Fabrizio Corona attacca in aula il pm, poi chiede scusa “Sono stanco, non ho più una vita”

Fabrizio Corona si è messo a urlare contro il pubblico ministero Alessandra Dolci nel corso dell’udienza odierna al tribunale di Milano. I giudici della Sezione misure di prevenzione devono decidere se confiscare o no la casa-ufficio di via De Cristoforis a Milano e gli ormai famosi 2,6 milioni di euro in contanti che sono stati sequestrati all’ex agente dei vip. Dopo le urla sono arrivate le scuse di Corona: “Sono stanco, non ho più una vita”.

“Ma che domanda è? Me le faccia a me le domande!”. Sono state queste le parole urlate da Fabrizio Corona in aula, rivolgendosi al pm di Milano Alessandra Dolci nel corso dell’audizione di un testimone Marco Bonato, e collaboratore dell’ex agente dei paparazzi nella giornata di ieri nel udienza davanti alla sezione misure di prevenzione del tribunale Milanese. “Ma lui non è un tecnico?”, avrebbe aggiunto Fabrizio Corona. Il pm avrebbe risposto: “E inaccettabile, non si può rivolgere così al pm, chiedo che venga allontanato”. Fabrizio Corona dunque dopo anni è tornato a litigare con I magistrati e ed è stato redarguito. “Sono stanco, ho 44 anni, non ho più voglia di fare le guerre, non cerco più la ribalta mediatica, oggi non ho una vita perché l’ho sprecata tutta a lavorare”. Con queste parole Fabrizio Corona si sarebbe giustificato per l’eccessiva reazione avuta in aula.

Mia madre è testimone nel 2013 lavoravo 24 ore su 24, non spendevo una lira, stavo con una bella donna ma facevo una vita sacrificata e oggi per questo motivo non ho nemmeno un amico”, ha aggiunto l’ex re dei paparazzi. Corona ha anche chiesto scusa al pm Alessandra Dolci che lo stesso ha detto di stimare e con la quale aveva in passato avuto già un diverbio. Dopo essersi scusato, però, Corona ha continuato a difendersi in aula portando anche un altro fatto di cronaca, comparandolo alla sua vicenda personale. “Mps ed Etruria hanno fatto 500 milioni di debiti, hanno truffato i cittadini onesti e a loro non hanno sequestrato nulla. Io dopo il 2007-2008 non ho più commesso reati, ma sono l’unico che deve pagare sempre, io firmo autografi in carcere a tutti i detenuti, questo sono io e forse a qualcuno non piace come sono”, aggiunge Corona.

Nei momenti di concitazione, è dovuta intervenire anche il Presidente del Collegio Gaetana Rispoli, per chiedere cortesemente a Corona di evitare questo atteggiamento che non si era mai visto in quell’aula, ma ha preferito non espellerlo. Nel corso dell’udienza, intanto, Bonato aveva riferito di aver fatto da intestatario fiduciario della casa perchè Nina Moric che all’epoca era la moglie di Corona, una mattina al telefono gli implorò di andare a Reggio Calabria ed intestarsi la casa perchè Corona era stato arrestato la notte prima e lei era a casa distrutta con il bambino.

Poi Corona ha rivendicato che le sue società negli anni hanno fatturato 17 milioni e di aver pagato sopra 9 milioni di tasse e di non aver portato i soldi all’Isola di Man, ma di aver sempre e solo lavorato.” Avevo una bella donna appariscente e poteva sembrare facessi la bella vita, ma ero al lavoro anche quando mi hanno arrestato”, riferisce Corona. Il 19 dicembre prossimo dovranno parlare pm e difesa e poi si arriverà alla decisione dei giudici.

L’ultima volta, a ottobre scorso, lo hanno rispedito in cella sulla base di accuse che non hanno retto al giudizio del Tribunale. «Reati insussistenti», sentenzia il collegio della prima sezione penale di Milano, presieduto da Guido Salvini. Due contestazioni su tre, spazzate via con un colpo di spugna. Insieme col mandato di cattura per Fabrizio Corona che (dopo otto mesi di udienze), esce vincitore dal processo voluto dai pm della Dda di Ilda Boccassini.
La storia dei 2,6 milioni di euro nascosti tra il controsoffitto della storica collaboratrice Francesca Persi e due cassette di sicurezza depositate in Austria, finisce in niente.

Meglio: si riduce a un anno di reclusione per illecito fiscale e manda in frantumi l’impianto accusatorio. Corona, di fatto, colpevole soltanto di non avere pagato una cartella esattoriale riguardante la Fenice (sua società dichiarata fallita), e recapitata a febbraio 2016.
«Un illecito tributario rispetto al quale» come spiega Luca Sirotti, uno dei suoi avvocati, «Corona ha già versato al fisco, seppur con ritardo e dopo l’arresto, 140 mila euro».
La difesa dell’ex agente fotografico è dunque pronta a chiederne la scarcerazione l’affidamento in prova ai servizi sociali. Misura che il Tribunale di sorveglianza aveva revocato davanti ai reati risultati «infondati».

Accuse pesantissime quelle dei magistrati guidati da Ilda all’ex re dei paparazzi: intestazione fittizia di beni e violazione delle norme patrimoniali sulle misure di prevenzione. Il pm Alessandra Dolci aveva chiesto 5 anni di prigione. «Sono vittima di una messa in scena dell’assurdo. Molto rumore per nulla» aveva protestato in aula l’imputato usando parole di shakespeariana memoria. «Quando si parla di anni di vita delle persone bisognerebbe essere seri e onesti. L’accusa chiede per me altri 5 anni di condanna, ma in realtà sono 7 perché comporterebbero la revoca di un anno dall’affidamento in prova e un altro anno di mancata libertà anticipata» fa notare Corona, lucidamente, nonostante gli si legga il terrore negli occhi. «In questo caso il mio cumulo di condanne salirebbe a 21 anni di carcere» aggiunge «anche se dalle indagini non è emersa nessuna prova. Nulla di nulla contro di me. Dato che detenere contante in casa non è reato».

E prima che la Corte si riunisca per decidere il verdetto, l’imputato ricorda la mamma, il figlio e la fidanzata «che hanno bisogno di me e sono lì ad aspettare». Implora giustizia e chiude platonicamente: «Datemi quello che è giusto, non ci sono prove oggettive. Qualsiasi decisione voi della Corte prenderete, non dirò una parola». Promessa mancata. Urlerà, battendo i pugni sul bancone: «Sì! Giustizia è fatta!».

Si riduce a una contestazione valutaria questo infuocato processo cominciato con un’ipotesi, mai provata, che collocava Fabrizio Corona in affari con la criminalità organizzata. «I soldi nascosti nel soffitto di Francesca Persi e in Austria», ha sostenuto a vuoto l’accusa «hanno provenienza illecita e sono da ricondurre alla mafia». Niente da fare. Il presidente della Corte, Guido Salvini e i giudici Andrea Ghinetti e Chiara Nobili, ritengono non ci sia reato. «Il fatto non sussiste» dichiarano. Corona esulta, bacia la fidanzata cantante, Silvia Provvedi. Mamma Gabriella Privitera, invece, piange e protesta «a mio figlio hanno dato ingiustamente del mafioso.

E questo è stato davvero troppo». La fine comunque non è del tutto indolore: Corona viene condannato a un ennesimo anno di reclusione (ha un cumulo di pena di 5 per altri reati), la collaboratrice Francesca Persi a sei mesi con sospensione condizionale della pena. Cosa ritengono valido e cosa no, i giudici lo scriveranno nelle motivazioni che depositeranno entro tre mesi a cominciare da ieri.

Ma come affermano gli avvocati Luca Sirotti e Ivano Chiesa, «nel verdetto non c’è spazio per alcun legame Ira Corona e il crimine organizzato». I giudici hanno disposto la trasmissione degli atti alla procura per «per un’ipotesi di appropriazione indebitala solo perché richiesto dal pm. Vedremo se starà in piedi». E tiene a sottolineare Luca Sirotti: «A ben vedere, il reato di intestazione fittizia di beni in contanti, non ha neanche un precedente giurisprudenziale». Ogni chiarimento verrà dalle motivazioni. Anche se, stando così le cose, di fatto, non sbagliava Corona nel dire in aula: «la custodia cautelare stavolta me la si poteva evitare. Ma è ovvio che in galera io ci finisco anche perché sono Corona».

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