Istat: nel 40% delle famiglie il reddito principale è femminile

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È la fotografia dell’Italia scattata dall’Annuario statistico Istat, che dice addio alle vecchie definizioni di borghesia e classe operaia, spezzettate in più gruppi e per questo con forte perdita del senso di appartenenza.

IMPIEGATI E PENSIONATIL’Istat traccia poi una nuova mappa socio-economica dividendo l’Italia in nove gruppi in base al reddito, al titolo di studio, alla cittadinanza e non guardando così più solo alla professione, come nelle tradizionali classificazioni. Le famiglie a basso reddito di soli italiani sono 1,9 milioni per un totale di 8,3 milioni di persone: si tratta per di piu’ coppie con piu’ figli, con titolo di studio basso, un reddito familiare di circa il 30% in meno della media nazionale e sono per un terzo a rischio poverta’. Per l’Istat “la crescente complessità del mondo del lavoro attuale ha fatto aumentare le diversità non solo tra le professioni ma anche all’interno degli stessi ruoli professionali, acuendo le diseguaglianze tra classi sociali e all’interno di esse“.

PIÙ DISUGUAGLIANZE, LE CLASSI SOCIALI “ESPLODONO” – “La diseguaglianza sociale non è più solo la distanza tra le diverse classi, ma la composizione stessa delle classi”. Interi segmenti di popolazione non rientrano più nelle classiche partizioni: giovani con alto titolo di studio sono occupati in modo precario, stranieri di seconda generazione che non hanno il background culturale dei genitori, stranieri di prima generazione cui non viene riconosciuto il titolo di studio conseguito, una fetta sempre più grande di esclusi dal mondo del lavoro dovuta anche al progressivo invecchiamento della popolazione. Nel Rapporto annuale si legge inoltre che in Italia i Neet, acronimo inglese che sta per giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non studiano, sono scesi a 2,2 milioni nel 2016, con un’incidenza che passa al 24,3% dal 25,7% dell’anno precedente. Una geografia che dice anche altro, però: la classe dirigente risiede, per maggioranza assoluta, nelle aree altamente urbanizzate (51,6%), quelle dove i cambiamenti e i vantaggi arrivano prima, insieme, a famiglie dalle pensioni d’argento (39,3%) e quelle a basso reddito con stranieri.

Il terzo gruppo più numeroso (3,5 milioni di famiglie e 5,4 milioni di individui) è quello costituito in particolare da anziane sole e poi da giovani disoccupati con un rischio povertàche interessa 4 famiglie su 10.

Persiste il dualismo territoriale del Paese: nel Mezzogiorno sono più presenti gruppi sociali con profili meno agiati, al Centro-nord gruppi sociali a medio o alto reddito, anche se le famiglie a basso reddito con stranieri, per scelte lavorative e minori legami territoriali, risultano prevalentemente collocate nelle zone settentrionali del Paese.

Infine la classe dirigente (l’Istat ha prudentemente evitato di usare il termine “élite”): ha un reddito del 70% superiore alla media e detiene il 12,2% del reddito totale. Secondo l’Istituto “la classe media impiegatizia è invece ben rappresentabile nella società italiana, ricadendo per l’83,5% nelle “famiglie di impiegati”. D’altra parte, sottolinea l’Istat, “la capacità redistributiva dell’intervento pubblico è in Italia tra le più basse d’Europa”. La collettività rumena è di gran lunga la più numerosa (quasi il 23% degli stranieri in Italia); seguono i cittadini albanesi (9,3%) e quelli marocchini (8,7%). “Malgrado una maggiore partecipazione al sistema di istruzione delle nuove generazioni dei gruppi svantaggiati rispetto a quelle più anziane, le differenze sono ancora significative”, fa notare l’Istat. E negli ultimi otto anni, sono aumentati. Un milione e centomila persone tra i 18 e i 34 anni non ci sono più mentre gli ultra 65enni sono arrivati al 22%.

LE CASALINGHE – Le casalinghe “con il loro lavoro producono beni e servizi per 49 ore a settimana“.

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