendo ha detto di aver dormito da un amico. Manuel, appunto. Di essere tornato e aver trovato la mamma in cucina, la testa fracassata avvolta in una busta di plastica tenuta ferma dal nastro isolante. E il papà nelle stesse condizioni, ma nel garage.

Una rapina andata male? Una versione che non mai ha convinto gli inquirenti. Perché dalla casa non mancava niente. Nessun oggetto di valore e nemmeno contanti. Poche ore di pressing, poi la confessione nella notte. Riccardo e Manuel, uniti secondo il procuratore capo di Ferrara Bruno Cherchi, «dall’accordo di uccidere usando l’ascia», volevano anche sbarazzarsi dei corpi dei Vincelli. Per questo si sono armati di plastica e scotch. Per non lasciare tracce, pensavano ingenuamente, ma non solo. «Non volevamo guardarli», hanno ammesso. Non volevano vedere in faccia l’abisso e chiedersi perché.

La risposta è quasi più raggelante della fine di Nunzia e Salvatore. «La mamma di Riccardo era una donna risoluta: non accettava che il figlio non studiasse, lo riprendeva per i brutti voti», dice il preside della scuola che frequentava il ragazzo. Ed è lì, forse, nella più banale delle liti tra genitori e adolescenti, la ragione dell’orrore. Una rabbia implacabile eppure fredda. Lucida. Calma. Una furia che per molto tempo deve aver scavato l’anima di un bambino che non voleva crescere. Svuotandola. È stato un omicidio premeditato, dicono gli investigatori. E ora Riccardo, chiuso nel carcere minorile di Bologna, è solo.

«No, non mi hanno mai dato uno schiaffo. Neanche una punizione. Niente di niente. Però non facevano altro che dirmi che ero un fallito. Uno buono a niente. E non passava giorno senza che la mamma ripetesse che ero la sua “angoscia”. Così ho detto: “Li faccio fuori, lei e poi anche lui”». Parla di sé al passato Riccardo Vincelli, come se il suo essere un «fallito» sia già un capitolo di ieri. E risponde che «sì» gli dispiace di averli uccisi. Ma lo fa soltanto dietro richiesta del giudice che glielo domanda una, due volte. E allora lui annuisce, chinando appena la testa, quando il magistrato dei minori gli urla «ma sei pentito?». Chissà se Riccardo, con i suoi sedici anni e i mille e mille giorni persi nel niente, sa cosa significhi la parola «pentito».

Di fatto non piange, nemmeno quando gli dicono che resterà in prigione. E allora si capisce perché Gloria Bacca, l’avvocato d’ufficio, finito l’interrogatorio arrivi a dire: «Ha bisogno di essere aiutato, questo ragazzino. Il carcere è il posto giusto». Eccolo Riccardo Vincelli, il ragazzo assassino dei genitori, che ricorda a se stesso come fosse la sua prima conquista: «ho detto che lo facevo e l’ho fatto». Distaccato, più imperturbabile di un marziano quando gli domandano se gli dispiaccia. Lucido quando viene invitato a descrivere la dinamica. «Io con loro ho litigato il lunedì dopo che mio padre ha telefonato a scuola. Alle 7 della sera io e Manuel abbiamo deciso. E fino alle 5 del pomeriggio di martedì abbiamo fatto le prove, in casa. Io a lui, gli ho detto due cose. Prima: “mi devi aiutare, devi farlo tu, io non posso sono sempre i miei. Ti aspetto di là e tu mi chiami quando hai finito”. Seconda cosa: “gli mettiamo i sacchetti perché non voglio guardarli in faccia”. E così siamo andati a comprarli al supermercato». Manuel, 17 anni ha accettato il patto: «Mi ha dato 80 euro, quello che aveva lì al momento. Poi mi ha detto che una volta eliminati “quei due”, mi avrebbe dato tutto quello che avrebbe trovato in casa. Ma a me dei soldi non importava. Io lo avrei fatto anche gratis. Per aiutarlo a tirare via quel peso che aveva sul cuore».

Ecco l’altro assassino. L’esecutore materiale. Il 17enne chehapreso l’ascia lunga un metro ed è saltato sul letto per colpire Nunzia Di Gianni di 45 anni e suo marito Salvatore Vincelli di 56 «fino a quando ho visto che non simuovevano più». È la sua risposta asettica al pm minorile Silvia Mazzocchi, che gli domanda perché abbia sferrato così tanti fendenti (tre a Salvatore, sei a Nunzia) con quella scure tanto pesante. «Ma loro», aggiunge il ragazzo «non volevano morire». Lui sì che piange, lo fa per 30 secondi, quando gli dicono che resterà in cella. In una prigione diversa e lontana da quella dove rimarrà Riccardo. Entrambi hanno ribadito a procura e carabinieri che erano «puliti e per niente fatti lunedì notte», quando un ammazzava e l’altro aspettava nel garage trasformato in monolocale. Eralì che Riccardo aveva chiesto alla mamma di poter «abitare» per non sentirsi dire in continuazione «che ero un fallito». Riccardo aspettava guardando la playstation che Manuel «finisse di uccidere», per poi aiutarlo a legare i corpi con le corde e zavorrarli con i sassi da «tirare su dal giardino». La Opel Corsa era già pronta con i sedili abbassati, per caricare «loro nel sacco» e buttarli in fondo al Po.

Ma lesei del mattino sono arrivate in fretta, insieme con la luce «potevano vederci» e poi «nessuno ha la patente e se ci avessero fermato avrebbero visto i corpi» così«siamo andati a dormire da Manuel e ci lì abbiamo inventato la storia della rapina». I due pranzano da Manuel, poi Riccardo va a casa e lancia l’allarme al 118.Lo fa in modo contraddittorio e i carabinieri capiscono subito che lui c’entra. E che è coinvolto anche qualcun altro, perché l’orma lasciata sul letto non è del figlio dei ristoratori. Davanti alla villetta di Pontelangorino, tra i tanti ragazzi incuriositi, c’è anche Manuel: il più arrogante, l’unico a non essere spaventato. E che a differenza di tanti, non piange. Riccardo viene subito sentito come testimone, ma è la scelta di puntare su Manuel la chiave del giallo che non è già più un giallo. Il 17enne, davanti a quella casa fa domande, troppe. Un carabiniere capisce. Ordina di sentirlo come testimone.

Emergono contraddizioni. Comincia la pressione. Il pm lo convince, dopo avergli fatto presente che è nel suo interesse parlare. Lui prima gira intorno alle domande: «Prima o poi scopriremo da soli la verità», gli dicono gli inquirenti: «se parli ora è un conto, se la scopriamo noi…Hai 17 anni, un futuro davanti, pensaci». Lui sbotta: «Ma quale futuro!». Si ferma. Tace. China la testa. La rialza. E con un tono liberatorio: «Va bene, adesso vi dico tutto». È il primo a crollare. Confessa e dice dove hanno messo il borsone con dentro l’ascia e i vestiti insanguinati. Lì ci sono anche le corde che dovevano servire per legare Nunzia e Salvatore. Gli inquirenti si spostano da Riccardo: quando gli dicono che l’altro ha confessato, lui ghigna sprezzante. Manca soltanto che dica: «Avevamo un patto. Mi ha tradito». Poi anche lui ammette. «Manuel ha detto che mio padre si è svegliato. Che ha provato a infilare gli occhiali, però lui è stato più veloce a colpire» dice «e mio padre è caduto». Mentre gli occhiali di Salvatore, i carabinieri, li hanno trovati sotto al letto.

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