Fegato grasso allarme: un italiano su 4 ne soffre, lo conferma un nuovo studio

0
Il rischio è maggiore per i soggetti in sovrappeso e obesi. L’associazione tra fegato grasso e consumo di proteine animali è stata dimostrata con uno studio che ha coinvolto circa 3.500 pazienti

Il fegato grasso deriva da una dieta ricca di proteine animali che nel corso del tempo determinano l’accumulo di grasso nel fegato. Questa accumulazione favorisce una patologia nota come steatosi epatica non alcolica. In particolare è quanto emerge da uno studio olandese, il Rotterdam Study, che è stato presentato nel corso ultimo congresso europeo sulle malattie del fegato. Nello specifico i ricercatori hanno valutato le condizioni di salute di 3440 adulti, un terzo dei quali si presentavano magri. I partecipanti hanno compilato un questionario sulle loro abitudini alimentari, poi sono state valutate le condizioni dei loro fegati con una ecografia addominale. In particolare il rischio più alto è emerso in coloro che hanno adottato una dieta a base di proteine animali.

Un italiano su quattro ha il fegato grasso che in campo medico viene indicato con il termine steatosi epatica non alcolica, una malattia un tempo ritenuta innocua ma ormai oggi ritenuta nota come fattore predisponente alle malattie croniche del fegato ed alle malattie cardiovascolari. La colpa sarebbe attribuibile alle diete sbagliate, ovvero troppo grasse e piene di zuccheri, ed anche degli effetti che questi squilibri alimentari hanno sulla flora intestinale. Secondo quanto riferito dagli esperti della Società Italiana di gastroenterologia e endoscopia digestiva, si tratterebbe di una vera e propria epidemia di fegato grasso, visto che al momento è la più comune malattia di fegato nel mondo e presente nell’ 80 -90% delle persone in sovrappeso e nelle 30 50% dei diabetici.

I ricercatori intendono sottolineare che non vi sarebbe un rapporto di causalità ma stando a quanto scoperto, pare esista una forte relazione tra un elevato consumo di proteine animali ovvero quelle contenute nella carne e l’aumento del rischio di fegato grasso nelle persone in sovrappeso. E’ questo per lo più quanto riferito da un gruppo di ricercatori olandesi, i quali hanno preso in esame un campione di soggetti formato da circa 3440 persone. Il fegato generalmente deve avere una quantità di grasso, ma quando questa quantità supera il 5% del peso totale dell’organo, sia la cosiddetta NAFLD ovvero una patologia che può, come già anticipato, portare a cirrosi ed a malfunzionamenti del fegato, nonché ad un aumento del rischio di malattie cardiovascolari, come il diabete mellito e l’aterosclerosi, per giungere persino al tumore.

I ricercatori hanno esaminato circa 3440 individui tutti con un’età media di 71 anni e di questi 1040 erano magri, ovvero con un indice di massa corporea al di sotto di 25 mentre 2004 erano in sovrappeso come un indice di massa corporea superiore a 25; i risultati sono stati sorprendenti visto che su persone è stata verificata la dieta mediante un questionario che prevedeva frequenza e quantità di quasi 400 alimenti ed i risultati hanno evidenziato una correlazione maggiore tra la porta totale di proteine e la NAFLD, perlopiù quando le proteine erano di provenienza animale.

Cosa fare dunque quando si ha il fegato grasso? La prima cosa da fare, secondo quanto riferito da alcuni studi recenti, è quello  di modificare lo stile alimentare ed in generale lo stile di vita.“Chi consuma una dieta ricca di frutta e verdura ha un microbiota ricco di tante specie batteriche diverse (Actinobatteri, Bacteroides, Firmicutes, Proteobatteri), mentre chi indulge in una dieta occidentale o nel cibo ‘da fast food’ presenta un microbiota ricco solo di Firmicutes. Questo squilibrio predispone a maggior stress ossidativo, a un aumento della permeabilità a livello dell’intestino, con conseguente passaggio delle tossine batteriche e di altre componenti tossiche nel circolo portale che le veicola al fegato, dove provocano danni e facilitano l’infiammazione“, ha dichiarato Ludovico Abenavoli, ovvero Professore associato di gastroenterologia dell’Università Magna Graecia di Catanzaro.

Cosa si intente per fegato grasso?
Si chiama steatosi epatica e i suoi principali imputati sono una dieta sbilanciata e la vita sedentaria.
Ecco tutti i consigli per “ripulire” il filtro del nostro corpo.
Il fegato è la ghiandola più grande del nostro organismo e svolge numerose funzioni: filtra, depura, produce, elabora e trasforma. E’ un’ incessante officina metabolica nascosta sotto il diaframma, sulla parete destra dell’alto addome.
Dal fegato partono tutti i processi di produzione dell’energia, e sintesi di nuove sostanze tra cui proteine, grassi e carboidrati, e funge da filtro selettivo in grado di “stoppare” le sostanze tossiche provenienti dai farmaci e dagli alimenti. Raramente, però, ci preoccupiamo di monitorare il suo stato di salute, forti della convinzione che una sua eventuale sofferenza darebbe sintomi eclatanti come un ingrossamento evidente o un forte dolore al fianco simile ad una fitta o a un “punzecchiare”.
In realtà, il fegato raramente manifesta sintomi, se non in casi gravi come tumori o cirrosi. Una ragione in più per praticare della medicina preventiva e tenere sotto controllo la sua funzionalità, attraverso semplici indagini di routine. Nei periodici esami del sangue, eseguiti per fare un check della salute generale, la presenza della voce “transaminasi” (ALT, AST e Gamma GT) indica degli enzimi prodotti dal fegato che vengono rilasciati nel sangue in caso di danno delle cellule epatiche: un loro innalzamento riflette un danno epatico in atto. Sono infatti i primi valori a impennarsi in caso di epatite virale, ma possono registrare un transitorio aumento anche in caso di
terapie farmacologiche, di un’alimentazione disordinata, di assunzione di sostanze tossiche o di bevande alcoliche. Per questo, in caso di transaminasi anche solo leggermente elevate, è bene ricontrollare i valori dopo qualche settimana, per vedere se lo stato di affaticamento del fegato si è risolto.
Un altro esame di controllo da mettere in calendario, specie in caso di obesità, dislipidemia (ovvero colesterolo o trigliceridi alti), diabete e ipertensione arteriosa è l’ecografia epatica. Alla luce di questo esame molto semplice emerge infatti un dato inquietante: un’alta percentuale di persone (più del 20% degli italiani) è affetto da steatosi epatica.
La steatosi epatica consiste in un accumulo di grasso nel fegato superiore al 5%, a causa di alterazioni metaboliche che interessano lo smaltimento dei lipidi e degli zuccheri. Tale condizione di fegato grasso, potenzialmente cronica, è pericolosa non tanto di per sé, ma in quanto può dare origine a processi infiammatori che possono condurre alla fibrosi epatica prima, e alla cirrosi poi, e nel peggiore dei casi al tumore epatico.
Più che una malattia, è la spia di uno stile di vita errato, a cominciare dall’alimentazione.

Nel 50% dei casi, infatti, il “fegato grasso” è associato a obesità, ma si riscontra di frequente anche in chi è semplicemente in sovrappeso (circa il 30% della popolazione italiana lo è). Altro dato allarmante, emerso negli ultimi anni, è che il fegato sembra risentire dell’aumentata diffusione del diabete e della cosiddetta sindrome metabolica.
Nel caso di diabete la resistenza insulinica (una condizione in cui i tessuti diventano meno sensibili all’azione dell’insulina che è l’ormone prodotto dal pancreas necessario per metabolizzare gli zuccheri) si ha una trasformazione degli zuccheri in grasso, che si deposita nelle cellule epatiche. Ecco perchè è importante controllare periodicamente la glicemia, onde evitare che il fegato diventi l’organo-bersaglio di alterate assimilazioni degli zuccheri semplici e complessi (carboidrati).
La cura _per il _ fegato grasso:
• Una dieta equilibrata, evitando cibi contenenti grassi animali o elaborati (come panna, burro, formaggi grassi, pancetta, insaccati come salame e salsiccia, carni grasse e mortadella, fritti e dolci elaborati come merendine) e un’attività fisica di tipo aerobico, da praticare con costanza almeno 2-3 volte alla settimana (nuoto, bicicletta o cyclette, jogging, camminate a passo veloce) compiono miracoli più di molte medicine.
• Assumere uno stile di vita regolare (anche nel ritmo sonno/veglia) e meno stressante possibile e, in alcuni casi, moderare l’uso dell’alcool diventa fondamentale.
• Quando si parla di fegato grasso inoltre a pochi, viene in mente che il primo errore, nella catena di disordini alimentari che portano alla steatosi, è l’eccesso di bevande alcoliche, in drammatico aumento tra i giovani. Le donne in particolare, sono biologicamente penalizzate perchè sprovviste o povere di quegli enzimi necessari per degradare adeguatamente l’etanolo e “smaltirlo” a livello epatico. Per questo gli alcolici hanno una tossicità diretta sulle cellule epatiche, e figurano al primo posto nelle cause di “fegato grasso”. Un problema così diffuso da richiamare l’attenzione dell’OMS (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) che ha recentemente fissato i limiti di 30 gr di etanolo al giorno per l’uomo (circa 2 bicchieri di vino al giorno) e di 20 gr per la donna (circa 1 bicchiere di vino o una lattina da 33 cl di birra al giorno).
• Naturalmente, per evitare il rischio di steatosi epatica, oltre a “tagliare” gli alcolici è necessario limitare l’uso di grassi animali: preferire sempre l’olio extravergine d’oliva, non mangiare mai i formaggi dopo un “secondo” di carne, pochi dolci confezionati e inserire l’affettato non più di 2 volte/sett. preferendo bresaola o prosciutto crudo magro.

Il fegato è l’organo più grande del nostro organismo, con un peso di oltre 1 kg., e va incontro, come tutti gli organi, a malattie infiammatorie, degenerative, tumorali. La più frequente malattia epatica, presente in Italia in circa il 20% della popolazione generale e nel 50-70% dei soggetti obesi e diabetici, è la steatosi epatica. In essa il fegato si presenta ingrandito, di colore giallastro e con venature grasse sulla superficie esterna, visibili già all’ispezione; l’esame microscopico mostra che gli epatociti (con tale nome si designano le cellule epatiche deputate al funzionamento di sintesi e detossicazione) sono ingranditi e contengono goccioline chiare di grasso, che spostano verso la periferia il nucleo . Le principali condizioni che determinano la steatosi sono:

1 – la “sindrome metabolica”, condizione in cui sia presente obesità, aumento della glicemia e dei trigliceridi, riduzione di valori di colesterolo HDL (cosiddetto colesterolo “buono”), ipertensione arteriosa;  – l’uso di farmaci, in particolare cortisone, estrogeni e antiestrogeni, anti-infiammatori e regolatori dell’immunità, farmaci attivi sul sistema nervoso centrale;  – condizioni di malnutrizione o di nutrizione parenterale totale, di rapida perdita di peso e dopo interventi chirurgici per risolvere un’obesità non controllabile altrimenti;  le malattie croniche intestinali, in cui si sommano i meccanismi di danno infiammatorio cronico e alterata permeabilità all’uso prolungato di farmaci . Infine la steatosi costituisce il primo livello della malattia epatica da eccessiva assunzione di alcol, perchè il fegato detossica la sostanza assunta aumentando la produzione di acidi grassi e formando molecole dannose per le cellule stesse (perossido di idrogeno, acetaldeide).

La steatosi epatica causata dall’abuso di alcol è pertanto molto più pericolosa di quella presente nella sindrome metabolica e nelle altre condizioni predette, perché in questa situazione l’accumulo per aumentata sintesi di trigliceridi si associa a danno tossico diretto sulla funzione mitocondriale (respiratoria cellulare) con conseguente morte della cellula e attivazione dei meccanismi infiammatori e riparativi. Se non si interrompe il meccanismo di danno, eliminando l’abuso, alla sofferenza e morte cellulare fa seguito comparsa di infiltrato infiammatorio che a sua volta causa, come riparazione, la deposizione di fibre di collagene. Si passa così, anche rapidamente nella malattia alcolica, da una condizione di steatosi semplice a una di steatoepatite (il suffisso ite indica infiammazione), fino a una condizione di steatofibrosi per la riparazione che evolverà fatalmente verso la cirrosi.

Questa progressione è invece molto più lenta nelle forme metaboliche e da uso di farmaci, in cui l’evoluzione dominante è verso forme lievi, non progressive o molto lentamente progressive di steatoepatite. Diagnosi: nelle forme iniziali e meno gravi di steatosi il quadro di laboratorio rivela solo le condizioni metaboliche che ne sono la causa, mentre si modifica precocemente, con aumento degli enzimi detossicanti, nelle situazioni di abuso di tossici; quando la situazione evolve nella forma infiammatoria. compare l’aumento delle transaminasi, segno di danno cellulare, aumentano i valori della ferritina e si modifica in maniera molto significativa il quadro proteico. L’esame obiettivo, specie nei soggetti magri, può far riconoscere l’ingrandimento globale del fegato (peraltro l’organo ha dimensioni e forma assai variabili con la costituzione del soggetto) e una variazione di consistenza, più molle nella steatosi “semplice”, via via più dura quando compare e si evolve la malattia infiammatoria e fibrotizzante.

La diagnosi corretta richiede l’esame istologico su frammenti di tessuto epatico ottenuto con biopsia eseguita per via transcutanea, con guida ecografica. La biopsia è eseguita in centri clinici specializzati con possibilità di “sorvegliare” il paziente nelle ore che seguono la procedura, perché sono possibili complicazioni potenzialmente gravi; la sua invasività la rende poco gradita e non facilmente ripetibile. Inoltre sono possibili errori di prelievo, per frammenti troppo piccoli o localizzati in zone risparmiate o, al contrario, colpite in misura maggiore del resto dell’organo, dall’alterazione anatomica. Si è stimato che il frammento di tessuto ottenuto con agobiopsia equivalga a circa 1/50.000 dell’intero organo e che questo quasi sempre presenta gradi diversi di degenerazione grassa, malattia infiammatoria e fibrosi susseguenti. Gli esami strumentali di elevata diffusione come l’ecografia con l’ausilio del colordoppler, la TC, senza mezzo di contrasto e la RM consentono di ottenere una sufficientemente valida diagnosi di steatosi epatica, con una discreta oggettività e buona concordanza tra i diversi operatori, e sono graditi al soggetto esaminato, essendo esami non invasivi. Soprattutto l’ecografia, per i suoi costi modesti, la diffusione delle apparecchiature di sufficiente livello e l’assenza di esposizione a radiazioni elettromagnetiche, che la rendono del tutto innocua, consente diagnosi anche in popolazioni apparentemente non a rischio (abbiamo visto come la sindrome metabolica in realtà incida nel 20% della popolazione generale) e permette una iniziale quantificazione del grado di “danno” nelle situazioni di malattia probabile per la presenza di alterazioni cliniche e dei dati di laboratorio.

Nella pratica corrente ecografica viene pertanto sempre valutata e espressa nella relazione scritta che accompagna la documentazione fotografica dell’esame la presenza di variazione nelle dimensioni dell’organo esaminato (ingrandimento nella steatosi) con alterazioni dei rapporti dimensionali nelle diverse sezioni (tipicamente nelle forme infiammatorie postvirali si osserva ingrandimento del primo segmento), fino al ridursi dell’organo nelle fasi avanzate di cirrosi. Ma, limitandoci alla steatosi, è bene affermare, concordemente con gli AA., che la valutazione dimensionale dell’organo non vada fatta in valori assoluti, per la troppo ampia variazione delle caratteristiche costituzionali e la posizione dell’emidiaframma destro, ma attraverso una valutazione del tutto soggettiva fatta dall’operatore dei rapporti dimensionali del fegato con gli organi dell’addome e della situazione del suo margine rispetto all’arcata costale: analogamente, in pratica, a quanto avviene nell’esame clinico… e con la stessa soggettività! La stima invece dell’infiltrazione grassa delle cellule epatiche viene fatta per il notevole aumento, facilmente riconoscibile anche a un osservatore poco esperto, degli echi finemente stipati e di intensità nettamente maggiore rispetto alla norma; questo è facilmente apprezzabile al confronto con la corticale del rene dx adiacente  e della milza, se correttamente visualizzabile.

In questa situazione di fegato altamente iperecogeno (“bright” dicono gli AA. anglosassoni), brillante, il fascio ultrasonoro viene attenuato in profondità e i vasi epatici risultano scarsamente definiti (al contrario nella TC la steatosi epatica è immediatamente segnalata all’esame del fegato senza m.d.c. dalla evidenza dei vasi, in particolare delle vene sovraepatiche, normalmente non riconoscibili!). Le tecnologia delle macchine ecografiche moderne tende ad ovviare all’assorbimento del fascio che si genera nelle condizioni di patologia di organo o anche per l’aumento dell’adipe superficiale, attraverso sistemi di filtro e di scelta di frequenze armoniche che aumentano con la profondità; in questo modo la tecnologia supplisce, ma non tanto da mascherare del tutto, all’alterazione del segnale prodotta dalla patologia dell’organo . Mentre ben noti e concordi tra i diversi autori sono le descrizioni dei quadri ecografici di epatopatia cirrotica conclamata, con possibilità di riconoscere le forme micronodulari da abuso da quelle macronodulari a maggiore caratteristica rigenerativa (e susseguente rischio evolutivo in tumore primitivo) da malattia virale, e grande è l’ausilio del colordoppler nel riconoscimento e quantificazione del grado di ipertensione portale, con quasi altrettanta concordia si nega la capacità dell’ecografia bmode di riconoscere il passaggio da steatosi semplice a steatoepatite e l’evoluzione di questa verso la fibrosi. Sono nate pertanto tecniche atte a valutare le proprietà elastiche del fegato, elasticità che la fibrosi fa perdere.

Di queste la maggiormente diffusa viene comunemente definita con il termine di Fibroscan, basata su una tecnica ecografica monodimensionale, che non permette pertanto di scegliere tramite immagini ecografiche le porzioni di parenchima più idonee ad effettuare la misurazione delle proprietà elastiche; la perdita di queste proprietà elastiche determina aumento di velocità nella propagazione dell’onda applicata. Purtroppo, ancorché elevata appaia la sensibilità e la specificità nelle forme avanzate, meno significativi a attendibili sono i dati acquisiti in quelle iniziali. Inoltre, per ovviare ai limiti della misurazione che richiede un’apparecchiatura dedicata, che non fornisce immagini anatomiche ma solo dati quantitativi, sono oggi disponibili software specifici, applicabili a macchine ecografiche di ultima generazione.

Le prime sperimentazioni cliniche, che usano come punto di riferimento i risultati della biopsia, sembrano dimostrare una lieve minore sensibilità e specificità di questi software rispetto ai risultati dell’elastografia classica monodimensionale, essa stessa pure non sufficientemente ben correlabile alla situazione di danno anatomico nelle fasi iniziali, del passaggio da steatosi semplice a steatoepatite e in condizioni di iniziale, minima fibrosi. In conclusione, la steatosi epatica è molto diffusa, per la frequenza della sindrome metabolica nel mondo occidentale ma anche in situazioni di carenze nutrizionali, e in corso di molte malattie croniche che richiedono terapie farmacologiche prolungate. Facile e diffondibile ulteriormente per la semplicità e assenza di danno biologico, è la diagnosi ecografica di steatosi; relativamente buona la concordanza del rilievo tra operatori diversi e la ripetibilità della valutazione, ancorché qualitativa, perché le apparecchiature moderne consentono adattamenti e elaborazioni. Diverso invece il ruolo degli esami strumentali nella valutazione della evoluzione della malattia, quando i fattori causali e il processo patologico che ne consegue non vengano adeguatamente corretti e particolarmente poco efficaci appaiono le metodiche di elastografia e i software dedicati nel riconoscere la comparsa di infiammazione e successivamente la fibrosi nelle sue iniziali manifestazioni. In queste situazioni il quadro clinico e il peggioramento dei parametri di laboratorio sono ancora i dati principali mentre gli esami strumentali sono relativamente meno sensibili e quindi di modesta utilità .

PROBLEMI DI FEGATO? Le patologie croniche del fegato come l’Epatite virale C (HCV), l’Epatite virale B (HBV) e la Steato epatite (evoluzione grave della steatosi epatica) rappresentano la causa più frequente di fibrosi e cirrosi epatica. Vi è inoltre un’altra patologia cronica meno conosciuta, la Steatosi Epatica, denominata più comunemente Fegato Grasso, causata da un aumento del contenuto di grasso all’interno delle cellule del tessuto epatico. La Steatosi/Fegato Grasso colpisce più frequentemente i bambini in sovrappeso, pazienti con diabete di tipo 2, pazienti con i grassi del sangue alterati o i soggetti che fanno abuso di alcool. Il 20% di tutte le persone affette da Fegato Grasso rischia la Steato Epatite e l’Insufficienza epatica. La Biopsia Epatica, fino ad oggi, ha rappresentato l’unico test di riferimento capace di valutare tutte le alterazioni che portano alla cerrosi epatica. Si presenta però come un esame invasivo e fastidioso per il paziente.

A COSA SERVE Le informazioni diagnostiche fornite da FibroMAX test sono sovrapponibili alle indicazioni ottenute da una biopsia epatica. FibroMAX test può essere ripetuto ogni qualvolta si ritenga necessario a seconda del profilo clinico del paziente e della severità dell’epatopatia. La facilità di esecuzione lo rende adatto anche al monitoraggio dell’evoluzione di una malattia epatica o dell’andamento della terapia. FibroMAX test, inoltre, è in grado anche di dare una misura alla steatosi e di dare un indice preciso all’evoluzione infiammatoria del fegato grasso: la Steato Epatite. IL Labormed in collaborazione con il Centro Analisi A.Fleming propone in esclusiva per il Nord Italia il primo test non invasivo in grado di effettuare la diagnosi delle più comuni patologie del fegato: FibroMAX test. FibroMAX test consiste in un prelievo di sangue che determina numerosi parametri di funzionalità del fegato. I risultati di tali esami vengono opportunamente rielaborati e assemblati da un sofisticato algoritmo, il software Biopredective, che permette di ottenere informazioni utili a quantificare la distruzione delle cellule epatiche e la presenza di fibrosi nel fegato. FibroMAX test si esprime con il risultato di 5 test epatici: 1. Fibro-test: è in grado di diagnosticare e quantificare una possibile fibrosi epatica. 2. ACTI-test: esprime l’attività infiammatoria virale nei confronti delle cellule del fegato. 3. STEATO-test: diagnostica la Steatosi Epatica/Fegato Grasso e il grado di accumulo lipidico nelle cellule epatiche. 4. ASH-test: diagnostica la Steatoepatite alcolica in caso di abuso di alcool. In altri termini descrive il livello di infiammazione provocato dalla steatosi. 5. NASH-test: diagnostica la Steatoepatite non alcolica nei pazienti in sovrappeso, diabetici,dislipidemici, con insulino resistenza.

COME FUNZIONA Dopo il prelievo di sangue si ritirano i referti in cui i risultati di FibroMAX test vengono espressi con un semplice punteggio che evidenzia in maniera grafico-numerica la maggiore o minore gravità di una patologia cronica epatica.

TUTTO SUL FEGATO

Il FEGATO è il più voluminoso organo del corpo umano, è di colore marrone-rosso scuro, dalla superficie liscia, lungo circa 30 cm e con peso, in una persona con corporatura normale, di circa 1,5 kg. Si trova nella parte superiore destra dell’addome ed è diviso in due lobi: LOBO DESTRO e LOBO SINISTRO. Le cellule che costituiscono il fegato si chiamano EPATOCITI. Gli epatociti hanno bisogno di una sufficiente quantità di sangue ben ossigenato per svolgere correttamente le loro funzioni. L’apporto di sangue al fegato avviene tramite l’ARTERIA EPATICA e la VENA PORTA. L’ARTERIA EPATICA porta al fegato sangue ossigenato; una qualsiasi variazione di flusso sanguigno all’interno dell’arteria può comportare alterazioni della funzione metabolica delle sostanze vitali prodotte dall’organo. La VENA PORTA riceve sangue refluo da milza, stomaco e intestino. Attraverso questa grossa vena, il fegato riceve e metabolizza i nutrienti provenienti dal distretto intestinale ed elimina le eventuali sostanze tossiche.

Il FEGATO può essere definito come la più grande “CENTRALE ENERGETICA E CHIMICA” del nostro organismo. È possibile sopravvivere senza la cistifellea o senza lo stomaco, ma non senza il fegato. Il fegato controlla alcune fra le più importanti funzioni vitali dell’organismo: • METABOLIZZA I CARBOIDRATI (ZUCCHERI), indispensabili per produrre energia. Quando l’organismo necessita di energia il fegato scinde il glicogeno e rilascia il glucosio nel sangue. • METABOLIZZA I LIPIDI (GRASSI), per produrre ulteriore energia o per elaborare altri grassi più facilmente utilizzabili. • METABOLIZZA E RIMUOVE dal sangue le TOSSINE (farmaci, alcol e altre sostanze pericolose per il nostro organismo). • PRODUCE LA BILE, un fluido di colore verde-giallo formato da colesterolo, sali biliari, bilirubina, acidi grassi, lecitina e acqua, che diventa indispensabile per scindere e assorbire grassi e vitamine nell’intestino. Se il fegato non produce bile a sufficienza si crea uno squilibrio tra questi composti, che porta all’aumento della bilirubina nel sangue, che dà al corpo una colorazione gialla della cute e delle sclere (parte bianca dell’occhio) chiamata ittero . • SCINDE GLI AMINOACIDI (gli elementi che costituiscono le proteine) per produrre ulteriori proteine o per produrre energia. Il fegato produce inoltre importanti proteine come l’albumina e altre proteine necessarie per mantenere la coagulazione del sangue regolare (protrombina, fibrinogeno, ecc…). • MANTIENE il normale BILANCIO ORMONALE . LE FUNZIONI DEL FEGATO SONO CONDIZIONATE SOPRATTUTTO DALLO STILE DI VITA INADEGUATO come abitudine al fumo di sigaretta, alcol-dipendenza, utilizzo di sostanze stupefacenti, abuso di farmaci e dieta scorretta. In particolare, per quanto riguarda l’alimentazione, i principali nemici del fegato sono l’alcol e i grassi, soprattutto quelli sottoposti ad elevate temperature (fritture, fastfood, ecc).

I PRINCIPALI NEMICI del nostro FEGATO: • ALCUNI VIRUS – tra i quali il virus dell’epatite C, epatite B ed epatite delta – possono essere responsabili di episodi di epatite acuta, che talvolta può diventare cronica. • L’ECCESSO DI ALCOL può danneggiare il fegato in modo acuto, ma più spesso porta a danno cronico con accumulo di grasso ed infiammazione con rischio di evoluzione in cirrosi. • PARTICOLARI FARMACI, se assunti per molto tempo o associati all’alcol, possono danneggiare il fegato. • ALIMENTAZIONE SCORRETTA, soprattutto i cibi grassi, alcol e zuccheri.

Il nostro organismo ha la capacità di assorbire l’alcol in modo completo e molto rapidamente. L’ASSORBIMENTO DELL’ALCOL INIZIA SUBITO DOPO L’INGESTIONE e si completa in un tempo variabile da 15 a 40 minuti circa. La velocità è data dal fatto che la molecola dell’alcol si diffonde con facilità attraverso i tessuti dell’organismo. In base alle conoscenze attuali non è possibile identificare quantità di consumo alcolico minime raccomandabili o sicure per la salute. Ai fini della tutela della salute è più adeguato parlare di quantità “a basso rischio”, evidenziando che il rischio esiste a qualunque livello di consumo ed aumenta progressivamente con l’incremento delle quantità di bevande alcoliche consumate. Per un ADULTO IN BUONA SALUTE, può essere considerata a basso rischio una quantità di alcol giornaliera assunta durante i pasti principali (NON fuori pasto) che NON DEVE SUPERARE: 1 – 2 BICCHIERI PER GLI UOMINI (corrispondente a 30 grammi di alcol anidro al giorno) ½ – 1 BICCHIERE PER LE DONNE (corrispondente a 20 grammi di alcol anidro al giorno) Per sapere quanto alcol introduciamo nel nostro organismo in base alle diverse bevande alcoliche, è bene ricordare che un bicchiere di vino equivale a circa una lattina di birra da 330 ml. QUESTE QUANTITÀ DEVONO ESSERE ULTERIORMENTE RIDOTTE NEGLI ANZIANI E NEI GIOVANI IN ITALIA, L’ALCOL, È LA SECONDA CAUSA DI MALATTIE EPATICHE GRAVI . Una Unità Alcolica (U.A.) corrisponde a circa 12 grammi di etanolo, che sono contenuti in un bicchiere piccolo (125 ml) di vino a media gradazione, in una lattina o bottiglia di birra (330 ml) di media gradazione o in una dose da bar (40 ml) di superalcolico.

Rispondi o Commenta