La cannabis ad uso medico sarà nelle farmacie a carico del Servizio Sanitario Nazionale

La cannabis a uso medico sarà distribuita dalle farmacie, potrà essere prodotta da più istituti (non solo lo stabilimento militare di Firenze), e le preparazioni prescritte dal medico per la terapia contro il dolore siano a carico del servizio sanitario nazionale. Le misure sono state inserite nel decreto legge collegato alla manovra, nel corso dell’esame in commissione Bilancio.
La norma sulla produzione e trasformazione della cannabis a uso medico, spiega il relatore Silvio Lai (Pd), trasforma in legge il percorso intrapreso dai ministeri della Salute e della Difesa, per ”garantire la disponibilità in Italia della sostanza ad uso terapeutico già prodotta a Firenze dallo stabilimento chimico-farmaceutico militare“.


Questa misura – spiega Lai – non incide sul bilancio del fondo sanitario nazionale, in quanto il costo complessivo di 2,3 milioni di euro viene a carico dei fondi di riserva del Mef”. Nel dibattito in commissione, attraverso emendamenti di Pd, M5s e Mdp, ”la norma è stata ulteriormente integrata per ottenere numerosi obiettivi”. Con due emendanti Pd-Mdp si è autorizzato il ministero della Salute a ”estendere ad altri enti e imprese la possibilità di trasformazione e coltivazione di ulteriori quote di cannabis ad uso medico, secondo le procedure già previste dallo stabilimento militare di Firenze”.
Questi enti e imprese, ulteriormente autorizzati, ”hanno l’obbligo di operare secondo le good agricoltural and connecting practices (Gatp)”, spiega il relatore. Sono poi stati approvati due emendamenti del M5s che dispongono l’aggiornamento periodico del personale medico, sanitario e socio-sanitario sulle potenzialità terapeutiche della cannabis per uso medico, in particolare sul trattamento del dolore. Inoltre viene stabilito lo sviluppo di nuove preparazioni a base di cannabis per la distribuzione nelle farmacie, dietro ricetta medica non ripetibile. Infine si stabilisce che le preparazioni prescritte dal medico per la terapia contro il dolore siano a carico del servizio sanitario nazionale.

La marijuana – in inglese spesso chiamata “pot”, “grass”, “weed”, “mary jane” o “mj” – è una miscela verdastrogrigia di foglie, gambi, semi e fiori di canapa Cannabis sativa essiccati e tagliuzzati. La maggior parte dei consumatori fuma marijuana sotto forma di sigarette fatte a mano, chiamate anche “joints” (spinelli), altri usano pipe o pipe d’acqua (“bongs”). Si sono diffusi anche i sigari di marijuana (“blunts”) realizzati sostituendo il tabacco con la marijuana spesso mescolata ad altre droghe come crack o cocaina. La marijuana viene usata anche per preparare il the e a volte come ingrediente nei cibi. Il principale principio attivo nella marijuana è il delta-9- tetraidrocannabinolo (THC) responsabile degli effetti psicoattivi della droga. L’ammontare di THC (che è anche il principio psicoattivo dell’hashish) determina la potenza e, perciò, gli effetti della marijuana. Tra il 1980 ed il 1997, la THC è aumentata nella marijuana disponibile negli Stati Uniti. Qual’è l’entità dell’uso/abuso di marijuana negli Stati Uniti? ( conetrazione drammaticamente concentrazione di La marijuana è la sostanza illegale più comunemente usata negli Stati Uniti. Nel 2004, 14,6 milioni di Americani di 12 anni e più avevano utilizzato marijuana almeno una volta nella vita. Nello stesso anno circa 6000 persone al giorno hanno pari a 2,1 milioni di Americani. Di questi, il 63,8% era minorenne. Nella seconda metà del 2003 la marijuana era la terza sostanza usata e menzionata (12,6%) più di frequente al pronto soccorso, dopo la cocaina (20%) e l’alcol (48,7%). Tra il 2003 e il 2004 la prevalenza d’uso nel corso della vita, nell’ultimo anno e nell’ultimo mese è rimasta stabile tra i giovani di 15 – 17 anni. Si assiste invece ad una diminuzione significativa dell’uso nell’ultimo mese tra i 13enni, e un notevole aumento della percezione di nocività della marijuana, fumata una o due volte e regolarmente. La tendenza alla utilizzato marijuana per la prima volta, disapprovazione dell’uso di marijuana (una o due volte, occasionalmente) è aumentata anche tra i 13enni e i 15enni.

Come agisce la marijuana sul cervello? Quando la marijuana viene fumata, il suo principio attivo (THC) passa rapidamente dai polmoni a tutto il corpo incluso il cervello, attraverso il flusso sanguigno. Nel cervello, il THC si lega a siti specifici chiamati recettori de cannabinoidi situati sulle cellule nervose ed esercita un’influenza sulla loro funzione. I recettori dei cannabinoidi si trovano soprattutto nelle zone del cervello che regolano il movimento, la coordinazione, l’apprendimento e la memoria, e le funzioni cognitive complesse come il giudizio e il piacere.

Quali sono gli effetti acuti derivanti dall’uso di marijuana? Gli effetti della marijuana si manifestano subito dopo l’ingresso della droga nel cervello e durano da una a tre ore. Se la marijuana viene assunta attraverso il cibo o le bevande, gli effetti a breve termine si manifestano più lentamente, di solito dopo mezz’ora o un’ora, e durano di più, anche fino a 4 ore. Fumare marijuana porta ad un rilascio di THC nel sangue di gran lunga maggiore rispetto all’assunzione attraverso cibo o bevande. Pochi minuti dopo l’inalazione del fumo di marijuana, il cuore comincia a battere più rapidamente, le vie bronchiali si rilassano e si dilatano e i vasi sanguigni negli occhi si espandono facendoli arrossire. Il battito cardiaco, normalmente 70/80 battiti al minuto, può avere un aumento di 20/50 battiti al minuto o, in altri casi, può perfino raddoppiare. Quest’effetto può aumentare se con la marijuana vengono assunte altre droghe. Come quasi tutte le droghe, quando il THC entra nel cervello produce immediatamente euforia agendo sul sistema di gratificazione e stimolando così il rilascio di dopamina. Un consumatore di marijuana può provare delle sensazioni piacevoli, i colori e i suoni possono sembrare più intensi e il tempo sembra passare più lentamente. Si ha una mancata salivazione e improvvisamente ci si può sentire molto affamati e assetati. Le mani possono tremare o diventare fredde. Dopo la fase iniziale, l’euforia passa e possono verificarsi sonnolenza o depressione. Qualche volta, l’uso della marijuana provoca ansia, paura, diffidenza nei confronti degli altri o panico.

Secondo uno studio condotto dalla “National Highway Traffic Safety Association” (Associazione nazionale per la sicurezza stradale, ndt.), una dose modesta di marijuana da sola può influire negativamente sulla capacità di guidare; tuttavia, gli effetti di una dose bassa di droga assunta in combinazione con alcol sono decisamente più forti rispetto ad un’assunzione di sola marijuana o di solo alcol. Gli indici misurati relativi alla capacità di guidare includevano il tempo di reazione, la frequenza di ricerca visuale (dove il conducente controlla le strade laterali), e l’abilità di percepire e/o rispondere a variazioni nella velocità di altri veicoli. I consumatori che hanno assunto dosi elevate di marijuana possono provare psicosi tossica acuta con la presenza di allucinazioni, illusioni e depersonalizzazione (perdita del senso d’identità personale). Anche se le cause specifiche di questi sintomi rimangono ignote, sembra che si manifestino più frequentemente quando un’alta dose di cannabis viene assunta con il cibo o nelle bevande anziché fumata in uno spinello.

Qual è l’effetto dell’uso di marijuana sulla salute fisica?

La marijuana favorisce potenzialmente lo sviluppo del cancro ai polmoni e in altre parti del tratto respiratorio perché contiene agenti irritanti e cancerogeni. Il fumo di marijuana, infatti, contiene dal 50 al 70% di idrocarburi cancerogeni in più rispetto al fumo di tabacco. Inoltre, produce alti livelli di un enzima che trasforma certi idrocarburi nella loro forma cancerogena. Questi livelli possono accelerare le variazioni che alla fine producono cellule maligne. Di solito i consumatori di marijuana aspirano più profondamente e trattengono il respiro più a lungo rispetto ai fumatori di tabacco; questo aumenta l’esposizione dei polmoni al fumo cancerogeno. Questi fatti suggeriscono che, a parità di sigarette, il fumatore di marijuana è più soggetto al rischio di un cancro rispetto al fumatore di solo tabacco. Ci possono essere effetti avversi per la salute provocati da marijuana dovuti al fatto che il THC danneggia la capacità del sistema immunitario di combattere le malattie infettive e il cancro. Esperimenti di laboratorio che hanno esposto cellule di animali e cellule umane a THC e ad altre sostanze contenute nella marijuana, hanno dimostrato che in molti tipi di cellule immunitarie le normali reazioni di prevenzione di una malattia si inibiscono. Altri studi sui topi esposti a THC, o sostanze simili, hanno rivelato che questi animali avevano una maggiore probabilità di sviluppare infezioni batteriche e tumori rispetto a topi non esposti. Uno studio ha indicato che il rischio che una persona subisca un infarto cardiaco entro la prima ora dopo aver fumato marijuana è quattro volte più alto del rischio normale per quel soggetto. I ricercatori hanno ipotizzato che questo può essere in parte dovuto al fatto che la marijuana alza la pressione sanguigna e il battito cardiaco e riduce la capacità del sangue di distribuire ossigeno.

Marijuana, memoria e ippocampo Il danno che la marijuana provoca alla memoria a breve termine sembra essere dovuto al fatto che il THC altera il modo in cui l’ippocampo (una delle aree del cervello responsabile della memoria) elabora le informazioni. Ratti di laboratorio ai quali è stato somministrato THC hanno mostrato una ridotta abilità di eseguire compiti che richiedevano l’uso della memoria a breve termine analoga a quella mostrata da altri ratti ai quali sono state distrutte le cellule nervose dell’ippocampo. I ratti trattati con THC avevano inoltre una maggiore difficoltà con i compiti al momento di massima interferenza della droga con il normale funzionamento delle cellule dell’ippocampo. Man mano che le persone invecchiano, normalmente perdono neuroni nell’ippocampo e diminuisce così la loro abilità di ricordare eventi. L’esposizione cronica a THC può accelerare la perdita di neuroni dell’ippocampo che avviene normalmente con l’invecchiamento. In una serie di studi, ratti esposti a THC ogni giorno per 8 mesi (approssimativamente il 30% della loro aspettativa di vita), esaminati a 11 o 12 mesi di età, presentavano una perdita di cellule nervose equivalente ad animali con il doppio della loro età.

Le sostanze simili al THC che si trovano naturalmente nell’organismo Gli effetti del THC sul nostro organismo sono dovuti in gran parte alla sua somiglianza con una famiglia di sostanze chimiche naturali simili alla Cannabis, i cannabinoidi endogeni. La forma della molecola di THC, così simile a quella dei cannabinoidi endogeni, le permette di interagire sulle cellule nervose con gli stessi recettori con cui i cannabinoidi endogeni interagiscono, influenzando quindi molti degli stessi processi. La ricerca ha dimostrato che i cannabinoidi endogeni aiutano a controllare una vasta gamma di processi mentali e fisici nel cervello e in tutto il corpo, inclusa la memoria, la percezione, la coordinazione motoria di precisione, le sensazioni di dolore, l’immunità alle malattie e la riproduzione. Quando si fuma marijuana, il THC stimola eccessivamente i recettori dei cannabinoidi portando ad una disgregazione del controllo normale dei cannabinoidi endogeni. Questa stimolazione eccessiva produce l’ebbrezza provata dai fumatori di marijuana. Col tempo, il THC può degradare i recettori dei cannabinoidi, ed è possibile che produca effetti avversi permanenti e contribuisca a una dipendenza con il rischio di crisi di astinenza.

Quali sono le conseguenze dell’utilizzo di marijuana sul rendimento scolastico, lavorativo e nella vita sociale? Gli studenti che fumano marijuana ottengono voti più bassi e hanno meno probabilità di diplomarsi rispetto ai loro compagni di classe che non fumano. I lavoratori che fumano marijuana sono più inclini ad avere problemi sul lavoro rispetto ai colleghi che non fumano. Molti studi hanno associato l’abitudine di alcuni lavoratori a fumare marijuana con le assenze, i ritardi, gli incidenti, le lamentele per la retribuzione e il cambio frequente di lavoro. In uno studio comparato i ricercatori hanno sottoposto studenti, fumatori e non fumatori di marijuana, a prove standardizzate di abilità verbali e matematiche. I punteggi risultavano significativamente più bassi nei fumatori rispetto ai non fumatori. Uno studio sui lavoratori ha riscontrato che coloro che fumavano marijuana (sul posto di lavoro o fuori dall’orario di lavoro) mostravano con maggiore frequenza “comportamenti di abbandono”: – lasciavano il lavoro senza permesso, sognavano ad occhi aperti, utilizzavano l’orario di lavoro per questioni personali ed evitavano di portare a termine i propri compiti – il che influiva negativamente sulla produttività. Depressione, ansia e disturbi della personalità sono tutti associati all’uso di marijuana. La letteratura dimostra chiaramente che l’uso di marijuana causa potenzialmente problemi nella vita quotidiana o peggiora problemi personali già esistenti. Accertato che la marijuana compromette l’abilità di imparare e ricordare informazioni, più se ne fa uso, più si è soggetti a rimanere indietro nelle abilità intellettuali, lavorative e sociali. La ricerca ha, inoltre, dimostrato che l’effetto negativo dell’uso di marijuana sulla memoria e sull’apprendimento può protrarsi per giorni o per settimane dopo la fine degli effetti acuti dell’uso della droga.

Il suo primo scritto,uscito nel 1968,e poi il libro Marijuana Reconsidered riflettevano le sue scoperte: a confronto con altre sostanze psicoattive e anche con altri farmaci moderni considerati sicuri, quali l’aspirina, la canapa è una sostanza assai più sicura. Queste conclusioni fecero scalpore, naturalmente nell’America culla del proibizionismo: ma come, un docente di Harvard, un’autorità indiscussa in campo scientifico osava sostenere che la canapa era meno pericolosa dell’alcol e del tabacco? Se pensiamo che la stessa tesi, sostenuta trent’anni dopo dall’accademico di Francia Bernard Roques, ha di nuovo suscitato scandalo, meglio si capisce il coraggio politico e la statura umana, oltre che scientifica, di Lester Grinspoon. Non a caso, nella sua storia, l’impegno di ricerca si intreccia con la pratica clinica e la militanza politica.

Grinspoon è sempre stato in prima linea nell’assistere i tanti pazienti che a lui si rivolgono per avere le informazioni sulla canapa, spesso rifiutate dai medici curanti. Il sapere proveniente dalle testimonianze dei malati è la base dell’altra famosa opera,Marijuana, the forbidden medicine. Grinspoon ha sempre difeso il valore delle evidenze aneddotiche a sostegno delle proprietà terapeutiche della canapa, anche in assenza di sperimentazioni cliniche controllate: è questa una delle sue argomentazioni preferite, ampiamente documentata in questo volume (cfr. Una ricchezza da sfruttare).

Si farebbe torto a Lester Grinspoon a confinarlo al tema della canapa medica. La sua ricerca procede a tutto campo, così come a tutto campo è iniziata. Particolarmente interessante, a questo proposito, è la sua tesi circa la versatilità, com’egli la chiama, della marijuana, che non può essere circoscritta ai soli usi ludico e medico. C’è un terzo campo, di “potenziamento” delle facoltà umane (sensorie, di pensiero, dell’umore), che sta a cavallo fra i due, altrettanto fertile.Anche per questo, Grinspoon è scettico circa la possibilità, o l’opportunità, di scindere la battaglia per la legalizzazione degli usi terapeutici da quella per la decriminalizzazione della canapa. Così come non si è mai stancato di denunciare che i tentativi di creare farmaci derivati dalla canapa in alternativa alla marijuana, sono in realtà un «artefatto della proibizione».

Da qui la polemica degli ultimi anni contro la «farmaceutizzazione» della canapa, com’egli la definisce; in particolare, contro la pretesa superiorità del Sativex (un farmaco creato dalla casa britannica G.W. Pharmaceuticals) sulla canapa inalata o fumata (cfr. Il fumo è la migliore medicina). La «medicalizzazione» o «farmaceutizzazione» della marijuana è un nodo politico cruciale, che vede opinioni differenti all’interno dello stesso movimento antiproibizionista; Fuoriluogo vi ha dedicato un dibattito con molti interventi, a partire dal 2001. Ma già due anni prima, Giancarlo Arnao aveva aperto il confronto con un articolo dal suggestivo titolo Liberare le droghe.Anche dal potere medico: commentando uno scritto di Thomas Szasz, egli individua i pericoli della «medicalizzazione» delle droghe,che rischia di sostituire una forma di controllo (quella poliziesca), con un’altra, più sottile ma anch’essa insidiosa (quella dei camici bianchi).

Arnao rivendicava l’uso della cannabis non come espressione di un disagio, ma come un’esigenza connaturata all’essere umano. Questo problema abbraccia l’intera problematica droga, interessata a fondo dal ben conosciuto fenomeno di “patologizzazione della devianza”, e si riflette anche sul tema specifico degli usi medici della canapa: ha senso legittimare l’uso medico, mantenendo l’intolleranza, morale e penale, nei confronti degli usi non medici della canapa? E ancora:è possibile separare nettamente la funzione psicoattiva da quella terapeutica, privando il farmaco-canapa delle proprietà euforiche della marijuana? Come si è detto, Grinspoon non ha incertezze nel tenere insieme le due funzioni; così come nel legare i diversi aspetti della medesima battaglia (cfr.Anche lo high è terapeutico). Nell’intervista A carte truccate, di nuovo auspica la crescita di un movimento di pressione delle persone che usano la marijuana come terapia per rovesciare del tutto il proibizionismo. «La marijuana medica – sostiene – insegnerà alle persone che questa sostanza non è l’erba diabolica che il governo ci ha descritto per anni».

Uno dei leit motiv dell’autore è la denuncia della persecuzione dei consumatori americani, una vera e propria caccia alle streghe responsabile fino ad oggi dell’arresto di 12 milioni di cittadini. La polemica attuale di Lester Grinspoon contro il fondamentalismo dei teocon di Bush è coerente con l’impegno di una vita per smascherare le menzogne che hanno imposto una «follia di massa» sulla canapa; e per denunciare l’asservimento al potere della scienza, o almeno di molti, troppi, sedicenti scienziati. La collaborazione di Lester Grinspoon con Fuoriluogo e con Forum Droghe ha avuto inizio grazie ai rapporti con il mondo americano di Giancarlo Arnao, nel 1998, con la pubblicazione del primo dei suoi fondamentali contributi sulla ca- napa, sulle sue applicazioni terapeutiche, sulle conseguenze della proibizione. Si tratta del drammatico processo contro un cittadino americano, arrestato in Malesia per possesso di marijuana,da lui utilizzata per curare il dolore cronico:Grinspoon racconta la sua testimonianza in tribunale in qualità di esperto internazionale di canapa medica, nel tentativo di salvare l’infelice che rischiava fino al- la pena di morte. L’attività di consulente nei tribunali statunitensi fa parte della sua militanza politica: nonostante i pronunciamenti popolari che hanno imposto a molti stati americani di decriminalizzare la marijuana ad uso medico, il governo, appellandosi alla legge federale, ignora le leggi statali e continua a perseguitare i malati e i medici: così come attesta la testimonianza giurata nel caso Ashcroft versus Raich, anch’essa riportata in questo volume.

Studi di morfologia cerebrale Gli studi mormometrici relativi a uso di cannabis ed esordio di disturbi psicotici sono di numero esigu. Questa tipologia di studi potrebbe essere utile nel definire il legame tra cannabis e psicosi attraverso l’analisi delle alterazioni cerebrali presenti negli utilizzatori di cannabis con predisposizione verso un disturbo psicotico . Szeszko et al.  hanno osservato in soggetti al primo episodio psicotico che utilizzavano cannabis alterazioni nella sostanza grigia del cingolato anteriore, ma non del giro frontale superiore e orbito frontale. Rais et al. hanno, inoltre, riportato che nei pazienti al primo episodio che avevano utilizzato cannabis, rispetto ai non utilizzatori, era presente una riduzione rilevante del volume cerebrale globale durante 5 anni di follow-up . Bangalore et al. hanno effettuato un analisi morfometrica per valutare le alterazioni della sostanza grigia nei pazienti al primo episodio psicotico che utilizzavano cannabis rispetto a quelli che non la utilizzavano e ai controlli sani, riportando nei primi una riduzione della sostanza grigia nella corteccia del cingolato posteriore di destra. Recentemente, Stone et al.  hanno riportato che, sia in soggetti sani che con stato mentale a rischio (SMR), l’uso di cannabis era inversamente correlato al volume della sostanza grigia della corteccia prefrontale. Non erano presenti evidenze a supporto dell’ipotesi di un’aumentata suscettibilità agli effetti dannosi di alcol e cannabis sulla sostanza grigia prefrontale in soggetti con uno SMR. Tuttavia, un uso moderato di alcol, tabacco e cannabis era associato a una riduzione della sostanza grigia nelle varie regioni esaminate sia i soggetti con uno SMR che in volontari sani. Tale dato potrebbe essere rappresentativo di un danno corticale o di cambiamenti della plasticità neuronale in coloro che utilizzano cannabis, tabacco e alcol.

Ruolo causale della cannabis nei disturbi psicotici Negli ultimi quindici anni sono stati effettuati diversi studi per definire il legame tra l’uso di cannabis e lo sviluppo di psicosi o di sintomi psicotici con risultati convergenti che suggeriscono che l’uso di cannabis può essere un fattore di rischio indipendente per l’esordio psicotico. La natura del legame tra cannabis e psicosi, tuttavia non è stato ancora ben spiegato. I risultati ottenuti dai campioni clinici di soggetti con psicosi hanno un valore limitato per spiegare i meccanismi sottostanti a tale associazione, in quanto sono difficilmente controllabili i potenziali fattori confondenti legati al quadro clinico (ad esempio, sintomatologia attiva e deficit cognitivi legati alla condizione patologica). Pertanto, gli studi che esplorano le variabili implicate nell’espressione di sintomi psicotici in popolazioni non cliniche, rispetto a quelli condotti su popolazioni cliniche, possono essere di maggior aiuto nell’identificare i fattori di rischio per lo sviluppo di un disturbo psicotico . Tali studi sono stati condotti su soggetti con propensione alla psicosi, ovvero in coloro che presentano esperienze psicotiche ma non hanno una diagnosi clinica di psicosi. Sono, quindi, inclusi i cosiddetti segni schizotipici e i sintomi psicotici attenuati che sono presenti in una relativamente ampia proporzione (15-20%) di coloro che non hanno una diagnosi clinica di psicosi . I primi studi si sono focalizzati sull’associazione tra cannabis e propensione psicotica “positiva”. Williams et al.  hanno riportato un punteggio maggiore a una scala che  esplorava i sintomi schizotipici “positivi” (alterazioni della percezione, pensiero magico o paranoide) in soggetti reclutati dalla popolazione generale, che utilizzavano cannabis rispetto a quelli che non la consumavano. Kwapil  hanno effettuato uno studio longitudinale con un follow-up a 10 anni su 534 studenti universitari valutati al baseline sulle dimensioni schizotipiche “positive” e “negative”.

I risultati dello studio hanno mostrato che i soggetti con un maggior punteggio nella dimensione positiva al baseline presentavano una più alta frequenza di uso di sostanze nei 10 anni successivi. Studi più recenti si sono focalizzati sul legame tra cannabis e le diverse dimensioni della propensione alla psicosi. Skosnik  hanno riportato differenze significative alle varie dimensioni dello Schizotypal Personality Questionnaire (SPQ) tra i soggetti con uso attuale e quelli con uso pregresso di cannabis e coloro che non ne hanno mai fatto uso, riscontrando nei primi punteggi maggiori alle dimensioni “positive” e alla sottoscala “comportamento bizzarro”. Non sono state riportate associazioni, invece, tra uso di cannabis e punteggi delle dimensioni negative. Nunn hanno valutato 196 studenti con l’OxfordLiverpool Inventory of Feeling and Experiences (O-LIFE psychosis proneness) e con la Peter et al. Delusional Inventory (PDI), dividendoli in quattro gruppi: utilizzatori di cannabis, utilizzatori di alcol, utilizzatori di cannabis e alcol e non utilizzatori. I soggetti che utilizzavano solo cannabis, rispetto ai soggetti degli altri gruppi, hanno mostrato punteggi più elevati alle scale che valutano i sintomi positivi (esperienze insolite dell’O-LIFE e della PDI). Solo due studi hanno mostrato un legame tra uso di cannabis e sintomi “negativi” .

Dumas  hanno riportato in giovani studenti che utilizzavano cannabis, rispetto a quelli che non la utilizzavano, punteggi maggiori ai sintomi positivi e alle dimensioni negative dell’SPQ. Verdoux  hanno evidenziato, in giovani studentesse, un’associazione significativa tra l’uso di cannabis e alti punteggi alle dimensioni “positive” e “negative” del Community Assessment of Psychic Experiences (CAPE), un questionario per la valutazione delle esperienze psicotiche nella popolazione generale. Non era, invece, presente un’associazione tra l’uso di cannabis e la dimensione “depressiva” del CAPE. Si può, quindi, concludere che gli studi che hanno esplorato l’associazione tra uso di cannabis e propensione alla psicosi in popolazioni non cliniche hanno fornito risultati che dimostrano una relazione tra la presenza di caratteristiche della dimensione “positiva” della propensione alla psicosi (ad esempio, distorsioni percettive e ideative, comportamenti bizzarri) e l’uso di cannabis. Sono stati, tuttavia, rilevati risultati discrepanti sulla relazione tra uso di cannabis e le dimensioni “negative” della propensione alla psicosi (ad esempio, ritiro sociale, affettività ristretta, anedonia).

Marijuana
La marijuana, nota nel campo della medicina popolare di Asia Centrale e Cina sin dal 3000 a.C., è divenuta un prodotto di consumo di massa, soprattutto tra i giovani, solo a partire dagli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Il tipo di prodotti presente sul mercato illecito varia ampiamente a seconda dei Paesi d´origine. La stessa varia significativamente le sue capacità stupefacenti a seconda dell’origine e della varietà di pianta. La forma conosciuta con il termine “sinsemilla” (dallo spagnolo sin semilla= senza semi), derivante dalla pianta femmina non impollinata, viene preferita per il suo alto contenuto di principio attivo (THC= Delta-9-Tetrahydrocannabilnolo). La marijuana si presenta come un’erba in diversi colori (dal giallo, al verde pallido al marrone), come detto priva di semi, o contenente grosse quantità di semi, in foglie, in gambi e steli. Le varietà ad alto contenuto di resina risultano appiccicose al tatto e, nella preparazione per lo spaccio, vengono anche compresse in piastre o panetti. Se invece le inflorescenze non sono ricche di resina, il materiale viene lasciato sciolto, non pressato; meno frequentemente viene arrotolato a forma di pannocchia di granturco o confezionato in piccoli involtini. Viene solitamente fumata in commistione con diversi dosaggi di tabacco in sigarette, pipe o cylum (una sorta di pipa conica in terracotta o legno) ma può essere anche assunta in forma di tisana. Benché la marijuana non provochi dipendenza fisica e l’interruzione del consumo non causi una sindrome da astinenza, i consumatori abituali sembrano, comunque, sviluppare una forma di dipendenza psicologica. Gli effetti della marijuana, della durata media di 3-4 ore, consistono inizialmente in un senso di reattività, leggerezza ed euforia, cui segue un periodo di calma e di piacevole tranquillità.
Talvolta si possono verificare cambiamenti d’umore, accompagnati da alterazioni nella percezione del tempo, dello spazio e della propria dimensione corporea. I processi mentali vengono disturbati da idee e ricordi frammentari e molti consumatori registrano un aumento dell’appetito e della capacità di provare piacere. Gli effetti negativi includono stato confusionale, reazioni di panico, ansietà, paura, senso d’inutilità e perdita dell’autocontrollo. Tra le persone che consumano marijuana abitualmente e in grosse dosi vi è chi sviluppa una “sindrome amotivazionale”, caratterizzata da passività, demotivazione e ansia. Come avviene con l’alcol, anche l’assunzione di marijuana sembra influire negativamente sulla capacità di comprendere testi scritti, di esprimersi oralmente, di risolvere problemi teorici, sulla memoria e sui tempi di reazione. Le principali aree mondiali di coltivazione e produzione di cannabis su larga scala sono il Sud e Centro America (Paraguay, Brasile, Argentina, Colombia, Bolivia e Messico), il Canada, l’Africa nord occidentale, ed in particolare il Marocco (principale produttore al mondo), il Medio Oriente, ed in particolare Libano, Afghanistan e Pakistan, il Sud Est Asiatico (Laos, Cambogia, Tailandia e Vietnam). Tuttavia è estremamente diffusa in tutto il mondo la coltivazione domestica della pianta di cannabis estremamente semplice nelle aree a clima secco e temperato, ma anche, con varie tecniche, in serra ed in abitazione.
hashish
L’hashish è un impasto ricavato dalla lavorazione e dall’essiccazione della resina della pianta di cannabis avente un contenuto di THC sino ad otto volte superiore a quello della marijuana. A seconda del tipo di procedimento di confezionamento utilizzato nella fase di produzione, l´hashish si presenta: – all’ingrosso: sotto forma di panetti, palle, o tavolette; – al minuto: sotto forma di stecchette o figure cubiche/parallelepipede di diverso spessore e consistenza. Il colore dell’hashish può variare dal marrone scuro o tabacco, al color mattone al verdastro, a seconda della zona di provenienza e dal tipo di lavorazione adottata. Si assume generalmente fumandolo in sigarette artigianali miscelato al tabacco oppure in pipe (miscelato al tabacco o lasciandolo consumare in maniera simile ad un incenso) o in cylum (una sorta di pipa di forma conica in terracotta o legno). L’hashish è un tipo di droga consumata soprattutto nel Sud Europa e nei Paesi Bassi (dove notoriamente può essere venduto e consumato nei c.d. “Coffee Shops”, locali pubblici simili ai “pub” specializzati nella vendita di tale prodotto e nella preparazione di suoi surrogati). Il principale produttore al mondo di hashish è il Marocco dal quale si approvvigiona, per la quasi totalità, l’intero mercato europeo. Ma anche l’hashish di produzione pakistana è estremamente diffuso e considerato di alta qualità.
Olio di hashish E´ un liquido oleoso estratto e concentrato sia dal materiale vegetale che dalla resina della pianta di cannabis. L’olio, che si presenta in colori che vanno dal verde al marrone scuro all’ambra (a seconda che derivi dalle parti vegetali o dalla resina), viene miscelato al tabacco o alla marijuana e quindi fumato. Uso Farmacologico Ricerche condotte nel campo farmaceutico hanno indicato che il THC può essere utile nel trattamento del glaucoma per la sua proprietà di ridurre la pressione del fondo oculare. Sono stati, inoltre, condotti studi sulla possibilità di produrre un derivato sintetico del THC per la cura dell´asma bronchiale. Tali studi hanno dimostrato che il tetraidrocannabinolo, pur dilatando le vie respiratorie, causa un´irritazione dei polmoni che mette in ombra ogni effetto benefico.
La ricerca, infine, ha portato alla realizzazione ed uso di un prodotto che contiene THC per il controllo della nausea e del vomito provocati dalla chemioterapia per i tumori. Effetti prodotti sull’organismo L´uso della cannabis accelera il battito cardiaco, riduce la salivazione e produce rossore oculare. Ricerche di laboratorio riferiscono che la cannabis somministrata ad animali ne sopprime il sistema immunitario, cioè la capacità del corpo a resistere alle infezioni e agli altri agenti nocivi come le cellule tumorali. Le ricerche dimostrano, infine che il numero degli spermatozoi nello sperma degli uomini giovani diminuisce in proporzione all´abuso di cannabis e che nello sperma di alcuni fumatori cronici si sono riscontrate anormalità.

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