Ictus e dieta mediterranea accoppiata mortale?

Gli italiani sono ad elevato rischio ictus a causa della dieta mediterranea e dell’aspettativa di vita più alta.

Ictus, italiani più colpiti. Dieta Mediterranea e ICTUS, rischi e ipotesi Ictus: alta incidenza in Italia, quasi 200mila casi l’anno. Ictus tra cure, prevenzione, dieta mediterranea

Ictus, italiani più colpiti. Dieta Mediterranea e ICTUS, rischi e ipotesi – icutus e prevenzione ICTUS, italiani esposti ad elevato rischio? Nel mirino la dieta mediterranea? In Italia quasi 200mila casi all’anno di Ictus. Allarme, prevenzione, cura e ipotesi legate al rischio ictus.

Ictus, italiani più colpiti. Dieta Mediterranea e ICTUS, rischi e ipotesi – ictus terza causa di morte in italia

Quasi 200mila casi l’anno solo in Italia, di cui il 20% non sopravvive, e 50mila persone che devono convivere con gravi disabilità. Sono i numeri dell’Ictus, la terza causa di morte, la prima causa di disabilità nell’adulto e la seconda causa di demenza a livello mondiale. Malgrado in Italia, come negli altri paesi europei, il tasso di mortalità da ictus sia diminuito negli anni, il nostro Paese rimane tra i più a rischio ictus, come spiega Simona Giampaoli, del dipartimento Malattie cardiovascolari, dismetaboliche e dell’invecchiamento dell’Istituto Superiore di Sanita’. “L’Italia è un Paese ad elevato rischio di ictus – spiega l’esperta – sia per la sopravvivenza più elevata rispetto ad altri Paesi (l’Ictus colpisce in età più avanzata rispetto alla cardiopatia ischemica), sia per alcune caratteristiche comportamentali”.

Ictus, italiani più colpiti. Dieta Mediterranea e ICTUS, rischi e ipotesi – Le ipotesi sulla dieta mediterranea

Nel mirino paradossalmente, tra le cause ictus, la dieta mediterranea, che da sempre la medicina indica come un regime alimentare sano ed equilibrato. Una dieta però, sottolinea Giampaoli, “caratterizzata da un elevato consumo di sale, fattore non indifferente nello sviluppo di ipertensione arteriosa, di malattie cardio-cerebrovascolari, di patologie renali, di tumori del tubo digerente, di osteoporosi”. Inoltre alcune condizioni che si ritrovano più frequenti in età avanzata sono riconosciute come predittori dell’Ictus (per esempio, la fibrillazione atriale, l’ipertrofia ventricolare sinistra, lo spessore medio-intimale delle arterie, l’infarto del miocardio). Tutti fattori che è fondamentale conoscere, perché’ l’Ictus non è una condanna inevitabile: “La ricerca epidemiologica – conferma l’esperta – ha dimostrato che più del 50% degli eventi può essere prevenuto e, considerando le dimensioni epidemiologiche di questa patologia, l’impatto socio-economico e le sue conseguenze in termini di mortalità, disabilità e disturbi della capacità cognitiva, diventa fondamentale implementare azioni di prevenzione a livello di popolazione generale, sia sulle persone ad elevato rischio e su coloro che hanno già avuto un evento”.

Ictus, italiani più colpiti. Dieta Mediterranea e possibile rischio ICTUS? – come prevenire e curare l’ictus

Allora cosa fare? “Per coloro che già hanno avuto un evento cardiovascolare o soffrono di episodi di fibrillazione atriale esistono oggi terapie molto efficaci che permettono di vivere con una buona qualità di vita; tutti questi trattamenti però sono più efficaci e ci permettono di vivere meglio se accompagnati da stili di vita sani. E’ stato osservato ad esempio che persone che hanno episodi di fibrillazione atriale, durante i mesi estivi registrano meno episodi, così come durante i fine settimana. Un andamento che rispetta l’aumento del movimento: in estate, come durante i fine settimana si tende a svolgere più attività fisica che durante la stagione invernale”. I trattamenti farmacologici non rappresentano, dunque, una alternativa agli stili di vita ma devono essere sempre accompagnati da un cambiamento di abitudini che tenda verso quelli più sane: abolizione del fumo; riduzione del consumo di bevande alcoliche (non più di un bicchiere di vino al giorno); diminuzione del consumo di sale (facendo attenzione anche alla quantità contenuta negli alimenti preconfezionati) riduzione dei grassi animali e colesterolo, in particolare di carni, burro, panna, formaggi e uova.  Ma anche chi non ha mai avuto problemi di questa natura deve attenersi a semplici indicazioni: “L’attività fisica (nel senso di movimento quotidiano, camminata a passo svelto, andare in bicicletta, salire le scale a piedi) deve impegnare almeno 150 minuti a settimana, e nei bambini almeno 60 minuti al giorno; l’alimentazione deve essere varia e bilanciata con molta verdura e frutta, legumi, cereali integrali, pesce e poca carne, tutto in porzioni modeste”.

Ictus, italiani più colpiti. Dieta Mediterranea e possibile rischio ICTUS? – Il calcolo del rischio ictus

Perché’ Ictus e stili di vita camminano a braccetto, specie con il boom di sovrappeso e obesità di questi ultimi decenni: “L’Ictus, come gran parte delle malattie cronico-degenerative – spiega Giampaoli – riconosce una eziologia multifattoriale; è possibile valutare il proprio rischio di andare incontro a un evento cerebrale maggiore sulla base di otto fattori di rischio: età, sesso, pressione arteriosa sistolica, terapia antipertensiva, colesterolemia totale e HDL, abitudine al fumo e diabete. Esiste uno strumento, applicato in sanita’ pubblica, il punteggio individuale, che permette di sapere quante persone su 100 con le nostre stesse caratteristiche andranno incontro a un evento coronarico o cerebrovascolare maggiore nei prossimi 10 anni. Tuttavia, il punteggio individuale non permette di definire quali saranno queste persone”. Purtroppo le persone che adottano stili di vita sani “costituiscono un gruppo poco numeroso della popolazione generale (circa il 5-10%) e sono quelle che si ammalano di meno, hanno eventi meno gravi e dichiarano di avere una qualità di vita buona o eccellente in età avanzata”. Il fenomeno non è da sottovalutare: se è vero, come riporta il Global Burden of Disease, che i decessi causati da Ictus si sono ridotti negli ultimi 20 anni in tutti i paesi dell’Unione Europea, uno studio inglese realizzato dal King’s College di Londra prevede un aumento del 34 per cento dell’incidenza della patologia nei prossimi 20 anni (dai 613.148 nuovi casi all’anno nel 2015 agli 819.771 nel 2035), a causa del progressivo invecchiamento della popolazione.

Ictus, italiani più colpiti: i costi sociali dell’ictus

I costi collettivi dell’Ictus sono valutati nello studio in 3,7 miliardi di euro, il 4 per cento della spesa sanitaria nazionale. Un terzo è rappresentato dalle spese di trattamento nella fase acuta. Gli altri due terzi sono costi generati dalla disabilità. Ci sono poi gli oneri che cadono sulle spalle delle famiglie. “E’ fondamentale che in Italia si arrivi ad avere un protocollo uniforme da seguire per la riabilitazione di pazienti post-Ictus”, è l’appello lanciato da Nicoletta Reale, presidente di Alice Italia Onlus. “La riabilitazione deve iniziare fin dalla fase di ricovero per poi proseguire in modo continuativo, senza interruzioni e senza rigide limitazioni temporali, in strutture idonee e nei distretti sanitari territoriali”, sottolinea. Peccato che solo 6 regioni in Italia presentano percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali aggiornati e attivi per la riabilitazione di pazienti post-Ictus. Sono Valle d’Aosta, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna e Marche. Per le altre la strada è ancora lunga.

 Che cos’è un ictus?
Ictus è un termine latino che letteralmente significa “colpo” (in inglese “stroke”). In Medicina indica un danno cerebrale persistente, ad esordio acuto, dovuto a cause vascolari. L’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) lo definisce come l’improvvisa (ecco perché “ictus”) comparsa di segni e/o sintomi riferibili a deficit focale e/o globale (coma) delle funzioni cerebrali, di durata superiore alle 24 ore o ad esito infausto (è importante precisare che un intervento tempestivo può dare risultati insperati).
La caratteristica principale del disturbo è, dunque, la sua improvvisa insorgenza: una persona in pieno benessere può accusare, di colpo, sintomi tipici che possono essere transitori, restare costanti o anche peggiorare nelle ore successive. Talvolta è possibile che alcuni sintomi precedano l’ictus, ad esempio una cefalea intensa e improvvisa, anche se non sono assolutamente specifici.
Che cos’è un T.I.A.
Il T.I.A., abbreviazione di Attacco Ischemico Transitorio,
ha gli stessi sintomi di un ictus, ma i disturbi neurologici o oculari che lo caratterizzano durano soltanto poche ore o pochi minuti e, per definizione, la loro completa remissione avviene entro le 24 ore dall’esordio.
Un T.I.A. è un campanello d’allarme importante perché la sua manifestazione può precedere di qualche ora o giorno l’insorgenza di un ictus definitivo e quindi riconoscerlo tempestivamente può significare scoprire le cause e curarle per tempo.

L’ictus cerebrale in Italia rappresenta la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie; è la prima causa assoluta di disabilità.

Sempre in Italia ogni anno circa 200.000 persone vengono colpite da ictus cerebrale, di cui l’80% sono i nuovi casi e la restante parte è costituita dalle recidive. Il 75% dei casi di ictus colpisce le persone con più di 65 anni e circa 10.000 eventi capitano a chi ha meno di 55 anni. Ogni anno un medico di famiglia italiano ha almeno 4-7 pazienti che vengono colpiti da ictus cerebrale e deve seguirne almeno una ventina sopravvissuti con esiti invalidanti.

Il 10-20% delle persone colpite da ictus cerebrale per la prima volta muore entro un mese ed un altro 10% entro il primo anno. Fra le restanti circa un terzo sopravvive con un grado di disabilità elevato, tanto da renderle non autonome, un terzo circa presenta un grado di disabilità lieve o moderato che gli permette di tornare al proprio domicilio in modo parzialmente autonomo e un terzo, i più fortunati o comunque coloro che sono stati colpiti da un ictus in forma lieve, tornano totalmente autonomi al proprio domicilio.

Coloro che sopravvivono con una disabilità importante spesso richiedono l’istituzionalizzazione in reparti di lungodegenza o in residenze sanitarie assistenziali; alcune famiglie, ma non tutte se lo possono permettere, si organizzano per riaccogliere il parente a domicilio. Inutile dire che i costi sia a carico delle famiglie che del sistema sanitario nazionale sono elevatissimi. Si calcola che una persona colpita da ictus costi nella fase acuta di malattia circa 10.000 euro. L’invalidità permanente delle persone che superano la fase acuta della malattia determina negli anni successivi una spesa che si può stimare intorno ai 100.000 euro. Sotto l’aspetto psicologico, personale e familiare, poi, i costi non sono calcolabili: per tutti questi motivi, l’ictus rappresenta un vero e proprio problema sociale.

Ictus: a cosa è dovuto
Come detto, l’ictus è un danno dovuto a cause vascolari. Il cervello riceve il sangue da diverse arterie (vasi sanguigni che dal cuore portano sangue e ossigeno in tutto il corpo): anteriormente da due arterie chiamate carotidi (destra e sinistra)b e posteriormente dalle arterie vertebrali, che decorrono in entrambi i lati del collo. Il cervello, per lavorare in modo corretto, ha bisogno più di qualsiasi altro organo di un continuo apporto di ossigeno e di nutrimento tramite il sangue, del buon funzionamento dei vasi sanguigni e della normale contrazione del cuore. Il danno a questi vasi sanguigni può essere di due tipi:

il vaso si può occludere (per aterosclerosi, trombi, coaguli, ecc..) e in questo caso parliamo di ictus ischemico (che rappresenta circa il 75% dei casi)
il vaso può andare incontro a rottura (soprattutto per ipertensione, aneurismi, ecc…) e si parla di ictus emorragico (rappresenta il restante 25% circa).
Nelle forme ischemiche la parte di cervello che viene irrorata dal vaso occluso non viene più rifornita di sangue e ossigeno, fondamentali per consentire la sopravvivenza delle cellule cerebrali, che vanno quindi incontro a morte cellulare (necrosi) e quella zona di cervello perde la sua funzione, manifestando la sintomatologia dell’ictus (cecità, paralisi, vertigini ecc…, a seconda della zona di cervello che non riceve più sangue). Affinché si realizzi questa situazione è necessario che il periodo di ischemia sia prolungato e persistente, altrimenti se dura per poco tempo e successivamente si ha la ripresa totale delle funzioni cerebrali, si verifica quello che viene classificato come T.I.A.

Ictus: come si manifesta
Isintomi legati all’ictus sono diversi e dipendono dalla zona di cervello che è stata danneggiata. Di solito un ictus che colpisce un lato del cervello provoca difficoltà nella parte opposta del corpo.
Vi sono alcuni sintomi improvvisi che devono mettere in allarme il soggetto non appena li avverte.
Quali sono i sintomi dell’ictus?
non riuscire più a muovere (paralisi – plegia) o muovere con minor forza (paresi), un braccio o una gamba o entrambi gli arti di uno stesso lato del corpo; accorgersi di avere la bocca storta; rendersi conto di non sentire più, di sentire meno o in maniera diversa (formicolio), un braccio o una gamba o entrambi gli arti di uno stesso lato del corpo; non essere in grado di coordinare i movimenti e di stare in equilibrio;
far fatica a parlare sia perché non si articolano bene le parole (disartria) sia perché non si riescono a scegliere le parole giuste o perché non si comprende quanto viene riferito dalle persone intorno (afasia); non riuscire a vedere bene metà o una parte degli oggetti (emianopsia); essere colpiti da un violento mal di testa, diverso dal solito.

Quali sono i fattori di rischio
Con il termine “fattori di rischio” si intendono le condizioni personali o ambientali che predispongono ad ammalarsi e che aumentano quindi il verificarsi di questa grave patologia.

Alcuni fattori di rischio purtroppo non possono essere corretti:
– età: l’incidenza di ictus aumenta con l’età e dopo i 65 anni aumenta quasi esponenzialmente;
– familiarità: avere un parente diretto che è stato affetto da questa malattia comporta un rischio maggiore rispetto a chi ha familiarità negativa per ictus;
– sesso: quello maschile è lievemente più colpito, specie nelle fasce di età più giovani, in quanto le donne sono protette dagli ormoni sessuali almeno fino alla menopausa. Dopo i 65 anni l’incidenza è la stessa, mentre dopo gli 80 risulta maggiormente affetto dalla patologia il sesso femminile, soprattutto perché le donne vivono più a lungo e sono, perciò, più numerose.
Vi sono invece fattori di rischio che possono essere corretti con
comportamenti adeguati o specifici trattamenti farmacologici:
– ipertensione arteriosa: è il principale fattore di rischio sia per l’ictus ischemico sia per quello emorragico; si parla di ipertensione quando i valori della pressione si mantengono costantemente sopra i 140 di massima e gli 85 di minima;
– diabete mellito: si definisce quando i valori degli zuccheri nel sangue (glicemia a digiuno) superano i valori normali;
– ipercolesterolemia: livelli oltre la norma del colesterolo LDL (cattivo) e dei trigliceridi determinano l’incremento del rischio per ictus in proporzione all’aumento dei loro valori;
– fumo di sigaretta: aumenta di due – tre volte il rischio di ictus; dipende dal numero di sigarette fumate al giorno e dal numero di anni in cui si è fumato;
– cardiopatie: essendovi una stretta correlazione tra cervello e cuore, aritmie cardiache, in particolare la fibrillazione atriale, o anche la presenza di protesi valvolari, un recente infarto miocardico, un’endocardite infettiva o il forame ovale pervio, sono condizioni che aumentano il rischio di ictus, soprattutto ischemico;
– presenza di placche ateromasiche a livello dei grossi vasi del collo (stenosi carotidea);
– obesità (favorisce soprattutto l’insorgenza del diabete);
– ridotta attività fisica;

– emicrania;
– pillola estroprogestinica: sono a rischio le donne che la assumono e soffrono di emicrania e/o sono fumatrici;
– abuso di alcool: mentre una quantità moderata di vino, un bicchiere a pasto, può essere protettivo, l’eccesso di alcool causa l’effetto contrario, aumentando il rischio di ictus.

8) Come si può prevenire un ictus
L’ ictus si può prevenire e una quota non indifferente di casi (2 su 3) potrebbe essere evitata, seguendo alcune semplici norme di vita sana ed identificando i fattori di rischio individuali, modificandoli in misura personalizzata.
Almeno 2 volte l’anno è consigliabile misurarsi la pressione arteriosa in modo tale da svelare un’eventuale ipertensione arteriosa latente e misconosciuta.
Chi soffrisse già di ipertensione arteriosa
– deve attentamente monitorarne i valori per adeguare eventualmente la terapia;
– è consigliabile che effettui almeno 1 o 2 volte l’anno la misurazione della glicemia per rilevare un eventuale diabete latente o una semplice intolleranza ai carboidrati (stato che precede il diabete e che può essere corretto semplicemente con dieta e attività fisica).
Chi fosse già diabetico
– deve controllare spesso i valori glicemici e attenersi scrupolosamente alla dieta e alle terapie prescrittegli;
– è opportuno che smetta di fumare;
– è consigliabile che almeno 1 volta l’anno controlli i valori di colesterolo nel sangue. Se elevati dovrà seguire una dieta povera in grassi e, se necessario, assumere una terapia per ridurre i livelli di colesterolo.
Chi è affetto da cardiopatie, in particolare da fibrillazione atriale
– dovrà seguire una terapia antiaggregante o anticoagulante orale, per diluire il sangue e ridurre il rischio di ictus cerebrale embolico; in ogni caso andranno seguite periodiche visite di controllo cardiologiche ed eventualmente neurologiche;
– è consigliabile che svolga attività fisica almeno 2-3 volte alla settimana. Non è necessario che siano attività impegnative, è sufficiente camminare a passo sostenuto per almeno mezz’ora;
– è consigliabile alimentarsi in modo corretto scegliendo un’alimentazione non troppo ricca di grassi e di sale;
– è consigliabile che non ecceda con il consumo di alcolici. Un’alimentazione corretta ed un’attività fisica costante permettono di mantenere anche un adeguato peso corporeo. L’obesità è anch’essa, infatti, un fattore di rischio per l’ictus.
Fra i giovani, in particolare fra le donne, chi soffrisse di emicrania dovrebbe evitare di fumare e di assumere la pillola estroprogestinica, poiché, in questo modo, ridurrebbe significativamente il rischio di ictus cerebrale.

Almeno 1 o 2 volte l’anno è consigliabile recarsi dal proprio medico di famiglia e seguirne i consigli per effettuare una valida prevenzione primaria.
Chi ha già avuto un ictus cerebrale deve almeno 2 volte l’anno effettuare le visite di controllo programmate sia dal neurologo che da altri specialisti, come ad esempio il cardiologo, e deve eseguire gli esami strumentali di controllo che gli vengono richiesti (per es. Ecocolor Doppler dei vasi del collo, Doppler Transcranico, Ecocardiogramma).
9) Cosa fare quando si manifestano
i sintomi
L’ ictus è un’emergenza medica e quando ci si rende conto di avere uno dei sintomi sopra descritti, è importante recarsi immediatamente in Pronto Soccorso o meglio ancora chiamare il 118, che mette a disposizione personale qualificato, già in grado di effettuare una diagnosi e quindi di indirizzare negli ospedali dotati di reparti adeguati, attrezzati e competenti.
La diagnosi e le cure precoci possono evitare un aggravamento e le numerose complicanze che possono far seguito; contemporaneamente riescono a ridurre le conseguenze invalidanti.
10) Come si curano gli ictus
I risultati delle cure sulle persone colpite da questa patologia dipendono molto dal trattamento medico e, ancor più, dall’assistenza.
Gli obiettivi degli interventi terapeutici sono quelli di ridurre e migliorare la disabilità delle persone colpite da ictus, prevenire le complicanze e l’insorgenza di un nuovo ictus. Tali obiettivi possono essere raggiunti tramite il sostegno delle funzioni
tali, la mobilizzazione del paziente, stimolandolo ad essere il più possibile indipendente, e l’attenzione alle sue necessità assistenziali.
La riabilitazione inizia durante il periodo di ospedalizzazione, non appena è stata confermata la diagnosi e si sono stabilizzate le condizioni cliniche. Tanto più precocemente viene iniziata, migliori sono i risultati che solitamente si ottengono in termini di riduzione delle disabilità.
Poiché la persona colpita deve essere attentamente osservata durante le prime 24 – 48 ore, soprattutto con continua valutazione delle funzioni vitali e dei segni neurologici, anche per poter stabilire un programma di riabilitazione idoneo, è auspicabile che la stessa venga ricoverata in un Centro Ictus (“Stroke Unit”).
Centri Ictus o “Stroke Unit”
Questi reparti, altamente specializzati, ricevono unicamente la persona colpita da questa malattia. Gli aspetti qualificanti di queste Unità sono rappresentati da équipe multiprofessionale (medici, infermieri, fisioterapisti, assistente sociale,…) che si occupa prevalentemente dell’ictus, personale addetto solamente a quella patologia e continua formazione ed aggiornamento del personale attivo nella struttura.
Le risorse strutturali sono costituite dall’essere dotati di letti articolati, con materassini antidecubito e impianto per l’erogazione dei gas medicali. Sistemi di monitoraggio per la rilevazione delle funzioni vitali sono attivi 24 ore su 24 ed hanno l’obiettivo del controllo continuo della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, della saturazione arteriosa di ossigeno e della temperatura.
Essenziali sono la cooperazione medica multidisciplinare, in particolare quella neurologica, cardiologica e fisiatrica e la facilità di accedere a mezzi diagnostici, quali TC, Risonanza Magnetica (RM), Ecodoppler, laboratorio per gli esami ematochimici: il tutto al fine di mettere in atto le terapie più idonee in maniera professionale e tempestiva.

Oggi si celebra la giornata mondiale dell’ictus, una patologia di cui si conosce molto rispetto ai suoi determinanti e fattori di rischio. La ricerca epidemiologica ha dimostrato, spiega Simona Giampaoli – MD Dipartimento Malattie cardiovascolari, dismetaboliche e dell’invecchiamento (Iss) “che più del 50% degli eventi può essere prevenuto e, considerando le dimensioni epidemiologiche di questa patologia, l’impatto socio-economico e le sue conseguenze in termini di mortalità, disabilità e disturbi della capacità cognitiva, diventa fondamentale implementare azioni di prevenzione a livello di popolazione generale (sia sulle persone ad elevato rischio e su coloro che hanno già avuto un evento).

Gli ultimi dati di mortalità disponibili dal Rapporto Istisan 2014 riportano per gli uomini di tutte le età 22.488 decessi, con tasso standardizzato di 76,82 x 100.000 persone, e per le donne 34.520 decessi, con tasso standardizzato 63,44 x 100.000. Il tasso standardizzato permette di confrontare la mortalità tra uomini e donne ipotizzando la stessa distribuzione per età. Per questo motivo, sebbene in numeri assoluti la malattia cerebrovascolare produca più eventi nelle donne, perché più numerose in età avanzata, a parità di età gli uomini risultano più colpiti.

L’Italia è un Paese ad elevato rischio di ictus sia per la sopravvivenza più elevata rispetto ad altri Paesi (l’ictus colpisce in età più avanzata rispetto alla cardiopatia ischemica), sia per alcune caratteristiche comportamentali (la famosa dieta mediterranea, di cui sono stati dimostrati i benefici, è caratterizzata da un elevato consumo di sale, fattore non indifferente nello sviluppo di ipertensione arteriosa, di malattie cardio-cerebrovascolari, di patologie renali, di tumori del tubo digerente, di osteoporosi). Inoltre alcune condizioni che si ritrovano più frequenti in età avanzata sono riconosciute come predittori dell’ictus (per esempio, la fibrillazione atriale, l’ipertrofia ventricolare sinistra, lo spessore medio-intimale delle arterie, l’infarto del miocardio).

Allora cosa fare? Per coloro che già hanno avuto un evento cardiovascolare o soffrono di episodi di fibrillazione atriale – prosegue l’esperta – esistono oggi terapie molto efficaci che permettono di vivere con una buona qualità di vita; tutti questi trattamenti però sono più efficaci e ci permettono di vivere meglio se accompagnati da stili di vita sani. È stato osservato ad esempio che persone che hanno episodi di fibrillazione atriale, durante i mesi estivi registrano meno episodi, così come durante i fine settimana. Un andamento che rispetta l’aumento del movimento: in estate, come durante i fine settimana si tende a svolgere più attività fisica che durante la stagione invernale.

I trattamenti farmacologici non rappresentano, dunque, una alternativa agli stili di vita ma devono essere sempre accompagnati da un cambiamento di abitudini che tenda verso quelli più sane: abolizione del fumo; riduzione del consumo di bevande alcoliche (non più di un bicchiere di vino al giorno); diminuzione del consumo di sale (facendo attenzione anche alla quantità contenuta negli alimenti preconfezionati) riduzione dei grassi animali e colesterolo, in particolare di carni, burro, panna, formaggi e uova.

E per chi non ha mai avuto un evento? Valgono le stesse indicazioni: l’attività fisica (nel senso di movimento quotidiano, camminata a passo svelto, andare in bicicletta, salire le scale a piedi) deve impegnare almeno 150 minuti a settimana, e nei bambini almeno 60 minuti al giorno; l’alimentazione deve essere varia e bilanciata con molta verdura e frutta, legumi, cereali integrali, pesce e poca carne, tutto in porzioni modeste.

Notevoli sono stati i cambiamenti che si sono verificati negli ultimi 50 anni nella società moderna: l’industrializzazione, associata alla migrazione dalle aree rurali a quelle urbane; l’evoluzione verso attività lavorative con minore livello di attività fisica; la maggiore disponibilità di cibo con la conseguente modifica della proporzione dei vari nutrienti rispetto alle calorie totali (riduzione di proteine e grassi di origine vegetale associata a un incremento di proteine e grassi di origine animale, zuccheri semplici e conseguente riduzione della quantità di fibre e vitamine). Lo squilibrio derivato dalla eccessiva alimentazione e dal ridotto dispendio calorico ha portato al manifestarsi di condizioni e disturbi quali l’obesità, il diabete e a un aumento di malattie cardiovascolari e dei tumori.

Valutare in quale misura i vari cambiamenti alimentari abbiano influito sul piano nutrizionale come beneficio (allungamento della vita media e scomparsa di malnutrizione) e sul piano epidemiologico come costo (aumento dei fattori di rischio e delle malattie) è molto difficile. Obesità e sovrappeso oggi riguardano il 70% della popolazione adulta di 35-74 anni (gli obesi sono circa il 25%), l’inattività fisica il 40%. L’ictus, come gran parte delle malattie cronico-degenerative, riconosce una eziologia multifattoriale; è possibile valutare il proprio rischio di andare incontro a un evento cerebrale maggiore sulla base di otto fattori di rischio: età, sesso, pressione arteriosa sistolica, terapia antipertensiva, colesterolemia totale e HDL, abitudine al fumo e diabete.

Esiste uno strumento, applicato in sanità pubblica, il punteggio individuale, che permette di sapere quante persone su 100 con le nostre stesse caratteristiche andranno incontro a un evento coronarico o cerebrovascolare maggiore nei prossimi 10 anni. Tuttavia, il punteggio individuale non permette di definire quali saranno queste persone.

Per molti anni abbiamo studiato quali sono i danni derivati dai fattori di rischio e oggi, dopo aver osservato con studi longitudinali popolazioni molto ampie per molti anni, esiste la possibilità di capire i benefici che possono derivare dal mantenere bassi i livelli dei fattori di rischio modificabili (pressione arteriosa, colesterolemia totale, indice di massa corporea, e abitudine al fumo) nel corso della vita attraverso stili di vita salutari. Le persone che adottano stili di vita sani purtroppo costituiscono un gruppo poco numeroso della popolazione generale (circa il 5-10%) e sono quelle che si ammalano di meno, hanno eventi meno gravi e dichiarano di avere una qualità di vita buona o eccellente in età avanzata.

Dunque – conclude l’esperta – se si vuole ridurre il peso della disabilità, prevenire l’ictus e se si desidera avere una buona qualità di vita in età avanzata, è necessario che giorno per giorno si riscoprano i piaceri dello stile mediterraneo, dalla cucina all’attività fisica, dall’arte alla cultura. E qualsiasi età è buona per cominciare.

L’ischemia cerebrale e la mancanza di un adeguato afflusso di sangue al cervello, dovuta ad un restringimento progressivo o alla chiusura improvvisa di un vaso sanguigno. Se l’ostruzione non si risolve in tempi brevi, il tessuto cerebrale va incontro a sofferenza e può non essere in grado di svolgere le proprie funzioni. L’attacco ischemico può essere transitorio e risolversi spontaneamente, ma può anche essere il preavviso di un episodio più grave e non privo di conseguenze: l’ictus. Per questo motivo, la comparsa dei primi sintomi devono indurre a consultare immediatamente il medico.Ischemia cerebrale causata da un ridotto apporto vascolare. L’ostruzione di un vaso sanguigno può essere di tipo embolico o trombotico. Un embolo può arrivare in maniera improvvisa in zona da altre parti del corpo, viaggiando attraverso il flusso sanguigno. Un trombo si forma direttamente nel vaso interessato: restringe in modo graduale il lume del vaso sanguigno cerebrale, riducendo il flusso ematico

“L’Europa è il continente dove le cure per l’ictus raggiungono gli standard qualitativi più alti, ma in Italia purtroppo ad oggi non esiste una vera e propria strategia nazionale di politica sanitaria sull’Ictus e i cittadini non hanno pari accesso né alle informazioni sulla patologia né alle cure necessarie per prevenirla – afferma l’onorevole Aldo Patriciello, deputato al Parlamento europeo – La ricerca clinica degli ultimi 60 anni ha dimostrato che interventi di prevenzione e assistenza organizzata come le Stroke units possono ridurre in maniera significativa l’incidenza della malattia e migliorare la qualità della vita di coloro che ne sono colpiti e delle loro famiglie”.

Solo sei Regioni in Italia presentano Percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali aggiornati e attivi per la riabilitazione di pazienti post-ictus. Sono Valle d’Aosta, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna e Marche. Un paziente su tre soffre di disturbi del linguaggio e depressione. Unoccasione per fare il punto sulla patologia che rappresenta la prima causa di disabilità nelladulto e può determinare la più ampia gamma di deficit funzionali, che richiedono risposte riabilitative diverse in relazione alla gravità del danno cerebrale subito. Un terzo è rappresentato dalle spese di trattamento nella fase acuta. In Italia sono 600mila le persone che vengono colpite da malattie causate da trombosi o da embolia: di queste 200mila rimangono con gravissime disabilità, altrettante perdono la vita, e altrettante sopravvivono con il terrore che succeda di nuovo. Non solo paresi degli arti superiori e inferiori, ma anche gravi problemi neurologici e cognitivi che compromettono lautonomia della persona.

“È fondamentale che in Italia si arrivi ad avere un protocollo uniforme da seguire per la riabilitazione di pazienti post-ictus” sottolinea Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Onlus -. La riabilitazione deve iniziare fin dalla fase di ricovero per poi proseguire in modo continuativo, senza interruzioni e senza rigide limitazioni temporali, in strutture idonee e nei distretti sanitari territoriali.

I progressi ottenuti nel trattamento della fase acuta della patologia non fanno che accrescere l’importanza di affrontare gli aspetti di riabilitazione post-ictus, per molti versi anche complessi.

2 commenti

  1. caputo gennaro

    salve, sono un atleta fidal, non fumo non bevo alcol, nel nostro paese ci sono un milione di persone convive con la conseguenze invalidanti di un ictus. ciascun medico di medicina generale assiste dai 4 ai 7 pazienti colpiti dalla malattia. Ma i percorsi diagnostico- twerapeuticci assistenziali aggiornati e attivi per la riabilitazione pos-ictus dei pazienti colpiti la reabilitazione post-ictus in italia realizzato da A.L.I. ce italia onlus, a mio avviso prevenire è meglio che curare! amicvi e non è fondamentale che in italia si arrivi ad avere un protocollo uniforme da seguire per la reabilitazione dei pazienti post-icutus colpiti ci sono, quindi, sopravissuti con più bisogni di riabilitazione da ictus i quali è necesario un tempestivo ricovero in strutture di alta specialità adeguatamente attrezzate per la neuroriabilitazione dall’ictus e dei vari stadi finiscono per trasferirsi dell’obiettivo di restiyuire autonomia alla persona alla gestione della sua invalidità perenemente colpiti la svolta concreta è secondo la costituzione italiana l’art.32 comma 1 della costituzione della repubblica italiana: la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti ect. il diritto nelle perale e nella dignità che mette davanti a ogni cosa il futuro e il passato diverge il prsente legalità è rispettare le leggi e il prossimo senza pretendere nulla in cambio l’associazione dovrebbe essere sicoramente una condivisioni di pensieri ed esperienze, uno stare bene insieme avendo sempre rispetto l’uno dell’altro e dei rispettivi pensieri…Confidasndo al Signore le nostre imperfezioni nel mondo in cui viviamo ci fanno conoscere l’anima tua d’accordo devono coltivare il cammino del Signore auguri a tutti, gennaro caputo.

  2. Lo abbiamo già letto altrove. Ed è grave che si scriva di una associazione tra dieta mediterranea ed ictus. Una stupidaggine inventata dalla signora Giampaoli. Ed è ancora più grave che lo scriva una esponente dell’ISS. Ma chi l’ha autorizzata? E sulla base di quali documenti? L’ictus terza causa di morte in Italia? Lo sappiamo tutti. Ma che c’entra la dieta mediterranea? Lo sa questa avventata signora che l’ictus nel mondo è la seconda causa di morte? Come spiegare che qui in Itallia ci sono i primi fumatori giovani d’Europa. Per favore evitiamo gli allarmi. e soprattutto, il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore della Sanita selezionino meglio le persone autorizzate a parlare. E a scrivere sciocchezze. Aldo Primicerio. Direttore Quotidiano Medicina

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