Fake news, M5s: “Dietro all’inchiesta del New York Times c’è Renzi, è tutta una bufala”

A qualche giorno di distanza dalla pubblicazione dell’inchiesta del New York Times sulla rete di fake news legata a Lega e M5s, arriva la risposta ufficiale dello stesso Movimento 5 Stelle attraverso un post pubblicato sul blog di Grillo. L’inchiesta del giornale statunitense viene definita una bufala dietro cui c’è il segretario del Pd Matteo Renzi: “Sembra un giochino apparecchiato su misura al segretario del Pd, oramai in caduta libera. Ed è molto triste che a prestarsi siano state due note testate giornalistiche come il Nyt e Buzzfeed”.

Il Movimento 5 Stelle cerca di spiegare questa vicenda dando la propria chiave di lettura dei fatti:

Partiamo dai tempi, perché sono importanti. Il New York Times, considerato uno dei quotidiani più prestigiosi al mondo, e il sito di notizie Buzzfeed pubblicano, a distanza di tre giorni tra il 21 e il 24 novembre, due presunte inchieste giornalistiche, secondo le quali “l’Italia sarà il prossimo obiettivo di una campagna di fake news”. Nel mirino dei due quotidiani, ovviamente, non poteva che esserci il M5S. Le due inchieste arrivano, guarda il caso, alla vigilia della Leopolda di Matteo Renzi, quest’anno dedicata, guarda ancora il caso, proprio alle fake news. Entrambi i pezzi, apparentemente indipendenti, nascono però da una ricerca condotta da un tecnico del web non strettamente indipendente, Andrea Stroppa, che di fatti viene citato nei due articoli.

A questo punto l’attenzione del post si rivolge proprio alla figura di Andrea Stroppa: “Chi è Andrea Stroppa? È un giovane esperto informatico, da tempo arruolato nella Cys4, la società di sicurezza presieduta da Marco Carrai. Chi è Marco Carrai? È il braccio destro di Matteo Renzi, nonché grande sostenitore delle sue campagna elettorali, al quale l’ex premier voleva persino affidare la guida dei servizi segreti italiani. In sostanza, Buzzfeed e il New York Times pubblicano due articoli spacciandoli per inchieste giornalistiche sulle fake news partendo da una ricerca condotta da un dipendente di Marco Carrai, fonte – vista la sua estrema vicinanza a Matteo Renzi – piuttosto discutibile. E lo fanno proprio alla vigilia della Leopolda di Matteo Renzi, aperta all’insegna delle fake news, puntando il dito ancora una volta contro il M5S”.

A questo punto arriva l’accusa diretta del M5s:

Diciamocelo chiaramente: sembra un giochino apparecchiato su misura al segretario del Pd, oramai in caduta libera. Ed è molto triste che a prestarsi siano state due note testate giornalistiche come il Nyt e Buzzfeed. Questo, giusto per sottolineare la complessità del mondo delle fake news. Perché, a ben vedere, quella dei due quotidiani è un’altra fake news sulle fake news. Se avessero approfondito la ricerca, avrebbero compreso che l’accusa mossa è priva di ogni logica. Si parla di siti web sensazionalistici, a sostegno di una o l’altra forza politica, che riporterebbero i medesimi codici di Analytics e di Adsense. E non ci vuole un genio a capire che questi siti nascono spontaneamente. Sul web ognuno, anche per mero scopo di guadagno attraverso la pubblicità, chiuso nella sua stanza può scegliere di aprire più di una piattaforma e pubblicare quel che vuole. Ma ciò non significa che ci debba essere un coinvolgimento della forza politica di riferimento. Se sono un tifoso di calcio e apro una pagina in cui diffondo notizie false sul Torino non significa che io sia a libro paga della Juventus. Anzi, è una follia solo pensarlo. Speriamo di esserci spiegati. E speriamo che il New York Times e Buzzfeed tornino finalmente ad occuparsi di vero giornalismo.

Orfini: ‘M5s non riesce a rinunciare a fake news’
Questa mattina era stato il presidente del Pd Matteo Orfini ad attaccare il Movimento 5 Stelle sulla questione delle fake news: “I 5 stelle purtroppo fanno fatica a rinunciare a una modalità che li ha molto aiutati, più che altro dovrebbero chiarire una cosa piuttosto curiosa ossia che questi siti e quelli collegati a Salvini sono accomunati in rete, hanno la stessa matrice, la stessa pubblicità. Su questo terreno Salvini e Di Maio sono la stessa cosa, un chiarimento su questo andrebbe richiesto”.

Nell’ultimo anno, il dibattito tra gli studiosi del diritto dei media è stato quasi monopolizzato da un tema sino a poco prima ignoto: le fake news. Il confronto all’interno della comunità scientifica internazionale, per vero, è stato provocato – come sempre più spesso accade – da fattori prevalentemente esogeni, legati alla crescente esacerbazione del dibattito pubblico e alla sua emancipazione da una dialettica a carattere irenico, secondo quella dinamica di polarizzazione studiata da tempo da Cass Sunstein1. A determinare questo clima, in cui tanto l’accreditamento di fake news da parte del pubblico quanto le manifestazioni d’odio (hate speech) hanno conosciuto terreno fertile, ha senz’altro contribuito l’esplosione dell’utilizzo dei social network come mezzo di propaganda politica. Nonostante la “novità” dei mezzi tramite i quali l’odio online e le fake news penetrano nel dibattito pubblico, occorre peraltro interrogarsi se queste problematiche presentino dei caratteri del tutto innovativi o non sottendano, invece, sotto sembianze apparentemente nuove, tematiche già note anche in tempi meno tecnologici.

A fronte del propagarsi di un fenomeno che, nella sua declinazione attiva (ossia come “produttori”) e passiva (ossia come “vittime”) non ha risparmiato diversi suoi esponenti, la classe politica non è rimasta inerte. A livello nazionale, inter alia, è stata presentata una proposta di legge (il cosiddetto “DDL Gambaro”), da subito oggetto di forti critiche, che mira a responsabilizzare le piattaforme online per la diffusione di notizie false, esagerate, tendenziose o tendenti a turbare l’ordine pubblico, oltre a introdurre fattispecie di reato ad hoc per gli autori di tali notizie e per la diffusione di campagne d’odio. Tale disegno di legge non pare, invero, avere alcuna possibilità di completare l’iter parlamentare.
Ben di maggiore interesse – come vedremo – è il lavoro del Parlamento tedesco che ha condotto all’approvazione di una legge – anch’essa assai controversa – che regola i compiti e la responsabilità dei social network, specie in caso di hate speech.
Anche a livello di Unione europea, la questione del contrasto alle manifestazioni del pensiero illecite in rete si sta ponendo sempre più all’ordine del giorno. Di qualche interesse anche per il tema delle fake news è, da ultimo, la Comunicazione in materia di lotta ai contenuti illeciti online che, nel settembre 2017, la Commissione europea ha trasmesso a Parlamento e Consiglio. Tale testo mira a valorizza il ruolo “proattivo” degli intermediari, sulla base del postulato che le piattaforme online debbono esercitare una maggiore responsabilità nel controllo dei contenuti. La Comunicazione prevede, infatti, una serie di linee-guida e principi per le piattaforme online, per intensificare la lotta contro i contenuti illegali in rete, in collaborazione con le autorità nazionali, gli Stati membri e gli altri soggetti interessati, specie in relazione ai reati di incitamento al terrorismo e di hate speech. In particolare, individua una serie strumenti comuni per prevenire, individuare rapidamente, rimuovere ed evitare la ricomparsa, attraverso la disattivazione dell’accesso, di contenuti illeciti. In questa prospettiva, agli operatori della rete è richiesto di attivarsi velocemente nella rimozione dei contenuti, in taluni casi anche solo dopo una segnalazione di soggetti privati.

Sul piano dottrinale, limitandoci all’Italia, il merito di aver inaugurato il dibattito sul tema del contrasto alle fake news deve essere forse attribuito a Giovanni Pitruzzella, che sulle pagine di due autorevoli quotidiani rifletteva sugli strumenti per garantire un’informazione corretta in rete. Due i punti nodali della tesi dell’attuale Presidente dell’Antitrust: l’affermazione dell’estraneità delle fake news all’ambito di tutela della libertà di informazione e la proposta di misure di filtraggio da adottarsi o dagli Internet service provider che ospitano i contenuti caricati dagli utenti o da operatori autonomi e terzi, appositamente incaricati di liberare la rete dalle informazioni patentemente false.
La proposta di Pitruzzella, sviluppata ulteriormente in un volume scritto insieme a Oreste Pollicino e Stefano Quintarelli, ha suscitato reazioni polemiche, dettate in particolare dai dubbi circa la legittimità costituzionale e l’opportunità di un regime “speciale” per la manifestazione del pensiero in rete. Tali posizioni sottolineavano altresìla diffìcile compatibilità di ogni sistema di filtraggio sul web con la disciplina europea dei servizi Internet ed evocavano sovente la metafora del mar- ketplace of ideas, coniata dalla giurisprudenza della Corte suprema statunitense per estendere la protezione del Primo Emendamento anche a manifestazioni di pensiero connotate da disvalore o prive di qualsiasi contributo per il dibattito pubblico.

Proprio l’invocazione di tale metafora a garanzia di una più ampia circolazione del pensiero in rete è discussa criticamente da Oreste Pollicino9, che ne contesta la perdurante applicabilità a Internet, che costituirebbe un mercato non più free, ossia non più libero dal potere degli over the top. In questa prospettiva, si potrebbe giustificare una regolazione che possa ammettere ipotesi di interventi preventivi nei confronti delle fake news, senza tuttavia rendere i provider censori e giudici del vero e del falso.
Nel corso degli ultimi mesi il dibattito si è così arricchito grazie a diverse prese di posizione, alcune delle quali trovano spazio all’interno della sezione monografica di questo fascicolo (tra i molti, i saggi di Marco Cuniberti, Cesare Pinelli e Franco Pizzetti). Non è casuale che a esercitarsi su questo versante di ricerca siano stati, finora, soprattutto gli studiosi della Costituzione: a ben vedere, ogni riflessione incentrata sulla repressione del fenomeno delle fake news, così come, del resto, dei discorsi d’odio intercetta un tema che si colloca alle radici dello stato liberal-democratico e chiama in causa l’interpretazione dei principi costituzionali e, in specie, della libertà di espressione. Non sono estranee a questo discorso, peraltro, le concezioni relative al modello di democrazia ( “aperta” o “militante”) nonché forse anche la visione ottimistica o pessimistica in ordine alla capacità dei cittadini di sottoporre a giudizio critico i messaggi veicolati sulle nuove e vecchie piattaforme informative.

Anche per queste ragioni, i contributi presenti nella sezione monografica di questa rivista riflettono idee anche molto distanti. Questo scritto introduttivo mira, non senza un qualche sforzo speculativo, a rappresentare una prima riflessione critica rispetto ad alcune questioni che si appalesano come cruciali per determinare la compatibilità con il sistema costituzionale delle misure volte alla repressione del fenomeno delle fake news. Di qui, un elenco di interrogativi a cui si cercherà di dare una prima risposta: che cosa si intende per fake news? Quale differenza intercorre tra il fenomeno delle fake news e i discorsi d’odio (hate speech)? È possibile identificare con esattezza e in via generale un bene giuridico leso dalla mera diffusione delle notizie false? La disciplina sulla (irresponsabilità degli Internet service provider merita di essere rivisitata alla luce del modello di business che in concreto rivestono i moderni operatori delle piattaforme di condivisione? O, al contrario, tale normativa deve essere preservata nei suoi caratteri essenziali, ancorché a significativa distanza (cronologica e “tecnologica”) dalla sua adozione? E ancora: il paradigma costituzionale a tutela del pluralismo informativo è ancora valido nel nuovo ecosistema digitale dell’informazione?

Alcune premesse di carattere metodologico
Prima di affrontare il dibattito sulla liceità delle fake news e sull’opportunità per il legislatore – italiano ed europeo – di intervenire in questo terreno, pare utile muovere da un’osservazione preliminare, che riguarda lo statuto giuridico delle notizie “false” in sé considerate.
Invero, all’interno del testo della Costituzione e delle disposizioni, specialmente di diritto penale, dedicate all’esercizio della libertà di parola, non sembrano rinvenirsi indicazioni che depongano per una collocazione del falso nell’alveo del giuridicamente illecito. Paolo Barile, maestro anche del diritto dell’informazione, più di trent’anni fa sottolineava come «neppure la diffusione di notizie false può essere considerata illecita in sé e per sé»; infatti, «il “fine d’inganno” può essere illecito solo in quanto costituisca il fulcro di un’attività illecita che contrasti con altri principi costituzionali». Nella medesima logica, anche le disposizioni incriminatrici vigenti che puniscono una condotta consistente nella circolazione di informazioni non veritiere, invero, non colpiscono tale comportamento in sé, ma lo ammantano di rilevanza penale nella misura in cui, per esempio, provochi allarme sociale o nocumento all’ordine pubblico. Analoga è la ratio che fa prevalere i diritti della personalità (onore, reputazione, identità personale, dignità) nel conflitto con il diritto di cronaca, qualora quanto narrato non corrisponda al vero.
Si ritiene, dunque, opportuno percorrere una scelta di metodo, ovvero l’adesione alla c.d. “teoria del bene giuridico costituzionalmente protetto”, che reprime comportamenti illeciti in ragione dell’idoneità a pregiudicare un bene di rilievo costituzionale che l’ordinamento vuole tutelare. Già aderendo a questa posizione è possibile discostarsi da quelle ricostruzioni che assumono, al contrario, una concezione del falso come elemento in sé illecito e generativo di responsabilità in capo a chi lo dissemini: in questa direzione appare muoversi senza particolari freni il disegno di legge Gambaro a cui si è accennato.

Si deve, poi, svolgere un’ulteriore fondamentale premessa, che si lega all’osservazione dei mutamenti che si sono prodotti nell’ambito del settore dell’informazione.
L’evoluzione digitale ha provocato importanti trasformazioni, realizzando una disintermediazione rispetto agli operatori dell’informazione che, in precedenza, potevano vantare una sorta di oligopolio nella creazione e diffusione di notizie. Del resto, già in precedenza l’invenzione della stampa aveva allargato l’ambito dei soggetti in condizione di esercitare, con la scrittura, il proprio diritto di parola e fenomeni analoghi si sono verificati alla nascita di ogni ulteriore mezzo di comunicazione. I nuovi media estendono ulteriormente la cerchia dei soggetti, addivenendo a un riconoscimento pressoché universalistico del «diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione», che induce a marginalizzare, almeno in parte, il ruolo degli operatori professionali dell’informazione cui era affidato, in precedenza, il controllo delle notizie (laddove per controllo si intende la produzione, l’accertamento, la verifica e tutte le attività complementari e collegate).

L’abbattimento dei costi e la relativa facilità con la quale chiunque può oggi attivare un sito Internet e condividerne i contenuti hanno determinato una apertura pressoché incondizionata, in cui ciascun utente, un tempo mero ricettore di informazioni, può divenirne oggi produttore, pur non disponendo del bagaglio di competenza e di esperienza che dovrebbe essere proprio di un giornalista professionista.
Queste trasformazioni sollecitano l’esigenza di riflettere sulla persistente attualità dei principi e delle regole di derivazione liberale ovvero sulla necessità di rivisitare alcuni punti fermi e consolidati per reagire allo sviluppo e alla diffusione sul web di un fenomeno profondamente diverso da quelli finora conosciuti.
In altri termini, occorre interrogarsi se le differenze tra media tradizionali e nuovi media siano così profonde da pretendere l’elaborazione non solo di nuove norme puntuali ma addirittura di nuovi paradigmi.
L’impressione è che, a discapito della recente attualità del dibattito sulle fake news, le radici del problema siano antiche e che le questioni specifiche da affrontare non cosìnuove, a fronte di un mezzo (Internet) che esiste da venti anni e uno strumento (i social network) che conosce una diffusione decennale.

Fake news: un tentativo definitorio
Un altro fattore di cruciale importanza, per depurare il dibattito da possibili fraintendimenti, riguarda la definizione del perimetro delle fake news. Esistono infatti diversi tentativi di concettualizzazione di questa categoria, mediante l’astrazione di caratteristiche comuni che la rendono predica bile rispetto a un ambito più o meno ampio di contenuti veicolati sul web.
Riteniamo corretto muovere da un dato empirico, ossia la falsità delle notizie. Per fake news si dovrebbero intendere senz’altro le notizie false, le menzogne. Si tratta di un fenomeno che precede senz’altro lo sviluppo di Internet e delle nuove tecnologie, ma che da questi sviluppi ha derivato una più marcata rilevanza nel dibattito pubblico: nell’epoca della post-verità, infatti, non esistono più esperti di indiscussa autorevolezza (a prescindere dal rispettivo campo di competenza ed esperienza) e le emozioni, le pulsioni e i desideri, anche in conseguenza delle dinamiche di polarizzazione ben descritte da Cass Sunstein, finiscono per prevalere o comunque occupare un posto non meno importante dei meri fatti. In questo scenario, una possibile tassonomia delle fake news propone di distinguere tre categorie di contenuti.

La prima categoria comprende le falsità costruite ad arte da gruppi di potere, talvolta dagli stessi governi stranieri (specialmente di Stati la cui tenuta democratica pare vacillare). Queste notizie sono create e diffuse deliberatamente con l’obiettivo di modificare l’agenda pubblica, manipolando l’informazione e la formazione dell’opinione pubblica anche tramite il ricorso all’utilizzo di tecnologie sofisticate (compreso l’utilizzo di account coordinati o gestiti da robot che funzionano in base ad algoritmi): a riguardo di questa tipologia, il saggio di Franco Pizzetti compreso in questa sezione monografica illustra dettagliatamente le modalità operazionali della disinformazione e le relative criticità connesse. Quale risposta rispetto a questa categoria di fake news? La reazione più opportuna appare la previsione di obblighi di trasparenza e di identificazione della fonte di provenienza, cui dovrebbe correlarsi la possibilità di isolare e segnalare le notizie generate artificialmente tramite robot. In quest’ottica, a essere colpita non è tanto la categoria delle fake news in quanto tali, bensì la fonte di produzione delle medesime, vale a dire gli account deliberatamente creati e funzionali alla diffusione di notizie false.

Una seconda categoria di un’ipotetica tassonomia comprende le notizie false o di dubbia autenticità che circolano in rete suffragate dalla condivisione tra utenti (la vox populi). Può trattarsi di innocuo chiacchiericcio ma anche di contenuti che inducono a comportamenti poco provveduti: l’esempio classico è dato dalla ricorrente affermazione secondo cui i vaccini andrebbero contrastati in quanto espressione del potere di mercato delle imprese farmaceutiche. Queste notizie non incontrano specifici divieti, almeno in via generale, nel mondo “della materia”. Questione aperta è se le caratteristiche proprie di Internet debbano indurre a una diversa risposta e all’elaborazione di regole nuove, in ragione del maggior carattere diffusivo della rete. Resta comunque che nella nostra organizzazione sociale, lo Stato fornisce l’istruzione, educa al senso critico e promette una informazione obiettiva attraverso il servizio pubblico e plurale attraverso il sistema dei media, cartaceo, audiovisivo e digitale. Se poi la profilassi delle malattie di un figlio viene attuata sulla base delle opinioni ascoltate in una piazza, reale o virtuale che sia, forse non tutte le responsabilità sono da attribuirsi alla rete…

Da ultimo, la terza categoria include tutte le notizie false che ledono interessi individuali o collettivi. In presenza di contenuti di questo tipo, dovrebbe essere agevole, percorrendo alcuni insegnamenti giurisprudenziali già corroborati, applicare alla rete le medesime regole che vietano la condotta offline. La vera sfida in questo contesto appare l’individuazione di opportune misure che consentano di conoscere chi è responsabile della diffusione delle notizie false, di qualificarlo agli occhi dell’opinione pubblica (come foriero di menzogne), di poter replicare alle falsità diffuse, di rimuoverle una volta accertata l’illiceità e di chiedere conto dei danni provocati.

Un problema sempre esistito
Agli albori di Internet, quando ancora si utilizzavano i modem 56 Kbps e la rete non aveva ancora pervaso ogni segmento della dimensione sociale e professionale degli individui, venne alla luce un “servizio antibufale”, che tuttora esiste e funziona. Ai tempi, questo servizio serviva perlopiù a sconfessare un uso improprio e che oggi definiremmo probabilmente scellerato per la privacy, della posta elettronica, eletto a veicolo di “catene di Sant’Antonio”, richieste di aiuto per raccolte fondi o magici quanto improbabili effetti moltiplicatori della propria ricchezza o, se volete, molto più realisticamente, credulità.
Ai non pochi sprovveduti dediti a un utilizzo quasi ludico e certo disinvolto delle email, veniva così dischiuso l’orizzonte di una verità in cui nessuna sventura era destinata a colpire i temerari che avessero “bloccato” queste catene o in cui, per esempio, la richiesta di aiuto di rivelava falsa o tristemente inutile.
Non solo i “servizi antibufala” ma anche l’incremento della familiarità con il mezzo e la crescente alfabetizzazione digitale (cui purtroppo fa da contraltare un non altrettanto ingente tasso di alfabetismo funzionale) hanno permesso di superare, nei primi anni di diffusione di Internet, questo fenomeno.
Viene dunque da chiedersi se anche oggi, a fronte di una nuova ondata di “bufale”, stavolta per il tramite diretto (anche) del web, lo sviluppo di una maggiore capacità di discernimento da parte degli utenti non prometta un eguale superamento del problema della circolazione di fake news. In fondo il parallelismo sembra trovare conferma: mentre la circolazione delle prime “catene” era affidata a un uso incauto, pressoché elementare, della posta elettronica, la circolazione di notizie infondate si alimenta al giorno d’oggi del “web partecipativo”, in cui non solo è possibile attivare canali o piattaforme di condivisione, che formalmente si presentano come siti di controinformazione ma rappresentano un ricettacolo di notizie del tutto approssimative, non veritiere o tendenziose, ma al contempo è dato agli utenti interagire attivamente con i contenuti, condividendoli, commentandoli e così contribuendo, in alcuni casi, anche a forme “virali” di circolazione.
Questa ipotesi ricostruttiva sembra confermare le parole di Mill, e confortare così l’idea che soltanto un apporto sempre più ampio di informazione consente di migliorare complessivamente la qualità dell’ecosistema informativo.
Questa chiave di lettura evoca del resto l’elaborazione della dottrina e della giurisprudenza statunitense in materia di libertà di espressione, e la metafora del marketplace of ideas, in cui la cartina di tornasole dell’autorevolezza dell’informazione è data dalla sua capacità intrinseca di suscitare un riscontro all’interno dell’opinione pubblica. Sicché, in una visione squisitamente di stampo liberale, anche le notizie infondate, mendaci o comunque non verificate meriterebbero di circolare, in quanto la loro scarsa attendibilità sarebbe destinata a trovare conferma nella incapacità di fare presa sull’uditorio. Al contempo, proprio l’esistenza e la circolazione di informazioni di cattiva qualità, tendenziose o non verificate permetterebbe di esaltare il carattere qualificato dell’informazione professionale.
La possibilità di utilizzare questo impianto dogmatico sembra suffragata dall’atteggiamento della giurisprudenza della Corte suprema statunitense, che non ha modificato il suo tradizionale approccio garantista nell’ambito della casistica relativa a ipotesi di limitazione della libertà di espressione in rete, dalla sentenza Reno v. ACLU del 1997 in poi.
E, del resto, l’esistenza di un contesto policentrico, composto da più gatekeepers (non solo i siti informativi ma anche le piattaforme di condivisione come i social network), contribuisce in certa misura ad attenuare i potenziali effetti lesivi derivanti dalla circolazione di notizie infondate, in primis creando un contesto di concorrenzialità tra le fonti ma soprattutto rendendo sempre più plurale e pluralistico l’assetto degli attori coinvolti nel mercato dell’informazione, non più circoscritto a un novero di operatori qualificati, alla stregua di veri e propri intermediari, il cui ruolo di “oligarchi” dell’informazione avrebbe potenzialmente aggravato l’effetto di una potenziale condotta diffamatoria. In altri termini, lo scenario di un’informazione disintermediata, in cui talvolta gli utenti divengono creatori-fruitori, sembra attenuare gli effetti negativi connessi alla diffusione di notizie false o lesive di interessi rispetto all’epoca in cui la circolazione delle medesime era affidata a un gruppo più ristretto di soggetti che, spartendosi il mercato, intercettavano un pubblico più ampio rispetto a quello che i singoli gatekeepers possono oggi contare, sebben complessivamente più ampio. Discorso diverso vale forse per l’hate speech, dove la maggiore diffusività del discorso dell’odio su Internet alimenta il concretizzarsi di un evento lesivo, in quanto suscitando approvazione il messaggio presenta una maggiore capacità di tradursi in un effetto incitativo o di istigazione alla commissione di atti di violenza. In questo quadro, il test del clear andpresent danger coniato dalla giurisprudenza statunitense potrebbe forse iniziare a vacillare. Va tuttavia rimarcata la differenza tra le due fattispecie, ancorché correlate in alcune circostanze, e segnatamente laddove le campagne d’odio si nutrano anche della diffusione di notizie prive di fondamento. Se peraltro, a rigore, l’hate speech già rientra nel perimetro delle norme vigenti quando l’utilizzo di un linguaggio d’odio tracimi – come non infrequentemente accade – in condotte diffamatorie o ingiuriose, che attentano all’onore e alla reputazione degli individui, insidiandone in definitiva anche la dignità, nel caso delle fake news le coordinate del problema appaiono diverse, sol che si pensi, per esempio, al ruolo delle piattaforme online, che a fronte della conclamata natura illecita di determinati contenuti possono essere richiesti (e obbligati) di procedere alla relativa rimozione, senza timore, verosimilmente, di essere tacciati come censori privati19 o comunque come titolari di una responsabilità di tipo editoriale nella selezione dei contenuti.
Appare però dominante, non tanto nelle trattazioni dei giuristi, quanto nei dibattiti a livello mediatico e politico, una tendenza a confondere i diversi piani in cui queste problematiche devono essere collocate.

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