Emiliano resta nel Pd: «Rimango perché ho visto che Renzi era felice che me ne andassi»

Avviato l’iter congressuale con la Direzione di ieri e con Michiele Emiliano, il goverantore della Puglia, che decide di restare e di candidarsi alla guida della segreteria del Pd c’è chi tira un sospiro di sollievo e chi va avanti per la propria strada. Ecco le posizioni:

Emiliano si difende: “Sono sempre stato leale”, nessuna giravolta

“Rimango perché ho visto che Renzi era felice che me ne andassi. Allora mi sono detto che stavo sbagliando tutto. Il campo di battaglia è il Pd”. Spiega così, in una intervista a Il Corriere della Sera, la sua scelta di restare, Michele Emiliano secondo il quale gli scissionisti peserebbero meno del 10% e inoltre “non mi sembrano pronti. Mancano tesi, strutture, organizzazione. Financo un nome”. “Spero che restino tutti: Rossi, Speranza, pure Bersani e D’Alema” perché “L’Italia ha bisogno di una sinistra forte. Non di una presenza di testimonianza”. A chi lo accusa di giravolte il governatore della Puglia risponde: “Io sono sempre stato leale. Quando mi sono avvicinato aBersani e agli altri non ho mai parlato di scissione, ma di opposizione a Renzi. Sono loro che mi hanno spiegato che con Renzi non potevano più convivere”. E’ stata una scelta dettata dalle richieste dei suoi sostenitori, spiega: “Il mio numero di telefono è su Facebook. Ho ricevuto migliaia di messaggi: il 99% mi chiedeva di battermi dentro il Pd, non fuori”. Tuttavia della scissione si era parlato “come soluzione estrema. Io non ho promesso nulla. Mi sono preso 48 ore per riflettere. Poi con Speranza e Rossi ho parlato chiaro: lasciare il Pd nelle mani di Renzi come un regalo sarebbe un errore storico; se vogliamo cambiare il Paese dobbiamo avere un partito di una certa dimensione, capace di fare massa critica”.

Orfini soddisfatto ma ora al lavoro

Avviato l’iter congressuale con la Direzione di ieri, incassata con sollievo la decisione di Emilianodi restare nel Pd, Matteo Orfini – intervistato da La Stampa – , presidente del partito e da domenica, con le dimissioni di Renzi, anche reggente, guarda avanti e fissa un’agenda di governo per i prossimi mesi: stop alle privatizzazioni, legge per “correggere” i voucher e ius soli, da approvare anche con la fiducia. E poi, l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle banche. Il Presidente  si è detto soddisfatto della scelta di Emiliano, “credo che abbiamo fatto un lavoro positivo. E spero non sia finita qui: mi auguro ancora di riportare sui propri passi anche Rossi e Speranza” e  “finché non c’è stato un annuncio ufficiale è mio dovere tentare: considero la non partecipazione al congresso come qualcosa di diverso da un abbandono”. E sull’appoggio al governo Gentiloni fino al 2018 ribadisce che “lo stiamo sostenendo quotidianamente. Abbiamo detto più volte che il nostro obiettivo è fare quello che serve al Paese, poi la data delle elezioni è nelle mani del presidente della Repubblica e del Parlamento. Ma mentre parte il congresso, non possiamo immaginare che il Pd si occupi unicamente di partito lasciando solo il governo. Il Pd si deve spendere in prima persona su alcune cose che dobbiamo fare”, prima di tutto “una discussione seria sull’economia”.

Damiano tira un sospiro di sollievo: “Tutto è bene ciò che finisce bene”

“Tutto è bene quello che finisce bene», commenta così Cesare Damiano, in un’intervista a Italia Oggi, la decisione di Michele Emiliano, il governatore della Puglia, di restare nel Pd e di candidarsi alla segreteria. Per l’ex ministro del lavoro del governo Prodi, il peggio è stato scongiurato, ora “bisogna lavorare al congresso e all’assemblea per evitare la scissione o quantomeno per ridimensionarla. Ho sostenuto che l’energia e la rappresentatività di chi decide di uscire sono indispensabili al partito democratico. E alla dialettica che deve esserci all’interno. II fatto che Emiliano sia tornato sui suoi passi è sicuramente positivo“. E sull’ipotesi che altri potrebbero seguirlo Damiano si augura “che il tempo che ci separa dalla presentazione delle candidature per la segreteria consenta altri ripensamenti. Io sto lavorando in tal senso in queste ore. Mi sono battuto con forza contro la scissione perché capisco che si tratta di un’onda d’urto che non investe solo ilpartito democratico ma che, a seconda della sua ampiezza, avrà riflessi sulla tenuta del governo e sul quadro politico complessivo. Ho sentito tanta rabbia tra i miei compagni di viaggi che hanno alla fine deciso di restare, ma anche la percezione del rischio che un Pd diviso potrebbe non essere più il primo partito in Italia”.

Per Epifani “una scelta sofferta ma convinta”

E’ stata una scelta “sofferta ma convinta”, perché il Pd ha cambiato pelle. Nella vita interna, con un’accentuazione del “partito del capo” invece del “partito comunità”. Commenta così, in un’intervista al Corriere della Sera la decisione di andar via dal Pd dopo esserne stato anche segretario, Guglielmo Epifani. “Questa deriva ha fatto sì che il Pd perdesse consenso e radicamento nei settori sociali che dovrebbero essere íl nostro riferimento: i giovani, i lavoratori, la scuola, l’ambientalismo”. Una battaglia che, secondo Epifani non poteva esser fatta dall’interno “perché non si vuole fare un esame degli errori né correggerli. Noi abbiamo fatto proposte ragionevoli: che il Pd si impegnasse per portare a termine la legislatura; che si svolgesse una conferenza programmatica vera. Invece hanno scelto un congresso anticipato, che assomiglia a un plebiscito su Renzi”. Epifani, inoltre, avverte del “rischio che, se non ci muoviamo, con quei mondi di riferimento non recuperiamo più un rapporto positivo, perché una parte già vota per i 5 Stelle mentre molti si sono rifugiati nell’astensione. Se non ricostruiamo un rapporto, consegniamo il nostro mondo alla destra e ai populisti”.(agi)

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