Evasione fiscale clamorosa da 50 mln di euro per Gli Stockisti: sito chiuso e 18 arresti

Nella giornata di ieri, la Polizia e l’Ufficio delle Dogane hanno bloccato oggi le attività di Stockisti, una nota realtà specializzata nella vendita di smartphone, TV, console per videogiochi e altri prodotti di elettronica di consumo.

Smartphone, televisori, consolle e videogiochi venduti on line a prezzi concorrenziali grazie alla sistematica evasione dell’Iva, è questa l’accusa scattata nei confronti di STK Europe e nello specifico pare siano state emesse circa 18 ordinanze di custodia cautelare, di cui 10 eseguite nei confronti di altrettanti soggetti accusati di associazione a delinquere finalizzata all’evasione fiscale.Dalle indagini effettuate dalla Polizia e dall’Ufficio delle Dogane di Roma è emerso che l’organizzazione pare operasse attraverso due siti internet che avevano un gruppo seguito ed erano riconducibili ad una società maltese.

Il sito era noto tra gli appassionati di elettronica per i prezzi super concorrenziali e un servizio efficiente che ha permesso di gestire un volume d’affari di oltre 250 milioni di euro all’anno, peccato che l’IVA circa 50 milioni non venisse versata allo Stato ma evasa è questo quanto emerso dopo una serie di indagini condotte dalla Polizia di Stato e dall’ ufficio delle dogane di Roma e hanno eseguito nella giornata di ieri, una serie di misure cautelari per il reato di associazione per delinquere finalizzata all’evasione fiscale. Per queste ragioni il sito è stato chiuso e su disposizione della polizia postale ma nel corso della giornata di ieri, qualche operatore risultava ancora irraggiungibile. “Gli accertamenti hanno consentito di accertare un’evasione di oltre 50 milioni, una cifra rilevante” ci ha detto al telefono Nicola Zupo, primo dirigente della Polizia Postale e dirigente compartimento polizia postale e delle Telecomunicazioni del Lazio.

“Abbiamo avviato le procedure per oscurare i siti in questione”, aggiunge Zupo. Inoltre gli investigatori della polizia postale e degli uomini dell’Ufficio delle Dogane pare abbiano anche scoperto che la società maltese che gestiva il sito ha operato dal 2012 nominando ogni anno una diversa società concessionaria esclusiva per l’Italia che in realtà era una via di mezzo tra una società cartiera e una scatola vuota che aveva l’unico scopo di rendere difficili i controlli dell’amministrazione fiscale italiana.

La polizia postale nel corso della giornata di ieri ha oscurato i siti dove venivano commercializzati prodotti che avevano un volume di affari di oltre 250 milioni.  La notizia ovviamente non è stata presa con entusiasmo da coloro i quali avevano effettuato ordini ed erano in attesa di ricevere uno smartphone o un televisore. I particolari dell’operazione e le varie misure intraprese saranno inserite nel corso di una conferenza stampa che si terrà nella mattinata di oggi a Roma, intorno alle ore 11:00 presso la sede del Compartimento Polizia postale e delle comunicazioni del Lazio.

Come dimezzare l’evasione in tre anni*

Non è vero che l’evasione non si può debellare. Con modifiche legislative mirate e strumenti tecnologici che la rendono più difficile da attuare e più facile da individuare, è possibile ridurla drasticamente. Liberando risorse per una contestuale e rilevante riduzione delle imposte.

L’EVASIONE NELLA TEORIA
Il modello teorico canonico sulla evasione fiscale prevede che il comportamento dei contribuenti dipenda dalla probabilità di essere scoperti (numero di accertamenti) e dall’entità della pena potenziale. In teoria, operando sulle due leve l’evasione potrebbe essere sconfitta.

Questo modello è stato esplicitamente alla base della strategia dell’amministrazione finanziaria italiana negli ultimi sei anni, ed è quello che ha giustificato una politica aggressiva nei confronti dei contribuenti orientata ad aumentare (peraltro senza riuscirci) il numero degli accertamenti, basata sui blitz, l’uso forte di Equitalia, e altro ancora.
Nel dibattito teorico il modello Allingham-Sandmo è stato contestato in quanto non sembra spiegare perché, pur con il numero di verifiche piuttosto basso (4-5 per cento delle dichiarazioni) che le amministrazioni di tutti i paesi sono in grado di effettuare, l’evasione in molti paesi sia ragionevolmente contenuta o comunque più bassa di quello che il modello teorico sembrerebbe indicare. La critica si basa su un evidente equivoco, in quanto non va dimenticato che, oltre alla tradizionale attività di verifica, le amministrazioni dispongono dialtri strumenti di controllo che equivalgono o spesso sono più potenti delle verifiche stesse; basti pensare alle ritenute alla fonte sui redditi da lavoro dipendente o da capitale o alle ritenute d’acconto, o alla possibilità di incrociare dati di diversa provenienza. Ne deriva che i contribuenti effettivamente accertati ogni anno sono in realtà molti di più del 4-5 per cento. Il modello base quindi funziona, ma per motivi diversi da quelli su cui si basa la sua interpretazione più diffusa.

LA STRATEGIA PER RIDURLA
Questa considerazione consente di prospettare una via diversa per la riduzione dell’evasione: non solo la repressione ex post, ma anche e soprattutto una attività di prevenzione, agendo prima di tutto sulle regole del gioco attraverso misure di carattere legislativo, procedurale e organizzativo in grado di interferire in modo mirato con i meccanismi stessi dell’evasione, che per questo devono essere accuratamente individuati e analizzati.
È stata la strategia seguita durante i Governi di centro-sinistra nei periodi 1996-2000 e 2006-2008, con risultati molto rilevanti che in parte permangono ancora oggi. Tuttavia, è stata abbandonata e contraddetta dai Governi successivi, compresi quelli di Mario Monti ed Enrico Letta, e quindi si è diffusa la convinzione che il fenomeno non si possa debellare.

Così non è. Al contrario, si può dimostrare che introducendo modifiche legislative mirate e utilizzando strumenti tecnologici che la rendono più difficile da attuare e più facile da individuare, è possibile ridurre drasticamente l’evasione fiscale, senza che questo comporti nessun aggravio, neanche amministrativo, per chi già paga regolarmente le tasse, rendendo così disponibili risorse per una contestuale ed egualmente rilevante riduzione delle imposte.

Ciò è spiegato formalmente in un lavoro accademico in corso di pubblicazione e in un rapporto dell’associazione Nens che elabora un modello statistico in grado di stimare, per la prima volta, l’entità dell’evasione dell’Iva associata a singoli specifici comportamenti dei contribuenti.

Vengono individuati quindici diversi comportamenti che producono l’evasione dell’imposta e l’ammontare collegato a ciascuno di essi. I risultati, mentre confermano l’entità complessiva della evasione dell’imposta trovati da altri precedenti studi, consentono di comprendere molto meglio la dinamica dei comportamenti dei contribuenti e di individuare idonee misure di contrasto.

L’evasione dell’Iva è alla base della successiva evasione delle imposte dirette e dell’Irap, sicché più riduzione del fenomeno comporta in teoria un recupero di gettito molto più elevato.
Le misure di contrasto individuate sono numerose. Tra queste, l’uso del meccanismo del “reverse charge” (autofatturazione) in alcuni settori, strumento tra l’altro in grado di eliminare il ricorso a fatture false (vedi Mose); l’applicazione dell’aliquota ordinaria per gli scambi intermedi; l’adozione del metodo di calcolo base per base, anziché imposta da imposta per le cessioni al consumo finale del commercio, l’adozione generalizzata della fatturazione telematica; l’introduzione degli scontrini telematici e di una speciale carta telematica per i pagamenti per i quali viene rilasciata la ricevuta fiscale anziché lo scontrino; l’accredito diretto nel bilancio dello Stato dell’Iva dovuta dalla Pa. Il recupero del gettito complessivo stimato dal modello è imponente: (almeno) 60 miliardi di euro. Alcune delle misure proposte potrebbero essere adottate ed essere efficaci subito, altre richiedono tempi di attuazione più lunghi, ma entro tre anni l’intera riforma potrebbe essere a regime.
Come sempre, questi dati vanno presi con la dovuta cautela. Valutazioni più precise si potrebbero ricavare se si disponesse delle banche dati del ministero. Tuttavia, i risultati sono tali da non poter essere ignorati. E segnalano altresì l’urgenza di un deciso cambio di indirizzo nella gestione dell’Agenzia delle Entrate: infatti certi studi, riflessioni, elaborazioni e proposte non dovrebbero essere delegati e lasciati alla buona volontà di studiosi indipendenti, ma dovrebbero rappresentare uno dei compiti istituzionali fondamentali di una buona amministrazione finanziaria.

L’Iva? La Pa la paghi allo stato

L’Iva è una delle imposte più evase. Anche quella su forniture alla pubblica amministrazione. Se l’ente pubblico versasse direttamente l’imposta allo Stato, invece di liquidarla al fornitore assieme al valore della fornitura, si potrebbe recuperare un gettito non indifferente.
PERCHÉ NON È UNA PARTITA DI GIRO
Fonti ufficiali (Consip) quantificano in 136 miliardi di euro, nel 2011, la spesa per acquisti di beni e servizi della pubblica amministrazione. Si tratta della terza voce di spesa, dopo le pensioni e gli stipendi dei dipendenti pubblici. Gli acquisti della Pa sono assoggettati all’Ivae rappresentano una spesa non recuperabile, dato che la Pa non applica l’imposta ai servizi che eroga a pagamento (ticket sanitari, rette scolastiche, e così via).
Poco male, vien da dire, dato che la spesa Iva dello Stato dovrebbe essere controbilanciata da un’entrata di pari ammontare. Un partita di giro, insomma; l’Iva pagata da un ministero dovrebbe pareggiare l’entrata Iva degli uffici fiscali e tale uguaglianza tra entrate e uscite dovrebbe valere anche per l’intera Pa.
Dovrebbe. In realtà, gli incassi sono minori degli esborsi in quanto una parte dell’Iva versata non viene recuperata, per almeno due ragioni. La prima: i fornitori possono trovarsi in situazioni di insolvenza e, addirittura, fallire, rendendo arduo il recupero dell’eventuale credito Iva da parte dell’Agenzia delle Entrate.
La seconda ragione attiene all’evasione fiscale, che trova nell’Iva e nell’Irpef i pascoli più capienti e più battuti. Anche tra i fornitori della pubblica amministrazione, così come tra sub-appaltatori delle opere commissionate e pagate dalla Pa, si annidano certamente fenomeni di evasione Iva.

UNA PROPOSTA SEMPLICE
Esiste una soluzione semplice per assicurare che l’esborso Iva della Pa sia esattamente incassato dallo Stato. Si tratta di modificare l’attuale meccanismo di versamento dell’Iva, attribuendolo all’acquirente pubblico. Invece che liquidare l’imposta sul valore aggiunto al fornitore assieme al valore della fornitura, un ente pubblico dovrebbe versare direttamente l’Iva allo Stato, su un apposito capitolo di bilancio. Il fornitore, esentato così da un adempimento fiscale, dovrebbe limitarsi a registrare un credito di pari importo nel suo registro Iva, come se avesse effettivamente versato direttamente quella cifra all’erario.
Il meccanismo sarebbe applicabile a tutti i soggetti della Pa: Stato, Regioni, comuni, Inps e così via, e non richiede alcuna autorizzazione comunitaria poiché, pur essendo l’Iva un’imposta assoggettata alla disciplina europea, non verrebbero modificate né il campo di applicazione né le aliquote, ma soltanto le modalità di (parziale) riscossione e queste rientrano nella potestà nazionale. In buona sostanza, la proposta qui delineata riecheggia il meccanismo del sostituto d’imposta per i redditi da lavoro, mediante il quale il datore di lavoro trattiene alla fonte e versa allo Stato una quota dell’Irpef dovuta dal percettore del reddito.

Azzardo una grossolana stima del potenziale recupero di gettito Iva consentito dall’applicazione della proposta. Considerando prudenzialmente un’aliquota media del 15 per cento sui circa 130 miliardi di spesa pubblica per forniture, il gettito Iva si aggira attorno ai 17 miliardi. Se insolvenze ed evasione fossero responsabili anche soltanto di un 5 per cento di mancati versamenti Iva, sarebbero recuperati all’erario circa 850 milioni di euro. Per la cronaca, in materia di Iva complessiva circolano stime ben superiori circa la dimensione dell’evasione.
Non mi sfugge che quegli operatori (imprese, professionisti) che operano prevalentemente con la Pa potrebbero risultare danneggiati dal nuovo meccanismo di versamento dell’Iva in quanto finirebbero per maturare ingenti crediti nei confronti dello Stato e sperimentare problemi di liquidità. Alla difficoltà si può ovviare agevolmente consentendo a tali operatori di richiedere rimborsi (o effettuare compensazioni) con cadenza infrannuale.

Più moralità fiscale contro l’evasione

L’evasione fiscale in Italia è anche un fenomeno culturale. Se la si contrasta con una politica attiva si ottiene un doppio vantaggio: si riduce il suo vantaggio razionalmente calcolato e aumenta la moralità fiscale. E, di conseguenza, la propensione a pagare le imposte.

L’evasione fiscale in Italia è un fenomeno culturale e, in quanto tale, immodificabile in tempi ragionevoli? Sulla base di un nostro recente lavoro, la risposta alla prima parte della domanda è “almeno in parte sì”, mentre è “decisamente no” per la seconda parte.
È indiscutibile che l’evasione fiscale sia un annoso problema del nostro paese: varie stime valutano l’economia sommersa poco sotto il 20 per cento del Pil. Se poi contiamo anche l’economia criminale si stima che più di un quarto del nostro Pil sia ignoto al fisco.
L’evasione fiscale riduce le entrate necessarie per far funzionare la macchina statale e il sistema di welfare, oltre a distorcere la distribuzione del carico fiscale e dei benefici ricevuti a sfavore di chi sceglie di non evadere, o comunque non ha la possibilità di farlo.
Per combattere il fenomeno nel modo più efficace è bene comprenderne le motivazioni.
La gran parte dell’evasione fiscale è spiegabile come scelta razionale, una lotteria che il contribuente può decidere di giocare con l’Agenzia delle entrate: se vince si porta a casa un guadagno sotto forma di imposte non pagate, se perde oltre a pagare quanto dovuto, dovrà corrispondere anche una sanzione.
A determinare la decisione di giocare la lotteria possono contribuire una serie di condizioni personali, tra cui il fatto di avere reddito da lavoro autonomo o d’impresa (quindi non soggetto alla dichiarazione da parte un sostituto d’imposta), la soggettiva propensione o percezione del rischio, le condizioni congiunturali, tra cui la temporanea crisi di liquidità dovuta per esempio alla crisi economica.
Tuttavia, non c’è solo la razionalità nelle scelte economiche umane. Chi decide di pagare tutte le imposte dovute può essere spinto dal fatto di attribuire all’onestà, all’adesione alle regole condivise un valore più forte del vantaggio economico. Questo comportamento è solitamente definito dagli economisti “moralità fiscale”. Inoltre, chi decide di pagare tutte le imposte dovute può essere influenzato non solo dal timore delle istituzioni formali (ispettori dell’Agenzia delle Entrate, Guardia di finanza, e via dicendo) ma anche dalla considerazione di quelle informali, come la tendenza a conformarsi al comportamento dei vicini, degli amici, dei parenti, oppure il costo in termini di perdita di reputazione implicito nell’essere scoperto come evasore all’interno della propria comunità di riferimento.

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