Femminicidio nell’alto casertano. Maria uccisa a colpi di pistola perchè voleva lasciare il compagno

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Un delitto efferato si è consumato nel Casertano, in una piazza di Dragoni, un uomo Massimo Bianchi ha sparato e ucciso la compagna, Maria Tino. L’omicidio è avvenuto alle 16.15 circa in piazza Municipio a Dragoni, in provincia di Caserta. La donna – secondo una prima ricostruzione – era seduta su una panchina nei pressi della chiesa.

Oggi una donna di 48 anni, Maria Tino, è morta in seguito a tre colpi di pistola. Bianco è stato arrestato dai carabinieri della comnpagnia di Pidemonte Matese. In arrivo anche il magistrato della Procura di Santa Maria Capua Vetere. A quanto pare l’omicidio si sarebbe consumato sotto gli occhi di tutti dopo un acceso litigio.

Uccisa perché aveva deciso di interrompere la loro relazione sentimentale.

La donna, una sarta artiginale che faceva lavoretti in carta e tessuto, era stata accoltellata, lo scorso anno, dall’ex marito, tuttora in carcere. Un appello che neanche l’attuale convivente ha voluto ascoltare.

Dopo quaranta giorni tra la vita e la morte, era riuscita a tornare a casa, finalmente affianco all’uomo che amava, l’uomo per il quale si era presa venticinque coltellate dal marito. Un anno fa sopravvisse per miracolo, Maria Tino, la donna di 49 anni assassinata ieri in piazza a Dragoni, nell’Alto casertano, con tre colpi di pistola al petto. Le ha sparato il suo convivente, l’uomo per il quale aveva lasciato il marito. L’uomo che lei aveva deciso di lasciare, ma che un anno fa le aveva salvato la vita.

È intriso di gelosia e di intrighi il sangue dell’ennesimo femminicidio che si consuma in Campania dall’inizio dell’anno. Maria era seduta su un panchina del borgo, a pochi passi dal Municipio e dalla chiesetta. Era uscita per prendere un po’ di fresco, per sfuggire alla calura che attanaglia anche i paesini ai piedi del monte Melito. Era lì, quando Massimo Bianchi, il suo compagno, è arrivato con una Ford e, senza proferire parola, è sceso dall’auto e ha fatto fuoco. Ha puntato al cuore e ha sparato. Tre volte. La donna si è accasciata sulla panchina in una pozza di sangue che andava allargandosi sulla camicetta, fino a gocciolare sul basolato.

Massimo Bianchi si è inginocchiato davanti alla macchina, di fronte a Maria. Ha poggiato la pistola per terra, una Speir 7.65 che deteneva legalmente benché non rinnovasse il porto d’armi ormai da anni. Poi è rimasto immobile a fissare Maria. Sono passati pochi minuti e il silenzio delle pietre del borgo è stato scosso dalle sirene. L’ambulanza, i carabinieri. Bianchi non ha neanche cercato di scappare. «Sono stato io, mi voleva lasciare», poche parole per confessare il più vile dei delitti e dare al maresciallo dei carabinieri la possibilità di inquadrare un movente altrettanto codardo, ancestrale, che inquadra la donna, ancora oggi come un oggetto sul quale esercitare una sorta di diritto di possesso. Quando sono arrivati i carabinieri la pistola era sul selciato. Difronte, il corpo di Maria era piegato sulla panchina di ferro battuto e legno come quello di una bambola rotta. I medici ci hanno  provato a rianimarla, ma non c’è stato nulla da fare.

A tredici mesi dal precedente tentativo di omicidio, Maria Tino è morta. Ha dell’assurdo la vicenda che ieri ha sconvolto il Casertano.

La notte del 18 giugno del 2016 Maria Tino fu colpita dal marito, Angelo Gabriele Ruggiero, con venticinque coltellate. Andò così. I due si stavano lasciando, e lui sospettava che avesse un altro uomo. Così aveva iniziato a investigare sulla moglie, a controllare i suoi spostamenti, a origliare le sue telefonate. Accecato dalla gelosia iniziò a controllarla di nascosto. La seguiva, quando lei usciva per andare al lavoro, al Comune di Dragoni, dove era impiegata come Lsu. Maria se ne accorse e cercò di lasciarlo. Tre giorni prima del delitto, Ruggiero la schiaffeggiò, ma per la prima volta a quanto pare dopo altre violenze subite in precedenza, Maria trovò il coraggio di chiamare i carabinieri. E lui disse al maresciallo che l’avrebbe uccisa, «Si è messa con un altro, non lo posso sopportare, io la ammazzo». Così i carabinieri chiesero al pm di emette -re un provvedimento d’urgenza per tutelare la donna. Ma la procura non fece in tempo. Il venerdì successivo, dopo una primavera intera passata a spiare la moglie in casa, dopo essere uscito, si appostava fuori casa loro, a Roccaromana, un altro piccolo centro all’ombra della catena montuosa dei Trebulani, e si mise a origliare ciò che accadeva in casa. Ruggiero sentì Maria sussurrare parole d’amore al telefono. «Ti amo», diceva. E lui perse la testa. Entrò in casa arrampicandosi su una grondaia. Piombò su di lei con un coltellino svizzero la pugnalò per venticinque volte. Alle braccia, alle gambe, a un fianco e al torace. Intanto al telefono, il nuovo compagno di lei sentiva le urla strazianti e gli insulti. Quell’uomo era Massimo Bianchi, lo stesso che ieri ha sparato a Maria uccidendola a sangue freddo. Lo stesso uomo che un anno fa le aveva salvato la vita, chiamando la figlia della sua donna e dicendole di precipitarsi a casa. La ragazza, Conny, oggi 19enne, trovò la madre in un lago di sangue. Il padre era già fuggito. Chiamò il 118. Maria rimase incosciente per 40 giorni all’ospedale di Piedi monte Matese, in coma farmacologico con un polmone perforato. Poi si riprese e tornò a casa del suo nuovo compagno, l’uomo che le aveva salvato la vita e che ieri gliel’ha tolta con tre colpi di pistola al petto.

Era graziosa Maria. I lunghi capelli scurile davano un aspetto giovanile, il viso ovale ela carnagione oliva strala rendevano ancora attraente. Per arrotondare lo stipendio di Lsu faceva la sarta. Aveva due figli, oltre alla ragazza, il maggiore, Pietro, di 24 anni che vive a Cassino. E dopo aver reagito alle violenze del marito ed essere scampata alla morte un anno fa, aveva preso fiducia in se stessa. E aveva capito che neanche con Bianchi le cose potevano funzionare, perché era geloso alla follia. Come l’ex marito. E allora l’aveva lasciato. È lui non si era rassegnato e aveva iniziato a spiarla, proprio come faceva l’ex marito condannato a 13 anni di carcere. Ma prima di ieri, Bianchi non aveva mai alzato le mani. Poi deve aver deciso che se dove -va finire, avrebbe scelto lui come. Sparandole. Ora lei è in obitorio, lui in carcere con l’accusa di omicidio volontario. I carabinieri di Piedimonte Matese, agli ordini del maggiore Giovanni Falso, lo hanno interrogato fino a sera. Poi è arrivato il magistrato. Bianchi, dipendente della Comunità Montana, rischia trent’anni.

«Che cos’è il femminicidio? È ogni forma di discriminazione e violenza rivolta contro la donna “in quanto donna”. È la violenza di genere in ogni sua forma. È l’esercizio di potere che l’uomo e la società esercitano sulla donna affinché il suo comportamento risponda alle aspettative dell’uomo e della società patriarcale.»
Il termine Femminicidio è oramai entrato a far parte del bagaglio culturale femminista, grazie alle opere di scrittrici come Diana Russell e Jill Radford, autrici di Femicide. The politics of woman killing, e di Mary Anne Warren, autrice di Gendercide: The Implications of Sex Selection (1985). Entrambi i concetti sono stati poi “spagnolizzati” dalla femminista messicana Marcela Lagarde in “feminicidio”, termine che è stato preferito rispetto a quello di “genericidio” che inizialmente aveva prevalso.
Secondo gli studi riportato dal “Centro di Ginevra per il Controllo Democratico delle Forze Armate” (DCAF), nei prossimi anni dovrebbero “scomparire” demograficamente tra 113 e 200 milioni di donne a causa di motivazioni legate alla discriminazione sessista di cui sono vittime: es. aborto selettivo, infanticidio delle bambine, scarse cure mediche per le donne, tratta delle donne, violenza domestica e in generale sulle donne (circa 2-3 milioni di donne all’anno sono vittime della violenza di genere).
Il termine femminicidio è stato recentemente utilizzato in particolare per descrivere gli omicidi di genere avvenuti a Ciudad Juarez (Chihuahua, Messico) e Città del Guatemala (Guatemala), tutti luoghi dove, contando sull’inettitudine delle autorità locali, centinaia e centinaia di donne sono state assassinate dopo essere state sequestrate, stuprate, torturate e mutilate.
Sospetti di femminicidio ci sono anche tra le donne indigene canadesi. Cinquecento di loro sono scomparse o sono state assassinate dopo il 1980, un numero sproporzionato se si tiene conto della esiguità della popolazione indigena canadese. Gli studi sociologici spiegano che queste donne vengono viste come facili bersagli a causa delle discriminazioni subite dalla loro razza. Molte delle donne scomparse sono state definite prostitute e quindi nemmeno si è indagato sulla loro scomparsa.

«È dal 1994 che hanno cominciato ad apparire nel deserto cadaveri di ragazze, mutilati e seviziati. Il Centro de Asesoria de las Mujeres ha cominciato ad investigare. Le ragazze erano tutte molto simili fisicamente e provenivano da famiglie povere; in genere erano impiegate nelle maquilas . Non venivano uccise il giorno del loro sequestro ma erano tenute in ostaggio, violentate e torturate prima di essere uccise. Abbiamo immediatamente fatto un collegamento tra gli omicidi e la natura povera e violenta della città, propria delle realtà di frontiera. Su 1.500.000 abitanti 800.000 sono immigrati, messicani e latinoamericani in generale, che si affollano sul confine aspettando l’occasione per entrare negli Stati Uniti. Quelli che non riescono a passare la frontiera si fermano qui, nelle periferie più povere e, se ci riescono, cominciano a lavorare nelle maquilas. Ma il conflitto sociale e di genere è molto forte perché le imprese tendono a contrattare sempre più manodopera femminile che è meno costosa e quindi, a fronte delle conquiste economiche e sociali delle donne, c’è un universo maschile sempre più destabilizzato, povero e dipendente. È in questo panorama che sono cominciati gli assassinii.» (Il ‘femminicidio’ di Ciudad Juarez)
Tutti coloro che hanno provato a fermare questo massacro sono stati minacciati o uccisi. Il 77% dei crimini resta impunito. Le madri, i familiari e gli amici si sono raggruppati nella NHRC (“Nuestras Hijas de Regreso a Casa” – « Nostre figlie devono rientrare a casa »). L’obiettivo è quello di attirare l’attenzione sulla situazione di Juarez, d’esercitare pressioni sul governo e l’opinione pubblica per scoprire la verità su questi orribili fatti. I membri del gruppo sono ugualmente vittime di minacce a causa della loro attività.
La definizione letterale del termine femminicidio è ogni atto o fatto violento rivolto da un uomo nei confronti di una donna, compreso ovviamente l’uccisione di una donna da parte di un uomo.
Questa è la definizione del termine che ormai va’ di moda in tutti i telegiornali e nei media nazionali, ora se non vi dispiace vi do’ la mia versione di tale definizione. Il femminicidio comprende ogni atto o fatto violento rivolto a una femmina da un maschio, inclusa l’uccisione di una femmina da parte di un maschio.
Dal mio punto di vista, scritta così, la definizione cambia!
Maschi e femmine.
Giuridicamente il reato di femminicidio non esiste, proprio perché in teoria vige la parità dei sessi e il maschio e la femmina non si distinguono, entrambi sono persone, esseri umani.

Questo termine è una forzatura, uno schiaffo ad anni e anni di lotte femministe fatte di scontri fisici, manifestazioni e tanto altro per ottenere la parità dei sessi giusta o sbagliata che sia e con le sue mille e più contraddizioni nella pratica.
Ora, alla fine del 2012, torniamo a differenziare il maschio dalla femmina, l’uomo dalla donna.
Trovo la parola femminicidio estremamente sbagliata e maschilista, fatta per una società da sempre patriarcale come la nostra.
Quello che mi fa specie è che le donne non se ne rendano conto e inizino a usare questa parola.
La violenza verbale o fisica è un reato penalmente riconosciuto, così come l’omicidio.
Quindi vige già un regime di tutela, anche se scarso, e una pena per tali reali e la distinzione tra uomo e donna proprio non mi piace.
Il risultato è il medesimo, la violenza è la medesima e la perdita della vita idem.
Perché si torna a classificare la donna come femmina?
Il reato di stalking è stata una vittoria, ma anch’esso è abbastanza sbilanciato e poco considerato, tanto che spesso, dopo il denunciato stalking le persone in causa vengono comunque uccise dallo stalker che io chiamerei “persona con problemi ossessivo- compulsivo” che andrebbe isolato in una struttura di igiene mentale per essere curata, ma questo è un altro paio di maniche.
Credo di avere espresso al meglio il mio pensiero e non vorrei che pensaste che sono maschilista, anzi.
Tutte le persone vanno tutelate, tutte!!
E ovviamente invito le donne che subiscono abusi e violenze a denunciare l’accaduto, come invito gli uomini a fare altrettanto nel caso subiscano violenze.E’un paradosso, ma è sicuramente più difficile per un uomo denunciare di aver subito abusi sessuali.
Per quanto riguarda il prete che ieri ha ritirato fuori una storia vecchia quanto il mondo, non merita nemmeno di essere menzionato visto che ha detto pubblicamente che la causa della violenza sessuale su una donna è giustificata dalla provocazione con abiti succinti e atteggiamenti equivoci. Su questo non voglio nemmeno discutere perché è una cosa che non sta né in cielo, né in terra e poi il fatto che l’abbia detto un uomo di chiesa è assurdo.
Ora vi lascio alle vostre riflessioni augurandomi che vogliate condividere con me il vostro pensiero con un semplice commento.

Donne in Africa…
Ogni anno migliaia di donne vengono bruciate o seppellite vive, picchiate a morte o esiliate perché a causa di stregoneria. La caccia delle streghe è un fenomeno diffuso soprattutto in Africa, ma sono numerosi anche gli episodi in India, Nepal e Oceania. I casi più recenti in Papua Nuova Guinea: ad aprile due donne sono state torturate per 3 giorni, ferite a colpi di coltello e ascia e poi uccise perché erano << streghe >>. Ancora in Papua Nuova Guinea il 4 aprile un’attivista per i diritti delle donne e insegnante è stata decapitata dopo essere stata accusata di stregoneria. In Kenya, lo scorso anno, almeno 15 donne sono state uccise in una caccia alle streghe mortale, che si è verificata in alcune parti del Paese. In Nigeria i bambini accusati di stregoneria vengono abbandonati, picchiati, feriti o mutilati con l’acido. Spesso dai loro genitori o da parenti stretti. Omicidi << motivati» dalla stregoneria sono stati commessi negli ultimi anni in Iraq, Arabia Saudita, Pakistan.

E in Italia?…
… L’Italia ha riconosciuto tardi il valore sociale Femminile. E le cause sono tutt’altro che ignoti, il Centro-Sud è rimasto a lungo sul sistema contadino, fino a quando l’espansione industriale del Nord ( tutto, sempre negli ultimi anni 50 e 60 del 1900). La chiusura della tradizione contadina l’influenza delle culture straniere (soprattutto araba e spagnola) presenti per molto tempo al Sud la politica fascista (1938-1943) che prevedeva quest’ultima la donna in veste solo di moglie e madre, soprattutto madre e per 20 anni e ha fatto in modo che le donne italiane abbiano faticato a far rispettare i propri diritti e una volta arrivato a ciò la maggiore difficoltà ed è quella di preservarli e magari estenderli.

Femminicidio
Alla vigilia dell’8 marzo l’Italia farebbe bene a interrogarsi. Ma davvero siamo un Paese che perseguita la donna? Il dipartimento delle Pari opportunità ha addirittura pensato di istituire la figura di un avvocato specializzato nella sua difesa. E Rashida Manjoo, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, ha appena parlato di femminicidio: «È la prima causa di morte in Italia per le donne tra i 16 e i 44 anni». Femminicidio è un neologismo ed è una brutta parola: significa la distruzione fisica, psicologica, economica, istituzionale della donna in quanto tale.
È un termine coniato ufficialmente per la prima volta nel 2009, quando il Messico è stato condannato dalla Corte interamericana dei diritti umani per le 500 donne violentate e uccise dal 1993 nella totale indifferenza delle autorità di Ciudad Juarez, nello Stato di Chihuahua. C’erano cadaveri straziati buttati nella monnezza o sciolti nell’acido: secondo alcune denunce si sarebbero macchiati di questi orrori anche uomini delle forze dell’ordine. Certo, in Italia non siamo arrivati a questi livelli. Però, si tratta di delitti trasversali a tutte le classi sociali.
Stefania Noce, femminista del Movimento studentesco, è stata uccisa a Catania dal compagno laureando in psicologia che lei diceva di amare «più della sua vita». A marzo di un anno fa nella periferia romana è stato trovato il tronco del cadavere di una donna mutilato: il caso è stato archiviato subito anche dai giornali. Come se volessimo tutti chiudere gli occhi davanti a questo orrore. Rashida Manjoo nella sua relazione ha detto che «la violenza domestica si rivela la forma più pervasiva che continua a colpire le donne in tutto il Paese, come confermano le statistiche: dal 70 all’87 per cento dei casi si tratta di episodi all’interno della famiglia».
C’è chi sta peggio, l’abbiamo capito: dieci Paesi del Sudamerica, a cominciare dal Messico. Ma nel mondo cosiddetto civilizzato dell’Europa siamo messi davvero male. I numeri sembrano quelli di una strage. Nel 2010 le donne uccise in Italia sono state 127: il 6,7 per cento in più rispetto all’anno precedente. Dati in continua crescita dal 2005 a oggi, e solo dal 2006 al 2009 le vittime sono state 439. Secondo l’associazione «Casadonne» di Bologna, si tratta di «un fenomeno inarrestabile».
Nei primi mesi del 2011, le statistiche parlano già di 92 donne uccise. Nella stragrande maggioranza dei casi gli assassini sono all’interno della famiglia, mariti (36 per cento), partner (18), parenti (13), ex (9), persino figli (11). Come se non bastasse, poi, «i dati sono sottostimati perché non tengono conto delle donne scomparse, dei ritrovamenti di donne senza nome o di tutti quei casi non ancora risolti a livello personale». Ogni tre giorni una donna in Italia viene uccisa per mano del proprio partner. Secondo i dati della Polizia e dell’Istat una donna su 4, nell’arco della vita, subisce violenza, e negli ultimi nove anni, ha stabilito un rapporto dell’Eurispes, «il fenomeno è aumentato del 300 per cento». Le Nazioni Unite sostengono che «in 125 Paesi del mondo le leggi penalizzano davvero la violenza domestica e l’uguaglianza è garantita».
L’Italia, purtroppo, sembrerebbe far parte degli altri 139 Paesi. Davvero siamo messi così male? A sentire la coordinatrice della Commissione Pari opportunità del Consiglio Forense Susanna Pisano pare proprio di sì: solo il 6 per cento delle donne italiane denuncia la violenza subita. «La nostra è una piaga silenziosa e nascosta», dice. Non è solo una questione di costume, ma anche di diritto, come spiega bene, in fondo, la recente sentenza della Cassazione secondo la quale gli autori di uno stupro di gruppo non meritano il carcere. E non è un caso, alla fine, che proprio in Italia stia per nascere la figura di un avvocato specializzato solo nella difesa delle donne.

STORIA DELLA DONNA

Le donne sono forti e devono tenere le redini della famiglia e del lavoro. Una doppia fatica che richiede energie, impegno, efficienza, senso del dovere. Ma a volte tutto ciò sembra non bastare. Perché a questo si aggiunge la fatica di “sfondare” un mondo che è ancora molto maschile nelle sue richieste e pretese. Una società che chiede ancora alle donne di “portare i pantaloni” quando è ormai tempo di indossare con orgoglio la gonna e di sfruttare tutte le capacità che sono racchiuse nel ruolo femminile, e le sono proprie da sempre. Le donne sono sempre state brave a gestire “casa e bottega”, famiglia e affari. Già nell’età della pietra stavano dentro le caverne e badavano ai cuccioli, prendendosene cura e sfamandoli. Si occupavano anche di trasformare quanto cacciato dall’uomo in qualcosa di commestibile ma non solo. Dai prodotti dell’animale cacciato tiravano fuori pelli per coprirsi, cibo per sfamarsi, conservando tutto quanto era utile per la sopravvivenza. Una pratica questa che si ritrova anche nelle popolazioni dei pellerossa americani, dove le rappresentanti del sesso femminile accompagnano gli uomini nelle loro attività di caccia aiutandoli attivamente in questa pratica. Dopotutto nelle civiltà arcaiche il matriarcato era potentissimo: la donna era regina della famiglia e della comunità. La sua figura mitica veniva associata alla madre terra, generatrice di vita e potente forza della natura. Tutta l’economia della casa era nelle sue mani, la sua parola era legge anche per gli uomini che dovevano abbandonare il focolare per recarsi al lavoro nei campi, a delegare tutto il resto all’impeccabile organizzazione femminile. Poi sono arrivati i grandi imperi dell’antichità, le civiltà classiche: anche qui, nell’antica Roma ad esempio, le mogli degli imperatori facevano la vera politica tessendone le trame nell’ombra. Le donne erano potenti e libere. Tutto cambia nel Medioevo, quando l’essere femminile viene percepito in due differenti modalità: angelico e spirituale oppure stregonesco e maligno. Il Bene e il Male si incarnano nell’essere umano femminino che si allontana così dalla concretezza e soprattutto dal potere di decidere e di fare qualsiasi cosa di diverso dal suo ruolo di madre e moglie, piegata al volere dell’uomo. Nel Seicento la paura della forza al femminile, si trasforma in persecuzione fino al loro estremo sacrificio perpetuato contro le streghe al rogo: esperte nell’arte della stregoneria, così erano considerate quelle donne che decidevano di “ribellarsi” al volere maschile e alle regole imposte dalla società, essendo infine relegate ai margini di essa. Tutte le altre andavano in spose o entravano in convento. Il Settecento vede le donne ancora racchiuse tra le mura domestiche o nelle corti a tessere trame e a cercare di “accasarsi” al meglio. Poche le occasioni di entrare in società con un ruolo diverso da quello di future spose e madri. È con l’Ottocento che la donna torna alla ribalta, soprattutto nella sua veste di lavoratrice. La sua forza lavoro, mai venuta meno nella storia, solo ora ricomincia ad avere un importante peso sociale in piena società industriale, soprattutto dal punto di vista economico e produttivo in senso stretto. L’individuo femminile comincia faticosamente a farsi riconoscere il diritto ad essere un soggetto sociale lavoratrice e cittadina e quindi a potersi svincolare dal potere dell’uomo, marito o padre. Lavoratrici con le gonne si cominciano a vedere non solo nelle fabbriche ma anche nelle scuole come maestre, nelle corsie degli ospedali soprattutto come ginecologhe conquistando un’indipendenza economica che rompe gli stretti vincoli domestici. Negli Stati Uniti, nel 1840, viene anche sancito il diritto alla libera disponibilità dei guadagni. Le donne cominciano anche a spogliarsi di quegli indumenti fatti di bustini strettissimi e di stecche e indossano abiti fluidi e costumi da bagno, lontani antenati dei bikini. Anche questo è lento progresso verso la parità all’alba del Ventesimo secolo, quando iniziano i primi riconoscimenti dei diritti politici alle donne in Nuova Zelanda (1893), poi negli Usa (1914) e a seguire in tutto il resto del mondo occidentale.
Il Novecento è il secolo delle suffragette, del grande movimento femminista, delle conquiste dei diritti civili, dall’uguaglianza al voto alla possibilità di accedere a tutte le professioni di esclusiva pertinenza degli uomini. La donna della seconda metà del ‘900 conquista la sua libertà e la sua indipendenza economica, giuridica, politica, sessuale: diventa un individuo a pieno titolo, una cittadina moderna proiettata verso la modernità. Un esempio importante dell’emancipazione della donna in questa nuova era arriva dall’India dove le donne, a partire dagli anni Novanta, sono uscite dal loro isolamento dentro case e famiglie, vittime di una società settaria, per aggredire il mondo del lavoro e dell’economia con la loro intraprendenza. Gli esempi sono numerosi: le giovani donne indiane con la potenza del loro lavoro sono da alcuni decenni un antidoto alla crisi economica perché credono nelle proprie capacità imprenditoriali e nella solidarietà. Molte hanno iniziato dando vita alla bottega dietro casa dove confezionano vestiti e gioielli destinati all’esportazione nel resto del mondo. O come in Bangladesh dove un solo uomo, Muhammad Yunus ha dato una mano a un gruppo di donne povere lavoratrici facendole uscire dalla loro condizione miserevole: negli anni Settanta dopo una forte carestia si è recato nel villaggio di Jobra e ha offerto loro un piccolo credito finanziario, che le grandi banche non avrebbero mai concesso, per far vivere le loro piccole imprese. Ha finanziato le loro attività artigianali dedicate alla lavorazione di mobili in bambù, dando vita a quell’esperienza straordinaria del microcredito che gli ha fatto meritare il Premio Nobel per la pace 2006. Ma nella società indiana non mancano gli esempi di manager e donne in carriera. Il progresso economico è da tempo in quest’area del mondo strettamente connesso al protagonismo delle donne. Ma, nonostante questi esempi, oggi, all’alba del millennio qualcosa sembra ancora non tornare…Tuttavia oggi le donne hanno ancora molta strada da percorrere per riaffermare la loro femminilità fatta di quei valori profondi e unici che avevano già nelle caverne! Ma per farlo è necessario riappropriarsi di quanto non è mai venuto meno: forza, equilibrio, passione, intelligenza, coraggio, abilità intellettive e manuali. Essere donne, ribelli, selvagge, streghe, guerriere, protagoniste. Come le donne che parlano dalle pagine di questi libri interessanti che vogliamo qui consigliare.

Le donne nel mondo, tra discriminazioni e potere al femminile

La discriminazione sessuale a discapito del mondo femminile è un capitolo ancora aperto in tre quarti del pianeta. Una discriminazione che si configura addirittura come crimine, in molti Paesi dove il passare del tempo non ha aperto le porte al progresso della civiltà e della democrazia. Dove la rivendicazione dei diritti da parte delle donne può costare la libertà, l’incolumità fisica o la vita stessa. Un viaggio fra le diverse, seppure spesso simili, realtà di questi universi femminili nel mondo lo ha realizzato per noi Daniela Lami, riferendoci gli elementi dolorosi, ma anche gli spiragli di cambiamento. Non manca una tappa in una terra, l’Islanda, dove la civiltà e l’emancipazione sono regola quotidiana, dove le donne sono quasi le uniche detentrici dei pilastri dell’economia, della società e della famiglia.
Divorzio all’Egiziana
Strano universo quello delle donne egiziane. Belle, spesso bellissime, come la regina Nefertari, una donna coraggiosa e determinata, ma inevitabilmente sovrastata dalla figura prepotente del marito, il faraone Ramses II. Come lei limitate in molti aspetti della loro vita da una legge, quella coranica, che tuttora rende loro difficile trovare un posto nella società. Le vedi per le strade: di alcune non riesci a scorgere neanche un centimetro di pelle tanto sono coperte. E le vedi sempre un passo dietro al marito. Le più giovani hanno un’aria più spensierata, alcune vestono in modo moderno e in nulla diverso dalle coetanee occidentali, se non per il fatto che hanno la testa coperta da un chador. Nero per le già maritate, colorato per tutte le altre.
Ma in questo paese, dove la vita sembra essersi fermata a decenni fa, dove vedi ancora le donne che lavano i panni nel Nilo, gli uomini muoversi per le strade del Cairo a “bordo” di un asino… beh, in questo mondo a volte incomprensibile per noi occidentali, qualcosa sta lentamente cambiando. Proprio per le donne. L’alta Corte egiziana ha finalmente sancito che anche loro hanno il diritto di ottenere un passaporto. Nessuno, e tanto meno il marito, potrà più impedire loro di viaggiare all’estero. Non che fino ad oggi esistesse un vero e proprio vincolo legale. Anzi: il diritto di ottenere un passaporto e, di conseguenza, di viaggiare all’estero, in quanto espressione della libertà personale, viene protetto anche dalla Costituzione. Ma, in questa società maschilista, e per la maggior parte islamica, il divieto era ormai una consuetudine molto semplice da applicare. Per il marito, infatti, era sufficiente recarsi al Ministero degli Interni e far inserire il nome della propria moglie in una sorta di lista nera, così da impedirle di ottenere il passaporto. Un bel risultato, quindi. Ma attenzione. Niente facili entusiasmi. Di fatto gli uomini potranno ancora impedire alle loro mogli di varcare i confini nazionali, anche se la prassi sarà un po’ più complicata: dovranno presentare un’apposita petizione alla Corte che valuterà caso per caso, e non più di ufficio, se la donna può viaggiare o meno. Cosa accadrà nella pratica, resta dunque da vedersi, ma certo la norma ha un grande valore simbolico.
Anche perché arriva solo alcuni mesi dopo un’altra importante e controversa decisione: quella di facilitare alle donne la richiesta di divorzio dai loro mariti. Mentre gli uomini possono divorziare all’istante e senza particolari giustificazioni, per una donna egiziana, lasciare il marito, era praticamente impossibile. Per farlo doveva dimostrare di essere stata maltrattata. Adesso, invece, potrà chiedere il divorzio anche per incompatibilità. Spetterà a due “arbitri” designati dalla Corte, di verificare se davvero la riconciliazione tra i due coniugi è impossibile. A questo punto il divorzio verrà concesso. Ma, anche in questo caso, attenzione: la donna otterrà sì il divorzio, ma dovrà rinunciare a ogni pretesa finanziaria e, quindi a ogni forma di alimento e, in più, dovrà restituire al marito la dote ricevuta. Del resto, il profeta Maometto diceva che “una donna può lasciare il proprio marito anche se non ha ricevuto alcun male fisico ma, se lo fa, deve restituirgli il giardino che lui le ha dato”. Dunque, per le donne un altro successo a metà: di fatto le uniche che potranno usufruire di questo diritto saranno le donne benestanti e comunque coloro che hanno i mezzi per restituire la dote e per mantenersi senza usufruire degli alimenti del marito. Inoltre, hanno sottolineato in molti, sarà comunque difficile per una donna ottenere il divorzio, in un paese in cui non un solo giudice è di sesso femminile.

Paesi arabi: l’emancipazione abita anche qui

Quando parliamo di donne arabe, nel nostro immaginario entrano solo immagini di sottomissione, frustrazione, diritti violati. In effetti è così. Non bisogna mai generalizzare, ma in generale è così. Tuttavia, per avere un quadro completo, è necessario aggiungere alcuni tasselli al nostro mosaico. Forse non tutti lo sanno, ma anche da queste parti si sono affacciate, in tempi più o meno recenti, delle rivendicazioni di carattere femminista. Nei Paesi arabi, i movimenti femminili sono sorti agli inizi del XX secolo, precisamente nel 1879 in Libano, nel 1923 in Egitto, nel 1944 in Giordania e in Marocco, nel 1953 in Bahrein e negli anni ’50 in Tunisia, epoca nella quale le Tunisine si sono impegnate nel movimento di liberazione anticoloniale. Questi movimenti miravano soprattutto ad avanzare rivendicazioni politiche, ma senza grandi risultati, visto che soffrivano di mancanza d’organizzazione e si scontravano contro i diversi scogli rappresentati dai loro rispettivi governi. È con la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, che si assiste all’emergere di un nuovo discorso femminista. Anche se è solo nel 1975 (data del 1° Congresso mondiale sulla Donna in Messico) che le Nazioni Unite hanno cominciato a parlare delle donne come delle “partners nello sviluppo”. Questo fu anche il punto di partenza di un progetto mirante ad eliminare ogni forma di discriminazione contro la donna, per collegare la questione femminile al discorso dei Diritti dell’Uomo. Un progetto che i Paesi arabi devono sottoscrivere se vogliono vincere la scommessa dello sviluppo.

Fra i 21 paesi arabi, soltanto 8 (fino al 1995) hanno sottoscritto l’accordo concernente l’eliminazione d’ogni forma di discriminazione contro la donna. Un risultato già di per se modesto, a cui va aggiunta una considerazione: la firma delle convenzioni internazionali non porta necessariamente alla loro applicazione. Ed è questo è uno degli ostacoli contro cui si scontrano ancora oggi un buon numero di movimenti femminili nel mondo arabo. La strada verso l’emancipazione delle donne arabe dalle rigide regole della Sharia, la legge islamica, soprattutto nei ricchi ma conservatori Paesi petroliferi del Golfo non è mai stata facile, né sarà breve.

Ciò nonostante, non si può fare di tutta un’erba un fascio. In alcuni di questi Paesi alle donne sono riconosciuti ruoli sociali, e soprattutto diritti civili, che in altri – come l’Arabia Saudita – sono ancora disconosciuti. Il Kuwait è l’unico regno del Golfo ad avere un Parlamento democraticamente eletto. Un paese in cui a prima vista la situazione delle donne è tutt’altro che nera. Il ruolo femminile del Paese, infatti, è molto importante. Ci sono donne che ricoprono alti incarichi in aziende statali e private. Numerose sono le donne inserite nel lavoro, e molte sono le intellettuali, le scrittrici e le giornaliste, che fanno sentire alta la loro voce anche nei tribunali per il riconoscimento dei propri diritti civili cui si oppongono i parlamentari islamici più integralisti. Alle donne è inoltre riconosciuto il diritto non solo di arruolarsi nella polizia ma anche nell’esercito. Dunque donne che hanno diritto a fare praticamente tutto…tranne votare.

Il primo Paese del Golfo in cui tutte le donne sono andate alle urne è stato il Qatar. Nel marzo 1999, si sono svolte le prime elezioni amministrative a suffragio universale, anche se le sei candidate donne non sono state elette. La consultazione è stata considerata, da molti analisti, come un importante esperimento verso la democratizzazione dell’emirato ed un primo passo verso la prossima elezione di un Parlamento. Altra singolare conquista: lo scorso maggio un gruppo di qatariote – non scortate dai mariti o da parenti maschi – hanno potuto assistere nello stadio di Doha (da una tribuna riservata) alla finale di un torneo di calcio.
Anche in Oman le donne possono votare, ma non tutte. L’Oman ha infatti una Shura (Consiglio consultivo, eletto nel 1997) ma ad eleggerla sono soltanto 50.000 omaniti – uomini e donne – appositamente scelti dal sultano. Nel sultanato esistono però tre donne sottosegretario, altre due fanno parte della Shura ed una è stata nominata recentemente ambasciatore in Olanda. Un’altra curiosità: dallo scorso maggio il governo del sultanato ha concesso alle donne omanite che lavorano come tassiste di poter prendere a bordo delle proprie auto anche passeggeri maschi, cosa sino ad allora proibita.

India le donne dimenticate

Paradossale, assurda, incomprensibile e piena contraddizioni. Così si potrebbe riassumere la condizione femminile in India, un in cui le donne sono formalmente uguali agli uomini, con gli stessi diritti politici e le stesse opportunità sociali e di lavoro. Un paese in cui la discriminazione sessuale è addirittura vietata dalla Costituzione indiana. Un paese in cui ai vertici della vita economica e sociale si affermano sempre di più nomi femminili, come quello della scrittrice Arundhati Roy, autrice di “Il dio delle piccole cose” o quello di Bhartia Shoban, proprietaria dell’Hindustan Times, uno dei giornali più autorevoli del Paese.
Ma anche un paese negato alle donne. Un paese in cui la cui discriminazione di massa resta una realtà, che affonda le sue radici in tradizioni arcaiche, che le statistiche generali mettono bene in evidenza. Su una popolazione di circa un miliardo di individui, infatti, le donne, a differenza di quel che avviene in quasi tutto il mondo, sono in minoranza: il 48 per cento. Il rapporto è di 929 donne per 1.000 uomini, a conseguenza di una selezione spietata praticata talvolta ancora prima della nascita. Quaranta donne su cento non hanno alcun grado di istruzione, e se in alcuni Stati, come il Kerala, l’alfabetizzazione primaria è prossima alla totalità della popolazione femminile, in altri, come il Bihar, non raggiunge il 28 per cento. Le donne occupano solo l’8 per cento dei posti in Parlamento, il 6,1 dell’amministrazione pubblica, un quarto di tutta la forza lavoro registrata. E se sempre più numerose sono le giovani che frequentano le facoltà di Ingegneria, di Informatica o di Economia, la presenza femminile nelle università è soltanto del 5 per cento. Ma questi in fondo sono solo numeri.
E le storie? Quelle delle donne indiane, raccontano casi strazianti di sfruttamento, di spose bambine vendute per un sacco di riso, di ripudi e prepotenze, di eliminazioni fisiche per questioni di dote. Il rifiuto preconcetto di un figlia, considerata come un peso per la famiglia. Su ottomila aborti registrati a Bombay, dopo un ciclo di esami mirati ad accertare il sesso del nascituro, 7.999 erano feti femminili. Solo un maschio: “La madre era un’ebrea e voleva una figlia”. La discriminazione tra uomini e donne nasce e si perpetua nella famiglia, secondo antiche convenzioni. La donna è destinata fin dalla nascita a stare in cucina, ad occuparsi della casa, sostenendone tutto il peso. È difficile cambiare la mentalità. È così nei villaggi, è così ancora in molti ambienti della città. Se si va a cena in una famiglia borghese, anche benestante, è normale che il cibo venga servito agli ospiti uomini dalle donne, che poi mangiano per conto loro. Molte cose stanno cambiando anche nella società indiana, ma nella profonda India, quella dei villaggi, le tradizioni resistono anche alle riforme, nonostante il sorgere di movimenti di pressione. Dal 1993 un emendamento della Costituzione riserva il 33 per cento dei posti nei consigli locali alle donne. Di fatto, anche quando vengono elette, molte sono convinte a lasciare la delega al marito, perché non hanno il tempo o la capacità di seguire i lavori. Così la forma è rispettata e la sostanza non cambia. Forse ha ragione chi dice che: “Per cambiare le donne dell’India, c’è un solo modo: cambiare gli uomini”.

1 COMMENT

  1. “Perché si torna a classificare la donna come femmina?”

    Già, perché?
    Non è forse più congeniale e facile classificare solamente “L’Uomo come maschio” e lasciare invariato “La donna come donna”?

    Secondo me la causa sta nel fatto che ancora non tutti hanno capito che la donna (mai dire “femmina”) in ogni caso rimane sempre una persona “totalmente perfetta” e quando sbaglia la colpa è sempre ed esclusivamente del maschio (mai dire “Uomo”, in quanto è stato definito un termine altamente e pericolosamente “maschilista” e a tal proposito c’è una proposta di legge che sancisce la nuova terminologia dove, appunto, il termine “UOMO” sparirà per lasciare il posto al termine “MASCHIO” (termine “matriarcale e femminista”, quindi….GIUSTO E CORRETTO!) e il termine “femmina” verrà abolito in quanto considerato maschilista e quindi offensivo, discriminatorio, patriarcale, razzista e sessista nei confronti della stessa donna (mai dire “femmina”) la quale anch’essa si vergogna di essere considerata “femmina”!
    Aspettiamoci (tanto ormai ci state abituando a termini assurdi, tipo: “Avvocatessa, Sindachessa, Ministra, Prefetta, Architetta, etc…etc ) a sentir dire farsi tipo:
    “Mi è nato un maschietto”…..”Mi è nata una donna” (mai dire femmina).

    A tal proposito mi viene in mente una frase detta da una professoressa del liceo:
    “Ricordati che non tutti gli UOMINI sono MASCHI, ma tutte le DONNE sono FEMMINE”

    Il fatto che un giornalista o una giornalista, al cospetto di tragedie come queste, si pone la domanda:
    “Perché si torna a classificare la donna come femmina?”
    Anziché:
    “Perché tutta questa violenza nel mondo di oggi?”
    Ecco, questa è la vera vergogna ed è il vero motivo per indignarsi!

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