Anziano finge malore in ospedale in ospedale: non voleva festeggiare da solo i suoi 84 anni

Il professor Zucchelli decise di dare un seguito gli anziani fragili, approfondendo il tema della solitudine come evento sociosanitario. È nato così il progetto Slisa, ovvero quello che è stato definito: studio livornese sulla solitudine dell’anziano. Avvalendosi della collaborazione di 16 medici di base si è potuto così costruire un campione significativo di 20445 persone, residenze nella città di Livorno. Il progetto partendo dal presupposto che la solitudine è un elemento che rende ancor più fragili un anziano, ha provveduto a stilare una statistica della solitudine stessa in base all’età. La ricerca non si è limitata ad un profilo sociologico, ma coinvolto anche la sera sanitaria medica. Si sono infatti definiti adeguati percorsi assistenziali per gli anziani fragili e in solitudine.

È arrivato in ospedale lamentando un forte mal di testa ma non c’è voluto molto prima che i medici comprendessero come, in realtà, il suo dolore fosse diverso da una banale cefalea. Il protagonista di questa storia si chiama Oscar e lo scorso mercoledì si è recato al pronto soccorso dell’ospedale regionale Bahia Blanca (Argentina) perché soffriva di solitudine. Gisel Rach, l’infermiera che si è presa cura di lui, ha raccontato tutto su Facebook: «Sapete qual è il suo vero malessere? Oggi compie 84 anni e non voleva restare da solo». La moglie del signor Oscar è morta quattro anni fa (la coppia non ha avuto figli) e lui è l’ultimo dei suoi quattro fratelli ancora vivo. «Abbiamo deciso di comprare un mini torta – ha scritto ancora l’infermiera – e una candelina a cui chiedere tre desideri. E, come si vede, abbiamo improvvisato dei palloncini con dei guanti».

Il post di Gisele ha commosso migliaia di persone sulla rete: «Il volto di quest’uomo con gli occhi pieni di lacrime ed emozione per una cosa così semplice non lo dimenticherò mai», ha commentato ancora la Rach. Poi, in chiusura del post, una riflessione per tutto il popolo social: «Apprezziamo ciò che abbiamo e non quello che ci serve, se hai qualcuno che ti aspetta, qualcuno che ti chiama, che si preoccupa per te, che ti apprezza e ti ama, ti ama molto, prenditene cura perché tu sei un milionario e non te ne stai rendendo conto».

La solitudine degli anziani a Roma

Le persone sole a Roma
La Caritas di Roma, in quotidiano contatto con le persone più fragili e marginali, ha deciso di promuovere un Convegno sul tema delle “solitudini urbane” per illuminare quella parte della città più in ombra, quel tipo di povertà che si nasconde non solo negli “anfratti “del tessuto metropolitano (dai sottopassi ai margini delle stazioni ferroviarie), ma fin dentro le case e che risulta perciò invisibile agli occhi dei più.
Interpretando il mandato di una “Chiesa in uscita” dato da Papa Francesco a tutti i cristiani, la Caritas di Roma porta il suo sostegno dentro le case dove si celano povertà imprevedibili. L’area “Aiuto alla persona” della Caritas ha scoperto così che la solitudine non affligge soltanto gli anziani, come si potrebbe immaginare: persone affette da patologie importanti vivono abbandonate a se stesse, persone con disturbi mentali che nessuno accompagna e segue, donne e uomini separati e impoveriti, anziani senza parenti o con parenti lontani che non possono o non vogliono accudirli, disabili che hanno perso i genitori; giovani che non lavorano e non studiano ( i cosiddetti NEET). Ma anche intere famiglie possono risultare per diversi motivi isolate e lasciate a se stesse.
La prima cosa da sottolineare è dunque che l’universo delle persone sole è vasto e composito.
Sono tante le case di Roma in cui si nasconde una persona sola, che della sua solitudine ha finito col fare una barriera, un piccolo fortino rispetto al mondo esterno: per sfiducia, diffidenza, delusione, paura.
Non si è ritenuto però sufficiente far emergere il fenomeno delle tante solitudini: dopotutto, che la solitudine fosse un tratto caratterizzante la vita delle persone nei grandi agglomerati urbani favorendo un incremento del malessere sociale era cosa nota. Quello che ancora non era noto è che la solitudine favorisce l’insorgenza di malattie anche severe associata a un accresciuto rischio di mortalità. La Caritas di Roma, approfondendo il tema della solitudine domestica in cui si imbatte costantemente e cercando riferimenti scientifici autorevoli ha scoperto una imponente produzione scientifica internazionale che sottolinea la pericolosità sociale della solitudine.
Sono numerose le ricerche internazionali promosse da prestigiose università che evidenziano la correlazione tra solitudine, morbilità, mortalità: tra le altre, un complesso studio dell’Università dello Yutah, un importante programma di ricerche pluriennale dell’Università di Chicago, gli studi della Mental Health Foundation, le rilevazioni del Medical Center dell’Università di Pittsburgh, le ricerche dell’Università di Harvard, dell’Ohio University, gli studi dell’Università di Bilboa, l’Università di Amsterdam (cfr. bibliografia).
In tutto il mondo gruppi di ricercatori “d’eccellenza” stanno approfondendo il complesso rapporto tra una condizione inestirpabile ed esistenziale del vivere metropolitano, quale la solitudine, e l’insorgenza di temibili malattie. Tali ricerche confermano l’influenza della solitudine nel diffondersi di malattie importanti: ipertensione arteriosa, infezioni ricorrenti, diabete, sindromi ansiose e depressione.

La Caritas e le povertà domestiche
Nel corso del 2016 sono stati realizzati dal Servizio Aiuto alla persona della Caritas di Roma oltre 40.000 interventi domiciliari del tipo “domiciliare leggera”,che hanno portato, solo nella città di Roma, medicine, cibo o , più semplicemente, compagnia a 523 persone.
Più specificamente, in letteratura si intende per “domiciliare leggera”:
– l’aiuto nello svolgimento delle piccole faccende quotidiane, come ad esempio fare la spesa, andare a pagare una bolletta, consegnare una pratica presso un ufficio, ritirare un’impegnativa dal medico di famiglia;
– compagnia e sostegno per il tempo libero: giocare a carte, leggere un libro, fare una passeggiata o piccoli acquisti;
– ausilio nella preparazione dei pasti, nella somministrazione di medicinali (attraverso modalità non invasive), nella soluzione di piccoli problemi quotidiani (contattare un idraulico, un elettricista, una sarta);
– ausilio alla mobilità/accompagnamenti di vario genere: si va in automobile, in ospedale, si viene accompagnati presso un centro polispecialistico (l’assistente rimane in compagnia dell’anziano per tutto il periodo della visita);
– aiuto nello svolgere qualsiasi attività che non richieda l’esecuzione di atti legati all’igiene della persona o alla pulizia della casa.
Attraverso un tipo di accompagnamento di questo tipo, lieve eppure importante, si restituisce una dignità alla persona, un modo di essere Comunità alla cittadinanza, si ridà vita alla casa come luogo di custodia e di espressione di una vita serena.

La disaggregazione per età appare particolarmente rivelatrice: la maggioranza degli utenti è rappresentata da un’utenza non anziana, come invece sarebbe stato logico aspettarsi: la persona sola nella città è per meno della metà dei casi tale per la destrutturazione dei legami sociali dovuta “fisiologicamente” all’età e al tempo che passa. Per tutti gli altri, più del 52% delle persone raggiunte e aiutate da Caritas Roma fin dentro le loro case, si può parlare degli effetti devastanti di un modello di convivenza sociale performativo basato sulla velocità, sulla competizione, sulla aggressività che finisce col deprimere ed emarginare le persone meno forti e aggressive a prescindere dall’età.

Significativa a tale proposito l’indagine condotta dalla Caritas italiana che su un campione di 1.749 giovani appartenenti alla categoria NEET (Not Employment and Education Training) transitati da 80 Centri d’ascolto a livello nazionale, ha rilevato gravi problemi di povertà economica nel 63 % dei casi dei giovani italiani (che si sono rivolti a Caritas italiana). A tale proposito è inoltre opportuno evidenziare che secondo le rilevazioni ISTAT i giovani NEET sono particolarmente numerosi nel nostro Paese.
Anzi, l’Italia è il primo paese europeo per presenza di giovani NEET: nel 2016 secondo l’ISTAT i giovani che non lavorano e non studiano sono arrivati in Italia a 3.276.720, con un incremento nell’ultimo decennio del 14% (erano, nel 2006, 2.870.989).

A proposito di giovani, bisogna sottolineare un altro approfondimento. Tra i ragazzi soli c’è una fascia particolarmente fragile, i ragazzi che si “isolano” dentro casa. Educati alla regola del successo, i ragazzi si rifugiano tra le loro cose, spesso davanti al loro computer, al tablet , staccando ogni contatto con il mondo esterno. E’ il fenomeno che in Giappone è conosciuto con il termine “hikikomori”. Questi ragazzi (a Roma come in Giappone) si difendono autoimponendosi una segregazione forzata rispetto ad un mondo esterno che percepiscono troppo duro e competitivo. Non vanno confusi con i NEET che possono vivere la loro condizione con un parziale equilibrio, perfino trovando significativi spazi di gratificazione nelle relazioni amicali e nell’uso creativo del tanto tempo libero,nella cura di un familiare(un vecchio fenomeno del passato che ritorna): in questo caso si tratta invece di un comportamento che nega la socialità riconducendo tutte le relazioni alla dimensione virtuale. E’ una condizione che assai più facilmente sfocia in sindromi psicologiche e in disturbi di natura psichiatrica.

Ciò non vuol dire che il dato riguardante gli anziani non sia significativo, anche perché il tema dell’assistenza agli anziani stenta nel nostro Paese ad affermarsi con un approccio di accompagnamento della terza e quarta età veramente moderno ed evoluto. Basti pensare che in Italia si registra una diffusione pari solo al 4,9% di servizi domiciliari contro una media europea del 13% (ISTAT). L’assistenza agli anziani in Italia vede le famiglie sempre più in difficoltà: diminuiscono i servizi, le risorse e i posti letto nelle strutture. Come ha rilevato la ricerca Auser “Domiciliarità e residenzialità per l’invecchiamento attivo” stiamo assistendo a un progressivo aumento della popolazione anziana (secondo la più recente stima dell’Istat al gennaio 2017 ha superato per la prima volta il 22 % la popolazione italiana con più di 65 anni) . L’indice di vecchiaia è pari in Italia a 165,2 persone over 65 anni ogni cento giovani con meno di 15 anni. Ma, la copertura dei servizi e degli interventi per anziani non autosufficienti presenta tutti segni negativi: diminuiscono gli anziani presi in carico nei servizi; gli utenti ospiti di strutture residenziali diminuiscono sensibilmente; diminuiscono gli anziani che hanno l’indennità di accompagnamento; diminuisce la spesa per servizi sociali per anziani di regioni e comuni (è diminuita del 7,9% ,dato Auser).

Disaggregando i dati per genere, decisamente più numerose risultano essere le donne (quasi il 70%): ma sarebbe affrettato dedurne che esse siano più spesso sole. Convergono certamente nel determinare questa percentuale elevata di donne tra gli utenti del Servizio Aiuto alla Persona della Caritas di Roma diversi fenomeni in parte di natura demografica (la maggiore longevità delle donne), in parte di natura psicologica e culturale (la maggiore propensione delle donne a chiedere aiuto).

Un discorso a parte va fatto per le famiglie sole, un termine che potrebbe essere contraddittorio. Come può infatti una famiglia, fondamentale simbolo di comunità e di relazione, essere sola? Ebbene, la risposta a questa domanda chiama in causa alcuni dei principali fenomeni sociali di questi anni: la mobilità forzata per motivi di lavoro che di fatto sradica le famiglie dall’habitat dei rapporti amicali e familiari; lo stato di deprivazione materiale e psicologica connessa alla perdita del lavoro del capofamiglia; la desertificazione di reti solidali in quartieri particolarmente difficili; la malattia e la disabilità di un componente della famiglia che reclama tutte le energie del nucleo; la “distrazione” del tessuto istituzionale e la diminuzione di risorse pubbliche rispetto alle specifiche esigenze delle famiglie.

E così, la povertà di uno dei componenti del nucleo può trasferirsi sull’intera famiglia che, in carenza di interventi di sostegno, può avvertire un senso di solitudine e di abbandono.
3. La solitudine, la sofferenza maggiore.

Tante, come già accennato sopra, sono le difficoltà, i problemi, le patologie che affliggono le persone raggiunte dalla Caritas nelle loro case e che concorrono nel determinare il loro isolamento: patologie fisiche, disturbi mentali, invalidità e disabilità, penuria di mezzi economici, mancanza di parenti vicini, conflitti familiari, separazioni e divorzi, le distanze stesse della città che inibiscono relazioni parentali e amicali e vita sociale in generale. Sono ben 265 (oltre il 50%) su un totale di 523 cittadini presi in carico dal Servizio Aiuto alla persona della Caritas di Roma le persone che evidenziano una multiproblematicità.

Nel complesso, a Roma si riscontrano molti dei tratti dell’isolamento sociale connesso alla realtà metropolitana che si rilevano in altre parti del pianeta e, come molti autorevoli studiosi hanno sottolineato, tale condizione di solitudine prospetta rischi per la salute degli individui e per la salute dell’intera collettività. Credere che a questa pandemia di solitudine si possa mettere argine attraverso un farmaco o un’unica strategia è un’illusione. I ritmi delle nostre vite convulse ci impongono troppo spesso soluzioni sbrigative e contingenti. Forse “la nonnina” che vive isolata nella sua casa con la sola compagnia dei ricordi, più che di uno psichiatra, ha bisogno di persone amiche che sappiano accoglierla, sorriderle, guardarla negli occhi, abbracciarla. E, allo stesso modo, forse il giovane chiuso nella sua cameretta, ha bisogno di persone che sappiano fargli ritrovare fiducia in sé stesso, coraggio, sogni da realizzare, più che di un programma terapeutico.

Solo politiche sociali intelligenti, innovative e creative potranno compensare i disequilibri esistenziali che affliggono la convivenza contemporanea. Vanno messe in cantiere progettualità territoriali evolute che includano cittadini, volontari, operatori di quartiere: il progetto “Quartieri solidali” che la Caritas porta avanti da alcuni anni lega le componenti istituzionali, del privato sociale, del volontariato di territorio delle parrocchie con un’azione creativa che rimette al centro la Persona. Una sfida non da poco, ma affascinante che disegna con intelligenza e competenza umana (per dirla con il beato Paolo VI) i percorsi che faranno crescere la società.

LA FRAGILITÀ DELL’ANZIANO VISTA DALLE PARROCCHIE E DAI SERVIZI SOCIALI DEI COMUNI

La società contemporanea, caratterizzata da un basso indice di natalità e da un innalzamento progressivo della vita media, pone in primo piano il ruolo delle persone anziane nella vita sociale.
Gli anziani si trovano ad avere un numero di figli sempre più esiguo su cui fare affidamento e, quindi, riversano sulla collettività nuove domande sociali di sicurezza, tempo libero e cura. Nel contempo, dato l’allungamento dell’aspettativa di vita, è necessario intraprendere percorsi di valorizzazione di questa popolazione e di mobilitazione delle risorse di cui è portatrice.
In questo contesto la famiglia e la Comunità rimangono il punto di riferimento per la persona anziana, riferimento che non può e non deve essere sostituito da altri surrogati. La famiglia è il motore della vita relazionale, progettuale e soprattutto affettiva di una persona.
Ciò non di meno, molti anziani vivono nel loro quotidiano la solitudine, intesa non necessariamente dal punto di vista fisico (l’essere da solo e l’abitare da solo) ma soprattutto sotto l’aspetto relazionale.
É da questa constatazione che è nata la necessità di dare un profilo all’anziano “solo”, o meglio di capire se e quanto diffusa sia questa “solitudine” e come si declini nei vari contesti; per questo motivo sono stati individuati due punti di osservazione privilegiati: i Ministri straordinari della Comunione (che portano l’Eucarestia agli anziani in casa) e le Assistenti Sociali dei Comuni, interpellati attraverso un questionario.
Non si è inteso condurre una analisi epidemiologico-statistica sugli anziani, quanto piuttosto adottare un’ottica esplorativa ossia un tentativo, sicuramente originale, di mettere in evidenza alcune peculiarità del problema, per poi individuare e proporre delle concrete azioni di prossimità, in linea con lo stile che caratterizza l’agire Caritas.
La chiave di lettura è dunque “promozionale” : è un anziano Vivo quello che la comunità, la famiglia devono considerare, cambiando radicalmente il pensiero, abbandonando il binomio “anziano=assistenza” per passare al concetto di promozione della soggettività. Come persona l’anziano è infatti portatore di un valore intrinseco, nella famiglia, nella parrocchia, nella società.

La rilevazione cerca di trovare, nell’ambito territoriale della Diocesi vicentina, qualche risposta alle seguenti domande:
• L ’anziano oggi è una persona senza possibilità di relazionarsi con altri?
• É la persona insicura, che si chiude in casa perché ha paura?
• É la persona economicamente povera che però non ha il coraggio di dichiarare il suo stato?
• È la persona inferma?
• É il marito o la moglie di una persona allettata con problemi di demenza e/o problemi comportamentali?
L’obiettivo dell’indagine è pertanto di comprendere, descrivere e monitorare la fisionomia del bisogno per poter meglio tentare una promozione di aiuto e di vicinanza a queste persone. Per questo è duplice il target a cui ci si è rivolti: le parrocchie rappresentate dai Ministri dell’Eucarestia che, per la specificità del loro servizio, più di altri incontrano anziani in situazioni critiche; i Comuni, rappresentati dalle assistenti sociali, che per ruolo e competenza più di altri vengono a contatto diretto con le forme di disagio dell’anziano ed erogano servizi assistenziali.
Ciò non di meno, è opportuno evidenziare come il quadro che ne risulta sulle condizioni dell’anziano nella Dicesi non possa né debba ritenersi esaustivo e questo perché si fonda soltanto su due punti di osservazione. Le riflessioni che emergono dalla lettura di questi dati non possono che essere “parziali” ed andrebbero integrate con gli apporti di altri soggetti (istituzionali e non) che a vario titolo e con diverse competenze si occupano della presa in carico dell’anziano. Anche sotto il profilo informativo viene quindi ribadita l’importanza di costruire delle “reti”, in grado di mettere insieme, integrare e completare le rispettive prospettive di osservazione.

Rappresentatività del campione rispondente
Le parrocchie che compongono la Diocesi di Vicenza sono 354, di cui 144 hanno risposto al questionario1: il campione analizzato comprende quindi il 40,7% delle parrocchie totali per una copertura di popolazione2 pari al 52,7%.
Una potenziale variabile discriminante, che talora può incidere sulla descrizione delle condizioni di disagio degli anziani, è rappresentata dalla tipologia di zona altimetrica3 ossia se le parrocchie sono di pianura, collina, montagna. Pertanto è opportuno comparare la composizione delle parrocchie della diocesi con quelle rispondenti al questionario e valutare se il campione sotto questa dimensione possa ritenersi un’accurata rappresentazione dell’universo indagato.
La ripartizione che ne emerge appare significativa (Graf. 1), con una sensibile sovra-rappresentazione delle parrocchie di pianura: in altri termini ha risposto al questionario il 46,8% delle parrocchie di pianura, il 36% delle parrocchie di collina e il 31% delle parrocchie di montagna.
1 In Appendice viene proposto l’elenco delle parrocchie che hanno risposto al Questionario entro i tempi indicati e che, quindi, sono state considerate nella presente elaborazione.
2 La copertura è stata calcolata sul numero di parrocchiani dichiarati da ogni singola parrocchia (il totale della diocesi assomma a 876.703 unità, il totale campionato risulta invece pari a 462.439 unità).
3 La definizione è stata elaborata a partire dalle codifiche ISTAT.

Cosa dicono i risultati
2.2.1 A chi è rivolto il servizio dei Ministri dell’Eucarestia Dai questionari raccolti è possibile rilevare come il servizio sia rivolto ad un contingente di oltre 4.000 persone (Graf. 2), per la quasi totalità costituito da anziani (95,8%). È importante sottolineare come almeno il 18,4% delle persone intercettate viva da sola: questa percentuale si accresce notevolmente per le parrocchie montane (21,1%) e collinari (25%), mentre si riduce nelle parrocchie di pianura (14,7%).
Nel complesso, quindi, il Servizio riguarda circa l’1% dei parrocchiani.

Le condizioni di bisogno degli anziani intercettati
Tra gli anziani contattati dai Ministri il problema più diffuso è rappresentato dall’incapacità di uscire, che riguarda almeno due anziani su cinque (Graf. 3): questo aspetto è strettamente correlato alla infermità, ma talora può riguardare una impossibilità temporanea oppure indotta da una carenza di “mezzi” e/o di “supporti”. A questo proposito va però richiamato che il servizio offerto comporta di per sé un target (popolazione anziana intercettata) con caratteristiche “specifiche” quali proprio l’incapacità ad uscire (momentanea e non) e l’infermità.

Le fragilità psicologiche dell’anziano

La terza età si confronta con il problema della decadenza e della morte ed è spesso lasciata sola ad affrontare questi avversari con cui nessuno vuole avere a che fare. Il termine ” fragilità ” così usato nel linguaggio comune quando si parla di anziani viene da associarlo ancora più facilmente.

Cosa s’intende per anziano “fragile”?
Beh, sembra abbastanza intuitivo: “fragile” è qualcosa che si può rompere con molta facilità e che pertanto bisogna maneggiare con molta cura.
C’è scritto anche sui pacchi spediti per corrispondenza! Ebbene, parlando d’anziani, vale lo stesso concetto: “fragile” è un anziano che per un nonnulla si può ammalare, ovvero passare da uno stato di discreta autosufficienza ad una condizione di dipendenza, in una parola che può “peggiorare” molto in fretta lasciando spesso impreparati anche i familiari e lui stesso. Affrontando i problemi degli anziani, non si può non tener conto dell’interdipendenza delle fondamentali dimensioni della personalità umana: biologica, psicologica e sociale.
La precarietà della senescenza non deve essere considerata esclusivamente un fenomeno fisiologico, bensì una “condizione” influenzata anche agli stili di vita dell’anziano, alle condizioni ambientali in cui vive, alla sua personalità e tono dell’umore.
Il ruolo dei cambiamenti, della solitudine e dell’isolamento nell’anziano
Essere anziano, oltre che aver raggiunto una certa età, significa vivere grossi cambiamenti nei confronti dei ruoli all’interno della famiglia e della società, mutamenti nel proprio fisico e nello stato d’autonomia, paura della malattia e della morte. Il pensionamento rappresenta ad esempio un momento critico dell’esistenza e può essere vissuto in modo traumatico o non accettato. La stessa cosa vale per la sofferenza o per qualche condizione di dipendenza che può venirsi a creare verso gli altri o per le emozioni negative legate alla solitudine o per il mutamento per un lutto subito che lo porta a vivere una condizione diversa e più svantaggiata.
Interviene in questi aspetti il valore dell’aspetto psicologico dell’individuo che può aiutare a ridurre queste fragilità oppure ad appesantirle.
Socrate stesso, nel dialogo con Cefalo, il quale descrive la vecchiaia come causa di tutti i mali, ribatte che, al contrario, la causa non è la vecchiaia, tutt’al più il carattere dell’individuo.
La terza età si confronta con il problema della decadenza e della morte ed e spesso lasciata sola ad affrontare questi avversari con cui nessuno vuole avere a che fare. La nostra società favorisce particolarmente l’isolamento degli over 60, sia perché teme le due tematiche accennate, sia perché si basa sulla logica del consumo, della produzione e dell’efficienza. Tutti a un certo punto non saremo più efficienti, non produrremo più e perciò non potremo consumare molto e avere a sufficienza questo tipo di gratificazioni.
Il problema dei ruoli non si esaurisce tuttavia nell’ambito lavorativo e familiare, ma può allargarsi anche nel contesto sociale, dove viene meno identificato nella sua soggettività ed è in questa spersonalizzazione che anche i suoi disagi di fragilità si acuiscono ed estendono. Diviene, infatti, sempre più difficile per lui conservare il ruolo di amico, di conoscente, di appartenente ad associazione, di uomo di chiesa, di uomo che si dedica alla politica o di «cittadino». In queste difficoltà emerge spesso il dramma dell’anziano, la sua angoscia e la sua anomia.
Isolato rispetto alla società, rifiutato ed
escluso, l’anziano avverte che nessuno ha bisogno di lui; si sente inutile e tende quindi a rinchiudersi e ad isolarsi ancor più. È questo un modo per accentuare la situazione di disadattamento di cui egli è stato vittima per le condizioni estrinseche che abbiamo ricordato.
Troviamo in questi momenti l’accentuarsi nell’anziano di ricordi che gli consente di sfuggire al presente e di abbandonarsi alla rievocazione di un passato che gli appare migliore, soprattutto perché colma di quelle speranze che non erano state deluse.
Diviene diffidente e scontroso, e ciò ne aumenta l’isolamento; la solitudine facilita a sua volta il decadimento, soprattutto psichico. A volte esprime insicurezza o confusione, non sa esprimere desideri ed aspirazioni precisi, ha difficoltà a compiere
anche le scelte più banali.
Vogliamo infine accennare al problema della sessualità dell’anziano. Benché l’argomento sia notevolmente importante in quanto è spesso tra le cause del disadattamento all’età senile, ci limiteremo qui ad una considerazione: il pregiudizio conduce spesso anzitempo l’uomo e la donna ad una rinuncia all’attività sessuale. Ciò comporta un’altra fragilità psicologica, un abbassamento del livello di autostima e un aggravamento del senso di svalutazione globale.
Cosa fare per affrontare le fragilità psicologiche dell’anziano
Se, come abbiamo detto, l’isolamento e la solitudine possono rappresentare una delle fragilità da combattere lo cercheremo di fare riannodando i fili delle sue relazioni sociali, stimolando qualsiasi contatto con il mondo esterno, coinvolgendolo in attività con piccoli gruppi dalle gite all’attività motoria in palestra, alla frequenza nei circoli sociali. La gamma può essere infinita. Ci possono essere gli scambi culturali, i lavori ricreativi, artistici o artigianali, qualche blanda forma di “terapia occupazionale” con qualche impegno lavorativo. Tutto può aiutare.
Anche una corretta educazione, sia a livello sociale, sia individuale, a scopo preventivo, potrebbe aiutare ad eliminare i pregiudizi che gravano su tale fase di vita, oltre che consentire agli anziani di avere un loro spazio ed un ruolo socialmente attivo, secondo le loro possibilità e dei loro interessi. Si potrebbe invitare alla cura sia del proprio fisico, sia della propria mente, ma soprattutto potrebbe essere utile diffondere l’idea che la vecchiaia è una fase di vita, non necessariamente legata alla patologia e che rappresenta il naturale proseguimento di ciò che si era prima. È importante far vivere il concetto di cambiamento non come una limitazione ma una nuova possibilità per coltivare diversi interessi e passioni, così come per ri-scoprire quelli che, in passato, si erano accantonati. È il momento in cui, nonostante le indiscutibili difficoltà, si possono vivere nuove esperienze e costruire nuove relazioni con le persone ed affettive.

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