Genova shock: Una famiglia si lancia dalla finestra per sfuggire a un incendio

È successo alle 3 di notte nel centro di Casella, nell’entroterra di Genova. Quando sono arrivati sul posto, i vigili del fuoco hanno trovato i tre corpi a terra. Ancora ignote le cause del rogo, forse legate a un malfunzionamento dell’impianto di riscaldamento. All’arrivo, i soccorritori hanno trovato il bambino di otto anni fasciato in una coperta. Ora tutti sarebbero in gravi condizioni. Meno gravi le condizioni del padre, che si è lanciato da circa 5 metri e ha riportato una frattura, e della madre, Vincenza Sansone, 50 anni, originaria di Palermo, che è ricoverata in codice giallo. Il piccolo, trasferito in codice rosso all’ospedale pediatrico Gaslini di Genova, è in prognosi riservata. PER IL PICCOLO È MORTE CEREBRALE È stata dichiarata la morte cerebrale per il bambino di sei anni e mezzo lanciato dal padre dalla finestra nel tentativo di salvarlo dalle fiamme, caduto rovinosamente da un telo che avrebbe potuto salvarlo.

La famiglia è restata prigioniera delle fiamme divampate in piena notte nella propria casa al secondo piano. Oltre alla famiglia Fraietta, senza casa sono rimasti un’anziana, che ieri era sera non era nell’appartamento perchè dormiva in casa della figlia, e due fratelli, Daniele e Maurizio Cevasco, fra i primi a soccorrere i tre feriti. Dopo la disperata chiamata d’allarme che e’ riuscita a fare la madre prima di lanciarsi nel vuoto, sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco da Busalla e dalla centrale di Genova, con dispositivi autoprotettori per addentrarsi nella palazzina invasa dal fumo, oltre a uomini della Protezione civile. Il sindaco di Casella Francesco Collossetti ha indetto una sottoscrizione per aiutare le famiglie sfollate.

Sono le tre di notte quando in un appartamento al secondo piano di uno stabile in via Mandelli a Casella, comune dell’entroterra di Genova, divampa un incendio. All’interno della casa c’è la famiglia Fraietta: il padre Alessio (49 anni), la madre Enza Sansone (50 anni) e il loro figlio Giuseppe di sei anni e mezzo.

È il padre per primo ad accorgersi dell’incendio. La famiglia, originaria della Sicilia e trasferita a Casella nel 2011, sorpresa dalle fiamme, nel panico, decide di lanciare il bambino dalla finestra per riuscire a salvarlo. Alessio lancia delle coperte ai vicini, che nel frattempo si sono radunati sotto al palazzo, spera che tendendole il peso di Giuseppe sia attutito. Non sarà così.

Un volo di cinque metri prima del crollo del solaio dell’abitazione, Giuseppe tocca terra. E li si ferma tutto. Nella tarda serata di ieri è stata dichiarata la morte cerebrale del bambino. Se non darà segni di ripresa, si potrà arrivare alla dichiarazione di decesso e ipotizzare di ottenere un’autorizzazione da parte di familiari per l’espianto e la donazione degli organi.
«Ho provato a prenderlo al volo», racconta un testimone. Il piccolo ha comunque colpito il suolo». Anche la madre e il padre fanno lo stesso.

È Alessio ad avere la peggio, dopo esserlo scheletro della casa si aggrappato alle imposte esterne della finestra si lancia nel vuoto. L’uomo, in rianimazione al Galleria, ha riportato problemi circolatori dovuti alle fratture agli arti inferiori ed ha ustioni estese per il 20% del corpo. L’uomo è in coma farmacologico. All’ospedale Villa Scansi, con ustioni e traumi anche la madre, ma le sue condizioni sono meno preoccupanti e non è in pericolo di vita. Enza si è calata dalla finestra aggrappandosi ai fili dei panni. Stando al bollettino medico la signora Enza ha una frattura del bacino e degli arti.

È cosciente e dal letto dell’ospedale ha denunciato la mancanza di un’adeguata manutenzione della casa. Ha spiegato che al proprietario era stato chiesto più volte, ma inutilmente di intervenire. Secondo le prime ricostruzioni l’appartamento potrebbe essere andato a fuoco a causa del malfunzionamento dell’impianto di riscaldamento. Inutili anche le telefonate della mamma ai vigili del fuoco. Quando il pompieri sono arrivati l’edificio di piani e vari negozi al piano terra è crollato, rischiando di colpire i soccorritori. Dei due appartamenti sottostanti: uno era sfitto, l’altro è occupato da un’anziana che non era in casa perché era andata a dormire dalla figlia.

«Ho sentito rumori strani»

Gaetana Arcidiacono non è solo una delle titolari del bar «L’Abatjour» al pian terreno, ma un’amica di famiglia. «Ieri erano tutti qui con noi, c’era una serata di ballo liscio. Papà e figlio sono saliti a casa intorno alle 11, la madre li ha raggiunti dopo». Non vuole credere alle voci che si rincorrono in paese sulle condizioni del bambino. «È vispissimo, anzi una peste. Gli piacciano molto i cavalli, l’avevo accompagnato pochi giorni fa a un maneggio» ricorda con gli occhi lucidi. Maurizio Cevasco è il fratello di Daniele, è stato svegliato nella notte dall’incendio. «Ho sentito dei rumori strani, poi ho capito che erano le tegole che crepitavano. Ho chiamato mio fratello, siamo corsi fuori. Loro invece sono rimasti in trappola, erano alla finestra, gridavano. È stato un attimo, non siamo riusciti a fare niente».

La dinamica

È stata Enza, la madre, a chiamare i Vigili del fuoco con il telefonino. «Venite subito, qui brucia tutto». Ma quando sono arrivati, era ormai troppo tardi, il solaio era crollato, i tre corpi a terra. Francesco Collossetti, il sindaco di questo comune di tremila abitanti sulle colline genovesi, famoso per il trenino che sale fin qui per regalare scorci da cartolina, è stato uno dei primi ad accorrere: «Le fiamme si vedevano da lontano, spaventose. Una scena infernale, quelle persone ferite, la madre che piangeva dolorante, e soprattutto il bambino. Sono padre anch’io, è stato scioccante». I carabinieri e i Vigili del fuoco hanno fatto i primi rilievi per valutare cosa ha provocato il rogo, che cosa non ha funzionato. Si indaga sulla manutenzione della canna fumaria, che secondo alcuni inquilini era carente, oppure il caminetto a legna, forse rimasto acceso in una notte sorprendentemente fredda. Dettagli certo importanti per l’inchiesta, ma secondari di fronte alla tragedia di due genitori che, assaliti dalle fiamme, hanno pensato che gettare nel vuoto il loro bambino era l’unica possibilità per tenerlo in vita.

Le fiamme hanno mangiato velocemente il tetto di legno e il salone, in un attimo hanno invaso la camera da letto. Alessio ed Enza, papà e mamma, hanno spalancato la finestra al secondo piano, la loro unica via di fuga, e pensato che avrebbero potuto salvare loro figlio, sette anni tra un mese, solo lasciandolo scivolare giù, un volo di cinque metri verso i ragazzi del primo piano che erano riusciti a scappare in strada.

«Ci hanno lanciato una coperta, la stavamo tendendo quando il bimbo è caduto. L’ho visto rimbalzare fuori, è lì che ha battuto la testa. È stato terribile».
Daniele Cevasco parla a fatica, si aggira senza meta davanti a quella che fino alle tre della notte tra venerdì e sabato era la sua casa. Un piano sotto quella della famiglia Fraietta, unita nella decisione di lanciarsi giù e separata poi in tre diversi ospedali. Il bimbo è giunto in condizioni disperate al Gaslini di Genova, ricoverato in rianimazione per trauma cranico e un edema cerebrale. Nella notte è arrivata la notizia della morte. La madre, Enza Sansone, 50 anni, la seconda a buttarsi, è riuscita ad appendersi a un tubo, l’impatto è stato meno violento, ha ustioni e fratture, ma non è in pericolo di vita. Per tutto il giorno ha pianto chiedendo a parenti e amici come stesse il figlio, ottenendo solo bugie imbarazzate.

Il padre, 49 anni, operaio in una ditta di oli e grassi, ha provato a tenersi alla persiana, poi anche lui è finito giù. È stato operato una prima volta al bacino, poi ancora un’altra per complicazioni cardio vascolari alle gambe e alla schiena. È grave, in coma farmacologico. Gaetana Arcidiacono non è solo una delle titolari del bar «L’Abatjour» al pian terreno, ma un’amica di famiglia. «Ieri erano tutti qui con noi, c’era una serata di ballo liscio. Papà e figlio sono saliti a casa intorno alle 11, la madre li ha raggiunti dopo». Non vuole credere alle voci che si rincorrono in paese sulle condizioni del bambino.

«È vispissimo, anzi una peste. Gli piacciano molto i cavalli, l’avevo accompagnato pochi giorni fa a un maneggio» ricorda con gli occhi lucidi. Maurizio Cevasco è il fratello di Daniele, è stato svegliato nella notte dall’incendio. «Ho sentito dei rumori strani, poi ho capito che erano le tegole che crepitavano. Ho chiamato mio fratello, siamo corsi fuori. Loro invece sono rimasti in trappola, erano alla finestra, gridavano. È stato un attimo, non siamo riusciti a fare niente».

È stata Enza, la madre, a chiamare i Vigili del fuoco con il telefonino. «Venite subito, qui brucia tutto». Ma quando sono arrivati, era ormai troppo tardi, il solaio era crollato, i tre corpi a terra. Francesco Collossetti, il sindaco di questo comune di tremila abitanti sulle colline genovesi, famoso per il trenino che sale fin qui per regalare scorci da cartolina, è stato uno dei primi ad accorrere: «Le fiamme si vedevano da lontano, spaventose. Una scena infernale, quelle persone ferite, la madre che piangeva dolorante, e soprattutto il bambino. Sono padre anch’io, è stato scioccante».

I carabinieri e i Vigili del fuoco hanno fatto i primi rilievi per valutare cosa ha provocato il rogo, che cosa non ha funzionato. Si indaga sulla manutenzione della canna fumaria, che secondo alcuni inquilini era carente, oppure il caminetto a legna, forse rimasto acceso in una notte sorprendentemente fredda.
Dettagli certo importanti per l’inchiesta, ma secondari di fronte alla tragedia di due genitori che, assaliti dalle fiamme, hanno pensato che gettare nel vuoto il loro bambino era l’unica possibilità per tenerlo in vita.

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