Infezioni Killer in ospedale: uccidono il doppio degli incidenti stradali, infezione shock

Si stima che le infezioni batteriche contratte in ospedale mietano nel nostro paese sino a 7 mila vittime ogni anno. I decessi causati dagli incidenti stradali nello stesso arco di tempo sono poco meno di 3.500.

Le infezioni in ospedale farebbero più vittime degli incidenti stradali: è questo il dato drammatico che viene fuori da uno studio del 2015

Sono numeri choc quelli che vengono fuori da una raccolta dati del 2015: secondo questo studio le infezioni contratte in ospedale avrebbero provocato in quell’anno dai 4500 ai 7000 morti, contro le 3419 vittime degli incidenti stradali. Ma non solo. Oltre a questo dato preoccupante, ce n’è un altro altrettanto pesante: questa tipologia di problemi ha anche un impatto economico non indifferente per la sanità pubblica. Si stima infatti che per ogni infezione ospedaliera vengano spesi circa 10mila euro.

Francesco Saverio Mennini, Research Director Ceis Economic Evaluation and HTA, Università di Roma Tor Vergata, ha parlato di questo dato che ha personalmente analizzato: “La prospettiva del nostro studio è quella di mettere in luce quanto pesano, in termini di impatto economico diretto e indiretto le infezioni ospedaliere in Italia, sia dal punto di vista della Salute del paziente, sia della loro incidenza sul Ssn. Partendo dal presupposto che, come prova lo studio, le infezioni ospedaliere compaiano in circa 3 casi ogni 1.000 ricoveri acuti in regime ordinario, la loro valorizzazione mediante valutazione delle giornate aggiuntive per singolo Drg ha comportato una stima media annua di euro 69,1 milioni. Mentre la valorizzazione mediante Drg specifici (418 e 579) ha comportato una stima media annua di euro 21,8 milioni”.

Come si possono evitare le infezioni in ospedale? Prova a rispondere questo studio

Mennini continua parlando ancora dei risvolti che potrà avere questo studio:“La nostra indagine avrà anche sviluppi futuri andando ad includere i costi per le visite specialistiche ambulatoriali e per la spesa farmaceutica relativa ai pazienti dimessi dopo una infezione ospedaliera, ma il nostro vero auspicio è quello di realizzare un Osservatorio permanente sulle infezioni ospedaliere, in collaborazione anche con il ministero della Salute. Una struttura di controllo che possa monitorare annualmente il quadro nazionale, mettendo in luce quanto il criterio dell’appropriatezza, si pensi ad esempio in termini di ricoveri e di innovazione tecnologica, può fare per contenere il problema”.

In ospedale, specialmente in alcuni reparti, si fa un grande uso di antibiotici: è proprio in questi che si registra l’esistenza di microrganismi resistenti a quel farmaco che dovrebbe debellarli: si ritiene infatti che il 16 % di questa tipologia di infezioni sia causata da batteri resistenti. Tutt ciò rende ancora più complicato il processo di guarigione.

L’esperienza di altri paesi dimostra come l’avvio di sistemi di sorveglianza “passiva” a livello nazionale (notifica dei casi di infezione da parte del medico di reparto sulla base di una unica scheda), non rappresenti una scelta efficace: l’elevata proporzione di casi non notificati e la sua variabilità da ospedale a ospedale e fra diversi reparti all’interno dello stesso ospedale rende impossibile l’interpretazione dei dati raccolti. I sistemi di sorveglianza continua in ospedale si sono dunque generalmente basati sulla ricerca “attiva” dei casi da parte di figure responsabili della sorveglianza; la ricerca attiva consisteva nell’esame periodico di fonti informative diverse (cartella clinica, cartella infermieristica, ecc..) per identificare l’insorgenza di infezioni. Sono stati proposti e sperimentati numerosi sistemi di sorveglianza, che si differenziano fra di loro per esaustività delle informazioni raccolte, periodicità della rilevazione, grado di copertura delle diverse aree ospedaliere, fonti utilizzate per identificare l’insorgenza delle infezioni. Sulla base dei risultati ottenuti da tali studi, non sembra possibile delineare un modello di sorveglianza adattabile a tutti gli ospedali: le dimensioni di ciascun ospedale, il tipo di reparti presenti, l’esistenza o meno di un laboratorio autonomo di microbiologia e di un sistema di archiviazione automatica dei dati microbiologici, rappresentano alcuni degli aspetti da considerare nella scelta di quale sistema di sorveglianza sia preferibile adottare. E’ invece indispensabile che tutti gli ospedali adottino criteri omogenei per la definizione delle infezioni, allo scopo di rendere possibile il confronto dei dati ottenuti in ciascun ospedale. Si raccomanda quindi di adottare i seguenti criteri:

1. DEFINIZIONI GENERALI 1.1. Devono essere inclusi nella sorveglianza solo i pazienti con una infezione e non quelli semplicemente colonizzati. Per infezione, si intende la presenza di segni clinici locali o sistemici di infezione, accompagnati o meno dall’isolamento del microrganismo patogeno. Solo nel caso in cui vengano isolati microrganismi patogeni da tessuti o liquidi normalmente sterili (sangue, liquor cerebrospinale, ecc..), è possibile diagnosticare una infezione anche in assenza di segni clinici. Per colonizzazione si intende invece la persistenza di un microrganismo nei tessuti normalmente non sterili (cute, mucose, ecc…) in assenza di manifestazioni cliniche evidenti. La diagnosi di infezione si basa dunque generalmente sui dati clinici, in presenza o meno di dati di laboratorio, ad eccezione che nelle infezioni delle vie urinarie e nelle batteriemie, in cui è fondamentale l’accertamento microbiologico, il solo isolamento di microrganismi colonizzati o della normale flora batterica non deve essere considerato rilevante al fine del sistema di sorveglianza.

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