Faber, il test unico per le allergie ideato da ricercatori napoletani: ecco come funziona

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Messo a punto da ricercatori del CNR di Napoli, il test diagnostico Faber è stato già brevettato presso gli uffici dell’Unione Europea. Si basa su un biochip e grazie alla nanotecnologia è stato possibile introdurre un numero elevatissimo di allergeni.

Un gruppo di ricercatori dell’Istituto di bioscienze e biorisorse del Cnr di Napoli ha sviluppato uno strumento diagnostico che consente di verificare la sensibilità a 244 allergeni con un unico test. Si tratta di un dispositivo che permette di verificare la sensibilità a 244 allergeni con un unico test ed è costituito da un biochip e si base sull’utilizzo di nanotecnologie; nello specifico, gli allergeni sono accoppiati a piccolissimi supporti che permettono di analizzare la sensibilità a circa 150 fonti allergeniche, tra le quali alimenti, acari e pollini.

Un unico test per verificare la sensibilità a 244 tipi di allergie, dunque, è questo lo straordinario risultato a cui pare siano giunti alcuni ricercatori dell’Istituto di bioscienze e biorisorse del Cnr di Napoli.Grazie a Faber, ovvero allo strumento diagnosticato per le allergie, sarà possibile diagnosticare l’eventuale presenza di allergie ed alimenti, polline e acari, muffe, lattice, tessuti, veleni di api e vespe.

Faber utilizza diversi tipi di legami chimici, ottimizzando la coniugazione delle proteine allergeniche. Il biochip interno a Faber, permette di immobilizzare circa 122 molecole e 122 estratti provenienti da 150 diverse fonti di allergie. L’innovativo test diagnostico è stato realizzato in collaborazione con l’Allergy Data Laboratories e l’azienda austriaca MacroarrayDx ed i risultati fino ad ora ottenuti, verranno presentati nel prossimo meeting dell’European Academy of Allergology and Clinical Immunology, che si svolgerà in Finlandia e nello specifico ad Helsinki da domani 17 giugno fino al prossimo 21 giugno. Il funzionamento di Faber è stato spiegato da Maria Antonietta Ciardiello, a capo del team che ha ideato Faber, la quale ha detto:” La particolarità è che permette di scoprire tante allergie con un solo esame del siero, prelevato per via endovenosa“.

La stessa ha anche aggiunto che su un biochip sono immobilizzate, 244 preparazioni allergeniche. “122 molecole e 122 estratti caratterizzati, provenienti da circa 150 differenti fonti (alimenti, pollini, acari, epiteli, muffe, lattice, veleni di api e vespe, tessuti), è per questo che attraverso un unico test, si riesce ad analizzare contemporaneamente la sensibilità a tutti gli allergeni, anziché procedere una sostanza sola per volta“, è questo quanto spiegato da Maria Antonietta Ciardiello. Per poter fare il test non è necessario digiunare così come l’assunzione di farmaci non altera il risultato del test e l’esame dura almeno 4 ore per l’esecuzione. L’Organizzazione mondiale della Sanità ha definito l’allergia come una patologia non trasmissibile fuori controllo, negli ultimi dieci anni ha subito purtroppo un notevole incremento, coinvolgendo quasi il 40% della popolazione mondiale.

L’allergia, purtroppo, sembra che in questi anni sia stata influenzata dalla posizione geografica e dalle condizioni climatiche può essere causa di malattie croniche a rischio per la vita stessa dei soggetti allergici. Insomma, un ottimo strumento, che certamente può aiutare a svolgere meglio indagini su un problema, quello delle allergie, che colpisce sempre di più la popolazione.

Le 244 sostanze allergeniche agganciate ai nanobeads provengono da circa 150 fonti tra cui pollini, tessuti, veleno di vespe o api, acari ecc. ecc.

Il test, che prevede l’uso di siero o plasma umano e di un anticorpo anti-immunoglobina E (IgE), viene eseguito dagli esperti dei Centri associati di allergologia molecolare.

L’allergia, definita dall’Organizzazione mondiale della sanità “una patologia non trasmissibile fuori controllo”, negli ultimi dieci anni ha subito un notevole incremento, coinvolgendo quasi il 40% della popolazione mondiale. Influenzata dalla posizione geografica e dalle condizioni climatiche può, in alcune forme, essere causa di malattie croniche a rischio per la vita stessa dei soggetti allergici. “Faber rappresenta uno strumento diagnostico tecnologicamente avanzato e conta su un’ampia collezione di allergeni“, conclude Ciardiello. “Il test non necessita del digiuno preventivo da parte del paziente e non è influenzato dallassunzione di farmaci, neanche di quelli prescritti per il trattamento dellallergia. Bastano infatti quattro ore per ottenere risultati del test, che essendo collegati al database ‘Allergome’ si aggiornano anche in tempo reale, offrendo un servizio migliore del semplice referto cartaceo.

La prima versione del test FABER 244-122-122 01 è stata messa a punto utilizzando 122 allergeni molecolari, 122 estratti allergenici, complessivamente provenienti da 123 diverse fonti allergeniche e ottenuti da 22 tessuti diversi. La lista completa dei preparati allergenici disponibili nel test è disponibile nel fac simile del referto FABER 244 in allegato a questo documento.

Le molecole allergeniche vengono acquisite o da fornitori internazionali, nella quasi totalità attivi nel settore specifico dei preparati allergenici, ovvero forniti dal nostro laboratorio partner di biochimica delle proteine. Gli estratti allergenici, introdotti nel test per le caratteristiche specifiche delle nanotecnologie e volti ad amplificare e integrare i risultati che si ottengono con le molecole allergeniche, sono stati acquisiti da fornitori internazionali e, soprattutto in assenza di materiale di qualità, prodotti nel nostro laboratorio.

Tutti i preparati allergenici vengono valutati per la loro qualità e composizione, e la loro qualità è costantemente monitorata dal nostro laboratorio. Sulla base della disponibilità dei preparati caratterizzati si procede alla coniugazione con le nanobeads, utilizzando dei protocolli ottimizzati e variabili per ogni preparato. La coniugazione con le nanobeads è soggetta ad una verifica di efficienza della coniugazione stessa. Questa fase di preparazione del test FABER differisce completamente da quella dei microarray tipo ISAC dove è impossibile una immobilizzazione “personalizzata” per ogni preparato allergenico.
Le nanobeads così preparate vengono distribuite secondo serie ordinate da un sistema robotizzato. Il test pronto per l’esecuzione prevede l’uso di siero o plasma umano, e di un anticorpo secondario IgE-specifico purificato per affinità. Il segnale emesso dal tracciante viene rilevato come immagine da uno scanner. L’immagine trasferita nel software di analisi dei test viene sottoposta ad un rigoroso esame in parte eseguito dal software stesso in parte guidata da un operatore esperto. L’analisi dei risultati, condotta sia dal software che dall’operatore, utilizza un database costantemente aggiornato contenente informazioni su tutti i preparati allergenici. Queste informazioni vengono fornite dalla piattaforma Allergome (www.allergome.org).
Una volta ottenuti i risultati dall’analisi dell’immagine, questi vengono trasferiti nella cartella elettronica InterAll, modulo esterno della piattaforma Allergome. Un operatore esperto del CAAM provvede alla validazione finale dei test. Alla fine della validazione InterAll produce i referti, inserendo i commenti generati dagli esperti del CAAM per ogni singolo test risultato positivo, e personalizza l’intestazione del referto sulla base delle informazioni del laboratorio richiedente.
CAAM in collaborazione con Allergy Data Laboratories s.c. ha sviluppato uno strumento innovativo di visualizzazione dei test per i pazienti che eseguono il test FABER. Il CAAM Digital Reporting System (CDRS).
Dopo una registrazione nell’Area Riservata del sito del CAAM, il CDRS, accessibile via browser da tutti i dispositivi elettronici (smartphone, tablet, pc) permette la visualizzazione dinamica del referto del test FABER, mettendo a disposizione dell’utilizzatore numerose funzioni che permettono di comprendere più facilmente i risultati di un test complesso come il test FABER. Il CDRS aggiorna e arricchisce la visualizzazione sulla base della disponibilità di dati dalla piattaforma Allergome, e mostra al paziente i commenti aggiornati e non più solo quelli disponibili al momento dell’esecuzione del test. il CDRS, già ora molto ricco di informazioni, verrà implementato nel tempo dagli sviluppatori del CAAM/ADL con ulteriori funzioni e strumenti. Tutte le informazioni disponibili sul CDRS sono trasferite via Internet con modalità oscurata e criptata.

Il test FABER 244 utilizza una piccola quantità di siero (120 pi). Il test FABER si può eseguire nel paziente pediatrico, nell’anziano, e in tutte le condizioni in cui altri test non sono eseguibili, da 0 a 100 anni.
Per eseguire il test FABER non è necessario il digiuno, non è influenzato dall’assunzione di farmaci inclusi tutti quelli prescritti per il trattamento dell’allergia. Si può eseguire in tutti quei casi, molto frequenti, in cui il paziente è affetto da una dermatite diffusa (es. orticaria, eczema) che impedirebbe l’esecuzione dei test cutanei.
Il test FABER è fondamentale in tutta la patologia allergica quali riniti, asma, orticaria, eczemi, anafilassi, congiuntiviti, disturbi dell’apparato gastro-intestinale.
Il test FABER è molto utile per lo screening e la diagnosi precoce, soprattutto per i soggetti con elevata familiarità per le malattie allergiche, o quando vengono rilevati valori di IgE totali superiori alla norma.
L’interpretazione dei quadri diagnostici più complessi del test FABER è supportata dagli allergologi molecolari. Il ruolo dell’allergologo molecolare è di personalizzare l’interpretazione del singolo test sulla base del ruolo svolto dalle singole molecole intese come markers di rischio e del coinvolgimento di altre fonti allergeniche valutate mediante gli estratti.
Il test FABER, sviluppato nel laboratorio del CAAM raccogliendo le esperienze e le capacità dei migliori esperti nei campi della immuno-diagnostica in multiplexing, della biochimica delle proteine, dell’information technology applicata all’allergologia, e della clinica allergologica molecolare, è disponibile esclusivamente come service dal laboratorio del CAAM.
Per tutte le informazioni sul test in nanotecnologia FABER 244 rivolgersi ai Centri Associati di Allergologia Molecolare via email dedicata faber@caam-allergy.com.
Sul sito www.caam-allergy.com sono disponibili informazioni aggiuntive. È possibile inoltre scaricare i referti pdf del test FABER nelle altre lingue disponibili (inglese, tedesco, francese, spagnolo, portoghese) e visionare la versione demo del CDRS www.caam-allergy.com/it/cdrs.

L’allergia alimentare (AA), reazione immunologia avversa al cibo, è una malattia con elevato impatto sulla qualità di vita dei soggetti che ne sono affetti e dei loro familiari, con costi sanitari rilevanti per l’individuo e per il Sistema Sanitario Nazionale.
La costante vigilanza richiesta per evitare l’alimento in causa, in particolare l’alimento nascosto o non segnalato ed il vivere con incertezza, ansietà, sono problematiche che turbano particolarmente i bambini, gli adolescenti e relative famiglie. Di fronte a questo problema spesso le famiglie si trovano isolate ed impotenti. È pertanto fortemente sentita l’esigenza di un documento di indirizzo nazionale per il management di questa malattia. Nell’ottica di tutelare la sicurezza nutrizionale del consumatore allergico, si è inteso focalizzare l’attenzione sulle varie problematiche connesse all’AA con il documento “Allergie alimentari e sicurezza del consumatore – documento di indirizzo e stato dell’arte”. Questo si rivolge a tutti i settori coinvolti: addetti all’assistenza sanitaria, medici, ditte produttrici di alimenti e di pasti, ristoratori, associazioni di consumatori.
A tal fine, vengono definite le varie modalità di manifestazione, ovvero i quadri clinici delle reazioni avverse agli alimenti; vengono, inoltre, delineate le sostanze che possono scatenare dette reazioni (allergeni) e l’insicurezza attribuita ai prodotti derivanti dall’industria alimentare causa un aumento nell’opinione pubblica della quota di quanti attribuiscono all’allergia alimentare patologie per cui le evidenze sono scarse o nulle come colon irritabile, orticaria cronica, obesità. Ciò crea un’ulteriore difficoltà al paziente con allergia alimentare documentata per una distorta valutazione del rischio.
Ci sono stati, negli ultimi anni, grandi cambiamenti nella legislazione dell’etichettatura dei cibi e le informazioni per i consumatori con allergia alimentare crescono di conseguenza.
Non è stata però ancora raggiunta una semplificazione della possibilità di praticare una dieta di esclusione e con l’etichettatura “precauzionale” il carico della valutazione del rischio è stato ribaltato sul consumatore, creando insicurezza e frustrazione. D’altra parte va segnalato che, senza limiti di legge, le aziende si trovano in oggettiva difficoltà.
L’obiettivo da raggiungere, mediante l’azione congiunta delle associazioni di consumatori con allergia alimentare e delle società scientifiche specialistiche, è quello di ottenere dall’industria, etichette sempre più consone alle reali esigenze del consumatore, la cui lettura permetta di verificare con certezza la non allergenicità di un prodotto.
I consumatori allergici al cibo necessitano sempre più del consiglio dello specialista che insieme a loro deve essere in grado di leggere ed interpretare le informazioni presenti in etichetta.
Viene riportata una panoramica dell’epidemiologia, nazionale e internazionale, della malattia. Elementi cardine per affrontare tale patologia sono: la diagnosi posta correttamente, da specialisti in allergologia ed immunologia clinica, in base a metodiche validate, la costante vigilanza per evitare gli allergeni alimentari, la chiarezza dell’etichetta dei prodotti alimentari.
Attualmente la valutazione del rischio non è sistematica, ossia non viene attuata in modo adeguato e uniforme in tutto il territorio nazionale e, non di rado, la malattia è sottovalutata o non diagnosticata correttamente.
Vi sono eccezioni costituite da centri di allergologia ed immunologia clinica collegati in rete regionale. È auspicabile che questa realtà positiva possa ampliarsi e coinvolgere tutte le Regioni, il che consentirebbe di avere dati epidemiologici nazionali e, quindi, di affrontare meglio la malattia, di incrementare la sicurezza e migliorare l’assistenza del soggetto allergico riducendo i costi sanitari.
Altri aspetti rilevanti sono l’informazione e formazione degli addetti alla produzione/distribuzione di prodotti alimentari e pasti, la possibilità di individuare gli allergeni in etichetta al fine di consentire al soggetto allergico di consumare senza rischi prodotti alimentari, piatti pronti e pasti fuori casa.

Aspetti peculiari dell’AA sono rappresentati, tra l’altro, dalla necessità per il soggetto allergico di escludere in modo adeguato l’allergene (fatto non sempre semplice considerato che non è nota la dose soglia e che la gravità della reazione avversa all’ingestione può essere imprevedibile) e dalla scarsa reperibilità sul mercato di prodotti specifici dedicati (es. del latte idrolizzato per la prima infanzia).
Il documento affronta il tema delle metodiche analitiche che il settore della produzione alimentare ha a disposizione, segnalando le criticità ad esso connesse, al fine di fornire un indirizzo uniforme a livello nazionale e utile agli operatori alimentari.
La certezza da parte del consumatore di poter escludere l’allergene nei prodotti alimentari, piatti pronti e pasti fuori casa, comporterebbe vantaggi ai soggetti allergici, alle ditte produttrici, ai ristoratori e determinerebbe anche una riduzione dei costi dell’assistenza sanitaria, ad esempio, contenendo gli interventi d’urgenza ed i ricoveri. Attualmente, per l’assenza di un sistema di rilevazione dei dati a livello nazionale, non è ben definibile una stima dei costi che l’AA comporta per il SSN, ma, dai dati parziali a disposizione, si intuisce che sono di notevole entità.
Il documento “Allergie alimentari e sicurezza del consumatore – documento di indirizzo e stato dell’arte” è stato elaborato dall’ufficio V della Direzione Generale Igiene Sicurezza Alimenti e Nutrizione con la collaborazione di un gruppo di esperti nei vari ambiti (clinico, chimico, biotecnologico ecc.) della complessa tematica.

L’AA è una reazione immunologia avversa al cibo. È una vera e propria malattia con precise caratteristiche che riguarda singoli individui geneticamente predisposti. Pur non essendo trasmessa secondo le leggi mendeliane, l’AA presenta componenti genetiche che ne determinano la predisposizione.
Diversamente dalle sostanze tossiche o dagli agenti infettivi, che costituiscono un pericolo per la popolazione, nel caso dell’AA sono taluni costituenti alimentari, innocui per i più, in grado di determinare reazioni immediate o ritardate che possono raggiungere gradi elevati di gravità fino ad essere fatali.
Per chi è affetto da AA, in particolare nell’infanzia ed in alcune forme cliniche, la continua esposizione ad allergeni alimentari può aggravare il quadro clinico.
Non essendo ancora stata attuata una valutazione sistematica del rischio, l’inquadramento e le indicazioni terapeutiche nei singoli pazienti, spesso, sono non univoche e lasciate all’esperienza del sanitario.
Il paziente non sempre viene indirizzato correttamente al medico specialista in Allergologia ed Immunologia Clinica (referente per questa patologia) e ciò determina una carenza di dati epidemiologici e clinici, oltre a ripercuotersi negativamente sui tempi della diagnosi e sui costi sanitari diretti ed indiretti.
A differenza di altre patologie importanti (come ad es.: l’asma bronchiale allergico), l’AA anche in forma grave, non è individuata nell’elenco per le quali sono definiti livelli essenziali di assistenza (LEA).
L’AA è una malattia che si correla con la produzione di anticorpi, immunoglobuline E (IgE), o con risposte cellulo-mediate, nei confronti di proteine alimentari, da parte di soggetti geneticamente predisposti.
A. 2 Quadri clinici
La sintomatologia clinica può essere diversificata in base al coinvolgimento di anticorpi o altri mediatori cellulari.
Quadri clinici IaE mediati includono principalmente: shock anafilattico, orticaria-angioedema, manifestazioni allergiche (orticaria e anafilassi) associate all’esercizio fisico dopo consumo di un alimento (Food-associated exercise-induced anaphylaxis), disturbi respiratori (asma e rinite), sindrome orale allergica, disturbi gastroenterici. La caratteristica fondamentale è l’immediatezza della loro insorgenza: i sintomi insorgono a breve distanza dall’assunzione del cibo (1 – 2 ore) e sono tanto più gravi quanto più precocemente insorgono;
shock anafilattico
reazione sistemica a rapida insorgenza coinvolgente diversi organi ed apparati che può includere la perdita di conoscenza; è correlata con la liberazione immediata di mediatori vasoattivi, come l’istamina e può insorgere a qualsiasi età. Tutti gli alimenti possono indurre anafilassi, ma più frequentemente sono in causa alimenti come la frutta secca (arachidi, nocciole), i crostacei (gamberi), il pesce, il latte, le uova.
La diagnostica molecolare (Food Component Resolved Diagnosis) ha consentito di evidenziare che a causare tale reazione sono molecole allergeniche particolarmente potenti, non alterate dalla digestione peptica, né dal calore, né dalla lavorazione industriale. I quadri clinici gravi più spesso si correlano con la sensibilizzazione nei confronti delle Lipid Transfer Protein (LTP) e di altre molecole con tali caratteristiche;

orticaria – angioedema
manifestazioni cliniche, caratterizzate dalla comparsa di manifestazioni cutanee eritemato-pomfoidi di varia grandezza migranti e fugaci con prurito (orticaria), associate o meno all’edema delle mucose esterne (angioedema delle labbra, palpebre, genitali) o interne (glottide), possono verificarsi a qualsiasi età, sembrano più frequenti nell’età pediatrica; qualsiasi alimento può scatenare tali sintomi;
manifestazioni allergiche (orticaria e anafìlassi) associate ad esercizio fìsico dopo consumo di un alimento si tratta di un’entità clinica, la cui insorgenza, spesso drammatica, consegue a due condizioni: l’assunzione di cibo verso il quale si è allergici, associata ad esercizio fìsico di una determinata entità ed effettuato a breve distanza dall’assunzione del cibo stesso. La sintomatologia insorge in genere con sintomi prodromici, quali prurito agli arti, stanchezza e calo della prestazione, per manifestarsi poi con quadri anche drammatici. Si manifesta più spesso in soggetti giovani adulti, in condizioni di clima caldo-umido e può essere favorita anche dall’assunzione di farmaci della categoria dei FANS (antiinfiammatori non steroidei).
Pertanto, si consiglia di effettuare l’esercizio fìsico dopo almeno 4-6 ore da qualsiasi pasto, evitando comunque gli alimenti verso i quali si è allergici.
Inoltre, si consiglia di effettuare sempre una forma di “riscaldamento” prima di iniziare l’attività fìsica, di interromperla alla minima comparsa di sintomi e di iniziare subito il trattamento farmacologico;
disturbi respiratori
Le forme respiratorie, benché rare, sono più frequenti nell’età pediatrica e possono manifestarsi nei confronti dell’aerodispersione nell’ambiente di allergeni alimentari come le proteine del latte e dell’uovo.
La rinite e l’attacco asmatico possono preannunciare un quadro clinico sistemico, anche anafilattico; spesso si tratta di forme occupazionali, fra queste senz’altro la più frequente è l’asma del panificatore che si correla con allergia IgE mediata verso componenti del grano ed in particolare verso l’omega-5-gliadina. Può riscontrarsi sintomatologia respiratoria anche nei lavoratori dell’industria alimentare (latte, uovo, pesce); spesso la manifestazione respiratoria conseguente all’esposizione ad allergeni alimentari si riscontra in soggetti che hanno una condizione infiammatoria respiratoria allergica di base non sufficientemente controllata;
sindrome orale allergica (SOA) o Pollen – Food related
si caratterizza per l’insorgenza di prurito con edema limitato esclusivamente al cavo orale.
Si correla con la cross reattività fra pollini ed alimenti del mondo vegetale e quindi si rileva nei casi di sensibilizzazione a proteine condivise come le profiline e le PR-10; si tratta di molecole inattivate dalla digestione peptica, dalla temperatura e quindi dalla lavorazione industriale; la sintomatologia segue spesso l’andamento stagionale della pollinosi (ad es. allergia ai pollini di betulla ed in particolare Bet v 1 e allergia alla mela con IgE verso la componente molecolare Mal d 1). Raramente evolve verso manifestazioni cliniche che superino il cavo orale (7% circa) o verso l’anafìlassi (1-2%). Gli alimenti più frequentemente in causa sono mela, pera, pesca, carota, melone;
disturbi gastroenterici
l’allergia alimentare IgE mediata può determinare quadri intestinali sia con manifestazioni drammatiche (coliche addominali violente, diarrea, vomito) che rappresentano lo shock anafilattico addominale, sia con manifestazioni croniche correlate con la pluripositività verso allergeni alimentari che determinano un quadro infiammatorio eosinofìlo (enterite eosinofìla) nel quale può essere presente anche un meccanismo cellulo- mediato.

Quadri clinici misti IaE e cellulo-mediati: dermatite atopica, gastroenteropatie eosinofile.
dermatite atopica è una sindrome caratterizzata da sintomi che possono coinvolgere variamente diverse fasce d’età e diversi apparati; nello stesso soggetto possono aversi negli anni sintomi a carico della cute (manifestazioni eczematose) con distribuzione diversa, dell’apparato respiratorio (l’asma bronchiale è frequente nell’adulto affetto da dermatite atopica, con manifestazioni cutanee prevalenti nell’età pediatrica), del tratto gastrointestinale. Nell’età pediatrica l’associazione con la sensibilizzazione IgE mediata ad alimenti è nell’ordine di circa il 35%, e sono descritte anche cellule T alimento-specifiche; più frequentemente sono coinvolti uovo e latte; ma è fondamentale che venga correttamente accertato che ci sia un nesso di causalità con alimenti, che è molto meno frequente di quanto abitualmente si creda, per evitare diete inutili e, a volte, dannose;
gastroenteropatie eosinofile
la sintomatologia varia a seconda della sede del processo infiammatorio eosinofilo: può aversi a livello esofageo (disfagia e dolore) come a livello intestinale (diarrea, dolore addominale) ed anche generalizzata (ascite, perdita di peso, edema ed ostruzione intestinale).
Tutti gli alimenti possono essere in grado di determinare tale condizione in qualsiasi fascia d’età e spesso la condizione è persistente.
Quadri clinici cellulo mediati: enterocolite allergica da proteine alimentari, proctite da proteine alimentari.
enterocolite allergica da proteine alimentari (anche denominata food protein induced enterocolitis syndrome – FPIES) interessa sostanzialmente l’età pediatrica e di solito va incontro a risoluzione. L’esposizione continuativa alle proteine alimentari in causa comporta emesi, diarrea, letargia, scarsa crescita.
Gli alimenti più spesso coinvolti sono latte, soia, riso. La FPIES a volte si manifesta con vomito incoercibile e/o diarrea profusa con possibile progressione, in circa il 20% dei casi, verso la disidratazione e lo shock ipovolemico. I sintomi insorgono tipicamente dopo 2-3 ore dall’assunzione dell’alimento sospetto e regrediscono completamente dopo la sospensione dello stesso.
proctite da proteine alimentari
è tipica dell’infanzia, è correlata con infiammazione eosinofila localizzata ed è caratterizza dalla comparsa di sanguinamento e mucillagini con le feci; si correla con latte vaccino.
A. 3 Dati epidemiologici
Studi recenti condotti soprattutto negli Stati Uniti rilevano che i disturbi indotti da AA interessano fino al 5% dei bambini di età inferiore a 3 anni e circa il 4% della popolazione adulta (Boyce et al. 2010). Una recente pubblicazione (Sicherer 2011) riferisce che la prevalenza complessiva dell’AA è del 3 – 6%, fino al 10% in alcune zone; varia con l’età, la zona geografica e talora con l’etnia.
La situazione in Europa
Tra il 20 ed il 25% della popolazione nei paesi industrializzati presenta condizioni allergiche del tratto respiratorio, e le stime di prevalenza (life-time) di queste sindromi nei Paesi europei in cui sono disponibili (Regno Unito, Germania, Svizzera, Finlandia) variano nell’ambito di un intervallo del 22-35% (Asher et al. 2006).

In Europa la prevalenza sembra più elevata nel gruppo 18-34 anni e nel gruppo 35-49, con incidenza declinante dopo i 50 anni di età (Beasley et al. 2000).
In tutta l’Europa occidentale si osserva un incremento delle malattie allergiche nell’infanzia (Downs et al. 2001) e le allergie alimentari sono particolarmente rappresentate nell’età pediatrica.
L’1-2% degli adulti ed il 5-8% dei bambini sono interessati da allergie alimentari IgE mediate; tali dati si ritengono sottostimati in particolare per la mancanza di informazioni di buona qualità e per i differenti approcci diagnostici in vivo ed in vitro utilizzati nei vari studi.
Un’indagine telefonica, eseguita sulla popolazione adulta europea, per riconoscere la mera convinzione soggettiva di essere portatori di allergia alimentare, ha consentito di ottenere anche dei dati italiani che hanno riportato un’incidenza del 3,6% di allergia alimentare “self reported” nel nostro Paese (Steinke et al. 2006). Gli alimenti che venivano riferiti come più frequentemente responsabili dell’allergia alimentare erano in ordine di frequenza: la frutta (27,6%), i vegetali (20,7%), il latte vaccino (20%), i legumi (15,9%), il grano (14,5%), la frutta secca (9,7%), la carne (9%), i frutti di mare (9%), l’uovo (9%) e il pesce (7,6%).
In Europa sono stati condotti altri studi dai quali è possibile estrapolare alcune informazioni sulla possibile frequenza dell’anafilassi in età pediatrica, uno francese (Moneret-Vautrin et al. 2002) e uno svizzero (Helbling et al. 2004): da essi è possibile giungere alla conclusione che la prevalenza di anafilassi in età pediatrica potrebbe essere compresa circa tra l’1 ed il 3% dei casi di allergia alimentare.
La situazione in Italia
Esiste una vasta letteratura sull’argomento che non permette, tuttavia, allo stato attuale di dare una valutazione precisa a livello nazionale della prevalenza ed incidenza dell’allergia alimentare.
La Situazione sanitaria del Paese, nel 2004-2005, evidenzia che le malattie allergiche sono tra le patologie croniche più diffuse (10,7%): per la fascia di età 0-14 anni, la malattia allergica esclusa l’asma (9,6%) rappresenta la forma cronica più frequente, seguita dall’asma bronchiale (2,9%) (www.salute.gov.it).
Dati pubblicati dall’ISTAT nel 2008 indicano la percentuale di soggetti con malattia allergica nelle classi di età 0-14 e 15-24 anni.

Sappiamo che le malattie allergiche respiratorie sono spesso, anche se non obbligatoriamente, precedute, nei primi anni di vita, dalla dermatite atopica e dall’allergia alimentare. Nella letteratura l’allergia alimentare si presenta con ampie differenze di prevalenza, che variano tra il 3,24% e 34,9% nella popolazione generale (Madsen 2005). Differenti criteri di inclusione, diverse definizioni di malattia e diversi punti di cut-off utilizzati nei test degli studi clinici condizionano l’interpretazione dei risultati; d’altra parte il confronto è reso difficile dalle differenze geografiche, genetiche, culturali e di abitudini alimentari (Schafer et al. 2001).
Nonostante le difficoltà, la stima approssimativa dell’allergia alimentare è collocabile al 3% nella popolazione generale, in accordo con tre recenti studi europei sull’allergia alimentare percepita (Roehr et al. 2004) o confermata al test di provocazione orale con placebo (Osterballe et al. 2005). Va rilevato che i loro criteri di inclusione per test positivi per allergia, per quanto simili, non sono identici.
Un’altra acquisizione condivisa è che la prevalenza dell’allergia alimentare sia più elevata nei primi anni di vita; l’incidenza viene stimata tra il 6 e l’8% nei primi 2 anni, mentre tende a diminuire con l’età. L’allergia alimentare in età pediatrica ha un valore medio di prevalenza del 5% (Sabra et al. 2003).
È noto che tali dati devono trovare conferma attraverso test diagnostici accurati ed il test di provocazione orale in doppio cieco contro placebo (DBPCFC) si pone come “gold standard” nella diagnosi di allergia alimentare. Ad esempio, per quanto concerne il grano, solo il 48% di adulti con sospetta allergia a tale alimento venivano confermati al DBPCFC (Scibilia et al. 2006).
La crescente immigrazione di bambini da altri Paesi ha determinato ulteriore incremento di patologia allergica pediatrica. Infatti, da un’indagine retrospettiva condotta in Italia in 23 Divisioni Pediatriche dal 1999 al 2001, anche i bambini di famiglie immigrate, che nascono nel nostro Paese o vi giungono col tempo, hanno un’incidenza globale di AA analoga ai nostri bambini (Cataldo et al. 2006)
I case-reports italiani sono numerosi, a riprova di un’elevata frequenza dell’AA, sia nell’età pediatrica che nell’adulto, con un tendenziale aumento negli ultimi anni soprattutto dei quadri clinici gravi. Si possono ottenere dei dati indirettamente dalle prescrizioni ospedaliere di auto-iniettori d’adrenalina per l’urgenza medica.
Dati più precisi riguardano l’anafilassi. L’incidenza delle reazioni anafilattiche, per quanto osservato nel pronto soccorso di un ospedale generale di Milano durante due anni di osservazione, era dello 0,4% e coinvolgeva indifferentemente maschi e femmine atopiche. La causa più frequente di reazione anafilattica era di origine alimentare, e in particolare risultavano responsabili della sintomatologia alcuni tipi di frutta e verdura (Pastorello et al. 2001).
Da uno studio, pubblicato nel 2009, sulla incidenza e sulle cause di AA in Italia dell’Associazione Allergologi Italiani Territoriali e Ospedalieri (AAITO) è risultato che gli allergici ad alimenti sono l’8 % di tutti gli allergici. Il 45 % presentava una allergia primaria (non collegata ai pollini) agli alimenti, gli altri una reazione crociata tra pollini e alimenti, mentre l’1% è risultato allergico ad alimenti per reazione crociata al lattice.
Fra gli alimenti sono causa di allergia primaria i vegetali 72% (frutta, legumi, pomodoro, ecc), crostacei e molluschi 13%, pesci 4%, uova 3 %, latte 3 %, cereali 2%, carni 1%, anisakis e lumache < 1%. I quadri clinici più gravi sono causati da allergia primaria a crostacei e molluschi, cereali, uova e alimenti vegetali quali sesamo, spinaci, avocado, arachidi e semi. In età pediatrica latte vaccino, uova, grano, soia, pesce ed arachidi, sono responsabili di circa il 90% delle reazioni allergiche ad alimenti.
Le reazioni sistemiche per le allergie alimentari crociate con i pollini sono il 5%. La causa più frequente di allergia ai vegetali è rappresentata dalle proteine Lipid Transfer Protein (LTP) (20 % di tutte le AA e 60 % dei vegetali); le LTP sono contenute soprattutto nella pesca, mela, albicocca, ciliegia, nocciola, arachidi e noci.
In relazione all’incidenza di questa malattia nelle varie fasce d’età, gli studi necessari per la raccolta dei dati epidemiologici sono studi di coorte, cross-sezionali e “community-server”, con utilizzo di criteri clinici e diagnostici in vivo ed in vitro condivisi.
La mancanza di un’identificazione della patologia nell’ambito della classificazione delle patologie (ICD) e la mancanza di un registro nazionale delle reazioni gravi alimentari, attualmente in vigore solo in alcune regioni, impediscono una valutazione epidemiologica precisa.

Vengono di seguito considerati quelli inclusi nella sezione III Allergeni alimentari della legislazione vigente (art.27 della Legge 88/2009).
Allergeni vegetali
Gli allergeni di origine vegetale sono classificati sulla base delle rispettive proprietà strutturali e/o funzionali (Breiteneder and Radauer 2004) in quattro gruppi:
1) cupine includono proteine di riserva dei semi: viciline (globuline 7S) e legumine (globuline 11S);
2) prolamine comprendono
• proteine di riserva dei semi appartenenti alle albumine 2S,
• LTP (lipid transfer proteins) aspecifiche, tra cui gli allergeni più importanti della buccia dei frutti delle rosacee (mele, pesche, ecc.),
• inibitori dell’alfa amilasi e delle proteasi, tra questi alcuni importanti allergeni dei cereali,
• prolamine dei cereali, note per il loro coinvolgimento nella malattia celiaca;
3) proteine di difesa delle piante includono numerosissime componenti prodotte dalla pianta in risposta a stress, quali quelli determinati da patogeni (funghi, batteri e virus) o avverse condizioni ambientali;
4) profiline si trovano in tutte le cellule eucariotiche, spesso definite allergeni universali; appartengono a questo gruppo alcuni allergeni della betulla, del lattice e di molti frutti che cross-reagiscono con pollini (pesca, ciliegia, pera, nocciola, ecc.).
Cereali
L’allergia al frumento può realizzarsi per la produzione di IgE specifiche nei confronti di diverse classi di proteine, dalle gliadine all’alfa-amilasi; alcune di queste proteine risultano stabili alla denaturazione termica, quindi ancora “tossiche” dopo la cottura o i comuni trattamenti tecnologici.
Arachide (Arachis hypogaea)
L’arachide è spesso responsabile di fenomeni allergici anche gravi come lo shock anafilattico.
Gli allergeni dell’arachide sono codificati con le sigle Ara h 1-8, per definirne la successiva identificazione. Ara h 1 (una vicilina) e Ara h 2 (una proteina analoga all’inibitore della tripsina) sono considerati gli allergeni maggiori dell’arachide.
Ara h 3, ovvero una glicinina, è normalmente considerato un allergene minore, ma in un gruppo di bambini allergici reclutati in Italia è stato dimostrato che il 95% dei soggetti arruolati aveva IgE specifiche per questa proteina e che nel 31 % dei casi (5/16 bambini allergici all’arachide) Ara h 3 era l’unico allergene coinvolto nella sintomatologia clinica (Restani et al. 2005).
Dal punto di vista della stabilità, il potenziale allergenico dell’arachide persiste ai comuni trattamenti tecnologici, ovvero tostatura e lavorazione che porta alla produzione di derivati (burro e farina di arachide). Risulterebbe invece tollerato dalla maggior parte dei soggetti allergici l’olio di arachide che è sottoposto a processi di rettifica, in grado di allontanare quasi totalmente la frazione proteica.
Sono noti casi di cross-reattività che si osservano maggiormente con la frutta a guscio (nocciola, mandorla, noce brasiliana), piuttosto che con altri legumi (fagioli, carrube, ecc).
Va comunque sottolineato che, sebbene si osservi frequentemente co-sensibilizzazione tra arachide ed altri legumi/frutta a guscio in test in vitro (RAST), questo raramente si traduce in reattività clinica (EC 1997), ad eccezione del lupino per cui si è osservata una percentuale di cross-reattività nel 20% dei soggetti allergici all’arachide.
L’allergene Ara h 8 sembra responsabile della cross-reattività talora osservata con l’allergene inalatorio Bet v 1 della betulla.

Soia (Glycine max)
Spesso utilizzata nelle formule destinate all’allattamento dei soggetti allergici al latte vaccino, la soia si è dimostrata a sua volta in grado di indurre sensibilizzazione.
È noto che il 14-35% dei soggetti allergici al latte vaccino diventa allergico anche alla soia. Gli allergeni, definiti Gly m 1-4, includono la profilina.
Relativamente alla stabilità ai trattamenti tecnologici, la soia come l’arachide mantiene il suo potenziale antigenico, ovvero la capacità di legare le IgE circolanti, anche dopo trattamenti termici a varie temperature e per tempi diversi.
L’olio di soia, in cui la rettifica determina l’allontanamento della frazione proteica, risulta tollerato dalla maggioranza dei soggetti allergici (EC 1997). Più a rischio di causare allergia, sia pur raramente, è la lecitina di soia.
Per quanto riguarda le preparazioni contenenti fitosteroli/stanoli ottenuti a partire dalla soia, l’EFSA ritiene che, in considerazione della natura della materia prima, che è un olio di soia raffinato, e dei successivi trattamenti produttivi impiegati per ottenere il prodotto finale, sia piuttosto improbabile che questi prodotti contengano residui di allergene in quantità tali da causare reazioni allergiche severe, nei soggetti allergici alla soia. (The EFSA Journal (2007) 571, 1-6; 486, 1-8)
Per quel che riguarda il fenomeno della cross-reattività, numerose sono le segnalazioni di co-sensibilizzazione tra soia e arachide/frutta a guscio anche se, come già descritto nel caso dell’arachide, la reattività riscontrata nei test in vitro non necessariamente risulta associata a sintomatologia clinica.
Frutta a guscio
I principali frutti a guscio coinvolti nelle reazioni allergiche sono la mandorla (Amigdaluscommunis), la nocciola (Corylus avellana), la noce (Juglans regia), l’anacardo o noce di Acajù (Anacardium occidentale), la noce di Pecan (Corya illinoiensis), la noce del Brasile (Bertholletia excelsa), il pistacchio (Pistachia vera) e la noce del Queensland (Macadamia ternifolia). Non tutti questi frutti hanno elevata diffusione nel nostro Paese.
Tra gli allergeni della frutta a guscio troviamo componenti di tutte e quattro le categorie di allergeni vegetali descritte in precedenza. Sono proteine stabili non denaturate dai trattamenti termici a cui questi frutti vengono comunemente sottoposti prima della commercializzazione.
Esistono casi documentati di cross-reattività sia tra i diversi frutti a guscio, sia con legumi anche se, come già detto in precedenza, gli eventi clinici non sempre vanno in parallelo alla co-sensibilizzazione valutata con test in vitro.
Sedano, sesamo e senape
L’allergia al sedano (Apium graveolens) ha una certa diffusione in Italia, mentre la sensibilizzazione a sesamo (Sesamum indicum) e senape (Sinapis alba) presentava fino a qualche anno fa una rilevanza clinica trascurabile. Con l’avvento della cucina etnica e la diffusione del sesamo, quale ingrediente dei prodotti da forno (dolci e pane), il numero di soggetti allergici a questi due alimenti è andato aumentando progressivamente. Anche in questo caso gli allergeni appartengono ai quattro diversi gruppi di proteine vegetali descritti in precedenza.
Il sedano viene consumato sia crudo sia cotto ed in entrambi i casi sono stati registrati casi di reazioni cliniche; queste segnalazioni indicano che gli allergeni del sedano sono almeno parzialmente termostabili (Ballmer- Weber 2000).
Sono state identificate numerose proteine allergeniche del sedano in grado di indurre cross-reattività, tra queste particolarmente critica è Api g 1, responsabile di reazioni crociate con il polline della betulla (Bet v 1) e con altri vegetali (mela e carota). In soggetti altamente allergici sono stati descritti casi di reazioni anafilattiche anche a seguito del consumo di olio di semi di sesamo (Chiu e Haydik 1991).

Allergeni di origine animale
Latte e uova sono i principali responsabili di reazioni allergiche in età pediatrica, mentre i prodotti ittici (pesci, crostacei e molluschi) sono importanti allergeni dell’età adulta.
Latte
L’allergia al latte è sicuramente la più frequente e conosciuta allergia alimentare; la sua elevata prevalenza deriva dal fatto che i neonati che non possono essere allattati al seno, vengono alimentati con formule a base di latte vaccino.
L’immaturità funzionale dell’apparato gastro-intestinale e del sistema immunitario nei primi anni di vita, fanno sì che l’allergia al latte vaccino compaia in percentuali variabili tra il 2 e il 7% dei bambini. L’allergia al latte vaccino ha normalmente un’evoluzione favorevole con l’insorgenza della tolleranza nella grande maggioranza dei casi entro i tre anni di vita (Host e Halken 1990).
Le proteine del latte sono classificate in caseine e sieroproteine, che costituiscono l’80 e il 20%, rispettivamente, delle proteine totali del latte. Le caseine (che comprendono alfas1, alfas2, beta, kappa e gamma caseine) sono organizzate in strutture complesse chiamate micelle.
Le gamma-caseine sono frammenti della beta-caseina; poco abbondanti nel latte, si formano grazie ai processi proteolitici che avvengono durante la stagionatura dei formaggi.
Le sieroproteine sono la porzione proteica che rimane solubile dopo la cagliatura del latte richiesta dalla produzione del formaggio, includono alfa-lattoalbumina e beta-lattoglobulina, sintetizzate a livello della ghiandola mammaria, la sieroalbumina e le immunoglobuline, di origine plasmatica, altre proteine minori, quali lattoferrina, lisozima, ecc.
Dal momento che la beta-lattoglobulina è assente nel latte di donna, si credeva in passato che questa proteina rappresentasse l’allergene maggiore del latte vaccino. Con il tempo si è invece evidenziato che anche le caseine sono allergeni maggiori e che spesso si verificano co-sensibilizzazioni. In pratica, molti soggetti allergici al latte vaccino risultano reattivi a più di una proteina.
Relativamente alla stabilità ai processi tecnologici:
• le caseine sono stabili a tutti i trattamenti termici, a cui viene comunemente sottoposto il latte vaccino (pastorizzazione, sterilizzazione, UHT),
• la beta-lattoglobulina e le altre proteine del siero vengono invece, almeno parzialmente, denaturate dai trattamenti termici.
È comunque da escludere, se non dopo comprovata somministrazione orale in ambiente clinico, la tolleranza del latte dopo trattamento termico da parte dei soggetti allergici.
Nettamente superiore è la tolleranza alle proteine del latte sottoposte a digestione enzimatica ed è proprio su questo principio che sono state ideate le formule a base di proteine idrolizzate, destinate all’allattamento dei neonati allergici al latte vaccino.
La cross-reattività è un argomento estremamente delicato per i soggetti allergici al latte, in quanto c’è molta confusione nel consumatore tra allergia vera e intolleranza al lattosio.
Si assiste spesso a messaggi pubblicitari confondenti che sostengono la tolleranza a latte di altra specie senza comprovata sperimentazione clinica (caso tipico è il latte di capra).
La “tossicità” e la tolleranza dei latti di altre specie mammifere va valutata caso per caso e non si può generalizzare vista l’estrema complessità del problema.
Uova
Anche le uova sono frequentemente coinvolte nelle forme allergiche infantili e, come per il latte, si osserva una tendenza all’acquisizione della tolleranza nei primi anni di vita.

I principali allergeni dell’uovo sono tutte proteine dell’albume e di queste il lisozima sembrerebbe responsabile della sensibilizzazione solo in un limitato numero di soggetti. Anche nel tuorlo sono state descritte proteine allergeniche, anche se la reattività riscontrata nei test clinici può essere dovuta alle tracce di albume derivanti da una separazione incompleta delle due parti (è ben noto che la totale separazione dell’albume dal tuorlo è tecnicamente difficoltosa). Solo nel caso della livetina si può parlare di un allergene vero e proprio del tuorlo (Szepfalusi et al. 1994).
La stabilità degli allergeni dell’uovo è elevata e le reazioni cliniche si evidenziano nella maggioranza dei casi sia dopo il consumo di uovo crudo che di uovo cotto. Essendo l’uovo un ingrediente molto diffuso nel settore alimentare, la dieta dei soggetti portatori di questa allergia deve necessariamente avvalersi di un’attenta lettura delle etichette.
Pesci
I pesci rappresentano una complessa classe di alimenti, con relazioni filogenetiche molto diversificate. L’allergia al pesce è ben conosciuta e si manifesta principalmente in età adulta. Nonostante il numero molto elevato di pesci inclusi nella dieta mondiale, solo alcuni allergeni di origine ittica sono stati identificati dal punto di vista molecolare; tra questi, quello meglio caratterizzato è la parvalbumina del merluzzo, nota come Allergene M. Anche nel caso del salmone la proteina coinvolta nella sintomatologia allergica è la parvalbumina.
L’Allergene M è stabile al calore e alla digestione; un caso di anafilassi è stato registrato in seguito al consumo di patatine fritte in un olio usato in precedenza per friggere merluzzo (Yunginger et al. 1988). La cross-reattività, pur frequentemente osservata nei test in vitro, trova solo parziale riscontro nella co-sensibilizzazione in vivo.
Crostacei e molluschi
Anche crostacei e molluschi includono un elevato numero di specie, più o meno vicine dal punto di vista filogenetico. Tra le diverse specie sicuramente il gambero è quello più frequentemente responsabile di reazioni cliniche negli adulti. Anche in questo caso solo pochi allergeni sono stati studiati dal punto di vista molecolare e tra questi, la tropomiosina è l’allergene più conosciuto.
La tropomiosina è stabile al calore e quindi può determinare reazioni cliniche dopo il consumo di crostacei (e molluschi) sia crudi che cotti. Fenomeni di cross-reattività sono stati osservati non solo tra i diversi crostacei (aragosta, granchio, ecc.) e molluschi (seppie, ecc), ma anche con aracnidi (acari della polvere) ed alcuni insetti (scarafaggi) (Besler et al 2001).

Diagnostica delle allergie alimentari
L’allergia alimentare può manifestarsi con quadri clinici diversi e i test diagnostici più comunemente utilizzati (cutanei e/o sierologici) non hanno sensibilità e specificità tali da affermare o escludere in modo definitivo la diagnosi; possono infatti risultare positivi in soggetti che tollerano bene l’alimento o, al contrario, almeno alcuni di essi possono risultare negativi in soggetti affetti da allergia non IgE-mediata. Ciò può accadere in particolare in pazienti che presentino sintomi gastroenterici. Il test di scatenamento orale in doppio cieco con placebo (DBPC) rappresenta ancora il test d’elezione per dimostrare il reale risvolto clinico di una sensibilizzazione.
Anamnesi
È la base di ogni procedura diagnostica.
La raccolta di un’accurata anamnesi costituisce, infatti, il primo approccio diagnostico all’allergia alimentare, ed è spesso sufficiente ad individuare l’alimento (o gli alimenti) incriminati, soprattutto nel caso di allergie IgE-mediate, nelle quali le manifestazioni cliniche seguono immediatamente l’ingestione dell’alimento.

Bisogna indagare soprattutto:
• i sintomi che vengono riferiti dal paziente
• quando è avvenuta l’ultima reazione e quanto tempo è passato dalla precedente
• quale potrebbe essere l’allergene in questione
• la quantità che provoca la reazione
• il tempo che intercorre tra l’ingestione e la manifestazione clinica
• se ci sono stati segni o sintomi analoghi in altre situazioni
• se sono necessari (o presumibili) altri fattori, oltre all’ingestione dell’alimento, perché la reazione si verifichi (come nel caso dell’assunzione di certi farmaci o di attività fisica intensa).
Nell’indagine anamnestica nel caso di allergia alimentare non vanno trascurati gli eventuali allergeni occulti. Il fenomeno degli allergeni occulti è legato alla presenza in modo non evidente di un allergene in un alimento, come per esempio la presenza, in un dolce, di gelatina di pesce come semplice guarnizione.
La confezione industriale dei cibi ha enormemente amplificato la possibilità di reperire, in modo del tutto inaspettato, allergeni occulti (es: latte o soia nei salumi, caseina nel vino, etc.) con lo scatenamento di reazioni verso cibi ritenuti totalmente innocui.
L’attuale legislazione relativa all’etichettatura dei prodotti alimentari mira a consentire l’esatta conoscenza degli ingredienti, compresi quelli minori.
Skin Prick Test
Questo test cutaneo, in vivo, rappresenta spesso la prima tappa nella diagnostica allergologica: è infatti sicuro, veloce, economico e di semplice esecuzione anche se di complessa interpretazione.
Rileva un’ipersensibilitià IgE-mediata a livello cutaneo. Consiste nel mettere a contatto i mastociti dermici con l’allergene, sotto forma di estratto commerciale, pungendo la cute sulla superficie volare dell’avambraccio dove viene posata una goccia di estratto. I mastociti, nei soggetti sensibilizzati, liberano i loro mediatori; tale processo si rifletterà sul piano clinico cutaneo con la triade clinica di Lewis: edema, eritema, prurito.
Se un prick test risulta negativo si esclude (con un valore predittivo negativo > 90%) la sensibilizzazione del paziente verso l’allergene, e quindi l’allergia IgE- mediata nei confronti di quell’alimento.
Il risultato positivo, invece, indica una sensibilizzazione a livello immunologico, che però non sempre si associa a una reattività clinica: il test è quindi altamente sensibile ma poco specifico (Sicherer et al. 2010).
Occorre ricordare che, come per ogni test, è necessario inserire il controllo positivo (istamina) ed il controllo negativo (soluzione glicerinata).
Molti studi sono stati eseguiti sull’interpretazione della grandezza del pomfo (misurato in mm) fornito dal prick test, con la conclusione che l’aumentare del diametro del pomfo è correlato ad un’aumentata probabilità di allergia clinica (Knight AK et al. 2006); tuttavia, i tentativi finora effettuati di proporre “valori soglia” specifici per ogni alimento, oltre i quali considerare la diagnosi estremamente probabile, non hanno mostrato risultati concordanti.
Uno studio recente che ha utilizzato la tecnica dell’end-point (SPT con diluizioni seriali dell’estratto) ha permesso di individuare, con elevata sensibilità e specificità, i bambini con sospetta allergia IgE-mediata all’uovo che hanno avuto una risposta positiva al test di provocazione orale (TPO) con uovo crudo (Tripodi S, Businco AD, Alessandri C, Panetta V, Restani P, Matricardi PM. Predicting the outcome of oral food challenges with hen’s egg through skin test end-point titration. Clin Exp Allergy. 2009 Aug;39(8):1225-33). Se tale metodica verrà confermata e se sarà possibile estenderla ad altri alimenti, consentirà di limitare la necessità dei TPO.
In definitiva, lo SPT è considerato sufficientemente valido nell’escludere una condizione allergica IgE mediata.

Prick by prick
Questo test è analogo al prick test, ma anziché un estratto commerciale viene usato l’alimento fresco. Il test si effettua principalmente per gli alimenti vegetali, le cui proteine sono labili e possono essere alterate dalla preparazione industriale dell’estratto commerciale, dando risultati falsamente negativi. Ciò comporta che spesso i prick by prick danno positività cutanee molto evidenti, negli stessi pazienti in cui l’estratto ha dato un risultato negativo: il valore predittivo negativo di questa tecnica è pertanto eccellente, tanto che in caso di esito negativo si può escludere l’allergia alimentare.
Il prick test ed il prick by prick con alimenti freschi seguono precise regole di interpretazione e rappresentano per l’allergologo il primo test da effettuare in termini diagnostici; non si esegue in corso di terapia con antistaminici, cortisonici per via sistemica o in età avanzata, situazioni queste che rendono il test meno sensibile (D.Macchia et al, Position Statement: diagnostica in vivo ed in vitro nell’adulto delle allergie IgE mediate SIAC-IFIACI, It J Allergy Clin Immunol 2011; 21:57-72).
Atopy Patch Test (ATP)
Anche questo test cutaneo indaga la presenza di un’ipersensibilità, ma di tipo ritardato, indotta dal contatto prolungato della pelle con l’allergene. La reazione immunologica che ne sta alla base è sostenuta dai linfociti T, che vengono attivati dal contatto dell’allergene. Si può quindi utilizzare nell’ambito di situazioni cliniche nelle quali il sospetto è per reazioni cellulo-mediate o miste (anticorpi e cellulo-mediate).
Questa metodica descritta da Isolauri nel 1996 (Isolauri et al. 1996), è stata introdotta recentemente nella diagnostica pediatrica dell’AA, e rappresenta uno strumento in vivo di facile realizzazione, ma di scarsa riproducibilità.
In campo di allergia alimentare è usato soprattutto nei soggetti in età pediatrica, epoca della vita in cui sono più frequenti le reazioni alimentari di tipo ritardato.
Attraverso il supporto di un cerotto (di polietilene, carta o seta) le sostanze allergeniche sono disposte su dischetti di cellulosa e applicate sulla cute del dorso del soggetto. I cerotti vengono lasciati a contatto della pelle per 48 ore, poi rimossi, valutando la possibile reazione cutanea a 48 e 72 ore dall’applicazione dell’allergene. In letteratura vi è discordanza circa l’uso diagnostico del patch test, in quanto è ancora da dimostrare il suo valore scientifico (Boyce J. et al. 2011) e risulta anche una certa difficoltà nell’interpretazione dei risultati (Asero R. et al. 2007).
Resta comunque il test più utile nei casi di reazione non IgE mediata, in cui la positività a questo test, associata alla storia clinica, potrebbe indirizzare la diagnosi (Roehr CC. et al. 2001).
Allorché risulta positivo, è importante nella diagnosi di allergia alle proteine del latte vaccino, di tipo ritardato.
IgE specifiche
Questo test si esegue su siero attraverso un metodo immunofluoroenzimatico.
Il test valuta in che quantità le IgE sieriche (sIgE) del soggetto in esame si legano agli estratti allergenici. Viene tuttora chiamato “RAST”, termine impreciso in quanto si riferiva ad un dosaggio di IgE effettuato con un metodo radioimmunologico, oggi non più usato (Hamilton RG et al. 2001 ).
Il test, rispetto allo Skin Prick Test (SPT), vanta lo stesso valore predittivo negativo, ma un minore valore predittivo positivo (Asero R. et al. 2007), a causa dei falsi positivi, cioè soggetti portatori di sensibilizzazione sierica, ma non allergici. Offre comunque il vantaggio di una valutazione quantitativa importante: concentrazioni elevate di IgE correlano con un’alta probabilità di reattività clinica (Sicherer SH et al. 2009, Benhamou AH et al. 2008). A tal fine sono stati proposti vari cut-off, ma sono tutti influenzati da vari fattori e specialmente dalla prevalenza della malattia allergica nella popolazione sottoposta al test.
La positività, sia dei test cutanei che sierici di laboratorio, indica semplicemente la presenza di sensibilizzazione e non obbligatoriamente quella di allergia clinicamente evidente.
Benché test negativi escludano virtualmente un’allergia IgE-mediata, solo il 25-30% dei pazienti con SPT positivi sviluppano una reazione immediata quando sottoposti al test di provocazione orale (TPO) che quindi è indispensabile per il completamento diagnostico.
I test cutanei ed in vitro possono permanere positivi anche dopo l’acquisizione di tolleranza all’alimento specifico. Per questo, l’interpretazione dei dati ottenuti dai test, sia in vivo che in vitro, è da affidare allo specialista allergologo-immunologo clinico.
Test di provocazione labiale
II test utilizza le caratteristiche anatomiche delle labbra: l’importante vascolarizzazione e l’abbondanza di mastociti. L’allergene viene tenuto in contatto con la mucosa per un tempo variabile da 10 sec a 2 min; dopo 15 minuti si effettua la lettura classificando un’eventuale risposta positiva in un ventaglio di 5 stadi, dall’edema locale ad una complessa reazione clinica, sia pur rara.
Se da un lato ha il vantaggio di essere economico, abbastanza sicuro, di semplice esecuzione, dall’altro presenta una scarsa sensibilità, per cui una risposta positiva di basso grado, può costituire un’indicazione a proseguire gli accertamenti mediante l’esecuzione di un test di provocazione orale (TPO).
Test di Provocazione Orale (TPO)
Il test di provocazione orale corrisponde alla somministrazione orale dell’allergene sospetto al paziente, che deve essere eseguita secondo modalità e quantità standardizzate, in un ambiente protetto e sotto controllo medico (Rona RJ et al. 2007), perché può indurre reazioni allergiche anche gravi.
Questo test è oggi il GOLD STANDARD per la diagnosi di allergia alimentare, sia di tipo IgE-mediato che cellulo- mediato.
Possono essere sottoposti alla procedura:
a) soggetti con un’anamnesi di probabile allergia alimentare, sia a scopo diagnostico, che per valutare se il paziente riesce a tollerare le tracce di alimento o anche per verificare l’acquisizione della tolleranza;
b) soggetti con anamnesi non indicativa o pazienti che siano da tempo sottoposti a dieta di eliminazione;
c) soggetti che siano sensibilizzati ad un alimento mai assunto, o anche solo nel sospetto medico.
I TPO dovrebbero essere eseguiti sempre per la conferma diagnostica dopo una preliminare osservazione di SPT e/o test sierologici immuno-fluorimetrici o altri esami sierologici positivi per uno o più alimenti e, inoltre, tutte le volte che si sospetta una reazione allergica ritardata e i test sierologici sono risultati negativi.
II test TPO va eseguito in day hospital o in regime di ricovero. Il soggetto inizia ad assumere piccolissime dosi di alimento che andranno aumentando ad intervalli di 15-20 minuti, fino a raggiungere una quantità assimilabile a quella mediamente assumibile in un pasto secondo le sue abitudini. Il paziente resta in osservazione per 2-3 ore dalla fine del test per escludere l’insorgenza di reazioni immediate. Le reazioni ritardate vengono escluse o affermate a distanza di 48 ore dall’assunzione dell’alimento.
Il test può essere condotto in tre differenti modalità:
• in aperto, di più semplice ed economica esecuzione, nella quale il medico e il paziente sono a conoscenza dell’alimento che viene somministrato: è quella, in Italia, di più frequente utilizzo (Bert I et al. 2010);
• in doppio cieco (DBPCFC), né il medico, né il paziente sanno se il paziente stia assumendo il placebo o l’allergene (verum), per eliminare eventuali falsi positivi, legati a reazioni cutanee da stress, o reazioni vagali, che possano insorgere durante la procedura. È la modalità indicata dalla letteratura come la più importante; purtroppo implica una serie di difficoltà sia di ordine economico che organizzativo;
• in singolo cieco, in cui solo il paziente non conosce se venga somministrato l’allergene o un placebo; è il metodo meno usato.

Infine, secondo l’European Academy of Allergy and Clinical Immunology, il TPO non va effettuato nei casi di: •Anafilassi o shock dopo l’assunzione di un alimento ben identificato con skin prick test e test sierologici IgE specifiche, se si è verificata a meno di un anno di distanza.
• Sindrome orale allergica in un soggetto con allergia a inalanti (mela-betulla; composite-sedano; lattice-frutti).

TEST UTILI IN SPECIFICHE CONDIZIONI DIAGNOSTICHE Component-Resolved Diagnosis
L’analisi molecolare degli estratti allergenici utilizzati per test allergologici in vitro e in vivo ha dimostrato che tali estratti sono formati da una miscela di proteine e glicoproteine, e che solo una minoranza di queste rappresenta gli allergeni specifici in grado di indurre un quadro clinico nel paziente sensibilizzato. In questo test non viene utilizzato un estratto allergenico, ma solo l’allergene “nativo” altamente purificato o ricombinante che ha il vantaggio di permettere una migliore standardizzazione, di rendere la diagnostica più accurata, ovvero di stabilire quantitativamente un profilo specifico di reattività di un soggetto per le singole componenti allergeniche, aumentandone la specificità, concetto che è stato definito Component-Resolved Diagnosis.
È pertanto un test di seconda istanza, da tenere in considerazione nella diagnostica dell’allergia alimentare, ma da riservare allo specialista.

Il limite di questi test, come anche quelli tradizionali come “RAST” e SPT, è che ci possono dare indicazioni solo sulla sensibilizzazione del paziente, ma non consentono di individuare il vero allergico. La CRD consente di conoscere meglio le molecole responsabili e la loro possibile cross-reattività legata ad omologia di struttura. Esistono più test di laboratorio che supportano questa diagnostica molecolare in vitro. Ne è un esempio il dosaggio immunoenzimatico (immunoCAP), che utilizza come immunoadsorbente una molecola ricombinante altamente purificata. In questo caso solo le IgE specifiche presenti nel siero del paziente per questa componente potranno legarsi e dare un risultato positivo (Figura 1).
Un secondo approccio è quello rappresentato dall’ISAC (Immuno Sorbent Allergen Chip) che, nella configurazione attuale, è costituita da 112 differenti allergeni ricombinanti o purificati. L’ImmunoCAP-ISAC® consiste in un supporto solido in vetro con quattro siti di reazione, ciascuno circondato da una maschera protettiva ed idrofoba di teflon. La superficie di vetro nei quattro siti è studiata, dal punto di vista chimico, in modo tale da permettere un fissaggio ottimale delle proteine che scatenano le allergie senza che per questo venga alterata la loro funzionalità biologica.
Sul chip, ogni allergene è fissato tre volte in ogni sito di reazione. Il legame delle IgE specifiche viene rilevato mediante anticorpi coniugati a fluorocromo eccitato da un laser e quantificato con l’ausilio di un software dedicato (Berti I et al. 2010, Jahn-Schmid B et al. 2003).
Un limite dell’ISAC è quello di avere delle risposte positive inattese (per es. paziente testato per allergia respiratoria e che risulta positivo all’LTP, ma senza alcuna sintomatologia riferita) che comporta dei problemi di gestione anche medico-legali.
In entrambi i casi l’analisi può essere eseguita con quantità estremamente esigue di sangue (il che, in ambito pediatrico, o in soggetti defedati, può costituire un grande vantaggio) (Mari A et al. 2010). Le prestazioni di questo test sembrano ampiamente comparabili con le metodiche tradizionali (Ott H. et al. 2008).
In conclusione, il Component-Resolved Diagnosis risulta essere un test diagnostico molto valido, più sensibile del test immunofluoroenzimatico (RAST), ma piuttosto costoso e va riservato allo specialista che ne conosca tutti i possibili vantaggi, ma anche i limiti.

Terapia

I tentativi di modificare la storia naturale dell’AA possono da un lato prevenirne lo sviluppo nell’infanzia, dall’altro intervenire con il trattamento quando il bambino è allergico ad alimenti. Comunque va eliminato l’allergene o almeno vanno evitate quantità elevate.
La prevenzione dell’AA esclude o riduce la sensibilizzazione mediante la diminuzione delle cellule producenti le IgE specifiche per quell’alimento, mentre col trattamento si tende a determinare una apoptosi delle cellule specifiche.
Oltre alla dietoterapia di eliminazione dell’allergene alimentare offendente, negli ultimi anni è stata proposta un’altra strategia per indurre tolleranza verso le proteine del latte vaccino (PLV) e verso le proteine dell’uovo (Longo et al. 2008). Tale terapia consiste nel tentativo di desensibilizzazione attraverso la somministrazione quotidiana di dosi crescenti di tali proteine per cercare di indurne tolleranza.
L’acquisizione della tolleranza verso un allergene alimentare è però condizionata da diversi fattori tra cui la severità della sintomatologia scatenata dalla sua ingestione (James 1992), l’età della diagnosi (Eggleston 1987), il livello di IgE specifiche e le loro variazioni (Garcia-Ara et al. 2004).
Tutti questi parametri condizionano l’esistenza di fenotipi diversi di allergia alimentare che differentemente si comportano nel tempo. Molti sono però ancora i dubbi.
Un dubbio riguarda la correlazione tra sintomi più gravi e acquisizione più tardiva della tolleranza; si sospetta fortemente tale correlazione, dal momento che entrambi i fenomeni (sintomatologia e tolleranza) sono correlati con il livello delle IgE. Altro aspetto da chiarire è se la frequenza dei sintomi sia associata a sintomatologia persistente o se questa sia dovuta alle frequenti infrazioni dietetiche. Non sappiamo se l’introduzione di alimenti in bambini ad essi allergici (ad esempio con piccoli errori dietetici) abbia una qualche influenza sulla storia naturale della loro allergia, ma questa evenienza è temuta e sappiamo con certezza che anche piccole dosi possono scatenare sintomi.
Eseguendo una valutazione complessiva delle osservazioni fino ad ora condotte nell’ambito della desensibilizzazione per alimento, i vari autori hanno sostanzialmente osservato 3 fenotipi di risposta alla terapia desensibilizzante:
• molti bambini, un tempo allergici gravi con reazioni generalizzate severe per contatti minimi con l’alimento e, quindi a rischio di vita, hanno riacquisito la capacità di assumere liberamente l’alimento senza manifestare reazioni avverse,
• altri sono riusciti a tollerare nella dieta quantità limitate di proteine dell’alimento non tollerato precedentemente,
• alcuni invece, pur tentando la desensibilizzazione, non sono riusciti a tollerare neppure piccole dosi di proteine, a seguito di reazioni ricorrenti dopo l’esposizione all’alimento indice.

È probabile che ogni fenotipo di risposta corrisponda a caratteristiche cliniche di laboratorio per ora non ancora identificate.
Il punto chiave della terapia delle allergie alimentari è, quindi, evitare i cibi di cui è nota o sospetta la responsabilità causale nel determinare una reazione avversa ad alimenti.
A differenza di quanto avvenuto per gli aero-allergeni, l’individuazione e la caratterizzazione degli allergeni alimentari non ha comportato la sintesi di estratti utili per la immunoterapia specifica.
Recentemente sono stati condotti, con esito positivo, dei trial con LTP somministrato per via sublinguale, nella desensibilizzazione di pazienti allergici alla pesca (Fernandez-Rivas M, Garrido Fernandez S, Nadal JA, Dfaz de Durana MD, Garda BE, Gonzalez-Mancebo E, Martin S, Barber D, Rico P, Tabar AI. Randomized double-blind, placebo-controlled trial of sublingual immunotherapy with a Pru p 3 quantified peach extract. Allergy. 2009 Jun;64(6):876-83.).
Nell’allergia alimentare, pur essendo possibile una diagnosi eziologica corretta, non è possibile istituire una terapia farmacologica o desensibilizzante mirata.
La farmacoterapia delle allergie alimentari si risolve nel trattamento di emergenza per i pazienti inavvertitamente esposti all’allergene alimentare già causa nota di reazione allergica.
Il trattamento di scelta per l’anafilassi, in particolare quella da cibo, è l’adrenalina per via iniettabile (Sampson et al.1992).
I soggetti con allergia alimentare devono fare il massimo sforzo per evitare il cibo per il quale hanno già avuto una reazione.
La dieta di eliminazione, se non correttamente effettuata, può causare malnutrizione o seri effetti psicopatologici, pertanto è opportuno che il soggetto affetto da AA venga seguito da un team di specialisti (allergologo, dietologo), eventualmente supportato dallo psicologo.
Costi
Una recente pubblicazione (Sicherer) afferma che l’AA ha un significativo impatto sulla qualità di salute della vita ed i costi (aspetti non ben studiati) e che sono in corso studi clinici per migliorare diagnosi, prevenzione e trattamento.
Tramite questionari inviati ai genitori di bambini (età 5-18 anni) affetti da AA (allergici ad uno o due alimenti il 68%, a più di due alimenti il rimanente), è stata valutata la percezione dei genitori. L’AA ha un significativo impatto emotivo sulla percezione di salute generale del genitore e sulla limitazione delle attività di famiglia, particolarmente quando associate a malattie atopiche ed in relazione al numero di alimenti che deve essere evitato.
Uno studio pilota condotto in Olanda e Regno Unito (Fox e al. 2006), per valutare i costi sociali delle AA, tramite questionari inviati alla popolazione generale (con e senza AA), suggerisce dai primi risultati un aumento dei costi di vita e di costi sanitari.
Spesso il peso che una famiglia deve sopportare non è quello di una sola, ma di due malattie allergiche: l’asma e l’eczema (E. O’Connell, editor della rivista americana Annals of Allergy, Asthma and Immunology). Se non adeguatamente controllate, queste condizioni influenzano la qualità della vita, a causa del sonno disturbato, della resa scolastica meno brillante, della limitazione nelle comuni attività (es. sport).
È soprattutto l’eczema che toglie il sonno alle famiglie ed ai bambini, generando stress che non fa che aumentare il prurito in un circolo vizioso senza fine. Questi bambini hanno difficoltà a frequentare le piscine, a mettere certi vestiti e si trovano brutti guardandosi allo specchio.
L’impatto dell’eczema sulla vita delle famiglie è stato valutato addirittura superiore a quello del diabete. La spesa nazionale per l’eczema è stata calcolata in 364 milioni di dollari negli USA e 700 milioni di dollari in Gran Bretagna. Non sono al momento disponibili dati relativi ai costi dell’AA nel nostro Paese.

Prevenzione delle allergie alimentari: allergeni occulti e norme di etichettatura
Prevenzione
Nell’attesa di poter influenzare l’andamento della malattia allergica con mezzi farmacologici od immunologia, l’attenzione dei ricercatori è a tutt’oggi rivolta alla prevenzione dietetica. Infatti quello dietetico è il principale fattore ambientale di rischio per la sensibilizzazione allergica alimentare, oltre che la via pressoché esclusiva di scatenamento dei sintomi.
Si distinguono diversi livelli di prevenzione:
• prevenzione primaria: evitare la sensibilizzazione allergica è certamente il campo più esplorato. Poiché l’identificazione dei candidati a rischio è piuttosto incerta, gli studi in questo campo sono stati condotti in popolazioni assai selezionate, ad alto rischio (Kjellman et al. 1999);
• prevenzione secondaria: deterrenza dell’espressione della malattia nonostante una sensibilizzazione IgE già avvenuta. Richiederebbe un largo screening di massa per poter identificare la popolazione a rischio;
• prevenzione terziaria: minimizzazione della sintomatologia per coloro che già hanno la malattia in atto. Può efficacemente essere ottenuta evitando gli allergeni, attraverso un approccio detto “proibizionista”, ed in questo caso si identifica con la terapia della allergia alimentare (Boner et al. 1998).
È necessario premettere che la prevenzione primaria si sta arricchendo delle possibilità suggerite dagli studi epidemiologici, che hanno rimarcato il ruolo della flora intestinale nella genesi della allergia (Matricardi et al. 2000).
Diverse voci si sono infatti levate a sottolineare la possibilità di influire sullo sviluppo di allergia mediante l’uso di fattori “di successo”, piuttosto che con l’esclusione di fattori di rischio. Obiettivo di queste strategie è quello di modulare il sistema immune del lattante e, addirittura, della gestante, in modo da ottenere una downregulation della risposta TH2 od una upregulation della risposta TH1 (Warner et al. 2000).
Questo rappresenta un approccio alternativo alla prevenzione primaria alimentare basata sull’esclusione degli allergeni alimentari.
L’approccio “proibizionista”, più conosciuto, e quello “promozionista” pongono l’accento su aspetti diversi della fisiologia del sistema immune.
L’approccio proibizionista evita gli allergeni alimentari in gravidanza ed allattamento e ritarda la introduzione di alimenti “allergizzanti” (latte vaccino, uovo ecc) dopo il sesto mese di vita.
Si propone di ridurre la frequenza di sensibilizzazione eliminando il contatto con gli allergeni o con i fattori adiuvanti, basandosi su una serie di studi prospettici che hanno identificato molti possibili fattori favorenti lo sviluppo di una allergia alimentare. Possiamo dividerli in studi “non interventistici” (studi puramente epidemiologici) e studi “interventistici”.
Dagli studi non interventistici sappiamo che, con qualche dubbio legato alla impossibilità di eseguire studi randomizzati su popolazioni alimentate al seno o no, l’allattamento materno ha un ruolo protettivo nei confronti del rischio di allergia alimentare (H0st et al. 1999) e che l’introduzione di latte in formula nei primi giorni di vita, in attesa della montata lattea (Saarinen et al. 1999), è associata con lo sviluppo di allergia alle proteine del latte, come confermato da uno studio osservazionale che ha coinvolto diverse migliaia di bambini. Sappiamo anche che l’introduzione di cibi solidi prima del 4° mese di vita si associa con un elevato rischio di dermatite atopica fino all’età di 10 anni.
Studi interventistici sono stati eseguiti, peraltro, nel tentativo di ridurre la sensibilizzazione ad alimenti del bambino. Si è tentato di ottenere questo risultato mediante l’esclusione di alimenti potenzialmente allergenici dalla dieta materna durante la gravidanza, ma questi provvedimenti non si sono dimostrati in grado di sortire alcun effetto sullo sviluppo di allergia alimentare nel bambino. Incidentalmente, quindi, l’unica proibizione sensata in gravidanza resta l’evitare il fumo (Asher et al. 2000).
Una recente Cochrane (revisione sistematica sull’efficacia) ha solo ipotizzato che l’impiego di una dieta oligoantigenica alle donne atopiche durante l’allattamento potrebbe ridurre il rischio di sviluppare dermatite atopica nel figlio allattato al seno (Kramer 2007).
L’età dello svezzamento è confermata al sesto mese, ma mancano osservazioni epidemiologiche longitudinali in grado di confermare l’effetto protettivo di una ritardata introduzione degli alimenti più allergizzanti (Fiocchi et al. 2006).
Approccio promozionista: promozione dell’allattamento al seno, probiotici, latte idrolizzato.
Misure di promozione della immunità del bambino sono in un certo senso patrimonio acquisito della prevenzione allergologica. La più ovvia è la promozione dell’allattamento materno esclusivo prolungato, che è una misura efficace sia nel neonato a termine che nel pre-termine.
È stato postulato che l’allattamento materno agisca diminuendo l’assorbimento di macromolecole allergeniche sia per il suo contenuto in fattori protettivi che per una più veloce maturazione della barriera intestinale. Tale idea trova conferme nella osservazione secondo cui un basso contenuto di IgA nel latte materno può condurre ad una difettiva esclusione di antigeni alimentari, predisponendo il bambino alle future allergie alimentari (Jarvinen et al. 2000).
Alcuni autori hanno sostenuto che la durata dell’allattamento materno è un fattore di rischio per dermatite atopica (Bergmann et al. 2002). Osservazioni come questa sono però gravate dall’effetto della causalità riversa. In poche parole il motivo per cui i bambini allattati al seno più prolungatamente avevano una maggiore probabilità di sviluppare la dermatite atopica non era indotto dall’allattamento al seno, ma dal fatto che le madri con familiarità atopica erano più motivate a prolungare l’allattamento al seno come fattore protettivo. La frequenza maggiore di dermatite atopica dipendeva dalla loro spiccata familiarità atopica e non dall’allattamento al seno. Subito dopo non sono mancate osservazioni che hanno rimarcato tale errore procedurale (Laubereau et al. 2004).
Da quando le ricerche epidemiologiche hanno puntualizzato che lo stile di vita “occidentale” è associato con l’aumento della allergia nelle ultime decadi, nuove strade si sono intraviste per la prevenzione della allergia alimentare.
Sulla base della durata e della intensità dello stimolo batterico, infatti, è stato ipotizzato che la flora intestinale rappresenti un fattore modulatore chiave per l’immunità contro l’atopia e lo sviluppo di malattia allergica e che la pressione antigenica persistentemente esercitata dai batteri che colonizzano il tratto gastrointestinale possa prevenire lo sviluppo di malattia allergica.
Peraltro una recente Cochrane ha puntualizzato che ci sono insufficienti evidenze per raccomandare l’uso dei probiotici nella prevenzione delle allergie alimentari (Osborn 2007).
Per quanto concerne l’utilizzo di formule estensivamente idrolizzate è stata confermata l’efficacia preventiva di tali formule in caso di mancanza o carenza del latte materno (von Berg et al. 2003) fino all’età di 6 anni. Ovviamente, tutte le volte che si opterà per l’utilizzo, a scopo preventivo, di una formula estensivamente idrolizzata si dovrà tener conto dei costi, della palatabilità (l’idrolisi spinta porta infatti a modificazioni strutturali della componente proteica, con comparsa di aromi/sapori differenti, a volte percepiti come sgradevoli) e del vantaggio protettivo ottenibile, probabilmente, solo in un piccolo novero di bambini.
Dopo che è stata confermata la diagnosi, l’unica forma comprovata ed attualmente disponibile di trattamento profilattico è evitare del tutto l’alimento coinvolto (Taylor et al 1999).

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