Elezioni Olanda 2017, ecco i risultati: Il partito anti-musulmano sale a 19 e ne guadagna quattro.

L’Olanda si scopre un po’ più democristiana e un po’ meno liberale, ma anche molto meno socialista e premia anche l’intransigenza di Geert Wilders, portando il suo Partito per la Libertà al 12,6%, con una crescita del 2,5% rispetto al 10,1 del 2012, a conquistare così 19 seggi (contro i 15 precedenti) alla Camera bassa dell’Aia. Dunque, non si realizza il sorpasso rispetto ai liberal- conservatori del Vvd guidati dal premier Mark Rutte, che rimane lo schieramento più votato, anche se i primi exit polls lo vedono in calo di 6 punti percentuali, dal 26,6 al 20,6%.

Saranno soddisfatti i nemici del «populismo», tanto da temere che un voto di massa equivalesse a mettere a repentaglio la democrazia. Quando si trovano a corto di schede elettorali, i presidenti di sezione dei Paesi Bassi iniziano a domandarsi cosa stia succedendo. All’Aia e a Rotterdam sono costretti a prolungare l’orario di apertura per le lunghe code che si sono formate all’esterno.

Alle 21, il dato finale sulla partecipazione è chiaro, ha votato l’81% dei 13 milioni di aventi diritto olandesi, il 5,6% in più di cinque anni fa. Già all’uscita dal seggio, Wilders si dichiarava ottimista commentando il balzo in avanti di cinque punti nella percentuale dei votanti rispetto al 2012. A suo avviso, se la tendenza alla partecipazione si fosse confermata, avrebbe avuto maggiori possibilità di diventare primo ministro, cioè di sconfiggere Rutte, che si è giocato la carta dell’ostilità verso la Turchia impedendo ai ministri del governo di Ankara di fare propoaganda sul suolo olandese.

Invece ha perso 10 seggi, passando da 41 a 31. La batosta peggiore, in realtà, la incassano i laburisti, che passano dal 24,8 al 6%, perdono 29 parlamentari e rimangono con appena nove rappresentanti e cedono soprattutto ai Verdi di sinistra, saliti da 4 a 16 e dal 2,3 al 10,7%, e ai social-liberali del D66, passati dall’8 al 12,6%, con 19 seggirispetto ai 12 precedenti.

Tutta la campagna elettorale aveva ruotato intorno all’asse centrale dell’immigrazione: l’invasione degli stranieri preoccupa l’opinione pubblica che teme diveder diminuire sempre più le risorse per il welfare a favore di famiglie numerose e provenienti dall’estero, che vivono sui sussidi di disoccupazione e l’assistenza pubblica, mentre la popolazione autoctona si è infilata nel tunnel senza uscita del calo demografico.

In realtà la sfida era tutta a destra, fra Vvd e Pvv, mentre tutti gli altri correvano per ingrossare le fila della coalizione anti-Wilders, qualunque fosse stato l’esito della consultazione. Un po’ come accade in Francia, dove al secondo turno delle presidenziali socialisti e centristi si uniranno per evitare che Marine Le Pen vada all’Eliseo.
Ma il clima generale e internazionale è cambiato, a partire dagli Stati Uniti, da quando alla Casa Bianca c’è Donald Trump, mentre l’Europa si trova alle prese con la crisi d’identità provocata dalla Brexit.

Rimane ancora incerto il quadro politico dei Paesi Bassi. Definirlo frammentario, quando sulla scheda c’erano 26 liste, rasenta la banalità. Il problema da risolvere è lo stesso della vigilia: le alleanze possibili di governo con il nuovo Parlamento.

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