Filma in diretta Facebook centauro che muore, e non lo aiuta: procura Rimini apre inchiesta

Davvero assurdo quanto accaduto a Riccione, dove la morte di un uomo a terra dopo un incidente in motorino, si è trasformata in una vera e propria diretta Facebook. E’ successo nella notte tra sabato e domenica scorsi quando Andrea Speziali 29 anni ha filmato la scena della tragedia subito dopo l’incidente. Adesso però sulla vicenda sembra che la procura di Rimini abbia riaperto un’inchiesta per il momento senza indagati e dunque contro ignoti, ma nel fascicolo finirà sicuramente anche il filmato che nella giornata di domenica è stato sequestrato dalla polizia postale che ha detto che è stata delegata dal PM a svolgere le indagini.

Il reato ipotizzato è quello di pubblicazione e spettacoli osceni e raccapriccianti. Per il reato di omissione di soccorso invece gli investigatori pare confronteranno gli orari della pubblicazione sui social network e la chiamata di emergenza al 118.

Nella mattinata di ieri è stato sentito lo stesso Speziali esperto e critico d’arte accompagnato dal padre il quale ha raccontato di non essere stato il primo ad arrivare sul luogo dell’incidente ma secondo il giovane i soccorsi erano già stati chiamati da un tassista ed altre persone prima. Ad ogni modo saranno comunque le cellule telefoniche e le registrazioni delle telefonate alle registrazioni video di alcune telecamere in strada a ricostruire quanto accaduto immediatamente dopo l’incidente mortale. “Un gesto gravissimo, incomprensibile, inumano”, lo ha definito Sindaco di Riccione, Renata Tosi.

“Siamo pronti fin d’ora a costituirci parte civile, un atto doveroso per un episodio che ha ferito l’intera comunità”, assicura la Tosi. Quello che è accaduto, prosegue la sindaca, “ha colpito profondamente la comunità riccionese. La morte di un ragazzo di 24 anni è una perdita indicibile, che toglie il fiato. Una tragedia a cui purtroppo ha fatto seguito un gesto gravissimo, incomprensibile, inumano” e “alla ricerca di una miserabile visibilità. Vogliamo condannare con sdegno questo voyeurismo estremo e malato che troppo spesso irrompe barbaramente a violentare vite e diritti”, conclude Renata Tosi, che ha espresso “cordoglio, vicinanza e sostegno alla famiglia di Simone ed indignazione profonda per quanto accaduto”.

La diretta in questione pare sia stata attaccata e presa di Mira da tanti insulti. L’autore del video nella mattinata di ieri ha raccontato di essersi fermato con la macchina e di aver trovato il corpo davanti ai suoi occhi rimanendo sconvolto e sotto shock e di aver voluto fare qualcosa per il giovane che si trovava a terra, per questo motivo ha raccontato di avere iniziato a firmare in diretta per condividere il tuo dolore. La motivazione, dunque, sarebbe stata questa aggiungendo anche di non aver cercato lo scoop e di avere capito soltanto adesso di avere sbagliato e dunque per questo motivo ha chiesto scusa a tutti. “Chi era lì sul posto sa benissimo che sono arrivato cinque minuti prima dell’ambulanza. Il tassista che per primo si è fermato ha chiamato due volte i soccorsi. Appena sono sceso dalla macchina altri ragazzi presenti sul luogo dell’incidente mi hanno detto di aver già chiamato. Trovo veramente sgradevole questa strumentalizzazione: i video in diretta sono stati tutti cancellati“.

Simone, 24 anni, era agonizzante sull’asfalto, dove era stato sbalzato dopo uno schianto in motorino contro un albero, nella notte tra sabato e domenica, e Andrea, 29 anni,scendendo dalla sua auto, si è fermato accanto a lui, non per aiutarlo ma per riprendere con il suo smartphone, in diretta Facebook, gli ultimi minuti della sua vita. Cioè, mentre Simone sanguinava ed era gravemente ferito e in affanno, Andrea, anziché chiamare i soccorsi, lo filmava, rivolgendosi ai suoi followers e chiedendo loro: «Chi mi segue chiami aiuto! C’è sangue, speriamo che si salvi», senza nemmeno verificare, lui che gli era accanto, se Simone fosse in grado di respirare o di parlare.

Andrea Speziali è un critico d’arte ed è stato candidato alle ultime elezioni comunali di Riccione, proprio dove è avvenuto lo schianto, che purtroppo per Simone ha avuto poi un esito fatale. Probabilmente Andrea non avrebbe potuto salvargli la vita in quelle condizioni disperate, e non avrebbe nemmeno saputo come agire o intervenire, ma la cosa che colpisce è quello che lui ha poi dichiarato a chi è intervenuto davvero sul luogo dell’incidente: «Mi sono messo a filmarlo e volevo fare una diretta.

Volevo condividere il mio dolore. Non cercavo lo scoop. Solo ora ho capito di aver sbagliato e chiedo scusa a tutti, ma è anche colpa di questa società che vuole tutto in diretta e senza più valori». Simo- ne è spirato mentre veniva filmato, e la sua morte è andata in scena online, mentre i suoi genitori, lontani dall’Italia per una vacanza, ancora non sapevano che il loro figlio era in quel momento l’attore principale di una macabra telecronaca “live”.

Andrea è il tipico esempio degli “addicted” – i “dipendenti” – da social network, quelli che spendono la loro esistenza sulle piattaforme del loro cellulare, tenuto sempre in mano come fosse una protesi, quelli che postano ogni episodio della loro vita, che viene vissuto non dal vivo, ma filtrato appunto attraverso il loro smartphone, sconnesso dal reale e condiviso con migliaia di sconosciuti che danno loro la sensazione di esistere, di essere seguiti e compiaciuti in ogni loro azione e situazione. Gli utenti del social, però, hanno bersagliato l’autore del video con insulti, critiche e maledizioni, definendolo uno ‘sciacallo’, ed il 29enne ha provato anche a difendersi, definendosi sconvolto e sotto choc e che avrebbe voluto far qualcosa per quel giovane a terra, mentre il suo primo istinto, freddo, lucido e pronto, è stato invece quello di filmare la sua agonia.

Sarebbe stato comprensibile se Andrea si fosse fermato impietrito di fronte alla tragedia, paralizzato dalla paura, incapace di agire trovandosi di fronte ad un ragazzo quasi coetaneo, sanguinante, esanime ed in punto di morte, che avesse avuto una esitazione sul da farsi, che avesse provato lo smarrimento al cospetto del dramma; ma il fatto che, senza esitazione alcuna, la prima cosa che lui ha pensato è stata quella di postare sul social network quella immane tragedia della strada, per condividerla con i suoi 11mila followers, fa riflettere sulla dipendenza innaturale che gran parte dei giovani hanno con questo tipo di tecnologia, che sta sopprimendo e spegnendo anche gli istinti primari, dissociandoli pericolosamente dalla realtà.

Quello di Andrea è un fatto gravissimo che non deve essere sottovalutato o sminuito come appartenente ad un caso isolato, perché di fronte ad un incidente che toglie il fiato alla vittima ed al soccorritore, il primo istinto non deve e non può essere il voyeurismo estremo, o il narcisismo patologico che troppo spesso ormai irrompe barbaramente a violentare vite e diritti di tutti noi. Ilgesto diAndreaè un atto incosciente, superficiale e, se permettete, idiota, che ferisce una intera comunità,che non è raro, e che indigna anche chi dedica la propria vita ed il proprio lavoro quotidiano a salvare le vite degli altri, lontano dalle luci dei riflettori e dai post di Facebook.

Video e fotografie del povero Simone sono stati rimossi dalla polizia postale, per rispetto nei confronti dei genitori del ragazzo deceduto, e per evitare emulazioni future, anche se quel video dovrebbe essere mostrato alle migliaia di ragazzi che vivono la loro vita virtuale all’interno dei social, senza distinzione emotiva tra gioie e dolori, in una preoccupante anestesia di sentimenti e in una decadente razionalità, ed andrebbe illustrato come esempio negativo di quello che non si dovrebbe mai nemmeno pensare di fare, evidenziando ed informando che esistono delle leggi, e che per il loro autore potrebbero esserci strascichi giudiziari. La procura, infatti, sta valutando il da farsi, e potrebbe aprire contro Andrea Speziali un’inchiesta per procurato allarme pubblico, omissione di soccorso, diffamazione degli operatori di primo intervento e violazione della privacy dei parenti del defunto. Che sarebbe il giovane Simone Ugolini, il quale mai avrebbe pensato di morire a 24 anni in diretta online su Facebook, dove il suo ultimo respiro è stato filmato e postato in favore di 11mila ignari sconosciuti italiani, che oggi lo avranno già dimenticato.

Con la velocità di un click è possibile superare i confini spaziali e geografici per conoscere, scoprire e coltivare nuove amicizie in tutto il mondo. Ai giorni nostri la Rete e i social network rappresentano lo strumento di condivisione per eccellenza. Costituiscono vere e proprie piazze virtuali, cioè dei luoghi in cui ci si ritrova, condividendo con altri pensieri, fotografie, filmati, indirizzi, amici e tutto quello che si desidera.

La Rete è una fonte inesauribile di conoscenza e informazioni: un’enciclopedia perennemente a disposizione, per cui, con un po’ di realismo, è facile capire che:
a. fermare la diffusione di internet è impossibile, soprattutto tra i giovani;
b. internet è ormai parte dell’identità sociale e personale dei ragazzi;
c. i giovani si sentono tagliati fuori se non hanno la connessione in casa o ne sono privati.

I social network forniscono soprattutto nuove modalità di socialità, perché finiscono per diventare il prolungamento della vita reale. Tutto questo perché permettono di:
a. rimanere costantemente in contatto con gli amici;
b. mantenere le amicizie nel tempo;
c. farsi nuovi amici, soprattutto condividendo interessi comuni;
d. raccontare sogni e bisogni.
Per capire invece come sono cambiate le emozioni, si rimanda al capitolo di questo libro Le emozioni al tempo di internet. Per comprendere, invece, il successo di questi strumenti è importante tenere presente l’innata esigenza adolescenziale a costruirsi una propria identità personale (separata da quella dei propri genitori) e la capacità dei social network di ampliare esponenzialmente e con grande facilità la rete delle conoscenze, tanto da permettere ai ragazzi di espandere le possibilità di comunicare e lo scambio di conoscenze. Tutto in pochissimo tempo! Con un qualsiasi dispositivo connesso alla Rete, senza uscire di casa, è possibile parlare e condividere interessi e passioni. Proprio come si faceva in passato iscrivendosi ad associazioni, club, circoli, attività che richiedevano però tempo e pazienza.
A differenza dei bambini di ieri, per i quali gli spazi di aggregazione erano le piazze, i cortili e le strade, le possibilità di essere autonomi dei ragazzi di oggi, soprattutto nella fase pre-adolescenziale (11-14 anni), sono ridotte. Il traffico, i rischi, la confusione delle città, infatti, hanno contribuito ad accrescere il numero delle ore che i bambini sono costretti a trascorrere chiusi in casa.

I rischi
Tutte queste possibilità — e piattaforme — presentano dei rischi:
a. isolamento: la Rete diventa l’unico modo per stare insieme agli altri;
b. fuga dalla realtà: il confine tra virtuale e reale è sottile;
c. contenuti falsi: con informazioni non veritiere, volutamente mistificatori o creati da persone incompetenti;
d. modelli di comportamento sbagliati: fenomeni che promuovono comportamenti e stili di vita non sani, se non addirittura pericolosi per se stessi e gli atri.
I rischi aumentano con l’aumentare del coinvolgimento emotivo (e del diminuire del senso di responsabilità), e nel caso in cui non si conoscano le reali conseguenze dei nostri comportamenti in Rete.

Il buon senso in Rete
Prima di entrare nel dettaglio delle regole dei comportamenti da tenere (e non) nel web, è possibile riflettere su alcune principi dettati dal buon senso13:
a. fare attenzione: le informazioni e i dati sensibili (indirizzi, numeri di telefono) possono essere rubati, copiati o addirittura falsificati;
b. rispettare la privacy, non pubblicare informazioni personali o foto senza il consenso dei proprietari;
c. riflettere prima di mettere una foto o farti filmare. I dati, una volta inseriti, sono fuori dal nostro controllo;
d. fermarsi in tempo;
e. parlarne per non diventare una vittima.
II mancato rispetto di questi comportamenti può aprire nuovi scenari, spesso non piacevoli:
a. rendere pubbliche immagini o informazioni private, per imbarazzare o danneggiare qualcuno;
b. ricevere messaggi aggressivi, volti a minacciare, umiliare e incutere paura;
c. rendere pubbliche le confidenze, ottenute magari con l’inganno, per schernire e offendere;
d. furto d’identità: per scrivere messaggi o post con contenuti che possono comprometterla.
Tutte queste azioni rappresentano la progressione di un modo di agire che conduce al fenomeno del cyberbullismo.

L’avvento delle nuove tecnologie digitali ha dato vita non soltanto a un cambiamento delle abitudini tra gli adolescenti, ma a una vera e propria trasformazione nel modo di pensare, concepire e intendere la realtà. Questo principalmente perché gli strumenti digitali permettono di vivere le emozioni in maniera diversa, solo in modo intellettivo, a livello razionale. Le emozioni, però, non sono nella mente, ma nel corpo. Basti pensare che se abbiamo paura ci tremano le gambe, se siamo tesi, sudiamo, se siamo imbarazzati, arrossiamo.
Capire le trasformazioni in atto con l’avvento di internet è fondamentale per comprendere meglio i nostri figli. Qui di seguito sono sintetizzati gli aspetti maggiormente influenzati dai nuovi mezzi di comunicazione.

Ciascuno di noi costruisce la propria visione della realtà nei primi anni di vita. Per i nostri figli, nativi digitali, i punti di riferimento (spazio, tempo e percezione di sé, appunto) sono diversi da quelli delle generazioni precedenti. Comprenderli è importante per riuscire a comunicare in modo adeguato.
Infatti, se io adulto di riferimento non mi accorgo di parlare una lingua che non appartiene agli adolescenti di oggi, allora non mi sarà possibile trovare un canale comunicativo comune.
I nuovi punti di riferimento per i nativi digitali.

La foto che si allarga con un semplice gesto della mano per i bambini abituati a guardare e sfogliare le pagine solo con gli strumenti digitali (tablet o smartphone) è la normalità.

Per un nativo digitale ecco come appare la realtà: una bambina, di pochi anni, di fronte a una pila di giornali illustrati li sfoglia e inizia a ingrandire la foto con il proprio dito, abituata a farlo con il tablet dei propri genitori. A un certo punto però si stupisce perché la foto non si allarga. Dopo di che butta via il giornale perché pensa sia rotto.
Per le generazioni precedenti, invece, abituate a leggere e sfogliare i giornali cartacei, la foto che si allarga è soltanto una nuova modalità di fruizione dei mezzi di comunicazione, non l’unica che conoscono.

Il tempo e la realtà per i ragazzi di oggi (e di ieri). Per un nativo digitale il tempo sembra scorrere più velocemente. Succedono più cose contemporaneamente e le priorità sono stabilite in modo diverso rispetto al passato.

Oggi ai nostri figli si dice: «Perché non scarichi il programma mentre stai chattando con l’amico, oppure perché, intanto che chatti, non studi?!». Nel passato i nostri genitori raccomandavano spesso di non fare troppe attività contemporaneamente per il rischio di non portarne a termine nessuna. I nostri figli conoscono due realtà, quella concreta e quella virtuale, ogni volta che si collegano a internet. Per i ragazzi di oggi la virtualità è qualcosa di vero perché è presente nella loro quotidianità, fin da quando sono nati. Per le generazioni passate la realtà era una sola ed era quella nella quale vivevano, giorno dopo giorno.

Nella virtualità succede tutto e pure molto rapidamente. Oggi diventa difficile aspettare cinque minuti, persino il tempo che si carichi una pagina da internet.
Un ragazzo che si abitua a documentarsi esclusivamente online, trascurerà la possibilità di andare a cercare un testo negli scaffali di una libreria, controllare l’indice dei volumi e sfogliarne le pagine alla ricerca di un contenuto. Perché è abituato a ottenere tutto in tempi brevi (anzi, brevissimi).

I ragazzi di oggi sono costantemente connessi. Hanno sempre modo di mettersi in contatto con qualcuno tramite cellulare, computer, tablet, con messaggi o chat. I confini tra pubblico e privato, interno ed esterno sono molto più fluttuanti. Prima dell’avvento delle nuove tecnologie, invece, il limite era nettissimo: qui finisco io, lì inizi tu.
In passato, prima dell’avvento della tecnologia, quando uscivamo da casa, non c’era modo di contattare i genitori finché non si rientrava nelle proprie abitazioni (se non succedeva una tragedia e bisognava chiamare i carabinieri!). Oggi siamo sempre potenzialmente raggiungibili.
Con l’avvento delle nuove tecnologie, comprendere che i punti di riferimento (realtà, tempo e percezione di sé) degli adolescenti di oggi e di quelli delle generazioni passate sono diversi ci può avvicinare ai nostri figli perché rende più diretta la comunicazione con loro.

I nostri figli conoscono (bene) gli applicativi di cui si servono, ma non sono maghi del computer. Per comunicare con i nostri ragazzi bisogna soltanto guardarli e ascoltarli. Solo così è possibile trasmettere loro i nostri contenuti, perché è giusto che il genitore si assuma le proprie responsabilità educative attraverso la trasmissione dei principi in cui crede.
È importante però che il padre e la madre capiscano che per inculcare un concetto nell’interlocutore è necessario servirsi dello stesso linguaggio: il linguaggio dei nostri figli.
Questa è la storia di un padre che si è avvicinato alla figlia che passava molto tempo a un videogioco: l’uomo l’ha ascoltata, si è immedesimato ed è entrato nel suo mondo. Quando ha capito cos’era che la appassionava di quel gioco, le ha proposto un’esperienza analoga e altrettanto piacevole, ma che ha cambiato la prospettiva della bambina. Eccola, dalle parole del padre: «Guardi, dottore, ho una figlia di dieci anni che è appassionata di un gioco di macchine al computer. L’altro ieri mi sono messo seduto vicino a lei, mi sono fatto spiegare come funzionava e ho giocato con lei tutto il pomeriggio. E devo dire che è anche un gioco divertente. Avendo capito cosa le piacesse, ieri l’ho portata a una pista di gokart e siamo stati tutto il pomeriggio, io e lei, sui gokart. Adesso mia figlia sa che esistono i gokart sul computer, ma ha capito che esistono anche quelli veri e conosce la differenza tra il virtuale e la realtà».
Alla bambina il padre non ha detto: «Smetti di giocare, oppure fai un altro gioco». Prima l’ha ascoltata («Mi sono fatto spiegare com’è fatto il gioco, non sono un esperto»). Senza negare l’esperienza della figlia, le ha proposto un’altra opportunità di gioco, questa volta reale.

Nel mondo virtuale ci si può trovare o perdersi del tutto. Possiamo incontrare amici vecchi e nuovi su Facebook, stringere amicizie in chat e persino innamorarci scambiandoci degli SMS. Niente di male, fino a quando non confondiamo la finzione con la realtà, il mondo virtuale con quello reale. Non c’è niente di sostanzialmente cattivo nei social network, ciò che conta è l’uso che se ne fa, la capacità di distaccarsene al momento giusto, il controllo sulle proprie azioni, il riconoscimento dell’importanza del contatto umano, fatto di fisicità, d’incontri veri, di sguardi, sorrisi, volti tristi, abbracci, baci, pacche sulle spalle.

Le relazioni online, poiché avvengono senza coinvolgere il nostro corpo, non ci permettono realmente di capire chi siamo e cosa vogliamo. Con internet ci convinciamo di provare determinate emozioni, perché scegliamo con la ragione e non con il cuore. Non ci lasciamo sorprendere dalle nostre sensazioni e sul perché le abbiamo provate, finendo per allontanare, così, tutte quelle emozioni che ci permettono di capire realmente noi stessi.

Pensare, inoltre, che nelle relazioni virtuali non ci possano essere delusioni, sofferenze e tradimenti è sbagliato. Ci sono persone che costruiscono rapporti in chat per paura dell’altro, trovando nello schermo una protezione e credendo nell’opportunità di avvicinarsi e conoscersi senza obblighi e impegni. Non basta spegnere il monitor e mettersi offline o iniziare una nuova conversazione per allontanare tutte le cose brutte.

Indiscutibile è l’opportunità, offerta dai nuovi mezzi di comunicazione, di mettere in contatto un grande numero di persone, di avere molti amici. Ma con queste persone che rapporto c’è realmente? Si riesce ad andare oltre la superficialità? Con ciò non si vuol dire che le conversazioni in chat siano sempre banali, anzi, è probabile che talvolta permettano di raggiungere un grado di profondità e intimità tutt’altro che scontato. Chattare può essere un buon modo di passare il tempo, comunicare anche con chi vive dall’altra parte del mondo, accrescere le proprie nozioni, scambiare idee e informazioni. I rischi, però, non sono da meno e uno di questi è quello di crearsi un’altra identità, di vivere mascherati.

Il disagio adolescenziale nell’era di internet
Internet può avere delle enormi potenzialità, però, il fatto di entrarvi senza il corpo induce a tutta una serie di riflessioni sulle potenzialità dissociative della Rete.

In questi anni è avvenuto un cambiamento molto profondo e si sono anche trasformati i modi per esprimere il disagio. È mutata la realtà e, di conseguenza, anche il sintomo in cui si manifesta il malessere.
I fattori a rischio:
a. fare delle esperienze scisse dal corpo;
b. essere sempre connessi;
c. diverso modo di concepire sé e gli altri;
d. ritirarsi e vivere il mondo attraverso uno schermo e attraverso un filtro;
e. può essere persecutorio, perché è contemporaneamente sterminato e
3 Pappalardo M. è cooperatore salesiano e collaboratore di Avvenire, del quotidiano La Sicilia, del mensile per ragazzi Mondo Erre.

E il futuro?
Il futuro dei nostri figli dipenderà dai contenuti che oggi siamo in grado di trasmettere loro, dalle motivazioni, dai valori e dalle regole ideate su misura per loro. È difficile immaginare come sarà la nostra società tra quarant’anni, molto dipenderà ovviamente da cosa facciamo noi in questo momento. I genitori devono essere coscienti del cambiamento nel modo di pensare e agire degli adolescenti. Devono calarsi nella loro realtà, analizzando come questa funziona e come ragionano loro, altrimenti il messaggio non avrà la possibilità di arrivare.

È importante che i genitori continuino a trasmettere i propri contenuti e le proprie regole, ma filtrati attraverso le parole che caratterizzano l’esistenza dei loro figli.

I social network non solo il male, sono soltanto strumenti di cui ci possiamo servire, ma non sempre siamo pronti per farlo. Attenzione! Non si tratta della classica ramanzina di un adulto verso il giovane, perché anche i grandi si perdono tra le nuove tecnologie, forse di più. Stare con i piedi per terra è cosa buona per tutti. Bisogna preoccuparsi per tutte le volte che ci si siede silenziosi sui bus, in pizzeria, o si passeggia a testa bassa assorti sui telefoni; per quelle in cui ci si chiude in camera, fino a notte inoltrata, davanti a un pc in attesa che qualcuno ci contatti o scriva qualcosa sulla nostra bacheca.
Possibili argomenti da affrontare con i ragazzi
Quanto tempo passi su internet? Che siti o social network frequenti? Quanto tempo passi con i tuoi amici di persona?
Ti senti libero di staccare quando vuoi?

Usi il web per lo studio? Come?
Pensi che ci siano dei pericoli in Rete? Quali?
Possibili eventi da creare nella vita reale
Organizzare un fine settimana con un gruppo di ragazzi in un luogo senza connessione e reti di alcun tipo. Invitarli a organizzare il proprio tempo e le attività da svolgere. Verificare con il gruppo l’esperienza e la mancanza di internet.
Memo per i ragazzi
Puntare su un click in meno e una stretta di mano in più.
Dietro lo schermo non sempre ci sono amici veri.
Passare fisicamente più tempo con gli amici in carne e ossa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.