Giallo a Genova, fratello e sorella trovati morti di fame e sete in un alloggio della Caritas

È giallo ad Albaro, un quartiere di Genova, dove sono stati rinvenuti nella mattinata di ieri i cadaveri di due fratelli genovesi all’interno di una struttura di proprietà delle Opere pie e gestita dalla Caritas in via Parini.  Le vittime si chiamavano Franco e Renata Ricciardi lui di 60 anni e lei 68, i quali come già detto, sono stati ritrovati senza vita nella mattinata di ieri in un alloggio di Villa Cordano, una struttura di proprietà delle opere pie; secondo quanto emerso da una prima ricostruzione effettuata dal medico legale Marco Salvi sui corpi delle vittime, questi sarebbero morti da circa una settimana a causa di inedia.

Nello specifico sembra che la donna sia stata ritrovata sdraiata a letto, mentre il cadavere del fratello è stato ritrovato riverso sul pavimento;  il medico legale che ha effettuato le prime analisi ha escluso ferite esterne ed ancora pare che abbia constatato un’eccessiva magrezza dei due corpi che comunque erano già in avanzato stato di decomposizione. Avviate sin da subito le indagini per chiarire le cause della morte della coppia,  anche se soltanto l’autopsia potrà chiarire  ogni dubbio; intanto il pubblico ministero Federico Manotti ha aperto un fascicolo per omicidio colposo a carico di ignoti e ha disposto che venga eseguita l’autopsia e nei prossimi giorni il medico legale Marco Salvi dovrà procedere agli accertamenti.  Le cause della morte non sono ancora chiare, anche se l’aspetto dei corpi, trovati in camera da letto, lascia pensare che si siano lasciati morire di fame e di sete.

Ad ogni modo le indagini sono state delegate alla squadra mobile di Genova;  si dovrà accertare se sono coinvolti estranei e dunque dovrà essere accertato il Fatto se vi siano responsabilità di terzi per la morte dei due fratelli che dovevano essere seguiti e aiutati per le provviste alimentari. Durante la perquisizione effettuata all’interno dell’abitazione dove sono stati rinvenuti cadaveri, sono stati ritrovati un libretto postale con €15000, un portafogli con circa €400 ed un barattolo di proteine in polvere;  le forze dell’ordine hanno anche appurato che il frigorifero di casa fosse completamente vuoto.

Sono stati  alcuni operatori dell’ente assistenziale a trovare i cadaveri, ieri intorno alle 13; avevano provato a contattare telefonicamente i due che a inizio giugno avrebbero dovuto pagare l’affitto di casa, ma non si erano presentati all’appuntamento. I due fratelli vivevano in un appartamento di proprietà della Fondazione opere pie riunite,  ed erano seguiti dai servizi sociali territoriali dalla salute mentale e dai centri di ascolto, è questo quanto comunicato dalla Caritas Diocesana di Genova in una nota nella quale si legge: “I due fratelli erano stati accolti nell’appartamento perché, pur avendo alcuni risparmi da parte, abitavano in uno scantinato, condizione precaria segnalata dal parroco della zona durante la benedizione delle famiglie e per la quale si era resa urgente una nuova sistemazione”.

Mai avuto fame? Sicuramente ti sarà capitato di provare un vuoto allo stomaco subito dopo scuola, quel vuoto allo stomaco che una merenda avrebbe potuto riempire sino all’ora di cena. Tutti lo abbiamo provato. E tutti sappiamo cosa fare in questi casi. Si va in panetteria o si arriva sino all’alimentari all’angolo della strada o, più semplicemente, si chiede a mamma o papà qualcosa da mangiare. Ma sei mai stato davvero affamato senza poter far nulla per sfamarti? Sapere che il piatto è vuoto, non hai denaro e non puoi chiedere nulla ai tuoi genitori perché anche loro hanno fame come te? Probabilmente non ti è mai capitato. La maggior parte di noi non deve pensare a come e quando arrivare al prossimo pasto. Al massimo ci preoccupiamo di sapere se il cibo ci piacerà, se sarà abbastanza buono da soddisfare la nostra golosità. Eppure, più di 800 milioni di persone, nel mondo, sanno cosa significa andare a letto affamati. E, in media, 24.000 persone, prima che arrivi il mattino, muoiono per gli effetti della denutrizione.

LE CAUSE DELLA FAME Povertà, disastri naturali, guerre e conflitti Dal 1950, grazie al miglioramento delle tecniche agricole, il mondo produce abbastanza cibo per sfamare l’intera popolazione mondiale anche se essa è in crescita costante. Eppure milioni di persone soffrono la fame. Perché? La prima risposta che viene in mente è la povertà. La gente povera non ha denaro per comperare il cibo. Ma questo è solo un pezzo della verità. Cosa significa essere poveri? Non significa solo aver poco denaro o non averne affatto. Significa, anche, non sapere leggere né scrivere, non riuscire a trovare un lavoro decente per mantenere sé stessi e la propria famiglia. Significa chiedersi ogni giorno se ci sarà qualcosa da mangiare, sentirsi sempre deboli o ammalati perché il corpo non ha il giusto nutrimento né le vitamine e proteine essenziali.

La povertà significa non poter scegliere cosa fare della propria vita. Quando sei povero l’unica scelta che ti resta è cercare di sopravvivere Anche i disastri naturali provocano la fame. Uragani, inondazioni, terremoti sconvolgono un Paese e la vita della gente che, in queste calamità naturali, perde tutti i suoi averi: casa, abiti, automobile. Nei Paesi industrializzati (come Europa Occidentale, Usa, Giappone, ecc.) i governi adottano provvedimenti immediati per far fronte all’emergenza e aiutare la ricostruzione. E, in genere, la vita, dopo un tempo relativamente breve, torna alla normalità. Nei Paesi poveri, invece, persone che già hanno ben poco, perdono anche quello. Né i governi hanno spesso sufficienti risorse, capacità o esperienza per aiutarli. Così, dopo aver perso casa, lavoro e tutti i propri averi questi poveri, spesso, sono travolti dal caos. Anche la guerra e i conflitti hanno un ruolo importante spingendo la gente lontano dalla propria casa in cerca di un rifugio sicuro. E, in molti casi, queste persone non riescono a far ritorno prima di molti mesi, a volte, di alcuni anni. Immagina, tu e la tua famiglia, abbandonare precipitosamente la casa senza poter portare con voi nulla, neppure un cambio di vestiti, pur di mettere in salvo la vita. La vostra casa sarà ancora lì quando e se ritornerete?

CHI SFAMA GLI AFFAMATI? Il mondo sa chi sono e dove vivono le popolazioni affamate. Fortunatamente ci sono molte organizzazioni internazionali e gruppi di volontariato che soccorrono almeno una parte di queste popolazioni. La più importante di queste organizzazioni è il WFP, il Programma alimentare mondiale, l’agenzia delle Nazioni Unite in prima linea nella guerra contro la fame. Dalla sua fondazione, nel 1963, il WFP è intervenuto sia in situazioni di crisi acute – con carestie rese drammatiche dai conflitti bellici come in Congo, Timor Est e Sudan – sia per alleviare gli effetti della fame endemica (cioè, di una prolungata e costante sottoalimentazione e malnutrizione) in Paesi come il Kenya, il Tagikistan o il Perù. Nel 2000 il WFP ha soccorso 83 milioni di persone in oltre 80 Paesi, più di qualsiasi altra agenzia d’aiuti nel mondo. Eppure è solo una goccia nel mare delle persone affamate.

Dar da mangiare agli affamati: il costo di un pacchetto di caramelle Costa circa 700 lire o 0,36 Euro, meno del prezzo di un pacchetto di gomme o di caramelle, dar da mangiare per un giorno a chi ha fame. Il WFP riceve gran parte dei suoi finanziamenti dai governi ma ottiene anche contributi da gruppi privati, fondazioni e singole persone. I dieci principali donatori sono: Stati Uniti, Giappone, Unione Europea, Olanda, Gran Bretagna, Australia, Canada, Germania, Danimarca, Norvegia.

Le donazioni possono avvenire in denaro o in cibo. Se si tratta di denaro, il WFP può acquistare il cibo localmente nel Paese o nella regione che lo richiede. Questo riduce i costi di trasporto, stimola l’economia locale e rispetta le abitudini alimentari di una data popolazione. Dal momento in cui un governo eroga i fondi, possono servire dai tre ai quattro mesi prima che il cibo arrivi materialmente a chi ne ha bisogno. È il tempo necessario a spedire gli alimenti, spesso via mare, per poi caricarli su camion, aerei o altri mezzi di trasporto. Nei casi più gravi, il WFP è comunque, in grado di far arrivare il cibo a destinazione entro 48 ore.

Perché la Chiesa si interessa della grave emarginazione sociale?

“Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Queste parole di Gesù, che si trovano nel discorso escatologico presente nel Vangelo di Matteo, hanno spinto cristiani di ogni tempo a dedicarsi a quanti vivono in povertà ed emarginazione sociale. Lo stile della primissima comunità cristiana di Gerusalemme, sorta dopo la resurrezione di Cristo, seguendo gli insegnamenti di Gesù, viveva concretamente la solidarietà e la condivisione con i più poveri. L’evangelista Luca negli Atti degli Apostoli scrive: “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno”.

Questo stile di prossimità e condivisione ha spinto la stessa primissima comunità cristiana a istituire un nuovo ministero consistente nell’occuparsi delle mense per i più poveri: “In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola». Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani”.

Dalla prima comunità cristiana di Gerusalemme la Chiesa Cattolica ha continuato a impegnarsi nell’accoglienza e nella condivisione verso coloro che sono esclusi ed emarginati, solo per fare alcuni esempi: i malati, i disabili fisici o mentali, gli orfani. Questo impegno è stato presente nella storia della Chiesa anche nelle epoche più buie della storia del cristianesimo, basti ricordare i santi della carità che hanno accompagnato tutta la storia della Chiesa (alcuni esempi sono San Vincenzo De’ Paoli nel 1.500, il friulano San Luigi Scrosoppi nel secolo XIX o madre Teresa di Calcutta nell’epoca contemporanea), ma anche tutti gli ordini religiosi che nella storia hanno aiutato i poveri (per fare solo due esempi si ricordano l’attenzione verso i malati dei camilliani, o verso i disabili mentali dell’esperienza del Cottolengo).

Rileggendo la storia dell’impegno della Chiesa a fianco dei più emarginati si scopre che i volti dell’esclusione sociale a cui queste opere si rivolgono cambiano nei diversi momenti storici. San Camillo de Lellis fondò l’Ordine dei Ministri degli infermi alla fine del XVI secolo per aiutare gli ammalati, che vivevano abbandonati e in miseria. Il friulano padre Luigi Scrosoppi a metà Ottocento si interessa dalle povere ragazze che vivevano a Udine dando loro un’istruzione. Madre Teresa di Calcutta alla fine del ‘900 decide di dedicarsi a coloro che muoiono abbandonati per le strade dell’India. Riprendendo un’espressione di Papa Benedetto XVI nell’enciclica Deus Caritas Est, questi santi, che caratterizzano la storia della Chiesa, avevano “un cuore che vede”, perché i volti e le storie delle persone più povere che incrociavano nella loro vita diventavano per loro motivo di impegno per dare una risposta ai bisogni di coloro che vivevano in povertà in quel contesto storico e geografico. La loro vocazione era di cercare nella società le persone più emarginate, che in un’espressione evangelica si chiamano “gli ultimi tra gli ultimi”. Mons. Giuseppe Pasini scrive, parlando dello stile di operare della Caritas: “E’ importante riuscire a individuare, nelle varie aree di povertà e di disagio, le situazioni più gravi, giacché il Vangelo c’invita a fare la scelta preferenziale degli ultimi. I poveri non sono tutti alla pari”.

La Caritas in Italia nasce nel 1971 come frutto del Concilio Vaticano II e vuole proprio riprendere la lunga storia della Chiesa Cattolica italiana a fianco degli emarginati, non sostituendosi a tutte le opere di misericordia che la Chiesa già realizzava, ma avendo lo scopo di sensibilizzare le comunità cristiane e la società civile affinché fossero più attente e solidali alle persone più povere ed emarginate. “La Caritas Italiana è l’organismo pastorale costituito dalla Conferenza Episcopale Italiana, al fine di promuovere, anche in collaborazione con altri organismi, la testimonianza della carità della comunità ecclesiale italiana, in forme consone ai tempi e ai bisogni, in vista dello sviluppo integrale dell’uomo, della giustizia sociale e della pace, con particolare attenzione agli ultimi e con prevalente funzione pedagogica”. “La pedagogia della carità è perciò chiamata pedagogia dei fatti e consiste nell’aiutare la comunità a passare dalla conoscenza dei fatti esistenti (la povertà) a comportamenti solidali coerenti che costituiscano risposte vere al bisogno (fatti di solidarietà)”.

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