Rigopiano, i soccorsi come angeli salvano 10 sopravvissuti dopo 42 ore sotto la neve: speranze per altri dispersi

Dopo 72 ore sotto la neve nella giornata di ieri i Vigili del fuoco ed i soccorritori hanno estratto ben 10 persone dalla macerie dell‘hotel Rigopiano di Farindola. Ebbene si, quando la speranza sembrava ormai svanita, i soccorsi sono riusciti ad estrapolare ben 10 persone vive, di cui tre bambini che aggiungono alla moglie ed al figlio di Giampiero Parete, ovvero il primo superstite della valanga. Tra i bambini soccorsi vi è Edoardo Di Carlo di soli 10 anni, e Ludovica l’altra figlia di Parete, di sei anni. Intercettata la madre della bambina, Adriana ha pregato i soccorritori di andare nella stanza accanto, dove si trovava la bambina e di mettere prima lei in salvo.“Non ci credevamo più, non ci speravamo più”, ha detto la signora Adriana ai soccorritori.“Appena ci hanno visto erano felicissimi e non sono riuscite a parlare. Dagli occhi si capiva che erano sconvolti positivamente per averci visto”, ha raccontato il vice brigadiere del soccorso alpino della Guardia di finanza Marco Bini. Tra i superstiti ci sono anche i genitori di Edoardo, Sebastiano e Nadia di Loreto Aprutino, in provincia di Pescara.

“Ho provato a entrare dentro ma ho rischiato di rimanere intrappolato; allora mi sono aggrappato ad un ramo e sono riuscito a tornare verso la macchina”, ha raccontato nella giornata di ieri Giampiero che avendo visto l’hotel ricoperto di neve ha tentato disperatamente di entrare per trovare la moglie e i figli. Dopo tanta fatica e freddo, dopo due notti ed un giorno di ricerche senza sosta i soccorritori hanno sentito le prime voci ed hanno visto del fumo intorno a metà mattina di venerdì, cominciando a scavare. I vigili del fuoco sono riusciti a parlare con loro per diverso tempo e subito dopo è partita l’operazione per tirarli fuori.

“Probabilmente oltre ad accendere un fuoco avevano qualcosa da mangiare con loro. Mentre noi stavamo scavando questo varco loro ci sentivano. La speranza ora è quella di ritrovare altre persone in vita anche se non abbiamo avuto altri segnali o sentito rumori. È stato bellissimo il momento in cui li abbiamo trovati. Erano contentissimi e ci hanno abbracciato. La neve li ha protetti, assieme alla struttura dell’albergo. La neve come sappiamo a livello tecnico ti protegge molto”, ha raccontato il soccorritore della Guardia di Finanza Marco Bini. Riguardo le vittime, al momento sembra siano stati identificati Alessandro Giancaterino ovvero il fratello dell’ex sindaco di Farindola e capo cameriere del resort, ed ancora Gabriele D’Angelo il cameriere della struttura alberghiera. Una valanga dalle dimensioni gigantesche, molto probabilmente innescata dalle 4 scosse di terremoto registrate nella giornata di mercoledì, di magnitudo piuttosto importante ovvero 5,1 e 5,4 con epicentro nell’area dell’Aquilano ma avvertite in questo versante della regione abruzzese. Poco prima era stata diramata l’allerta valanga, classificata a 4 su una scala di 5.

stata ricomposta la famiglia di Giampiero Parete, il cuoco di 38 anni che alle 17.40 di mercoledì aveva dato l’allarme per la slavina che si era abbattuta sull’hotel Rigopiano, nelle montagne pescaresi. Della moglie Adriana e dei figli, Gianfìlippo di 7 anni e Ludovica di 6, l’uomo non ha saputo più niente fino a ieri, quando sono stati salvati. Degli altri sette sopravvissuti individuati, i primi a uscire dal bunker a quattro stelle sono gli altri bambini dispersi e finora creduti morti: Edoardo Di Carlo, di 10 anni, e Samuel Di Michelangelo, di 7, rimasti intrappolati sul finire di una vacanza con i loro genitori. «Non ci speravamo più», sono state le prime parole di Adriana Parete, ma dall’altra parte non si sono arresi mai, nonostante non ci fossero «segnali». Da sotto le macerie hanno fatto sentire la loro voce ai soccorritori anche Vincenzo Forti, Giorgia Calassi, Francesca Bronzi c Gianpaolo Matrone.

Le prime 40 ore dei soccorritori sono state un’estenuante c faticosissima corsa contro il tempo anche quando sembrava che di tempo non ce ne fosse più. Alla seconda notte, tutti hanno pensato che ormai le speranze fossero nulle. Ma i vigili del fuoco e il soccorso alpino hanno proseguito, scavando al gelo, a mani nude, e aprendosi varchi con i frullini. Niente di meccanico, lassù i mezzi pesanti non sono arrivati e le vibrazioni avrebbero potuto innescare nuove valanghe. Anche i cani hanno continuato a cercare. Alle 11.46, all’improvviso, un sussulto al cuore. C’è del fumo, può essere un incendio accidentale innescato da un fornello danneggiato, ma i cani iniziano ad abbaiare: respirano la vita, hanno colto quel segnale tanto a lungo cercato e la corsa contro il tempo è ripartita come un volano impazzito.

È quasi mezzogiorno quando i vigili del fuoco confermano di avere trovato dei superstiti e di averci parlato. «Mandateci l’elicottero per portarli giti e le coperte per scaldarli», dicono via radio alla centrale di coordinamento, e arriva in un attimo la risposta sperata: «Elicotteri del 118 e dei vigili del fuoco già in volo». Il primo a tornare a vedere la luce c Gianfìlippo: un ca- schetto nero, con felpa celeste e salopette nera da sci spunta dal cunicolo, un foro aperto dove una volta doveva esserci il tetto. Il bambino si tiene sulle proprie gambe, cammina fino alla barella adagiata a pochi passi e si lascia sdraiare dentro il sacco a pelo con le coperte termiche. È esausto. Tre mimi ti dopo è mamma Adriana a essere issata fiiori, ma la donna si volta, guarda giù e chiede ai soccorritori di andare a prendere sua figlia. «Ludovica è , era nella stanza accanto alla nostra. Salvatela, vi prego». Ma ac canto a quel solaio rimasto in piedi vicino alle cucine, non c’è nessuna stanza. Gianfìlippo e Adriana arrivano all’ospedale di Pescara, dove il giorno prima erano stati soccorsi quelli che sembravano essere gli unici superstiti di questa tragedia: il cuoco Giampiero Parete, 38 anni, salvo perché era uscito dal resort per andare a prendere in macchina una medicina alla moglie, c il manutentore deU’hotel, Fabio Salzetta, riuscito a sgattaiolare da una finestra subito dopo l’apocalisse di neve e ghiaccio.

In ospedale i coniugi Parete si stringono attorno a Gianfilippo, ma il pensiero va a Ludovica, che ha compiuto sei anni una settimana fa e come regalo di compleanno ha chiesto di vedere la neve. Un desiderio diventalo incubo, adesso che rimane intrappolata da sola, sotto terra, nell’oscurità. Intanto le ricerche a Farindola continuano, nel pomeriggio i vigili del fuoco individuano altri sopravvissuti. All’inizio sembrano le voci di una donna e dei suoi due figli, ma il dato non risponde alla lista dei dispersi. All’appello mancano ancora tre bambini, ma nessuno è imparentato tra loro. Due figli unici più Ludovica. Quando i soccorritori arrivano a loro con sorpresa e gioia si rendono conto che è proprio di loro che si tratta: dei tre bimbi dispersi, evidentemente rimasti uniti, e finalmente salvi. Ludovica raggiunge il resto della famiglia all’ospedale, dove Edoardo anticipa mamma Nadia e papà Sebastiano, che la sorella dell’imprenditore dà tra i miracolati pur non essendoci riscontri ufficiali. Anche Samuel arriva all’ospedale convinto che i genitori lo seguiranno a breve. Nel suo caso sono stati i soccorritori a dirglielo, infatti sarebbero loro le altre voci udite dai soccorritori: di Dino, poliziotto di 41 anni in servizio alle Volanti di Osi- mo (Ancona), e di Marina, che gestisce con passione un negozio di bomboniere.

Le emozioni si mischiano all’ospedale di Pescara. C’è la gioia della lenta processione dei sopravvissuti, tutti in buone condizioni, che arrivano alla spicciolata per essere portati in osservazione. Ma nelle stanze accanto sono riuniti anche i parenti che non sanno nulla e si logorano nell’incertezza: «Da 50 ore non sappiamo niente, se disperarci o festeggiare». Poco più in là c’è l’obitorio in cui hanno sfilato i parenti dei trentenni dispersi, finché sono stati riconosciuti i cadaveri di Alessandro Cianca tonno, capo cameriere e fratello dell’ex sindaco di Farindola, e di Gabriele D’Angelo, cameriere.

Ai piedi del Gran Sasso i soccorritori hanno scavato per tutta la notte. Dentro l’hotcl. abbattendo muri e spaccando vetri, ma anche nella neve che attraversando l’albergo ha trascinato fuori mobili e materassi, (ili oggetti sono stati trovati fino a 400 metri: forse anche qualche persona può essere stata travolta e sbalzata fuori dalla furia della slavina che si è abbattuta su Rigopiano a 300 chilometri orari.

Tra i dispersi ci sono Stefano Faniello c la fidanzata Francesca Bronzi (che però è riuscita a mettersi in contatto coni.soccorritori), 28 e 25 anni, alla loro prima vacanza insieme. I parrucchieri Luciano Caporale e Silvana Angelucci, 54 e 46 anni, finiti in questo inferno per avere allungato la vacanza di un giorno. Il pasticcere Giampaolo Matrone è riuscito a mettersi in contatto con i soccorritori da sotto le macerie ma nulla si sa della moglie infermiera del Gemelli di Roma, Valentina Licioni. I due hanno lasciato a casa una bimba di 5 anni. Facebook raccoglie le foto sulla neve di tutti questi ospiti felici, come Claudio Baldini e Sara Angelozzi, che a ogni scatto gioioso ringraziano gli amici che hanno regalato loro questa meravigliosa vacanza.

Salvati da unità cinofilo in cui lo Stato crede a metà. Perché non ha neppure la forza di mettere i soldi per comprare una pane di quei cani  solo l’ultimo dei paradossi di questa gl ande tragedia di neve c macerie che si è abbattuta sull’Abruzzo. E su un piccolo hotel di montagna che fino a lunedì pareva il paradiso dei turisti e da tre giorni è un inferno di neve c macerie. Abbiamo visti i volti dei superstiti. Abbiamo respirato le loro lacrime. Il piccolo Gianfilippo avvinghiato al collo del soccorritore, la mamma Adriana che piangeva e pregava «salvate mia figlia adesso, è nella stanza accanto», e come fai a non pregare Dio quando hai sbattuto contro una valanga assassina e sei riemerso. Ma di loro – i cani eroi e i valorosi vigili del fuoco che hanno scavato, cercato e sperato – chi avrà voglia di raccontare. E allora tocca a noi quella parentesi che alcune cronache ufficiali considerano un banale romanzo d’appendice. Ieri attorno al cumulo di neve e cemento che ancora imprigionava i superstiti dell’hotel Rigopiano c’erano otto unità cinefile (cane e padrone), 4 del Lazio, 3 della Toscana, una della Lombardia. Molte composte da femmine con bei nomi da favola, Fly e Fix, due border collie attentissimi, Zoe un magnifico molinois belga, e un pastore tedesco di nome Belle come il cane di Belle e Sebastian, anche lei amava la montagna e salvava i bambini dal fuoco.

Hanno cominciato a cercare e annusare dalle 9 di giovedì. Prima in una zona più ampia poi sempre più circoscritta. Per un attimo è parso tutto perduto e il bollettino dei sopralluoghi un macigno in più sopra l’hotel martoriato. «I cani non segnalano nulla», scrivevano le agenzie, i volti incollati agli schernii e la speranza che scivolava nei rivoli di ghiaccio e fango tracciati dalle pale dei soccorritori. Ma i cani non si sono abbattuti e i vigili nemmeno. Funziona così d’altronde: «I cani spaziano in libertà e appena percepiscono un odore umano si fermano, fissano il muso a terra e iniziano ad abbaiare», racconta un sindacalista del Conapo delle unità cinofile dei vigili del fuoco. E ieri di segnali così ce ne sono stati tanti e tutti buoni, al pari dell’odore acre di fumo che sprigionava da un camino acceso al momento della valanga e che i soccorritori hanno percepito appena hanno tagliato il tono dell’albergo. Gli uomini valorosi – vigili del fuoco ma anche del soccorso alpino – a calarsi e salvare vite, il tempo della fatica e quello dei sonisi. E i bravi cani lontani dai riflettori a godersi il meritato riposo c la giusta ricompensa.

Non crediate, mica è facile. «Magari la persona è distante dieci metri dal punto in cui si scava», spiega Fabrizio Cuneaz, direttore dell’unità cinofila del Cnsas, il corpo nazionale soccorso alpino e
speleologico a sua volta impegnato nelle zone martoriate «ma sono un aiuto fondamentale. Se non arrivano al contatto con la persona scavano e abbaiano e più scavano più l’odore diventa forte e vicina la gratificazione». Lavoratori indefessi e razze coraggiose che nulla temono, e lo zelo e la passione hanno impresso nel sangue. Ieri correvano nella neve, i musi che sono son isi e gli occhi senza ombre. Felici quando lavorano e hanno addosso l’adrenalina della scoperta, fiacchi e spenti quando il mondo si placa, che poi è il motto dei bravi soldati. Anche annusare può essere uno sforzo fisico immane davanti a una valanga così. «Non sentono, non vedono, concentrano tutto nell’olfatto», spiega Cuneaz e 20 minuti ad annusare speranze e ricostruire vite possono essere un dispendio di energia incredibile, «come per un uomo fare una respirazione bocca a bocca».

Non crediate. Senza loro a volte è impossibile. Il soccorso alpino per esempio dispone di un sistema di rilevazione di persone che si chiama Artva e trasmette c riceve le onde, ma se la vittima della valanga non la porta con sé – ed è naturale pensare che dei turisti in hotel non l’avessero – e la fine. I vigili del fuoco invece usano dei geofoni capaci di captare le onde che si propagano dal terreno quando cc un rumore, ma impotenti in assenza di quello. E in entrambi i casi intervengono i cani «che percepiscono la vita anche se è immobile e non c’è niente di più affidabile». Il paradosso – spiega il segretario del sindacato Conapo dei vigili del fuoco Antonio Brizzi «è che i cani sono acquistati e mantenuti a spese dei pompieri e ceduti in comodato d’uso al corpo nazionale dei vigili al momento del brevetto per poterli utilizzare in soccorso. Il corpo dei vigili rimborsa solo 600 curo l’anno per il cibo e 300 per le spese sanitarie. Ma è il personale che offre gratuitamente soccorso specialistico e di eccellenza a proprie spese e senza vedersi riconosciuta la specializzazione c sobbarcandosi il mantenimento dei cani». Eppure l’unità cinofila è importantissima per la riuscita dei soccorsi. «E i conduttori non percepiscono neanche un euro per questo». Sono solo 110 in Italia. Ma dovrebbero essere almeno 184. Se solo non fosse l’Italia degli eroi – uomini c animali – e della politica immobile.

IL MIRACOLO L’uomo che ha dato l’allarme riabbraccia moglie e figli

Gianfilippo scherza esalta sul letto dell’ospedale. Gli hanno detto che anche la sorellina di sei anni, Ludovica, è stata tirata fuori dalla trappola di ghiaccio e detriti. Ci sono riusciti un istante prima che il buio calasse c la neve diventasse più cattiva e ostinata del cemento armato. Lui, Gianfilippo Parete, di anni ne ha otto, li come gli altri tre bimbi ospiti dell’albergo maledetto, adesso potrà raccontare questa storia nera, per riuscire un giorno (forse) a riporla nell’angolo più nascosto della memoria. Perché si sa, sarà impossibile per lui come per gli altri piccolini portati in salvo dagli eroi della montagna, dimenticare l’inferno. Difficile dire che sono proprio i bambini i più deboli e vulnerabili. Perche anche il coraggio deve avere un ruolo dentro l’inferno.

L’inferno ma anche il miracolo, quello cominciato con papà Giampiero Parete che esce dal Rigopiano per andare a recuperare la medicina alla moglie Adriana, che aveva il mal di testa, H lui, il cuoco Parete a vedere l’Apocalisse scatenarsi alle sue spalle. F. ingoiarsi tutto. A cominciare dalla sua famiglia, che resta là sotto insieme con gli altri 35 tra villeggianti e personale dell’albergo.
È proprio Giampiero a dare l’allarme, a non essere creduto, a insistere e a implorare pubblicamente a Dio che il miracolo continuasse ancora. Così è stato (almeno per lui): la prima a vedere la luce è infatti sua moglie Adriana che viene tirata fuori prima di mezzogiorno, fra gli applausi della gente c le lacrime dei vigili del fuoco. Gli stessi pompieri che agli elicotteristi in volo, hanno gridato: «sono vivi, ci sono persone vive!». Avevano visto sottili scie di fumo alzarsi dalle macerie silenziose. Sarebbero stati loro: i superstiti a moltiplicare le fiammelle, sfruttando i piccoli incendi scatenati dal disastro.

L’ultima a essere tirata fuori, ieri poco prima di sera, è stata Ludovica (che era vicino a uno di quei deboli fuochi), l’hanno estratta a distanza di sei ore da quando mamma Adriana appena salvata ha detto: «Andate dalla mia bambina, è là nella stanza accanto a quella in cui mi avete trovato». Sei ore da quella supplica,quasi cinquanta da quando tutto è cominciato, sotto la scossa che ha fatto staccare la valanga che poi ha cominciato la sua corsa mortale trascinando e portando via tutto. Il bosco e le vite: quattro i morti accertati finora. Ci sono dieci superstiti, otto liberati dalle macerie e dal silenzio che è il preludio della fine. Vivi e in buone condizioni sotto arrivati all’ospedale di Pescara anche Sebastiano Di Carlo, la moglie Nadia Acconciamessa ed Edoardo, il figlio di 9 anni. Un altro ragazzino, ancora il coraggio, ancora il miracolo. All’appello mancano ancora in tanti, erano
in 35 nell’albergo abbandonato in cima al Gran Sasso che tremava. Dopo tanta fatica e freddo, dopo due notti e un giorno di ricerche senza sosta i soccorritori, ieri mattina alle 11, hanno sentito le prime voci: erano quelle dei bambini. A quell’ora è arrivato il primo contano: i vigili del fuoco sono riusciti a parlare più volte con loro, che sono gli altri eroi. È stato immediatamente chiesto l’invio di coperte termiche e liquidi c barelle. I soccorritori hanno continuato a lavorare e a scavare per tutta la notte. Non si può perdere un istante. Perché più il tempo passava, più si riduce la possibilità di trovare superstiti. «Lavoriamo in condizioni difficili, i cani fiutano odori ma dobbiamo scavare per oltre 4 o 5 metri prima di arrivare al terreno», racconta Matteo Gasparini responsabile del Soccorso alpino della Valdossola. Anche lui, come gli altri eroi, spera che chi è rimasto là sotto possa resistere al freddo c al dolore e alla paura. Perché può accadere che un miracolo riesca a continuare.

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