Gas rubato in Libia e rivenduto in Italia ed Europa: Stroncato traffico di idrocarburi, sei in manette

Una maxi operazione è stata portata avanti dalla Procura di Catania che Sta indagando su un traffico di petrolio che parte dalla Libia. Stando a quanto emerso, pare che alcune navi fantasma sarebbero utilizzate per caricare il Greggio destinato alle raffinerie nel nostro paese e ci sarebbero 9 arresti. Tra le persone arrestate ci sarebbe l’amministratore delegato della società MaxCom, Marco Porta. Alla base di tutto Ci sarebbe un affare gigantesco che coinvolge anche numerosi esponenti delle Milizie libiche dell’isis. In realtà non si tratta di una vera e propria sorpresa visto che nei mesi scorsi da guardia di finanza aveva denunciato la possibilità che le importazioni di petrolio da Zone sottoposte al controllo delle organizzazioni terroristiche potessero avere come terminali anche le principali raffinerie italiane.

Sostanzialmente il gasolio veniva rubato dai miliziani forse dell’Isis e  scordato ai porti libici, caricato sulle navi Per poi finire nel mercato europeo. E’ questo quanto venuto alla luce da un‘inchiesta coordinata dal Procuratore Carmelo Zuccaro il quale ha scoperto il traffico illegale che coinvolge come abbiamo detto anche il gruppo italiano e Sopra citato. Sono stati 9 gli arresti tra i quali figura Marco Porta amministratore delegato della maxcom bunker spa, il capo milizia libico Fahmi Mousa Saleem Ben Khalifa, il catanese Nicola Orazio Romeo, che secondo alcuni collaboratori di giustizia sarebbe legato alla famiglia mafiosa degli Ercolano e infine i maltesi Darren e Gordon Debono. Come già riferito, il gas libico veniva rubato dalla raffineria di Zawyia, a circa 40 km ad ovest di Tripoli e poi scortato da miliziani libici Armati Fino alla costa e caricato per essere trasportato in Sicilia dove era venduto con l’intermediazione di una società maltese al mercato italiano ed europeo.

Il gasolio veniva importato illecitamente dalla Libia ed era distribuita dalla Max.om in Sicilia e Campania grazie ad una rete di vendita composta da società cartiere che avevano sede a Catania e nel siracusano e depositi In alcune zone dell’isola. Con questo sistema le società riuscivano ad evadere l’IVA e i carichi di gasolio libico In un primo momento erano trasferiti nei depositi della Maxcom ad Augusta, Civitavecchia e Venezia dove il carburante lì per la quantità di zolfo presente, sarebbe stato utilizzato solo per le navi. Poi era sottoposto ad una serie di miscelazioni per trasformarlo in gasolio adatto alle autovetture.

L’obiettivo senza dubbio dell’associazione Criminal era quello di acquisire la disponibilità di un flusso continuo di Olimpico ad un prezzo ribassato rispetto alle quotazioni ufficiali garantendo alla società italiana acquirente un margine di profitto costante ed elevato. Dall’inchiesta è emerso che la frode perché è stata realizzata mediante una falsa documentazione attestante l’origine esaurita del gasolio Olimpico e poi la gestione del carburante da una delle società sussidiaria della National Oil Corporation la compagnia libica.

È stato stroncato un contrabbando di gasolio che dalla Libia portava il carburante fino a stazioni di servizio italiane e che probabilmente era gestito da affiliati all’Isis. Così ritiene il titolare dell’inchiesta, il Procuratore della Repubblica di Catania Carmelo Zuccaro, già noto per le sue indagini sulle Ong pro-migranti nel Mediterraneo. «Non possiamo escludere», ha detto il magistrato, «che parte dei proventi di questi traffici illeciti sia andata all’Isis, ma non ne abbiamo evidenza. L’unica cosa di cui abbiamo evidenza è che nel passato nei territori controllati da queste milizie dedite anche a questo contrabbando vi erano anche soggetti dell’Isis».

Zuccaro ha riferito i dettagli della cosiddetta operazione «Dirty oil», con cui la Guardia di Finanza ha concluso un anno di indagini arrestando sei persone (di cui tre ai domiciliari), e spiccando mandati contro tre latitanti. Si tratta di due maltesi, un libico e tre italiani, mentre i latitanti sono tre libici.
La loro organizzazione trafugava il gasolio dalla raffineria libica di Zawyia, 40 km a Ovest di Tripoli, imbarcandolo su natanti che lo trasportavano in Sicilia per conto della società Maxcom Bunker, la quale poi lo faceva miscelare ad altro gasolio in suoi serbatoi siti ad Augusta, ma anche a Civitavecchia e Venezia. Poi il carburante veniva smerciato a distributori compiacenti nel nostro paese, ma anche in Francia e Spagna.

Le fiamme gialle, dopo appostamenti e ricognizioni, hanno censito 30 viaggi via mare tramite i quali sono state portate in Italia almeno 82.000 tonnellate di carburante, da cui si desume che il valore totale all’acquisto si aggirasse sui 27 milioni di euro, rispetto ai 51 milioni di euro di mercato, se tutto fosse stato regolare. Fra gli indagati l’uomo chiave sarebbe Fahmi
Ben Khalifa, attualmente già nelle galere libiche per contrabbando. Come capo milizia locale copriva l’imbarco del gasolio su navi cisterna, anche pescherecci modificati, che poi arrivavano al largo di Malta, dove il carico veniva trasbordato su altre navi che lo sbarcavano in Italia per conto della Maxcom.

Al proposito, Zuccaro ha osservato: «Il traffico procura ai libici profitti ingenti e siccome una delle persone coinvolte, Khalifa, è a capo di una milizia in Libia, per esempio controlla la città di Zwara, noi abbiamo ragione di ritenere che sia uno degli “smuggler” più importanti e quindi uno degli autori dei traffici di clandestini». Fra gli altri indagati, l’amministratore di- Maxcom, Marco Porta, i maltesi Darren e Gordon Debono e il catanese Nicola Orazio Romeo. Sui documenti figurava che il gasolio era saudita, inoltre si evadeva l’Iva, togliendo all’erario 11 milioni di euro.

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