Eutanasia, le ultime parole di Davide: “Italia diventi più civile”

Davide Trentini, morto giovedì in una clinica in Svizzera, nella sua ultima lettera ha auspicato una legge “che permetta di porre fine a sofferenze enormi a casa propria”. Prima di morire ha anche lanciato un appello per la legalizzazione dell’uso terapeutico della marijuana.

MILANO La «disobbedienza civile» di Dj Fabo, il giorno dopo quella di Gianni, poi quella di Davide e «la prossima settimana un’altra persona è pronta a partire verso la Svizzera per accedere all’eutanasia. Lo fa quasi un italiano al giorno e le istituzioni lo sanno», annuncia Marco Cappato, dell’Associazione Luca Coscioni. La morte assistita in una casetta alla periferia di Basilea o di Zurigo con una stanza linda, medici, psicologi e il conforto dei familiari non è più un protocollo silenzioso. «Spero tanto che l’Italia diventi un Paese più civile, facendo finalmente una legge che permetta di porre fine a sofferenze enormi, senza fine, senza rimedio, a casa propria, vicino ai propri cari, senza dover andare all’estero, con tutte le difficoltà del caso, senza spese eccessive», alza la voce nella sua lettera di addio Davide Trentini, 52 anni, morto giovedì bevendo un mix di farmaci da un bicchierino preparato dal dottore.

RICHIESTE IN AUMENTONegli anni, si legge nel testamento spirituale dell’uomo malato di sclerosi multipla, «le ho provate veramente tutte, non ce la faccio proprio più senza nessuna prospettiva, ogni giorno sto sicuramente peggio del giorno prima. Spero che l’Italia diventi presto un paese più civile». Il viaggio in Svizzera, racconta Mina Welby che lo ha accompagnato, «è stato un calvario, Davide era molto sofferente». Eppure per lui era «la tanto sognata vacanza, evviva!», ha scritto. Davide ha seguito con ansia la storia di Fabiano Antoniani, per lui è stato un esempio come lo è per Mauro Spinello di Verbania, 51 anni: «Abito a pochi chilometri dal confine Svizzero e ammetto che se avessi le possibilità finanziarie farei come ha fatto Fabo, ma sono costretto qui». Dj Fabo ha fatto crollare il muro del silenzio ma, come sottolinea Marco Cappato, «quasi ogni giorno accade che un cittadino italiano vada in Svizzera per ottenere l’assistenza medica alla morte volontaria. Da anni è così. Le autorità italiane lo sanno, lo sa la politica, poi sono arrivati Dominique Velati, Fabo e Davide Trentini che hanno rotto l’omertà, esigendo pubblicamente ciò che avrebbero potuto più comodamente ottenere in segreto». Da marzo 2015 l’Associazione Luca Coscioni ha fornito informazioni a 268 persone presentatesi in forma non anonima. «Dall’inizio dell’anno c’è un aumento preoccupante» delle richieste di chi vuole avvicinarsi alla dolce morte, conferma Emilio Coveri, presidente dell’Associazione Exit Italia. Nei primi quattro mesi le persone seguite dall’associazione sono già 37, nel 2016 cinquanta hanno scelto di morire in Svizzera. «E’ evidente che c’è una aumento esponenziale delle richieste, ed è preoccupante», dice Coveri.

ITALIA SENZA REGOLEIl problema, spiega, è che «non c’è nessuna apertura reale della politica italiana sul fine vita: ogni mese novanta cittadini italiani chiamano la nostra associazione per avere informazioni sul suicidio assistito in Svizzera. E’ davvero urgente una legge anche in Italia, che obbliga ancora oggi a morire in esilio». In Europa si procede in ordine sparso, mentre in alcuni Paesi (come Germania, Austria, Portogallo e Spagna) hanno valore legale e vincolante le volontà del paziente espresse anche prima di ammalarsi, in altri non è prevista la possibilità di stabilire in anticipo quali trattamenti accettare o rifiutare e in quali condizioni. Di questo gruppo fanno parte l’Italia, la Grecia, Cipro e gli Stati dell’Est. Su 28 paesi dell’Ue (è compreso anche il Regno Unito), 13 hanno una normativa specifica sul testamento biologico e in 12 casi ha valore legalmente vincolante mentre negli altri 15 non è normato. E l’Italia è tra questi. Il 19 aprile i deputati riprenderanno ad esaminare un testo di legge.

Spero tanto che l’Italia diventi un Paese più civile»: è il «testamento» scritto da Davide Trentini, il 53enne di Massa che giovedì scorso è morto in Svizzera dove è «emigrato» nelle sue ultime ore di vita per ottenere il suicidio assistito. Lo ha scritto prima di partire perla sua «sognata vacanza», dopo anni di malattia. Ma già per la prossima settimana è pronto un viaggio simile: un’altra persona dall’Italia raggiungerà la Confederazione per cercare di porre fine alle proprie sofferenze con l’eutanasia.

L’annuncio è di Marco Cappato e Mina Welby che ieri a Massa (Massa Carrara) si sono autodenunciati per aver aiutato Davide a morire. Così come fa, è la stima di Cappato, almeno un italiano al giorno scegliendo di varcare il confine per porre fine alla propria vita e alle proprie sofferenze, «anche se le autorità italiane lo sanno da sempre, ma fingono di guardare dall’altra parte». I due esponenti dell’Associazione Luca Coscioni sono rimasti per oltre un’ora dai carabinieri, facendo verbalizzare le loro dichiarazioni spontanee nelle quali, in pratica, si autoaccusano di aver aiutato Davide a smettere di vivere. Mina Wel- by lo ha accompagnato in Svizzera in un viaggio che non esita a definire «un calvario», per le sofferenze del 53enne.

Un viaggio, quello della vedova di Piergiorgio Welby, compiuto pensando proprio al marito (deceduto il 20 dicembre 2006) e a «proseguire quello che lui aveva cominciato. È stato un dovere farlo». Marco Cappato ha raccolto i fondi necessari al trasferimento attraverso Sos Eutanasia ed ha fatto il bonifico in Svizzera: era il 25 agosto quando la mamma di Davide
ha telefonato chiedendo aiuto perché il figlio aveva detto che «non poteva più aspettare». Entrambi potenzialmente «colpevoli», dunque, per la legge italiana. Ma a deciderlo sarà la procura di Massa alla quale i militari trasmetteranno i verbali.

«In tre anni si sono messe in contatto con noi, in forma non anonima, quasi 300 persone, e ad alcune di queste abbiamo fornito un aiuto anche pratico, per l’ultimo viaggio in Svizzera», ha detto Cappato agli investigatori fornendo anche i nomi delle persone che l’associazione Soccorso Civile ha aiutato finora nel superare gli ostacoli della legislazione italiana. Quelli stessi che Davide Trentini ha indicato nella sua lettera prima di morire, confidando che l’Italia «faccia finalmente una legge che permetta di porre fine a sofferenze enormi, senza fine, senza rimedio, a casa propria, vicino ai propri cari, senza dover andare all’estero, con tutte le difficoltà del caso, senza spese eccessive». «Non ce la faccio proprio più senza nessuna prospettiva», conclude Davide nella sua lettera testamento nella quale ringrazia l’Associazione e Cappato: «Ogni giorno sto sicuramente peggio del giorno prima, e dopo una lunghissima riflessione ho deciso di andare in Svizzera per il suicidio assistito».

«Mio figlio mi ha convinto Lo accompagno a morire»

Davide abita in un piccolo appartamento alla periferia di Massa Carrara. Mobilio umile. Umile anche la luce che, quando andiamo a conoscerlo, pochi giorni prima della sua partenza per la Svizzera, si fa largo attraverso le finestre. Davide è un omone alto e bello. La barba ingrigita e le sopracciglia folte incorniciano una faccia simpatica e stanca.

Intelligente. Mentre parliamo ha uno spasmo, uno di quelli forti tipici della sclerosi multipla, la «malattia stronza» – come lui la definisce – che lo tortura da più di vent’anni. Si contorce, si abbandona a quel dolore fortissimo che gli trasforma il viso e ci lascia col fiato sospeso. Impotenti.Accanto a lui, la mamma – Anna – un donnino piccolo col viso ancor più stanco e tumefatto da una caduta recente. Non è difficile sentirsi a proprio agio con loro, in quel salottino scarno, scatole di medicine sparse, la foto dei nove nipotini di Davide e Anna che veglia su tutto quel dolore.

Anna, che cosa significa per una madre stare accanto a un figlio che soffre tanto?
«Davide è malato dal 1993. Da quando sta a casa con me, circa cinque anni, vivo il suo dolore sempre. Ogni giorno e ogni notte, senza poter fare altro che cercare di aiutarlo quando ha bisogno. Cade, si fa male ed è sempre più difficile, poi».
Quanti tentativi avete fatto prima di arrendervi all’idea della soluzione svizzera?
«Davide ne ha fatti tanti. E moltissime cure. Ha provato con le bombe di cortisone, anche in vena. Poi l’interferone, quindi la chemio per due anni al Careggi di Firenze. Aveva provato anche una nuova cura sperimentale che però per lui non andava bene e la malattia è andata progredendo, fino a qui».
Perché ha deciso di appoggiare Davide nella scelta di andare in Svizzera
per sottoporsi al suicidio assistito?
«Perché sono ormai quasi cinque anni che ce l’ho qui a casa, da quando la sua compagna l’ha riportato da me. E io vivo giorno e notte insieme a lui, i suoi dolori e lo capisco. Dolore su dolore. Sempre».
Quanto le è costato, da madre, accettare la volontà di Davide?
«Un bel po’».
E quanto ci ha messo?
«Tanto. All’inizio pensavo potesse stare bene in un istituto dove sapessero prendersi cura di mali come il suo. Ma la verità è che, come mi dice sempre, in nessun istituto può passare il dolore che sente
ogni giorno, a ogni ora e che va sempre peggiorando. Cosa cambia? Perché deve soffrire ancora?».
Gliel’ha detto lui che voleva andare in Svizzera?
«Sì. Poi ci ho messo un po’ a capire. Ma, alla fine, sono io che ho chiesto aiuto».
In che modo?
«Ho scritto a Marco Cappato. Era circa un anno fa. Sono stata io a mettere in moto tutto. Il problema più grande era che non avevamo abbastanza denaro. Cappato ci ha dato una mano anche in questo».
E gli amici?
«Due sono venuti a salutarlo pochi giorni fa perché sanno che parte. Ma ultimamente non si era più fatto vivo nessuno».
Vi siete sentiti abbandonati dallo Stato italiano?
«Sì, assolutamente sì».
Anna, che cosa si sente di dire oggi alle nostre istituzioni?
«Che dovrebbero fare qualcosa di più per permettere ai cittadini di decidere della loro vita. Perché sarebbe giusto che Davide restasse a casa sua, circondato dai suoi cari, e potesse mettere fine a tutto questo dolore senza dover andare, solo, in un altro Paese».

Da Massa Carrara fino in Svizzera: ieri l’uomo si è sottoposto a eutanasia. Un altro suicidio assistito E il Parlamento se ne frega

Anche Davide Trentini è morto in Svizzera. Lontano da casa, lontano dai suoi affetti, costretto dalla politica italiana all’ultimo esilio. Quello per l’eutanasia. Con lui, in quella stanza d’ospedale al di là delle Alpi, è rimasta solo la radicale Mina Welby. Che oggi andrà ad autodenunciarsi dai carabinieri di Massa Carrara. «Sono felice di aver potuto fare questo al posto di Marco Cappato», racconta la compagna di Piergiorgio Welby, con la voce ferma e la calma di chi è determinato nei propri intenti:«Dopo dieci anni ho avuto la possibilità di aiutare una persona a scegliere quello che nel nostro Paese è proibito». Già. «Basta dolore», ha ruggito Davide con gli ultimi sforzi davanti a una telecamera, prima di chiudere gli occhi per sempre: «La cosa principale è il dolore, bisogna focalizzare questa parola.

Tutto il resto è in più». Lui, 53 anni, exbarista e malato di sclerosi multipla dal 1993, il sollievo finale l’ha potuto ottenere solo in quel modo. Da anni viveva con la madre, una donna forte che lo ha sostenuto in quella scelta difficile. Anche se il male non lo abbandonava mai, «non ce la faceva più, ogni giorno doveva prendere medicinali pesanti ed era arrivato a considerare la vita poco degna», chiosa Welby. La decisione di ricorrere al suicidio assistito Davide l’ha maturata a fine anno: “Una liberazione, un sogno, una vacanza», ecco cosa rappresentava per lui quella possibilità.

Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni che un mese fa aveva intrapreso lo stesso viaggio con Dj Fabo, lo ha salutato con un tweet: «Ciao, Davide. È stato un dovere aiutarti». Un dovere che però da anni la classe politica del bel paese ignora o fa finta di ignorare. L’associazione ha depositato in Parlamento una proposta di legge per regolamentare il fine vita anche in Italia, era il 2013: militanti e dirigenti di area radicale hanno raccolto 70mila firme, quegli scatoloni non sono neanche stati aperti. Gli scantinati di Montecitorio li custodiscono come fossero una reliquia. E allora pazienza anche se nel corso degli anni quella cifra è più che raddoppiata, tra appelli on-line e petizioni a sostegno. Pazienza se i sondaggi fatti a destra e a manca continuano a segnalare un forte interesse sulla questione.

Pazienza se nelle manifestazioni di piazza a portare i cartelli chiedere di “essere liberi” sono proprio alcuni disabili. «Anche ieri il Parlamento ha costretto un uomo malato ad andare oltre confine per affermare la sua libertà di scelta», attacca Filomena Gallo, segretario dell’associazione Coscioni. Ed è un copione già visto: oltre a Dj Fabo è toccato anche a Dominique Velati e a Piera Franchini. «La nostra costituzione tutela le libertà individuali, ma il codice penale è fermo all’impostazione fascista e prevede ancora il reato per chi aiuta una persona a porre fine alle proprie sofferenze», continua Gallo, «la polita dovrebbe però assumersi la responsabilità di dare una risposta alla gente che riempie le piazze per chiedere un diritto che oramai è riconosciuto in tanti Paesi civili».

Ma nei palazzi non si muove (quasi) nulla. Non senza difficoltà i radicali hanno ottenuto un timido avvio della discussione sul testamento biologico. Ma l’aula vuota il giorno dopo la morte di Dj Fabo però vale più di mille parole. E dire che neanche una settimana prima la passerella mediatica si era attivata, per qualche prima pagina in più. «Questo Parlamento ha già esaurito il suo mandato», chiariscono dalla Coscioni, «gli italiani non possono più aspettare».

Che cosa significa “eutanasia”?

• È una parola con notevole variabilità storica, con significati diversi a seconda dell’uso che se ne fa.
Può significare:
– ‘morte buona’ o ‘senza sofferenze’ gestita dal medico per ridurre il dolore
– azione od omissione che procura la morte allo scopo di eliminare il dolore in un assistito senza più speranze di guarigione
– ‘suicidio su richiesta’ del paziente (suicidio assistito).
• E, comunque la si vuol chiamare e intendere, l’eutanasia comporta il dare la morte a chi è ancora vivo. Una morte per di più programmata dal medico che, per vocazione e professione, è ministro della vita.
Quale valutazione morale va data suH’eutanasia?
Vari principi morali sono coinvolti nella pratica dell’eutanasia:
• L’eutanasia contraddice il principio fondamentale di indisponibilità del diritto alla vita, diritto che spetta solo a Dio.
• Condividere l’intenzione suicida di un altro e aiutarlo a realizzarla mediante il cosiddetto “suicidio assistito”, significa farsi collaboratori, e qualche volta attori in prima persona, di una cultura di morte, di un’ingiustizia, che non può mai essere giustificata, neppure quando fosse richiesta.
• Il suicidio assistito autodeciso e praticato da personale sanitario, benché consentito dalla legge dello
Stato, è, a tutti gli effetti:
– un crimine contro la vita della persona umana,
– una abdicazione della scienza medica,
– un’aberrazione giuridica.
• La logica effettiva dell’eutanasia è essenzialmente egoistica e individualistica e, in quanto tale, contraddice la logica solidale e la fiducia reciproca su cui poggia ogni forma di convivenza.
• Non esiste nell’individuo il diritto a decidere della propria morte: non esiste il diritto a una scelta tra la vita e la morte.
• Si deve parlare invece di un diritto di morire bene, serenamente, evitando cioè sofferenze inutili. Esso coincide con il diritto di essere curato e assistito con tutti i mezzi ordinari disponibili, senza ricorrere a cure pericolose o troppo onerose e con l’esclusione di ogni accanimento terapeutico. Il diritto di morire con dignità non coincide affatto con il supposto diritto all’eutanasia, la quale è invece un comportamento essenzialmente individualistico e di ribellione.
• L’eutanasia nasce da un’ideologia che rivendica all’uomo pieno potere sulla vita e quindi sulla morte; un’ideologia che affida assurdamente a un essere umano il potere di decidere chi deve vivere e chi no (eugenetica).
• Essa è estrema via di fuga di fronte all’angoscia della morte (vista come inutile, un non-senso…); è una scorciatoia che non dà senso alcuno al morire, né conferisce dignità al morente; è una strategia di rimozione; l’uomo è caduto vittima della paura ed invoca la morte pur sapendo che è una sconfitta ed un atto di estrema debolezza.
• È vista talvolta anche come un modo per contenere i costi, soprattutto nei confronti di malati terminali, dementi, anziani macilenti e improduttivi… peso morto per se stessi, per i familiari, per gli ospedali, per la società…
• Chi vuole morire lascia una macchia su di noi, perché la sua rinuncia a vivere è anche colpa nostra.
• Quanto al pensiero, tutto cattolico,
che anche un minuto in più sia importante, si pensi a quante volte l’ultimo minuto ha capovolto il senso di tutta l’esistenza. Succede alla vita dei re come a quella dei contadini. Può perfino capitare che sia l’unico momento dotato di un senso. Per questo vivere in una società dove tutti fanno di tutto per aiutarti a vivere è meglio che vivere in una società dove sai che a un certo punto ti lasci andare e tutti ti lasciano andare.
• L’eutanasia suscita poi una serie di interrogativi angosciosi, ai quali nessuno riuscirebbe mai a dare risposta, qualora l’eutanasia fosse legalizzata.
Eccone alcuni:
– In base a quale criterio un soggetto può essere ritenuto ‘distrutto dal dolore’?
– Come può lo Stato determinare l’intensità della sofferenza che si richiede per legittimare l’eutanasia?
– E chi è autorizzato a decidere per il sì o per il no: il medico o anche un amico o un familiare?
– Chi garantisce che la ‘morte dolce’ venga decisa effettivamente per porre fine a una sofferenza ritenuta intollerabile e non per qualche altra ragione, magari per interessi (anche economici) inconfessabili?
Qual è il ruolo dello Stato, della legge?
• Nell’eutanasia, lo Stato, da garante e promotore di diritti fondamentali, assume la veste di “decisore” di morte, anche se poi l’esecuzione vera e propria è rimessa ad altri.
• Lo Stato non può limitarsi a prendere atto di quello che è già nella mentalità e nella prassi sociale: lo Stato moderno deve confrontarsi con la cultura dei cittadini e con le loro istanze. Ma è altrettanto vero che non è tenuto a recepirle quando sono lesive di diritti fondamentali.
• Da rilevare che un fattore significativo
è l’effetto sanzionatorio e l’influenza etica che la legislazione civile ha sulla moralità pubblica. Qualcuno pensa: “È la legge, quindi è permesso”.• Queste potrebbero essere alcune delle conseguenze:
– un numero maggiore di persone nella nostra società accetterà l’eutanasia come una cosa normale
– il rispetto per la vita umana continuerà a diminuire
– i medici saranno sottoposti a una pressione sociale sempre più forte affinché pratichino l’eutanasia e il suicidio assistito, come se fosse parte della loro responsabilità di medici e parte della loro normale attività professionale. Inoltre diminuirà la fiducia nei medici
– ci sarà meno disponibilità emotiva ad assistere malati allo stadio terminale, ad affrontare la loro sofferenza, ad alleviarla e condividerla. E’ semplicemente assurdo che si elimini il malato, perché non si riesce ad eliminare la malattia!
– intorno al malato potrà crearsi un clima che lo farà sentire obbligato a sollevare gli altri dal fardello che egli è diventato a causa delle terapie intensive a lungo termine.
• sarebbe assurdo che il permesso di ricorrere all’eutanasia dovesse nel tempo portare a situazioni nelle quali i pazienti terminali, le loro famiglie e i loro medici si sentano in dovere di giustificare il loro essere contrari all’eutanasia e al suicidio assistito.
Che cosa fare contro la cultura della morte?
• È necessario:
– unire gli sforzi di tutti coloro che credono alla inviolabilità della vita umana, anche di quella terminale;
– resistere a ogni tentazione di porre fine alla vita di un paziente mediante un atto di omissione deliberato o attraverso un intervento attivo;
– potenziare le strutture di accoglienza;
– rendere più efficienti le forme di assistenza e solidarietà familiare, civile e religiosa;
– assicurare un’assistenza che includa forme di trattamento efficaci e accessibili, sollievo dal dolore e forme di sostegno comuni. Occorre evitare un trattamento inefficace o che aggravi la sofferenza, ma anche l’imposizione di metodi terapeutici insoliti e non ordinari;
– è di fondamentale importanza il sostegno umano, di cui può disporre la persona morente, poiché 1a domanda che sgorga dal cuore dell’uomo nel confronto supremo con
la sofferenza e la morte, specialmente quando è tentato di ripiegarsi nella disperazione e quasi di annientarsi in essa, è soprattutto domanda di compagnia, di solidarietà e di sostegno nella prova;
– occorre destinare più risorse alla cura di malati incurabili;
– promuovere una formazione etica, psicologica, sociale e tecnica degli operatori sanitari;
– morire con dignità umana richiede in particolare una “buona assistenza palliativa e una buona ospedalizzazione”.
– è necessario promuovere, in tutti i modi, il principio secondo cui la morte non è né può essere nella disponibilità dello Stato o della scienza e neppure dell’individuo. Il tentativo di eliminare la malattia e la sofferenza estrema dall’orizzonte della nostra vita con la scorciatoia dell’eutanasia è un rischio dalle conseguenze imprevedibili.
– occorre tener presente il pronunciamento della S. Sede, attraverso la Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo il quale “nell’imminenza di una morte inevitabile nonostante i mezzi usati, è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi”.
• Occorre soprattutto presentare la concezione cristiana del soffrire- morire.
Qual è la concezione cristiana del soffrire-morire?
• La vita è un dono di Dio: l’uomo non è il padrone della propria vita, in quanto non è lui il creatore di se stesso. Egli la riceve in dono, come un dono prezioso è ogni istante della sua vita. L’uomo amministra la propria vita e deve risponderne responsabilmente a Colui che gli ha donato l’esistere.
• Il porre fine pertanto alla propria vita non spetta all’uomo. Ogni istante della sua vita, anche quando è segnato dalla sofferenza, dalla malattia, ha un senso, è un valore da apprezzare e da far fruttificare per sé e per gli altri.
• Certo, è giusto lottare contro la malattia, perché la salute è un dono di Dio. Ma è importante anche saper leggere il disegno di Dio quando la sofferenza bussa alla nostra porta. La “chiave” di tale lettura
è costituita dalla Croce di Cristo. Il Verbo incarnato si è fatto incontro alla nostra debolezza assumendola su di sé nel mistero della Croce. Da allora ogni sofferenza ha acquistato una possibilità di senso, che la rende singolarmente preziosa, se unita alla sofferenza di Cristo.
• La sofferenza, conseguenza del peccato originale, assume, grazie a Cristo, un nuovo significato: diviene partecipazione all’opera salvifica di Gesù Cristo. Unita a quella di Cristo, l’umana sofferenza diventa mezzo di salvezza per sé e per gli altri.
• Attraverso la sofferenza sulla Croce, Cristo ha prevalso sul male e permette anche a noi di vincerlo.
• Anche la concezione della stessa morte da un punto di vista cristiano è qualcosa di nuovo e consolante.
– Una vita che sta terminando non è meno preziosa di una vita che sta iniziando. E per questa ragione che la persona che sta morendo merita il massimo rispetto e le cure più amorevoli.
– La morte, nella Fede cristiana, è un esodo, un passaggio, non la fine di tutto. Con la morte, la vita non è tolta ma trasformata. Per colui che muore senza peccato mortale, la morte è entrare nella comunione d’amore di Dio, la pienezza della Vita e della Felicità, è vedere il Suo volto, che è la sorgente della luce e dell’amore, proprio come un bambino, una volta nato, vede i volti dei propri genitori. Per questa ragione la Chiesa parla della morte del santo come di una seconda nascita: quella definitiva ed eterna al paradiso.
• La vittoria definitiva e completa di Cristo sul male, la sofferenza e la morte sarà attuata e manifestata alla fine del mondo, allorquando Dio creerà nuovi cieli e nuova terra, e sarà “tutto in tutti” (1 Cor 15,28).

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